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Sesso
e spirito. Breve storia critica della lotta dei sessi
(Parte
seconda)
Christoph Türcke
- II -
Moltissimo tempo prima che lo spirito umano, sbarazzandosi del proprio
velo sensibile, divenisse capace di comprendere se stesso mediante concetti
astratti, l'idea epocale per cui è proprio questo spirito, diverso
dalla natura, a rendere gli esseri umani altrettanti soggetti, si è fusa
assieme a un falso sillogismo: poiché il partorire è una caratteristica
naturale, e non è l'espressione massima della soggettività umana,
la parte dell'umanità che partorisce non andrebbe propriamente
compresa fra i soggetti. Questo errore costituisce una delle grandi ipoteche
che hanno indotto lo spirito umano a contrapporsi consapevolmente, in
quanto sfera a sé stante, alla natura; ma esso ha anche gravato da quel
momento sull'evoluzione dello spirito, la quale non da ultimo è consistita
proprio nel rendere sempre più inconoscibili le proprie ipoteche. La
mitologia ci svela poi dell'altro. La Teogonia di Esiodo, per esempio,
nomina come divinità più antica la Terra e lascia intuire
qualcosa dell'asprezza della battaglia che portò alla sua detronizzazione
e alla vittoria degli altri elementi: acqua, aria e fuoco (luce). I primi
filosofi occidentali invece danno per scontata tale vittoria e la razionalizzano
come se fosse una necessità naturale. Terra, acqua, aria e fuoco non
appaiono più come fantastiche figure divinizzate, ma devono presentarsi
non più imbellettate, ma per quello che sono, ovvero come elementi in
sé, di modo che poi, oggettivati, uno solo di essi si riveli quale
autentico elemento primigenio, fondamento e principio di tutte le cose.
Per Talete questo elemento è l'acqua, per Anassimene l'aria, per
Eraclito il fuoco. «Nessuno di coloro che sostennero un solo elemento
indicò la terra, manifestamente perché essa è composta
di parti grandi», nota Aristotele.[8] Infatti la terra, formata
di molte parti eterogenee, è per questi pensatori qualcosa di derivato,
sorto solo per composizione, mentre acqua, aria e fuoco appaiono loro originari
perché più omogenei. Ma le cose possono sorgere tanto da una
divisione quanto da una composizione. E infatti nessuno dei presocratici
può dimostrare che la terra sia qualcosa di divenuto, e la materia più rarefatta
sia invece originaria. La subordinazione della terra agli elementi più fuggevoli,
pur testimoniando dello sforzo umano verso la spiritualità, è un
atto arbitrario dello spirito, che eleva su un livello filosofico la sottomissione
violenta del sesso femminile. Certo lo fa in modo insufficiente, in quanto
la filosofia naturalistica degli Ioni aderisce ancora a quella materia
dalle cui sembianze terrene si sforza di emanciparsi e resta ferma nella contraddizione
per cui un solo elemento, quindi uno specifico materiale naturale, dovrebbe
essere al tempo stesso il principio universale di tutta la natura.
Di questa difficoltà si libera soltanto Parmenide , il quale lacera
il velo sensibile del pensiero e si inoltra verso la spiritualità pura.
Egli rappresenta il proprio viaggio, in modo molto allegorico, come un'ascesa
al cielo nel corso della quale, a ritmo accelerato, ripercorre ancora
una volta quel cammino di cui la mitologia testimonia il lungo e faticoso corso.
Sopra un cocchio trainato da cavalli le «fanciulle del Sole», «lasciando
la casa della Notte», avanzano a folle velocità «verso la
luce», fino alla «porta dei sentieri del Giorno e della Notte» che, «formata
di etere, è chiusa da poderosi battenti dei quali Dike (la Giustizia),
che molto punisce, tiene le chiavi».[9] Il sentiero della Notte arriva
fino a questa porta: infatti essa, sebbene composta di puro etere, è però anche
materiale, tanto da avere una «soglia di pietra»,[10] e appartiene
quindi ancora alla sfera oscura della non-verità, che il «sapiente»[11]
deve superare. E questo accade soltanto quando la porta si spalanca e
la dea Dike lo accoglie, oltre la soglia, nel regno dell'immaterialità,
che lei gli palesa poi immediatamente come la vera essenza. Né «l'abitudine
nata dalle molteplici esperienze» né «l'occhio che non vede,
l'udito che rimbomba di suoni illusori o la lingua»[12] possono comprenderlo.
