Marco Maurizi – CRITICA DELL'IDEOLOGIA ANIMALISTA



INTRODUZIONE



1. Prospettive divergenti

La questione dei “diritti animali” non sembra poter suscitare entusiasmo in un marxista. E, diciamolo subito, a ragione. Per chi è abituato a smascherare la falsità dei “diritti umani” e dell’impegno “umanitario” di governi sfruttatori e guerrafondai, l’idea di doversi battere per l’affermazione di “diritti” presso tali governi, per di più a favore di soggetti non umani, appare una doppia perdita di tempo. È compito delle pagine che seguono mostrare come invece l’interesse al destino degli animali nella società umana non sia in sé una perdita di tempo e che, anzi, possa assumere un significato politico nella lotta contro il capitalismo. Ciò presuppone, tuttavia, che tale interesse abbandoni la veste esteriore di una rivendicazione di diritti. La richiesta di diritti e, in particolar modo, la convinzione che tale richiesta possa essere accolta da governi borghesi è, in generale, un’illusione che deve essere abbandonata. Ogni diritto giuridico poggia su un diritto reale che viene non concesso benignamente dall’alto, quanto strappato nella lotta quotidiana contro le classi dominanti. Al pari dei “diritti umani”, i “diritti animali” non saranno mai garantiti da un’azione di governo pianificata in combutta con gli interessi della borghesia, per quanto una loro promulgazione formale possa ben essere concessa. Il recente interesse a sinistra per la questione animale sembra perciò inserirsi più nella tendenziale deriva riformista, di mediazione con la borghesia, piuttosto che in un approfondimento teorico del tema della soggetto rivoluzionario. È invece in quest’ultimo senso che qui si affronta la questione animale, seppure lo sviluppo di questa tematica presuppone una fase destruens in cui si porti a termine fino in fondo la critica dell’ideologia che ispira l’attuale movimento animalista[1] in tutte le sue forme (lotta per i “diritti animali”, lotta contro lo “specismo”).

Ogni tentativo di saldatura tra la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo e la lotta contro lo sfruttamento degli animali che non compia una critica dell’ideologia animalista è destinato a fallire. Non è possibile inserire semplicemente un richiamo etico alla sofferenza animale all’interno di un contesto politico marxista: si tratta di campi che adoperano linguaggi incompatibili e si muovono su piani diversi.

In un articolo uscito qualche tempo fa[2], Massimo Filippi si proponeva di fornire alcuni dati da cui emergesse la necessità di un collegamento organico tra il comunismo e la lotta in difesa degli animali. Questi dati erano, e restano, effettivamente, impressionanti. Essi mostrano quanto si sia di solito ben lontani dall’avere un’idea precisa di quale funzione abbiano gli animali nella società capitalista; inoltre, Filippi metteva bene in mostra quanto i nostri gesti quotidiani siano sottilmente intrecciati con l’uccisione giornaliera di miliardi di animali e quanto l’adozione di uno spensierato “stile di vita” occidentale sia corresponsabile dei meccanismi di oppressione dell’uomo e dell’animale. L’evidente abuso dell’alimentazione carnea ne è l’esempio più paradigmatico, benché non l’unico. Lo sfruttamento intensivo dell’animale nei processi produzione industriale della carne appare oggi strutturalmente connesso, infatti, con l’iniqua e irrazionale distribuzione delle risorse alimentari:

Per produrre un chilo di proteine animali occorrono 16 kg di proteine vegetali e nei paesi sviluppati (compresa l’Italia) ogni individuo...consuma in media circa 90 kg di carne all’anno. E’ stato calcolato che il milardo e 300 milioni di ruminanti (quindi non tutti gli animali di cui ci cibiamo, ma solo una minima parte) consumano una quantità di cereali che sfamerebbero 9 miliardi di umani. 

Esso appare centrale anche per quanto concerne il problema della scarsità d’acqua

Il 70% dell’acqua è, infatti, utilizzata per la zootecnia e per l’agricoltura (la maggior parte della quale serve a produrre alimenti per gli animali d’allevamento). Questo comporta che produrre 1 kg di carne costa all’ambiente 3150 litri di acqua.

