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EDITORIALE
Dal
Manifesto ai manifesti. Il crepuscolo simbolico della sinistra
All'indomani delle elezioni politiche e dopo un burrascoso periodo di contestazione
del voto da parte della destra, i giochi istituzionali di apparato hanno permesso
l'elezione di un Presidente della Repubblica (ex) comunista e di un Presidente
della Camera (ancora per poco) comunista. Un Presidente del Consiglio (ex)
comunista lo avevamo già visto all'opera dopo la caduta di Prodi. Ecco
che in due tappe e nel giro di pochi anni, l'Italia sembra aver superato il
tabù storico dell'ingresso dei "comunisti" alla più alta carica
dello stato e al governo. Ma si tratta, come ognun vede, di fumo negli occhi.
Non ci troviamo infatti di fronte a dei traguardi "simbolici" che segnano
un oggettivo spostamento a sinistra del paese. Anzi, l'asse della politica
economica rimane saldamento ancorato al centro moderato, ai veti della confindustria
e all'agenda europea. Semmai si tratta di traguardi simbolici in senso opposto,
poiché sanciscono la definitiva cooptazione nel sistema dell'alternanza
priva di alternative di ciò che resta della tradizione comunista italiana
(anche di quella fino a ieri dissidente rispetto alla sinistra "riformista").
È di tale fumo negli occhi però che si ciba il dibattito
politico attuale o, meglio, il sistema dell'informazione che tale dibattito
costruisce a propria immagine e somiglianza (invece di limitarsi a fare da
cassa di risonanza per un confronto che avvenga nella società reale).
Qui è la tecnica pubblicitaria a stabilire modi e contenuti del dibattito.
Non è un caso che la cooptazione di Bertinotti e di Rifondazione Comunista
nella logica dell'alternanza abbia coinciso con una serie di scadenze elettorali
e politiche (elezioni in Puglia, primarie dell'Unione) che hanno visto il
maggiore investimento del partito in termini di marketing pubblicitario e
creazione di immagine. Ecco che l'adeguamento di forma ha
anticipato e finito per coincidere con un adeguamento di sostanza.
Oggi più che mai appare evidente come un'analisi critica del linguaggio
politico sia un'operazione essa stessa politica che non è più possibile
procastinare.
I manifesti per le recenti elezioni politiche e comunali hanno offerto un
saggio interessante di come gli esperti di comunicazione studino, comprendano
e intendano manipolare l'elettorato. In questo senso sono un campione sociologico
al contrario: permettono di vedere come i manipolatori ci vedono. Il
manifesto, nella sua peculiarità comunicativa, si presenta come una
narrazione storico-discorsiva che suggerisce, per rimandi e sollecitazioni
verbali e lessicali, oltre che visive, idee profondamente radicate nell'immaginario
collettivo. Nel manifesto elettorale, in particolare, le idee evocate sono
quelle impresse nella società civile tramite un lavoro meticoloso e
costante di propaganda ideologica che ai nostri giorni ha raggiunto elevati
livelli di sofisticazione e sottigliezza. I pensieri, i concetti, le idee sono
a tutti gli effetti trattati come merci, quindi esibiti piuttosto che espressi,
sottoposti al gusto piuttosto che alla critica, all'opinione emotiva piuttosto
che alla verità confrontata.
Il dibattito pubblico, quando accade, si trova già da sempre compresso
in queste forme mutile e disarticolate. Il pensiero propagandato – per
la sua stessa natura enfaticamente esclamato – ha la capacità di affermarsi
come "vero" – e di sottrarsi a qualunque necessità di verifica – grazie
all'uso di dispositivi narrativi entrati ormai da tempo nella consuetudine
del linguaggio politico, oltre che nei processi di trasmissione del sapere.
Tali dispositivi sono, ad esempio, la semplificazione e la riduzione ai minimi
termini, quantitativamente e qualitativamente, dei concetti e delle correlazioni
concettuali; la riduzione della complessità e varietà dei soggetti
che entrano in gioco nella elaborazione di idee e concetti a macro-categorie
monovalenti, facilmente – anche se pur sempre forzatamente – ascrivibili ad
un sistema bipolare di contrapposizione; la mancanza di definizione e l'ambiguità degli
ambiti contestuali in cui insistono idee e relazioni concettuali. Obiettivo
della propaganda è, dunque, ridurre la complessità del reale
a schemi semplificati e di immediata identificazione e riconoscibilità,
più facilmente accessibili ad un elettorato accuratamente educato a
fagocitare acriticamente idee predigerite. Quello che è stato da sempre
uno degli strumenti dell'agitazione politica – e che nasceva anche dall'esigenza
di far passare presso una popolazione in larga parte incolta dei contenuti
politici determinati e, dunque, di politicizzarla – è divenuto
in tutto e per tutto uno strumento di controllo del pensiero. La politica è oggi
l'arte della permanente spoliticizzazione delle masse.