Soltanto il pensiero, il logos purificato da ogni elemento sensibile, è in
grado di concepire il contrassegno dell'essere: «Esso è non
generato e imperituro, unico, immobile e perfetto»,[13] e in esso «il
divenire è spento ed è ignoto il perire».[14] In quanto
immutato e immutabile, «esso riposa in sé»[15] ed è perciò rigorosamente
contrapposto a ciò che «la massa ottusa e istupidita, incapace
di distinguere»,[16] ritiene il Vero: «nascere e perire, essere
e non essere, mutare di luogo e di colore».[17] Impigliati in questo errore,
i mortali rimangono «gente dalla doppia testa» e il loro intelletto
resta «oscillante»[18] come la stessa natura, la cui origine è esposta
nella seconda parte, tramandataci solo in pochi frammenti, del poema filosofico
di Parmenide. Sembra che vi sia presentata come una mescolanza di chiaro e
scuro, di denso e di rado, che sono disposti in anelli concentrici e interagiscono
per disposizione divina. Infatti «in mezzo ad essi sta la dea che tutto
dirige: per ogni dove guida la dolorosa nascita e l'unione spingendo la
femmina ad unirsi col maschio e di nuovo all'inverso il maschio ad unirsi
con la femmina».[19] Questa dea corrisponde a Dike ed è addetta
a quell' incessante divenire e perire che Parmenide - in opposizione ad Anassimandro[20] - non può riconoscere come opera della giustizia, ma solo come l'inferiore
attività del ricambio, generatrice di mescolanza e confusione,
e quindi inidonea a rappresentare la peculiarità umana di avere spirito.
Soltanto al di là di questo confuso affaccendarsi domina la giustizia,
tanto che Dike relega rigorosamente la sfera del divenire, come diversa dall'essere,
nel regno dei non essere, con il quale lo spirito non deve avere nulla
a che fare, che gli è anzi addirittura vietato di pensare: «È necessario
dire e pensare che soltanto ciò che è è ; l'essere infatti è,
ma il non essere non è».[21]
Questo colpo di mano, che separa rigorosamente il pensiero dalla percezione
e ciò che veramente è dalla materia, costituisce il passaggio
al pensiero puro, immateriale: è la nascita dell'idealismo filosofico
e, allo stesso tempo, il vizio congenito che lo connoterà per sempre.
Le implicazioni patriarcali di questo errore, che tradiscono nel modo più palese
la derivazione dell'idealismo dalla mitologia, si trovano riunite in
modo esemplare in Parmenide: il motivo dell'ascesa al cielo, che esprime la
separazione dello spirito dalla materia, unitamente ai due tipi femminili fondamentali
di fronte ai quali sta «l'uomo sapiente». Da un lato Dike, la Giustizia,
che lo accoglie benevola e gli dice solo ciò che lo
rende sapiente; secondo un antico tipo materno ella gli annuncia un mistero,
anche se stavolta si tratta di un mistero assolutamente non-materno: quello
della sempre uguale, astratta non-materia, cui Dike conferisce, con il
proprio nome, anche la propria essenza. Dall'altro invece la dea anonima
della Natura sfrenatamente promiscua, nelle cui grinfie lo spirito e il
suo rappresentante, il maschio, non devono mai cadere. L'unica salvezza da
questo pericolo sembra essere il principio dell'identità, il quale dichiara
senza mezzi termini come non-essere qualunque cosa che sia diversa dall'essere
sempre identico a se stesso, e poi spiega anche perché questo non-essere
non debba essere temuto: il non-essere non esiste, poiché solo l'essere è.[22] In
questa arida tautologia è insita tutta l'enfasi di una formula
magica. In essa dovrebbe essere contenuta l'inaudita forza che annulla la concreta
molteplicità della natura, e fa della pura, immobile identità l'unica
essenza. Ma ciò che ne emerge è solo l'impotenza di tale magia.