Esso svolge un ruolo nell’insensato spreco energetico che è una delle caratteristiche centrali delle società opulente (“Servono circa 9 litri di benzina per produrre 1 kg di carne bovina”) ed ha un impatto generale sul pianeta che non è possibile non qualificare in termini di disastro ecologico:  

Per alimentare 1.300.000.000 bovini, 2.000.000.000 tra ovini e caprini, 1.000.000.000 di suini e 12.000.000.000 di polli (tanti sono gli animali allevati al mondo senza considerare quelli che non vengono contati individualmente, come pesci e conigli, perché venduti a peso!) c’è bisogno di molto cibo. Questo fa sì che porzioni sempre più ampie del nostro pianeta diventino terreno per coltivare cereali per alimentare animali o terreno di pascolo per gli animali stessi. Tutto questo determina desertificazione, distruzione delle foreste pluviali, perdita della biodiversità vegetale ed animale, consumo delle riserve d’acqua potabile, aumento dell’inquinamento organico (ad esempio, una mucca produce 180 quintali di feci all’anno), e, alla fine, tutto ciò contribuisce in maniera significativa al riscaldamento globale del pianeta.

L’allevamento intensivo costituisce infine anche il perno attorno a cui va costruendosi l’incipiente sistema degli organismi geneticamente modificati (OGM):

Una delle spinte maggiori ai tanto (giustamente) vituperati ogm è la necessità di creare vegetali più resistenti a micro-organismi patogeni (ad esempio, virus o batteri) e ad erbicidi e pesticidi (prodotti dalle stesse multinazionali che producono gli ogm per contrastarli!) e di disporre di animali più produttivi (ad esempio, maiali e pesci giganti grazie all’inserimento di ormoni della crescita). Il tutto per cercare di migliorare la più volte ricordata inefficienza del sistema di trasformazione di proteine vegetali in proteine animali, al fine di poter abbassare i prezzi dei prodotti animali al dettaglio e, conseguentemente, il guadagno delle poche multinazionali a spese dei consumatori, degli animali e dell’ambiente.

Occorre ora sottolineare che nonostante l’inquietante scenario globale che qui si profila, la perentoria richiesta ai marxisti di accettazione della difesa degli animali sulla base di un obbligo di coerenza morale (del tipo: “se siete contro la fame nel mondo, la scarsità d’acqua, il disastro ecologico, gli ogm allora dovete battervi per i diritti animali”) è destinato a restare lettera morta. Per quanto possano mettere in luce come lo sfruttamento animale sia profondamente innervato nel sistema integrato dello sfruttamento capitalistico[3], nessuno dei motivi elencati da Filippi nell’articolo costringerebbe un marxista ad abbracciare la causa dei diritti animali.

Si tratta di problemi che il marxista potrebbe, a buon diritto, considerare risolvibili all’interno della propria prospettiva teorica e politica, senza per questo dover sostenere o anche solo accettare benevolmente la teoria dei diritti animali. E questo non perché il marxista sia cattivo o insensibile, ma perché vede la soluzione di quei conflitti e problemi a livello di lotta politica e non a livello di principi etici. Poiché il marxismo, come vedremo, non intende adeguare la realtà a un’ideale etico ma risolvere una contraddizione sociale, oggettiva, esso considera l’iniqua distribuzione delle risorse sempre l’effetto necessario di un modo di produzione (il capitalismo), non la conseguenza di una volontà volta al male. Quindi, per dirne una, la sottrazione di risorse al terzo mondo finalizzata all’allevamento intensivo per la produzione di carne destinata ai paesi ricchi non potrà mai essere considerata da un marxista la causa della fame e della povertà. Si può deprecare quanto si vuole questo approccio del mondo marxista, ma finché non si suona al marxista “la sua stessa musica” (per dirla con Marx), non vi è alcuna speranza di superare la divisione tra socialismo e movimento animalista.

