Il Lamento del Demiurgo

(di Alberto Fortunati)

Sotto certi aspetti, questo racconto può essere considerato il gemello di quello che precede. Stessa tematica (la Creazione là come opera di un paranoico, qua di un pasticcione), stessa tensione drammatica, stesso rovesciamento del senso comune. Cambia la logica che qui è “monista” mentre nel precedente racconto era “dualista”. Lo abbiamo ricevuto più o meno mentre scoprivamo “Die Gaist, Die Stet Verneint”. Concomitanza curiosa e sorprendente!

Abito le profondità oscure dell'Universo che mi è stato assegnato dalla Luce Originaria. Le abito da un tempo immemorabile. Ricordo ancora il mandato: "Governerai questo spazio finchè anche il tuo tempo scadrà. Potrai creare a tuo piacimento l'arredo del Mondo, sempre per aggiunta, mai per sottrazione, ma bada ai tuoi atti affinchè tu non debba provare rimorso"

Scelsi il silenzio per 100 miliardi di anni, la quiete suprema era il mio Regno. Solo in seguito la pace mi oppresse. Allora presi una porzione di vuoto e da essa generai la "Grande Esplosione". Fu così che le galassie occuparono il Mondo e lo spazio infinito fu invaso da imprevisti volumi.

Le immense geometrie ebbero in me un effetto inebriante. Così continuai l'opera di generazione. Stelle, pianeti, sistemi completi…; ad ogni aggiunta il gioco si complicava e il disegno nella grande scacchiera era sempre più vasto. Ma la mia mente si rifletteva nella complessità e la comprendeva appieno. Tutto quanto era fuori di me era anche dentro di me. Sempre uguale a sé stesso. Giunse allora il tempo della noia fatale.

Volli dare colore al Mondo. Scelsi un angolo della Creazione e diedi inizio alla "Grande Costruzione Demiurgica". Il primo giorno feci il mare. Il secondo giorno generai la terra. Il terzo giorno volli il cielo. Ma tutto questo non mi bastò. Così il quarto giorno provvidi alla realizzazione di piante che addobbarono il mare e la terra. Fui felice della mia potestà. Un semplice fiore, o un alga… anche, mi parve una meraviglia capace di offuscare l'Universo tutto. Elessi questo spazio a dimora: dimora silenziosa e regno di infinita bellezza. Sentivo le forme, sentivo i colori, sentivo gli odori, sentivo il frusciare del vento tra i rami, sentivo il gorgogliare dei ruscelli e provai una ebbrezza infinita; il gioco delle sfere era un ricordo.

Ma non fui ancora saziato. Giunse il quinto giorno e diedi abitanti al cielo, alle acque, alla terra. Gli insetti, i pesci, gli uccelli, gli animali terrestri presero possesso del Mondo e io vivevo con loro in questa splendente Creazione. La Terra era la mia dimora. Ero anche altrove, in ogni luogo, ma la mia presenza era più densa in questo Eden divino in cui mi perdevo. Non più geometrie, ma vita! Non orbite sempre uguali, ma caos rigenerativo in cui mi smarrivo. Mi fondevo negli esseri e gli esseri si fondevano in me. Il meccanismo era a tempo, ma ogni cosa, ogni essere ha un tempo, anche gli dei della cui natura io partecipo. Perciò vivevo nella pienezza dell'Essere, felice di questo luogo dal meccanismo perfetto che si rigenerava con nascite e morti.

Ma accadde qualcosa di strabiliante. Nella savana una leonessa prese un piccolo orice e, rinunciando a cibarsene secondo lo schema che avevo previsto, lo tenne con sé. Lo accudiva, lo leccava, come fosse uno dei suoi figli. Guardai sorpreso questo strano connubio che durò poco. Un leone affamato piombò sul piccolo orice e lo sbranò. La madre adottiva si disperò a lungo.