Essa esorcizza il non-essere del divenire materiale, la cui esistenza
non può tuttavia fare a meno di esprimere, e garantisce la pienezza
di realtà del puro essere, di cui non fa invece che dimostrare la totale
vacuità. Il puro essere al di là di ogni divenire è mera
astrazione, e non è quindi qualcosa di al di là del divenire
materiale, bensì ancora una volta questo stesso divenire, ridotto però a
vuoto pensiero. Di conseguenza Dike è solo l'altra faccia, astratta,
di quella dea inferiore con la quale pretende di non aver nulla a che
fare. Nell'essere sempre uguale come nel divenire sempre uguale domina la stessa
giustizia. Chi si fa accogliere da Dike deve assoggettarsi anche alla
sua altra faccia, e si asservisce proprio a quella sfera sopra la quale pretende
di innalzarsi. Esattamente come la natura personificata in donna, la donna
considerata alla stessa stregua della natura non si lascia scappar di
mano lo spirito patriarcale che pure l'ha sottomessa: neppure là dove
questo, come per esempio nel principio della pura identità, si sfila
il proprio velo sensibile e vorrebbe volarsene via nudo.
Fin dal momento del suo nascere l'idealismo spara oltre il bersaglio. È grandiosa
la sua concezione per cui la materia non può essere tutto e deve esistere
qualcosa di diverso da essa che rimanga identico di fronte a ogni mutamento
e che gli conferisca costantemente ordine e struttura. Altrettanto grandiosa è la
concezione per cui questo essere immateriale può essere concepito a
sua volta solo mediante concetti immateriali, che debbono essere distinti chiaramente
da ogni percezione sensoriale. Ma è falsa la conclusione che ne
trae, secondo cui ciò che è diverso da materia e percezione ne è anche
totalmente indipendente: un eterno, autosufficiente regno dell'essenza
ideale. L'illusione dell'autarchia dell'idea si nutre di un'altra illusione:
quella secondo cui il sesso maschile, in quanto autentico rappresentante della
specie, sarebbe in fondo autarchico, e quello femminile soltanto un'aggiunta
utile alla sua conservazione. La sensazione che qualcosa non quadrasse ha sempre
accompagnato questa illusione, ma non ha comunque impedito che sulla sua
base fiorisse la grande filosofia. Se infatti l'ideale è autarchico,
e il rapporto fra i sessi sembra indicarlo, allora si può giungere a
conoscere anche il fondamento non sensibile ma reale del mondo fenomenico.
E soltanto tale prospettiva, di poter afferrare il mondo nel suo lato
più intimo e di poter condurre una vita contemplativa in armonia con
l'essenza di tutte le cose, ha fornito alla forza di pensiero di un Platone
o di un Aristotele le ali per ottenere i records di altezza a
noi tramandati.
Nell'essere di Parmenide Platone non critica solo l'autosufficienza, ma anche
l'astrattezza. Egli lo articola in una molteplicità di idee. E
vuole che queste siano il reale «altro» rispetto al mondo fenomenico
e diano consistenza alle singole cose concrete - l'idea dell'uomo a ogni
uomo, l'idea del bello a ogni cosa bella eccetera - senza essere però neppure
sfiorate dalla mutevolezza di queste ultime. Ma ciò è possibile
solo se tra l'elemento immateriale e quello materiale sussiste qualcosa
che Parmenide esclude tassativamente: una comunità. Platone costruisce
cosi il suo concetto: le singole cose, soggette al mutamento della materia,
non hanno realtà propria, ma partecipano della realtà autarchica
del mondo delle idee come copie caduche di eterne immagini originarie.[23] Certamente,
paragonate alle idee, esse sono insignificanti, e però non
sono affatto un'assoluta non-essenza. In Platone questa posizione ambivalente
rispetto alla realtà corrisponde esattamente alla posizione della donna
rispetto alla specie umana. Non c'è, «tra le occupazioni che sono
indispensabili a una città, nessuna che sia propria della donna come
donna, né dell'uomo come uomo; ma per facoltà naturali i due
sessi sono simili, e la donna al pari dell'uomo può partecipare
di tutte le funzioni, per quanto in tutte sia più debole dell'uomo».[24] Nessun
accenno, quindi, a voler negare alla donna la facoltà razionale,
ma nemmeno un accenno a volergliela concedere senza condizioni. La donna è simile
all'uomo, ma non uguale; non è quindi priva della soggettività,
ma non è neppure interamente soggetto. La realtà dell'umanità sta
nel sesso maschile; quello femminile ne è soltanto il riflesso che vi
partecipa. Il termine filosofico «partecipazione», che dovrebbe
chiarire come l'essenza materiale e quella ideale si appartengano reciprocamente,
razionalizza al tempo stesso il patriarcato. Sembra rendere plausibile