D’altra parte, e inversamente, l’unico argomento marxista[4] che Filippi introduce in coda al saggio (la difesa dei “diritti dei lavoratori e dei migranti” dell’industria alimentare) proprio perché già interno alla prospettiva politica socialista non riguarda più la difesa degli animali. Anzi, il vero problema è che, in assenza di una ridefinizione teorica delle categorie attraverso cui si opera il confronto di prospettive, tutti gli argomenti che si possono addurre per rendere politica la questione animale divengono argomenti strumentali e antropocentrici, volti cioè a suggerire che c’è un’utilità per l’uomo nella difesa degli animali e che quindi questa difesa non deve essere condotta principalmente per il bene degli animali ma per il nostro. Non solo non fanno uscire il marxismo dal suo, vero o presunto, antropocentrismo, ma costituiscono delle falsificazioni delle tesi dell’animalismo corrente che vede, a torto o a ragione, proprio nella difesa degli animali come un valore in sé un proprio tratto caratteristico.[5] Né in un senso né nell’altro costituiscono dunque una base per un possibile superamento della separazione tra liberazione umana e liberazione animale.

 

2. La natura borghese della liberazione animale

2.1. La politicizzazione della protesta

Non che manchino elementi di politicizzazione nel movimento per i diritti animali. Già nel 1996 Ted Benton, in un articolo apparso sulla New Left Review, sottolineava la necessità di una presa di coscienza del valore politico che la questione animale stava oramai assumendo. Costatando l’enorme partecipazione che le tematiche animali producono in Gran Bretagna, le conseguenti dinamiche di repressione e la radicalizzazione di alcune proteste, Benton si impegnava in una breve analisi sociologica di una manifestazione animalista. In conseguenza di tale analisi, proponeva quattro elementi di riflessione che avrebbero dovuto mostrare come la politicizzazione della questione animale fosse oramai un fatto di cui la sinistra doveva tenere conto:

In primo luogo, uno spostamento nelle forme di autocoscienza [shifting forms of self awareness] che derivano dalla partecipazione stessa. Per coloro i quali – e sono la maggioranza – questa era la prima azione di protesta, è stata centrale la rimozione degli stereotipi comuni sui dimostranti (visti solitamente come “strani”, diversi o “altri”), dischiudendo così la possibilità di identificarsi con altre e più distanti lotte, possibilità precedentemente occlusa dalla stereotipizzazione operata dai media. Questo ci porta alla seconda questione: la maggiore coscienza delle pratiche giornalistiche e lo sviluppo di abilità critiche nell’analizzare la copertura che i media offrono degli eventi a cui essi stessi [cioè i dimostranti, M.M.] hanno preso parte. La terza questione è stata la massiccia e diffusa trasformazione delle percezioni della polizia e del ‘law and order’ avvenuta in conseguenza dell’uso unilaterale che la polizia ha fatto delle attrezzature antisommossa fin dall’inizio della campagna di protesta. A partire da ciò si è diffuso un intenso dibattito locale sulle libertà civili, l’ordine pubblico e il più generale sistema di giustizia…Quarto, e più manifestatamente legato ai temi sostanziali delle manifestazioni, molti dimostranti hanno affermato di aver condotto un’estesa riflessione [extensive soul-searching] sul proprio stile di vita e sono giunti a porre in questione l’intero sistema di produzione intensiva di cibo e il più vasto sistema di potere e proprietà di cui esso serve gli interessi. [6]

La questione è capire se e come la “presa di coscienza” di questi manifestanti possa assumere connotati di classe e in che modo la sinistra anticapitalista possa offrire la cornice politica adatta ad accoglierne e rilanciarne le lotte. La mia opinione in proposito è che ci troviamo lontani da tali obiettivi su entrambi i versanti.

A una radicalizzazione del conflitto si è assistito in tempi recenti anche in Italia. Tra il 2004 e il 2005, fenomeni di repressione hanno colpito il mondo animalista italiano con scontri di piazza, perquisizioni e arresti. A S. Polo d’Enza una manifestazione antivivisezionista è stata caricata dalla polizia.[7] Tuttavia, l’ondata di repressione non sembra aver sortito minimamente effetto nella coscienza politica del movimento italiano per i diritti animali. Con sano conformismo piccolo-borghese il fenomeno repressivo è stato ascritto interamente alle “provocazioni” di gruppi anarchici i quali, a loro volta, hanno reagito o isolandosi completamente dal movimento, oppure continuando imperterriti la propria collaborazione con le frange più borghesi di esso.