Provai un effetto grande e misterioso. Fino ad allora nulla mi aveva toccato. Il brulicare della vita e della morte non mi sfiorava: era il modo stesso in cui ogni cosa si manifestava attraverso le mutevoli apparizioni dell'Essere; con la vita che si nutriva di morte, e la morte che ingoiava la vita. Avevo creduto che in questo regno meraviglioso vi fossero solo geometrie: non quelle regolari dello spazio che qui, anzi, erano irregolari e caotiche, ma pur sempre geometrie. E invece qualcosa di misterioso era accaduto. Nel Mondo erano penetrati la Sofferenza e il Dolore. Una strana essenza, intima, connessa all'Essere. Profondamente radicata in enti che credevo di avere creato come aggregati di piccole sfere e nient'altro.

Il dolore della leonessa mi spaventò. Mi sovvenne il mandato della Luce Originaria: "… bada ai tuoi atti, affinché tu non debba provare rimorso" e la paura mi invase. Iniziai a guardare alle trasformazioni dell'Essere con uno sguardo diverso e sprofondai nel terrore. Tutti gli essenti che appaiono nel cerchio dell'esistenza si portavano dietro sofferenza e dolore. Ora non potevo più vedere i campi, le foreste, i fiumi, i mari come immense scacchiere con i pezzi in movimento… la bellezza del Mondo stava sprofondando sotto il peso di un inaudito errore. Da ogni luogo sgorgava quello strano succo dell'esistenza che avevo maldestramente introdotto negli esseri. Io l'avevo creato ed esso ora stava ritornando a perturbare la Natura Divina.

E infine frantumai la barriera. Ciò che prima sentivo distante, dilaniamenti, ferite, lamenti, ora giugeva a me in altra forma: acuta, più intensa, come se mi compenetrasse nel profondo. Compresi che le le morti non erano semplici spegnimenti dell'Essere, ma passaggi angoscianti e dolorosi. Giunse così il momento in cui tutto il dolore di quest'angolo dell'Universo, da quello del bruco ucciso dalle formiche, a quello delle moltitudini sopraffatte dalla sete o dalla fame o dai cambiamenti del clima, a quello del povero orice soffocato dalle zanne del nemico e dal proprio sangue, giunse il momento in cui tutto il dolore degli esseri diventò il mio dolore. E divenne insopportabile anche per la mia Maestà Altissima.

Il sesto giorno compresi che dovevo prendere una decisione per porre fine allo strazio. Non potevo fare esplodere il Sole. Non potevo fare cascare la Luna. Ogni ente del cosmo aveva i suoi tempi stabiliti all'inizio e non potevo forzarli. Ma non potevo neppure accettare che l'accumulo lentissimo del disordine portasse alla fine del Mondo, perché l'angoscia che Io, Signore del Cielo e della Terra, avrei dovuto subire, dopo la presa di coscienza della nascita della Sofferenza, sarebbe stata insopportabile. Infatti ogni ferita che si apriva per gli esseri, si chiudeva con la loro morte, ma in me, il dolore, permaneva e si cumulava.

Finché sentii risuonare la consegna della Luce Originaria: "Potrai creare a tuo piacimento per aggiunta, mai per sottrazione". Mi illuminai! Se non potevo distruggere, potevo creare; potevo costruire un agente distruttivo che ponesse rimedio a tutto. Presi una palla di fango e ne estrassi un essere a mia somiglianza. Un essere naturale, ma intelligente. Perciò capace di liberarsi delle costrizioni della natura e andare oltre i vincoli che essa pone. Gli infusi parte della demiurgità affinché potesse svolgere bene il suo lavoro. E mi preoccupai che l'esperienza di cui era capace fosse messa al servizio della Distruzione. Perciò lo dotai di un egotismo immenso e di un notevole amore verso i suoi simili. Già mi prefiguravo l'evoluzione… una capacità di trascendere i limiti naturali avrebbe comportato soltanto l'accelerazione del disordine delle cose e degli esseri e della morte globale. I nati dalle altre specie sarebbero stati immensamente meno numerosi perché questo ente avrebbe pensato a provvedere a sé stesso senza occuparsi di altro. Avrebbe fatto scomparire le foreste adattando i territori alle sue esigenze, avrebbe prosciugato i mari della vita, avrebbe agito nella struttura intima della materia copiando sbadatamente il mio lavoro e, così facendo, avrebbe creato sconquassi in quell'equilibrio che a lungo avevo ritenuto stupendo. L'evoluzione di questa specie avrebbe distrutto tutte le altre. Eliminando le condizioni necessarie per le nascite, essa avrebbe prodotto, in modo indolore e rapido per quanto fosse stato possibile, la loro fine. Poi, giunto agli estremi della sua evoluzione, si sarebbe estinto pur esso e finalmente io avrei trovato la pace. Una strada terribile, ma inevitabile per rimediare al mio tremendo abbaglio. Avrei sopportato il dolore intenso dell'ultima fase, ma alla fine tutto sarebbe scomparso e il mio spirito, lo Spirito Universale avrebbe ritrovato la quiete.