il motivo per cui alcuni esseri viventi, la cui appartenenza all'umanità non
può essere recisamente negata, non appartengano però perfettamente
a essa e debbano perciò essere sottomessi agli esseri umani «a
pieno titolo».[25] In
realtà le idee platoniche sono ovviamente
tanto poco autosufficienti quanto l'essere di Parmenide, perché la
loro magnificata pienezza di realtà, di cui renderebbero di volta in
volta partecipi le singole cose, consiste solo nell'essere a loro volta delle
singole cose, «meno la loro individualità e la loro esistenza».[26] Ma
una cosa senza materia ed esistenza individuale è una sciocchezza,
non un ens realissimum. Le immagini originarie, che si
vorrebbero autarchiche, sono di fatto copie astratte delle cose empiriche,
e lo spirito che, sciolto dal mondo sensibile, crede di calarsi interamente
nelle idee, è soltanto l'eco della natura, elevata su di essa tanto
poco quanto il sesso maschile su quello femminile.
Aristotele si accorse che le idee, finché siano considerate immagini
originarie separate, non hanno alcuna realtà. Perciò cercò di
dimostrare diversamente la loro autosufficienza, concependole non come l'al
di là, ma come l'interiorità delle cose percepite dai sensi:
come la loro forma costituente. Ciò è possibile solo se esse
non si irrigidiscono in se stesse ma posseggono forza generatrice: l'energeia.[27] Aristotele crede di scoprire ovunque, nella natura organica, tale energeia. In
un seme, per esempio, è già presente la forma dell'albero adulto,
ed esso si sviluppa da se stesso fino a diventare un albero ben formato. Quindi
pare che la forma stessa sia la causa di questo divenire, e la materia
invece solo l'elemento passivo da cui scaturisce l'oggetto concreto. Questa
parvenza nasce nel modo seguente: poiché il pensiero umano può recepire
solo la forma immateriale delle cose naturali, ma non la forza che fa dispiegare
tale forma, tra i due momenti non c'è nessuna differenza. Quindi la
forma stessa è l'elemento formante, e il risultato dello sviluppo ne è anche
il motore.[28] Questa ovviamente è una conclusione ingannevole, molto
simile a quella di Platone: si pretende che il contorno specifico e particolare
di una cosa, meno la sua materia e la sua esistenza singola sia l'energia che
dà consistenza e una figura identificabile alla cosa, mentre in realtà è solo
un'astrazione impotente dalla cosa.
L'illusione secondo cui la forma sarebbe anche l'elemento formante eleva
la razionalizzazione del patriarcato su un livello ancora più alto:
infatti è dato ora per scontato che i due sessi stiano tra loro in un
rapporto di forma e materia. «Dal momento però che la prima causa
motrice, cui appartengono il concetto e la forma, è migliore e più divina
della materia, è anche meglio che il superiore stia separato dall'inferiore;
per questo, in tutti gli esseri per i quali è possibile, e in misura
della loro possibilità, il maschio esiste separatamente dalla femmina. È infatti
migliore e più divino il principio del mutamento, cui appartiene il
maschio, negli esseri che nascono, mentre la femmina è la materia».[29] La donna, nella procreazione, è la parte passiva, meramente
ricettiva, «simile a un uomo sterile»,[30] mentre nel seme
maschile è contenuta l'intera energia produttiva della forma. «È perciò chiaro
che il seme possiede un'anima e che è potenzialmente anima»;[31] esso quindi contiene già l'essenza intera di un essere umano
futuro, per il quale gli organi genitali della donna rappresentano soltanto
il terreno dello sviluppo. E così, per la prima volta, incontriamo una
elaborata teoria a favore della determinazione patrilineare della successione
delle generazioni, e attraverso l'analisi del processo della riproduzione
tale teoria pare dimostrare che il medesimo principio razionale opera nel patriarcato
come nella costituzione dell'intera natura. Senonché l'energeia, che
Aristotele attribuisce alle forme per poter in qualche modo pensare razionalmente
la loro posizione autonoma e generante nella natura, è esattamente
la proprietà che un tempo era stata venerata come la divinità della
terra, quando la si considerava ancora la madre primigenia che, non nata
e non caduca, fa incessantemente nascere dal proprio grembo ogni essere vivente,
e nuovamente lo accoglie in sé. Indubbiamente Aristotele ha già superato
ampiamente una credenza così confusa, tanto più che egli fornisce
la prova che esiste davvero una sfera di produttività puramente immateriale:
quella dello spirito umano. Quest' ultimo rappresenta ciò che forma
i pensieri come pure ciò a partire da cui e in cui essi vengono formati.