Non credo si tratti di una stravaganza italiana. Ovunque è evidente come il fenomeno di politicizzazione non trovi affatto un automatico sbocco in uno spostamento a sinistra dei manifestanti: conseguentemente, la sinistra anticapitalista continua a trovare estranea ai propri interessi una protesta che sembra muoversi interamente nell’ambito del riformismo borghese o, al massimo, di ristretti circoli anarchici. La situazione è bloccata quindi, da un lato, dalla natura stessa del movimento per i diritti animali e dal modo in cui esso analizza (meglio: non analizza) il rapporto tra sfruttamento animale e capitale; dall’altro, però, dalla strutturale incapacità della sinistra radicale di accogliere la questione animale nel proprio sistema di analisi del capitale e di porsi perciò come referente politico di lotte che sorgono nella società civile.

Il confronto pratico tra la prospettiva di liberazione umana e quella animale sembra presentare così delle difficoltà insormontabili. Il movimento per i diritti animali ha infatti già sviluppato una prassi autonoma che, in assenza di un’analisi scientifica del capitalismo, si muove nell’ambito ristretto dell’azione etica, individuale, interclassista. Gli elementi evidenziati da Benton che, in un certo modo, dovrebbero preludere ad uno spostamento a sinistra (le manifestazioni per gli animali come “battesimo del fuoco” per chi non ha mai partecipato ad una protesta; la consapevolezza critica del modo in cui i media distorcono intenti e risultati delle manifestazioni di piazza; un diverso modo di vedere il ruolo degli apparati repressivi) vengono infatti facilmente assorbiti nell’ottica parziale del movimento per i diritti animali che mostra una congenita tendenza a chiudere il discorso animale in un circolo di autoreferenzialità teorica e pratica asfissiante.

Chi non ha coscienza politica e viene attratto nell’orbita della questione animale rimarrà, finché osserva il mondo con gli occhiali distorcenti dell’ideologia animalista, un apolitico: qui il dominio di specie si mangia letteralmente il dominio di classe.

Chi invece ha già una coscienza politica si troverà preso tra l’incudine e il martello: da un lato un movimento borghese che pone un problema essenziale ma non ha gli strumenti per risolverlo; dall’altro un movimento socialista che pur avendo tali strumenti non si rende affatto conto del problema.

2.2. L’accecamento dell’orrore

Lo stallo ha quindi natura duplice e non può essere ascritto interamente al movimento per i diritti animali. Eppure non è da questo che ci si può aspettare una soluzione. Se la sinistra tradizionale, infatti, è colpevolmente cieca di fronte alla sofferenza animale, gli animalisti ne sono per parte loro accecati. La tematica animalista tende a svilupparsi in un vuoto politico e, conseguentemente, a diventare totalitaria. Come in certe frange del femminismo il dominio di classe viene astrattamente e metafisicamente subordinato a quello di genere, qui accade lo stesso con il dominio di specie: ma con tanta più virulenza, quanto più totalitario è il fenomeno che si denuncia. È il semplice fatto di rendersi conto delle proporzioni mostruose della sofferenza animale che spinge irresistibilmente ad annullare ogni mediazione, ogni possibilità di articolare concettualmente il rapporto uomo-animale: essendo esso fondato sulla bruta violenza e l’appropriazione selvaggia, la natura del rapporto tra uomini apparirà del tutto secondaria ed ininfluente. La società umana apparirà come un unico, gigantesco Leviatano oppressore della natura. Non c’è modo di uscire dalla retorica delluomo, anonimo sfruttatore del mondo animale, di cui si ammanta la denuncia degli animalisti. Il vero elemento regressivo della loro ideologia non è la natura interclassista delle sue rivendicazioni ma il fatto che la critica dello sfruttamento animale presuppone già a livello teorico un’immagine unitaria della società umana, in cui ogni antagonismo è ridotto ad epifenomeno.[8]