Il potere evocativo delle parole-immagini-concetti è lo strumento attraverso
cui, in un gioco di rimandi, ammiccamenti, accostamenti realistici, inventati,
allusivi o espliciti, si formulano e affermano verità e sapere. Pendiamo,
ad esempio, il manifesto berlusconiano che recitava: "I no global al governo?
No, grazie". È prezioso non solo dal punto di vista formale, per l'arditezza
surreale del comico accostamento, ma anche dal punto di vista del contenuto. È chiaro
che ciò che fa da sottofondo inconscio all'accostamento Prodi / no-global
sono i "disordini di piazza", così facilmente invisi ad un pubblico
oramai abituato a conoscere la realtà solo attraverso le lenti sfuocate
dei telegiornali di regime. La protesta si riassume oramai in poche immagini-concetto
(ovvero immagini che fissano e in tal modo sospendono e sostituiscono l'atto
del pensiero) stereotipate e ripetute fino alla nausea: manifestazione = vetrine
rotte, sciopero = disagi ai passeggeri etc. Il potere schiacciante di questo
sistema oramai consolidato di immagini-concetto è una camicia di forza
da cui è difficile divincolarsi. Il politico "di sinistra" ha infatti
ormai imparato a muovercisi bene, a usarne le pieghe a proprio vantaggio. La
naturale contromossa sarà ovviamente quella di "rassicurare" l'elettorato
che l'associazione proposta dal manifesto è solo una furba mossa dell'avversario
per confondere le acque. Non gli verrà certo in mente di manomettere
l'associazione originaria tra protesta e distruzione insensata su cui
il manifesto gioca. Questa associazione potrebbe infatti benissimo tornargli
utile una volta al governo.
La questione si fa ancora più problematica quando emerge la necessità di
ricondurre il piano dell'immaginario propagandato a quello della realtà.
Cioè quando il personaggio politico deve abbandonare le
vesti della teatralità e confrontarsi con la propria "base", abbandonando
il piano della propaganda per intervenire nella risoluzione pratica delle problematiche
sociali. Il rapporto movimento NO-TAV e Olimpiadi invernali di Torino, in tal
senso, è stato molto significativo. In tale occasione, come in tante
altre, i politici-attori di sinistra si sono ritrovati a dover scegliere tra
appoggiare i contestatori – ancora una volta indistintamente raggruppati nella
macro-categoria di "no-global", cui fa sempre comodo associare gli anarchici,
assunti ad archetipo di violenza e comodo capro espiatorio borghese a tutti
i mali della società -, trovandosi però nella inopportuna situazione
di dover sconfessare la validità dell'immagine-concetto "protesta =
violenza/illegalità", od opporsi ad essi e continuare nella propria
opera di mistificazione della realtà. La scelta, ora che il successo
elettorale – per quanto risicato – è arrivato, non è più soggetta
ad alcuna esitazione.
La riflessione sull'immagine è diventata allora paradossalmente
una questione essenziale. La sinistra riformista che ha compiuto numerose
operazioni di lifting negli ultimi decenni (un dato, occorre riconoscerlo,
oramai strutturale e irreversibile) lo ha capito, ma nel senso sbagliato.
La "moderazione" del linguaggio, la ricerca di consenso "al centro" costituiscono
conseguenze di uno sviluppo storico della sinistra ex-comunista italiana, sviluppo
che è stato determinato nei suoi tempi e modi da due fattori: uno endogeno
ed uno esogeno. Quello endogeno è chiaramente ricostruibile alla luce
delle svolte storiche che la dirigenza del PCI ha impresso al partito, dall'eurocomunismo
berlingueriano alla bolognina occhettiana: è l'esplicitarsi della naturale
tendenza socialdemocratica e borghese che batteva sotto la fraseologia pseudo-rivoluzionaria
dello stalinismo e del togliattismo. A ciò va aggiunto però l'evento
che a partire dal 1994 condiziona le vicende politiche italiane e che ha avuto
un effetto nefasto anche sull' autorappresentazione della sinsitra italiana:
l'ingresso di Berlusconi nell'agone politico e il costituirsi di un forte blocco
sociale di destra, con tutto l'armamentario maccartista che ne costituisce
il collante ideologico principale. Ciò ha impresso alla naturale deriva
socialdemocratica della sinistra ex-PCI, dopo la sconfitta elettorale di Occhetto,
una ulteriore e perversa accelerazione. La campagna elettorale gestita e persa
da Occhetto all' insenga del cartello elettorale dei "Progressisti" fu
il vero canto del cigno per l'identità di sinistra, da allora in uno
stato confusionale da cui non accenna a riprendersi. Fino alla sconfitta del
'94 era ancora pensabile in Italia un progetto forte e vincente di
sinistra. Occhetto poteva candidamente parlare (a sproposito) di "gioiosa macchina
da guerra" e rivendicare per intero una tradizione contrassegnata da un laicismo
chiaro e da politiche sociali "progressiste". Di tutto questo oggi non rimane
pietra su pietra. Quella sconfitta elettorale e l'affermarsi del berlusconismo
hanno sancito una spettacolarizzazione (e personalizzazione) della politica
che non vede oggi più immune nemmeno gli ultimi scampoli della tradizione
comunista. L'anomalia berlusconiana – un impero televisivo che si fa strumento
politico – rappresenta la via italiana alla normalità statunitense:
una politica che è gestione oligarchica del potere, sorretta da una
vuota sarabanda di immagini, volti e slogan.