«Esso stesso infatti [l'intelletto] diventa intelligibile venendo a
contatto col suo oggetto e pensandolo, di modo che intelletto e intelligibile
vengono a identificarsi».[32] Questo momento di produttività immateriale,
senza il quale lo spirito non potrebbe distinguersi dalla natura e non potrebbe
produrre da sé i propri contenuti, è tuttavia una capacità puramente
interna allo spirito. Aristotele però lo pone a fondamento dell'intera
natura. Si vuole che il dispiegamento dello spirito e la costituzione
del mondo sensibile siano solo modi di operare diversi di una sola energeia, la
cui quintessenza egli indica come motore immobile.[33] Questa è illusione
idealistica. Il momento di relativa autonomia dello spirito rispetto
alla natura viene ipostatizzato come autonomia assoluta dell'essenza
immateriale nel suo complesso, che in tal modo assume improvvisamente l'eredità del
ricambio materiale. La divina energia della materia, messa al bando, rinasce
a nuova vita come energia dell'ideale. Il motore immobile è l'energia procreatrice della buona vecchia Madre Terra che si è volatilizzata
in una pura astrazione.
La teoria aristotelica della generazione ha fatto scuola. Essa continua a
vivere nel modo più duraturo proprio dove la si vorrebbe tendenzialmente
superare: nel cristianesimo. «Cristo è morto per i nostri peccati»,
dice Paolo,[34] intendendo per quelli di tutti gli esseri umani:
schiavi e liberi, donne e uomini.[35] Almeno di fronte a Dio, l'uomo e la donna
devono essere uguali: un enorme progresso, che tuttavia ha come base il consolidamento
dell'inuguaglianza sociale dei sessi. Cristo poté morire per
i peccati di tutti gli esseri umani solo poiché era tanto uomo
quanto senza peccato. Chi è peccatore, infatti, muore solo per
i propri peccati: «La morte è il prezzo del peccato».[36]
Questa è la spietata giustizia del ricambio materiale. Finché lo
spirito umano gli è soggetto, l'intero essere umano finisce per essergli
soggetto. Il processo della generazione umana nel suo complesso soggiace,
secondo Paolo, a una tale maledizione. Con la procreazione di ogni nuova
generazione si trasmette anche il peccato venuto al mondo con Adamo.[37] Per essere senza peccato, Cristo deve quindi derivare da un atto di
generazione sovrannaturale, divino. D'altra parte, egli deve essere partorito
realmente come un vero uomo, e quindi avere una madre terrena, che rientri
interamente nel ciclo naturale ma abbia concepito il frutto del suo ventre
in modo soprannaturale.[38] La verginità di Maria è la condizione
dell'assenza di peccato in Cristo. Senonché anche questo costrutto ha
un neo: vergine non significa senza peccato. La vergine avrebbe potuto partorire
un figlio senza peccato solo evitando di trasmettergli, nel partorirlo, il
proprio peccato, se fosse quindi stata solo il vaso puramente casuale
di un seme che avesse già insite integralmente in sé la natura
umana e la natura divina di Cristo, e che lei avrebbe dovuto soltanto covare.
Solo la degradazione a mero contenitore di Gesù ha potuto elevare Maria
al rango di madre di Dio.