Per rendersi conto di quanto tale giudizio, fondamentalmente errato, abbia tuttavia dalla sua la forza dell’orrore è necessario lacerare il velo attraverso cui la società umana copre la propria violenza. Se la sinistra tradizionale è cieca di fronte alla sofferenza animale è ora che apra gli occhi. Altrimenti la sua denuncia del carattere borghese della liberazione animale resterà a sua volta regressiva, espressione di una falsa coscienza. Basta leggere qualche dato sul modo in cui esseri senzienti vengono trasformati in materia da esperimenti (vivisezione):

I vivisettori…tagliarono anzitutto i nervi delle cosce di 10 cani…Le zampe di ogni cane vennero rasate e poi immerse in una sostanza congelante di etere raffreddato da biossido di carbonio solido (ghiaccio secco), a una temperatura variante tra i 15° e i 20° sotto zero…Le zampe cominciarono a gonfiarsi, in alcuni casi al punto di lacerare la pelle…Non tutti i cani morirono, ma in tutti le zampe rimasero gravemente deformate, e in alcuni si staccarono letteralmente dal corpo.[9]

Un medico di Cambridge, Colin Blakemore, descrisse in una conferenza alla British Association di Leicester esperimenti da lui compiuti su 35 gatti ai quali aveva cucito gli occhi poco dopo la nascita. Il Blakemore scoprì che i gatti ai quali era rimasto cucito un solo occhio per alcune settimane fin dalla nascita erano incapaci di vedere da quell’occhio quando veniva tolta la cucitura; quelli ai quali erano stati cuciti entrambi gli occhi erano ciechi da entrambi gli occhi dopo la rimozione della cucitura. Dopo 16 settimane i gattini furono soppressi. [10]

All’Università dell’Oregone qualcuno disse che “sarebbe interessante” vedere come farebbero i topi a pulirsi in mancanza di zampe anteriori, di cui normalmente si servono per questa bisogna…Così a un mucchio di topi neonati vennero amputate le zampe. [11]

Università di Stato della Florida. In sette scimmie rehsus dell’età tra i tre e i cinque anni è stato distrutto chirurgicamente il senso dell’olfatto, e gli occhi sono stati asportati, dopo di che sono stati diretti raggi X al loro viso. [12]

Oppure in macchine produttive (allevamenti intensivi):

Nell’allevamento del vitello a carne bianca…gli animali sono rinchiusi in stalle individuali o gabbie molto strette (60 cm di larghezza per 160 cm di lunghezza), legati ad una catena di circa 30 cm, impossibilitati nei movimenti che non siano quelli di coricarsi ed alzarsi….La quasi totale immobilità e l’alimentazione carente di ferro sono indispensabili per mantenere anemiche, cioè pallide, le carni dei vitelli…Le condizioni di continuo stress, dovuto all’impossibilità di soddisfare i propri bisogni fisiologici ed etologici, l’affollamento e le carenze alimentari rendono indispensabili l’uso massiccio di farmaci per evitare forme patologiche… Urine a feci scorrono nei canali a loro sottostanti così vengono tagliate le code per evitare che il pelo sulla punta della coda posso inzupparsi. In tal modo negano ai vitelli la possibilità di scacciare con più facilità le mosche (attirate dalle sporcizia) che li torturano durante i sei mesi di vita…

[Le galline ovaiole] sono rinchiuse in gabbie di rete di superficie uguale a 450 centimetri quadrati per animale, equivalente ad un rettangolo di 22 cm per 22,5 cm cioè inferiore ad un normale foglio A4 e studiate per ospitare 3-4 galline. In queste gabbie non riescono ad aprire neanche le ali, non possono camminare e sono quindi obbligate ad una sola posizione, in fila lungo la mangiatoia. La rete che fa da pavimento è necessaria per far cadere le feci, ma ferisce inevitabilmente le zampe. Di solito le gabbie sono sovrapposte fino a 4-5 piani. Lo stress per gli animali è inevitabile, ed è tanto elevato che li porta ad una continua irritazione che spesso sfocia in atteggiamenti aggressivi con gli altri animali. Per questo motivo si taglia loro il becco quando sono ancora dei pulcini.[13]