Liberai questa bestia che feci trionfante su tutta la Creazione ed essa si mise subito all'opera. Non era ancora passato il tempo di un battito di ciglia che inventò il fuoco. E poi le armi. E poi la ruota. E già iniziò a sconvolgere il mondo. La crescita del disordine sulla Terra ebbe un sussulto che si trasmise dentro di me. Il dolore nei campi, nelle foreste, nei mari, nell'aria sarebbe stato un fugace passaggio con questa creatura liberata. Poco… sarebbe bastato poco e tutto si sarebbe concluso.

Ma qualcosa non procedeva secondo i disegni. Osservai che la nuova bestia si comportava bene verso le specie altre che estingueva senza pietà. Lo faceva in modo diretto, con la caccia, e in modo indiretto, sottrendo agli altri esseri le condizioni di vita, proprio come avevo previsto, cosicché le nascite venivano ridotte dalla invasione dei territori. Ma si comportava male verso sé stessa. La divisione in tribù e in gruppi territoriali frantumava la sua azione e rallentava in modo pericoloso l'estinzione di massa che avevo contemplato. Questa bestia non amava sé stessa. O meglio, amava proprio sé stessa, ma era piuttosto indifferente verso i membri suoi simili. Aspettai a lungo prima di intervenire, ma il difetto insito in questa nuova specie, anziché ridursi aumentava implacabilmente. Rischiavo di aggiungere dolore al dolore. Tutto rischiava di volgersi nel suo contrario.

Così fecondai una bestia-femmina e mi incarnai in una bestia-maschio e incominciai a predicare l'amore tra i membri della specie. Il risultato fu buono: la specie non rinunciò al litigio continuo, pure subì una certa integrazione. Ma al di là di quanto avevo ottenuto non potevo sperare. Non c'era nulla da fare: le tribù più feroci, stranamente quelle agenti in mio nome, estinguevano quelle più dolci. Non ero riuscito a creare l'Amore Universale con il quale la specie avrebbe sviluppato il massimo di potenza sul mondo. Persi dolorosamente la speranza dell'integrazione universale, ma la promessa della conquista del Paradiso, la suprema menzogna che ero stato costretto a inventare, aveva creato un imprevedibile rafforzamento delle spinte egotiche agenti in questa strana creatura. I risultati non si fecero attendere. La distruzione di una infinità di terre vergini con tutte le specie animali e vegetali, procedeva spedita.

Vi furono nuove conseguenze che non avevo previsto. Infatti, altri incominciarono a dire che ricevevano messaggi dai miei angelici emissari. Così, da una parte si riunificavano tribù litigiose e guerresche con vantaggi effettivi sulle prospettive di distruzione. Ma, nello stesso tempo, nascevano conflitti tra imperi più vasti, immensi. Queste bestie si distruggevano tra loro anziché portare a compimento il mio desiderio. L'aggiunta del dolore subìto dalla bestia era un'ulteriore ferita dentro lo Spirito Universale. Piccoli ignari, femmine indifese, anziani impotenti di fronte a forme indicibili di ferocia, ma anche bestie giovani che ora impartivano, ora subivano sofferenza, aggiungevano angoscia su angoscia al mio povero spirito martoriato. Vi furono olocausti indicibili e mi chiedevo che razza di mostro avessi liberato. Non era questo che volevo! Eppure milioni di esseri-bestia venivano sacrificati sugli altari sui quali risuonava il mio nome!