L'incarnazione umana di Dio in Cristo funziona soltanto partendo dal
presupposto patriarcale di un seme autarchico divino-umano che solo in quanto
tale, nel corpo di una donna, ma non toccato dal suo peccato, poteva dispiegarsi
nel concreto conciliatore di ideale e materiale, poiché le donne non
sono soggetti a pieno titolo. Già la concezione e la nascita del
Conciliatore confermano quindi l'inconciliabilità dei sessi e smentiscono
a priori la funzione salvifica della sua morte, che nella realtà storica
fu infatti tutt'altro che quel bene accetto, conciliante sacrificio nel
quale la teologia ha dovuto stilizzarla: fu la brutale esecuzione di un
uomo che aveva saputo pensare e simboleggiare la conciliazione in un modo così radicale
e spettacolare da far risultare evidentemente intollerabile l'inconciliatezza
di fatto e la non divinità del mondo, inclusa quella del popolo eletto.
Nella comparsa del Gesù storico, la conciliazione si è fatta
soltanto parvenza sensibile, non carne reale. Per questo non riesce ad
assumere nel cristianesimo realtà materiale. Invece di bloccare il corso
funesto del mondo inconciliato, essa vi si aggrega, e cade con se stessa nella
contraddizione che è insita nella croce del cristianesimo: diviene
conciliazione con la permanente inconciliatezza contro la quale essa stessa è diretta.
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Note |
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8.Aristotele, Metafisica, 989 a, in Opere, vol.
9°, Laterza , Bari 1973, p. 32.
9. Parmenide, Frammenti, in I presocratici, vol.
1°, Laterza , Bari 1969, p. 269, Fr. 1,9.
10. Ibid.,
Fr. 1, 12.
11. Ibid, Fr. 1,
3.
12. Op.
cit., pp. 274-275, Fr. 8, 2.
13. Op. cit ., p. 275, Fr. 8, 3.
14. Ibid. Fr.
8, 21.
15. Op. cit., p. 276, Fr. 8, 29.
16. Op.
cit., p. 273, Fr. 6, 7.
17. Op.
cit., p. 216, Fr. 8, 40.
18. Op. cit ., p. 272, Fr. 6, 5.
19. Op. cit., p. 278, Fr. 12,3.
20. «Da dove infatti gli esseri hanno l'origine, ivi hanno
anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione secondo l'ordine del tempo» (
Anassimandro, Frammenti, in I presocratici, vol. 1°, cit., pp. 106-107, Fr. 21).
21. Cfr. Parmenide, Frammenti, cit., p. 272, Fr. 6, 1.
22. Che nel principio di Parmenide dell'identità non si
esprima ottusità logica ma volontà di salvezza è stato dimostrato da Klaus Heinrich, Parme-mdes und Jona, Frankfurt 1982, pp. 85 sgg.
23. Cfr. Platone, Fedone, 100 b sgg., Repubblica, 509 c sgg.
24. Platone, Repubblica, 455 de, in Tutte le opere, Sansoni, Firenze 1974, p. 978.
25. Platone argomenta in modo diverso dove racconta il mito dell'uomo
ermafrodito primigenio, la cui violenta spartizione fece nascere l'impulso
dei sessi a riunirsi. L'Eros che è qui all'opera è l' istanza
della privazione; esso esprime il bisogno reciproco di coloro di cui è mediatore:
uomo e donna, idee e mondo sensibile. La dottrina platonica dell'Eros è quindi
in contrasto con la dottrina dell'autosufficienza delle idee, con la quale
egli tentò comunque di conciliarla: cfr. Platone, Simposio, 189
c sgg., 200 a sgg.
26. Karl Heinz Haag, Der Fortschritt in der Philosophie [Il
progresso nella filosofia], Frankfurt 1983, p. 24.
27. Cfr. Aristotele, Metafisica, 1050 a.
28. Karl Heinz Haag, op. cit., p. 32.
29. Aristotele, Riproduzione degli animali, 732 a, in Opere
biologiche, UTET, Torino 1971, pp. 878-879.
30. Op. cit., 728 a.
31. Op. cit., 735 a.
32. Aristotele, Metafisica, cit., 1072 b, p. 357.
33. Ibid.
34. 1 Cor. 15, 3.
35. Gal. 3, 28.
36. Rom. 6, 23.
37. Rom. 5, 12.
38. Mt. 1,20; Luca 1, 35. |
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