O in oggetti (pellicce, scapre, borse etc.):

Ogni anno vengono uccisi milioni di animali selvaggi, solo per il valore della loro pelle. La maggior parte, quasi 30 milioni, viene uccisa con le tagliole. Un terzo di essi va perduto perché a forza di morsi si staccano la zampa, il piede o le dita... Gli animali da pelliccia presi in trappola sono circa 12 milioni. Ma questa è solo una parte della tragedia. Per ogni due di loro ne rimangono intrappolati altri tre inutili ai fini della pelliccia, senza valore commerciale…Ma molti di questi animali vengono dagli allevamenti...Questi vivono in luride gabbie di rete metallica che feriscono loro le zampe, esposti alle intemperie perché la pelliccia diventi più folta. Le condizioni innaturali in cui sono costretti fanno sì che casi di cannibalismo siano tutt’altro che infrequenti, ed alla fine della loro triste vita vengono uccisi tramite elettrocuzione ano-vaginale perché la loro pelliccia ha troppo valore perché si rischi di rovinarla. 

Oppure in mezzi di divertimento (caccia, circhi, zoo, cinodromi etc.):

I circhi europei ed italiani in particolare hanno utilizzato sempre elefanti indiani. Questa specie in natura frequenta un ambiente tipicamente forestale e da secoli i cuccioli vengono catturati (spesso con l’uccisione dell’interno branco) per essere brutalmente addestrati come animali da lavoro. Un elefante addestrato risponde ai segnali derivanti da un’asta acuminata la quale, indirizzata in determinati punti del proprio corpo, provoca dei precisi movimenti. Lo stesso attrezzo, spesso collegato a batterie elettriche, viene utilizzato dai circensi. Gli elefanti indiani sono teoricamente più facili da utilizzare per il circo, ma con l’entrata in vigore della Convenzione di Washington (Cites) che regolamenta il commercio delle specie in via di estinzione, gli elefanti indiani sono stati inserti in una categoria di specie protette che ne ha vietato l’importazione. Così non è stato, per molti anni, per quello africano. Per questo motivo i circensi ne hanno incominciato le importazioni…Gli elefanti venivano ripetutamente picchiati con spranghe di metallo sulla testa, nelle grandi orecchie e nelle zampe posteriori. Ad ogni colpo veniva associata una parola la quale veniva poi ripetuta per farlo girare su se stesso, tenendo ovviamente sempre in evidenza la spranga metallica.[14]

C’è forse da stupirsi se la difesa degli animali si tinge di misantropia?

Osservare da vicino le torture che gli umani infliggono agli animali – torture accuratamente nascoste in laboratori off-limits, in macelli e allevamenti dislocati fuori città, in remote zone di caccia etc. – è un’esperienza che provoca normalmente disgusto, dolore, rabbia. E quanto più ci si eleva ad una visione globale di tanta violenza, tanto più è difficile resistere alla sensazione di assistere ad una vera e propria guerra di annientamento.[15] Come calco negativo di tale annientamento sistematico appare inevitabilmente un soggetto unitario agente contro gli animali nella loro totalità: l’uomo. Ora, il sofisma che si cela dietro questo modo comprensibile ma unilaterale di vedere i rapporti uomo/natura è il seguente: poiché gli animali sono sfruttati e uccisi in quanto non umani, gli umani sono in toto sfruttatori e assassini. Ciò che potrebbe esserci di vero in tale giudizio viene banalizzato al punto da impedire una comprensione della reale struttura economica e di potere della società. Di fatto però è questa che attua e perpetua lo sterminio; impedendosi ogni comprensione delle dinamiche sociali, economiche e politiche che mettono in pratica la distruzione dell’animale, le si lascia, di fatto, libero corso. 