L'angoscia mi trasmise una infelicità infinita. Alle guerre tra insetti nei campi, alle battaglie nella savana, agli sbranamenti nella giungla si assommavano adesso immensi stermini sui campi di battaglia, dentro le città conquistate, persino nei periodi che la bestia chiamava "di pace".

Avevo previsto poco. La 'natura divina' non era riuscita a padroneggiare la Creazione. Gli imprevisti erano stati tutti negativi e si erano ritorti contro la mia volontà. Ma finalmente accadde qualcosa che non avrei potuto immaginare e, nello stesso tempo, concorde rispetto alle mie disposizioni. Una bestia produsse 95 tesi in contrapposizione all'apparato perverso che era nato dalla 'predicazione'. Lentamente tutto questo ebbe una strana influenza nella società del tempo e le spinte egotiche si trasmisero dalla costituzione interna della bestia, ai rapporti sociali. Così nacque un terribile agente distruttivo, una mistura di tecnica e di appropriazione indebita che le bestie trionfanti chiamarono "mercato". Esse arrivarono a costruire ciò che io stesso non ero riuscito a concepire. Da un certo punto in poi, questa oscena creatura, pure vittima della potestà divina, mise in atto una macchina annientatrice che non lasciava scampo alla grande porzione di Eden ancora esistente. Entro poco tempo avrebbe estinto tutto il resto e sé stessa.

Troppo bello! La bestia non si accontentava di estinguere gli esseri, fece in modo che di esseri ne nascessero per sua volontà molti di più di quanto la natura avrebbe permesso. Milioni, miliardi… decine di miliardi. E tutti questi esseri non erano più violentati nel passaggio dalla vita alla morte, ma dalla nascita alla morte! La bestia divenne la "Bestia" e creò strazi infiniti che mai si erano visti sotto il Sole. La Bestia trionfante fu capace di creare mattatoi, ecatombi, e poi esperimenti feroci su esseri inermi che la mente divina non era mai riuscita a concepire. E giochi sterminatori, quindi condotti senza rabbia e senza necessità, e perciò ancor più abominevoli.

Ognuno degli esseri colpiti con tale furia e violenza costituiva un tracollo per lo Spirito Universale e vacillavo ad ogni atto disumano perché sapevo che tutto questo era stata una produzione demiurgica. Compresi alfine che io... IO avevo introdotto il seme del Male nella quiete dell'Universo. Avrei potuto fermarmi quando scoprii il Dolore ed invece, per rimediare, introdussi qualcosa di osceno che lo sovrastava! Sul Dolore era insediato il Male.

Da dove era uscita questa strana essenza? Da dove? Non dalla Natura che ne è "naturalmente" priva. Ma dalla mia essenza combinata alla mia opera! Questo miserabile essere, sfuggitomi di mano, che tra le sue oscene rappresentazioni ha creato Satana ricamando sulle mie parole, si è alla fine incarnato sulla sua invenzione e ne è diventato una autorappresentazione! Ma io so che qualcosa di me è filtrato in lui. Lo stesso mio desiderio di uscire dalla quiete, questo è il mio peccato, è diventato anche il suo. La spinta egotica, ecco Satana! Satana era in me e io l'ho trasferito in lui e, con lui, nel Mondo.

E' il settimo giorno. Finalmente è giunta la quiete e si è rimpossessata dell'Essere. La Terra è un deserto. La vita l'ha abbandonata. Ho ripreso a giocare con le sfere. Posso contare su un po' di sollievo, ma avere compreso, attraverso gli atti, chi io sono, mi rattrista nel profondo. E poi, il rimorso di avere creato prima il Dolore e poi il Male non mi dà pace.

Solo l'esaurimento del mio eone, solo la mia estinzione divina, potrà placare il mio pentimento.






20/07/02

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