Quando si diventa parte del sistema dell'immagine si diventa immagini, riflessi,
fantasmi. Quando non si ha più niente di essenziale da dire, la facciata
diventa l'essenza, il contenitore il contenuto. La società dello spettacolo è l'estensione
del sistema delle merci: un mondo in cui la confezione ha sostituito oramai
completamente il valore d'uso. Ma come l'arretramento sociale, politico e culturale
della sinistra europea mostra, il gioco che tenta di assecondare i dettami,
le mode e i tic di questa società è un gioco al ribasso, un gioco
perso in partenza. Arrendersi sul terreno dell'immaginario significa arrendersi
senza combattere, senza più avere la possibilità di combattere.
La rivolta viene censurata all'origine, già a livello del significante.
Bisogna invece riconquistare lo spazio nell'immaginario che ci viene sottratto.
Parlare di una rivoluzione dell'esistente non significa certo mettere in atto
questa rivoluzione e nemmeno iniziarla. Ma almeno la significa. La
fa rientrare nell'ordine del simbolico da cui è stata per troppo tempo
espunta.
La
tabuizzazione del linguaggio politico è la cartina di tornasole di questo
processo di cancellazione della radicalità e dell'utopia dal dibattito
politico. Il sistema della comunicazione politica addomesticata che ne consegue è un
sistema di segni basato sulla condivisione di un nucelo di valori centrali;
da un lato i segni-valori positivi (ad es., "democrazia"),
dall'altro i segni-valori negativi (ad es., "terrorismo"). Tale sistema
di segni estromette l'atto del pensiero rendendolo di fatto inutile: il significante
diventa significato. Il prezzo che, in termini di linguaggio politico, Bertinotti
e il PRC hanno dovuto pagare per entrare al governo è, da questo punto
di vista, enorme: dopo l'opzione ideologica in favore della non-violenza e
la centrifugazione e liquidazione dell'eredità storica del marxismo,
l'alternativa rappresentata dal partito si è ridotta a mera rappresentazione.
La posizione ambigua di Rifondazione, che fino a qualche anno fa rappresentava
ancora un luogo di esercizio della diversità politica, diviene ora il
luogo in cui questa diversità viene surrettiziamente e, dunque,
ancora più pericolosamente, neutralizzata. L'aggettivo "rivoluzionario",
privato di ogni contenuto reale, quando viene ancora usato, rimane come mero
marchio di fabbrica (i manifesti elettorali del PRC erano, non a caso, contrassegnati
dal simbolo del marchio registrato: ®). Esso serve ormai solo all'identificazione
e alla cooptazione di quella parte della sinistra più radicale che già non
crede più alla parola ed ha da tempo cessato di credere alla cosa. Per
questo, prima ancora che per le politiche che ne seguiranno, l'ingresso di
Rifondazione Comunista al governo è un passo falso che bisognava a tutti
i costi evitare: ad esso non seguirà solo la delusione politica dovuta
alla negazione di un decennale rapporto privilegiato coi movimenti; esso sancirà anche
la svendita e lo svuotamento definitivi di un linguaggio del possibile (l'alternativa,
l'altermondismo etc.) che fino ad ora aveva animato quel rapporto e che avevano
rappresentato l'unica boccata d'aria in un sistema della comunicazione politica
sempre più autoreferenziale e chiuso. La mercificazione del possibile è l'ultimo
delitto compiuto, in ordine di tempo, contro il pensiero critico e il miglior
trionfo della macchina simbolica del capitalismo: gli sottrae quella prospettiva
da cui soltanto è possibile che il mondo "si dissesti, si estranei,
riveli le sue fratture e le sue crepe" (Th. W. Adorno, Minima moralia.
Meditazioni della vita offesa, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1994,
p. 304). Il pensiero piomba invece così nell'immediatezza senza
scampo di un eterno presente scandito dal ritmo mortale dell'alternanza.
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