I discorsi vaghi e populistici contro le “multinazionali” che talvolta condiscono le arringhe in difesa dei diritti animali sono semplici estensioni dell’indignazione etica e, come questa, fondamentalmente sbagliate e impotenti. Secondo questo modo di vedere, le multinazionali sottomettono e uccidono gli animali così come il vicino di casa che pranza da McDonald’s. Tutto viene spiegato e condannato in base alla categoria dell’egoismo, una categoria che non spiega proprio nulla. Per capirlo basta un esempio semplice e drastico. Nell’epoca dell’alimentazione carnea industriale e generalizzata nessuno è responsabile dell’attuale massacro degli animali.[16] Non il singolo consumatore di carne, cui alcuni vegetariani attribuiscono il magico potere di sostenere l’intera industria; ma nemmeno, si badi bene, chi lavora nei macelli. È questo l’aspetto che sfugge a chiunque si rifiuti di analizzare il modo di funzionamento del capitalismo; eppure, per quanto possa apparire paradossale, bisogna ammettere che nemmeno chi uccide materialmente gli animali può essere considerato causa della loro morte. Solo una visione angusta e miope della realtà che consideri l’agire umano una serie di atti puntuali privi di connessione tra loro potrebbe non vedere che l’operaio al macello è uno strumento di un processo produttivo che può fare benissimo a meno di lui e che, dunque, il singolo atto di uccisione di cui egli si incarica è iscritto in una catena di cause ed effetti che lo trascendono. Che sia lui o un altro a sparare nel cervello della mucca il proiettile che la ucciderà non fa molta differenza: né per la mucca, né per chi lotta contro il suo sfruttamento. Il sostenitore dei diritti animali afferma che l’obbligo morale di non uccidere un essere senziente gli imporrebbe come minimo di licenziarsi. Ma licenziandosi dal macello non si fa altro che liberare un posto di lavoro per un disoccupato in attesa. Cos’è che rende strutturale il meccanismo di morte: la “debolezza morale” del singolo lavoratore o la miseria generalizzata che crea un esercito di riserva permanente?[17]



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Note

[1] Il termine “animalismo” è creazione originale del genio italico (l’invenzione è accreditata a Pontillo, fondatore della Lega Antivivisezionista). Nelle altre lingue si parla variamente di “movimento per diritti animali”, “movimento antispecista”, “movimento liberazionista”, realtà tra loro non pienamente sovrapponibili. Il pregio dell’espressione italiana sta nel lasciare indeterminato il contenuto di questo interesse per l’animale e quindi di non essere riconducibile a nessuno delle tre accezioni appena viste. Il suo difetto è però quello di lasciare la porta aperta ad ogni confusione e, soprattutto, di entrare in una opposizione con l’umanismo, quasi che essere animalisti volesse dire occuparsi degli animali invece che degli uomini. Per questo e per altri motivi che spero saranno chiarirsi nel testo, gli abbiamo preferito l’espressione “liberazione animale”.

[2] M. Filippi, “Può un non vegetariano dirsi comunista?”, da Rinascita Animalista. Officina della theoria, 25/01/03, vedi Bibliografia: Siti e riviste internet [d’ora in poi: v.b.]

[3]Poche multinazionali controllano l’alimentazione carnea in tutti i suoi aspetti, dalle sementi geneticamente modificate per produrre alimenti animali agli animali geneticamente modificati per incrementare al massimo la loro produttività, dagli erbicidi per facilitare la produzione delle sementi per l’alimentazione animale agli antibiotici ed agli ormoni necessari per la ‘crescita’ ed il mantenimento in vita degli animali nelle condizioni innaturali dell’allevamento intensivo, dalle catene di ‘smontaggio’ pre- e post-macellazione al marketing su vasta scala ed alla distribuzione al dettaglio”. M. Filippi, cit., ibid.

[4] A voler essere pignoli si tratta in realtà di una rivendicazione sindacale: “nell’ottica del miglior profitto, i lavoratori dei macelli sono tra i lavoratori peggio pagati, con minore tutela sindacale e con il maggior tasso di incidenti gravi sul lavoro. I lavoratori delle grandi catene distributive non stanno meglio (i loro contratti lavorativi sono tipicamente flessibili e limitati nel tempo). Vista la scarsa specializzazione richiesta, questa tipologia di lavoratori è reclutata tra gli emigrati di recente arrivo, per definizione, privi di diritti,  e spesso anche incapaci di parlare la lingua del paese ‘ospitante’.” M. Filippi, “Può un non vegetariano dirsi comunista?”, cit.

[5] La teorizzazione più coerente di questo principio, e anche quella che più diffusamente e, direi, “spontaneamente” viene sostenuta dagli attivisti, è quella del valore inerente nella “teoria dei diritti” elaborata da Tom Regan. Cfr. T. Regan, I diritti animali, Garzanti, Milano 1990, pp. 331 e sgg.

[6] T. Benton – S. Redfearn, “The Politics of Animal Rights— Where is the Left?”, in New Left Review I/215, January-February 1996, p. 53.

[7] Le operazioni di polizia contro la manifestazione di S.Polo del 20 novembre 2004 sono analiticamente descritte in Animalisti contro la Vivisezione, rapporto sulle operazioni finali di Polizia (a cura degli Osservatori dell’Assemblea Aperta sul Caso Morini), disponibile sul sito dell’associazione Oltre la specie, v.b.

[8] Su questo vedi M. Maurizi, “ Cos’è l’antispecismo”, in Liberazioni 4.

[9] "Cos'è l'antispecismo?", H. Ruesch, Imperatrice nuda, Civis, Roma 1989, pp. 61-62.

[10] “ ‘Mi sarebbe piaciuto’ commentò il Blakemore con una punta di malinconia, ‘mantenerli in vita per ulteriori studi, come si usa in America, ma le leggi inglesi non lo consentono’ ”. Ibid., p. 69.

[11] Ibid., p. 70.

[12] Ibid., pp. 85-86.

[13] Dati raccolti dall’ass. Oltre la specie, v.b. 

[14] G. Guadagna (a cura di), Dossier circo. Come è garantita l’impunità ai circhi, LAV, senza data, pp. 5-6.

[15] “Un concetto che continua a girarmi nella testa è quello dell’imperialismo umano. Anche se siamo una specie fra molte altre, su questa terra, abbiamo messo su una sorta di Reich che domina completamente tutti gli altri animali e li rende schiavi. Vista in questi termini, la situazione provoca il desiderio di un cambiamento radicale molto più forte di quanto la gente senta comunemente…Gli animali sono talmente privi di difesa, così incapaci di lottare, da rendermi davvero furioso con tutto questo”. Ronnie Lee, portavoce dell’ALF (Animal Liberation Front), citato in Ph. Windeatt, “Chiaro, ora emerge il collegamento”, in P. Singer (a cura di), In difesa degli animali, Lucarini, Roma 1987, pp. 240-241.

[16] Benton ha mostrato come il concetto di “responsabilità” individuale venga dissolto dai processi industriali delle società complesse. T. Benton, Natural relations: Ecology, Animal Rights and Social Justice, Verso, New York 1993, pp. 89-90. Ovviamente l’ottica moralistica più intransigente tenderà a rispondere che la responsabilità non si dissolve ma viene condivisa da tutti gli attori del processo. Cfr., ad es, R. Garner, The Political Theory of Animal Rights, Manchester University Press, Manchester-New York 2005, p. 110. Tuttavia, per poco che si intenda il concetto di responsabilità in senso oggettivo (causale) e non soggettivo (morale) – distinzione che qui Benton ricorda, seppure sbrigativamente – la cosa appare in una luce ben diversa.

[17] Basta dare un’occhiata alle statistiche per rendersi conto di chi sono questi lavoratori dell’industria della morte: “Nel 1995 circa il 22,7% di coloro che lavoravano a tempo pieno nell’imballaggio della carne ha avuto infortuni. Per ovvie ragioni, i cittadini statunitensi evitano questo tipo di lavori. Di conseguenza, questo settore conta su un costante flusso di immigrati, molti dei quali reclutati lungo il confine tra Usa e Messico. Nel 1997, i latinos costituivano già una percentuale tra il 50 e l’80% della forza lavoro di questo settore negli Stati delle Grandi Pianure, ed era in crescita anche la presenza di asiatici, africani e persino europei”. Donald Kerwin del Catholic Legal Immigration Network su Popoli.info, v.b.






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30 marzo 2008