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Traduzione: Brunella Bucciarelli
Testo originale (Cahiers
antispécistes n.°23, dicembre 2003) |
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Su La Natura di John Stuart Mill
Estiva Reus
La Natura [1] è un saggio
di filosofia morale[2]. Mill si propone
di esaminare " la verità delle teorie che fanno della Natura il banco
di prova del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male o che, in qualsiasi
modo o misura, attribuiscono merito o approvazione al seguire, imitare e obbedire
la Natura" (p. 19). L'argomento gli sembra importante, dato che l'idea di natura è onnipresente
nei discorsi normativi. Ciò che è naturale è buono, sostengono
da secoli gli uomini. Di fatto, nota l'autore, il loro atteggiamento è più ambiguo:
a volte denunciano indignati ciò che reputano contro-natura, altre volte
ammirano le conquiste che hanno permesso all'umanità di sfuggire ai
rigori della sua condizione primitiva, denigrando con ciò stesso l'ordine
spontaneo della natura. Questa constatazione è tutt'ora così valida
che non possiamo restare indifferenti al problema posto da Mill, né alla
sua risposta: "L'essere conforme alla Natura non ha alcuna connessione
con il giusto o con l'ingiusto" (p. 50).
Mill dimostra che la regola "obbedire alla natura" non può costituire
il fondamento della morale. La ragione che egli ne da è ad un tempo
semplice e potente: tale precetto deve essere rifiutato in quanto privo
di senso. Per rendersene conto basta considerare con attenzione il significato
del termine "natura". Esso ha due principali accezioni: "o esso denota l'intero
sistema delle cose, con l'aggregato di tutte le loro proprietà, oppure
denota le cose come sarebbero, prescindendo dall'intervento umano" (p. 51).
La natura come "intero sistema delle cose"
Nella prima accezione, la natura non è altro che la realtà nel
suo insieme, quella realtà di cui le scienze si sforzano di comprendere
i meccanismi formulandone le leggi (fisiche, biologiche.), talvolta riunite
sotto la denominazione di "leggi della natura".
Ma se si intende il termine Natura in questo significato, non vi è alcun
bisogno di raccomandare di agire secondo la Natura, poiché è proprio
ciò cui nessuno può sottrarsi, sia che agisca bene, sia che agisca
male. [.] Il richiedere alle persone di conformarsi alle leggi della Natura,
quando esse non hanno alcun potere all'infuori di quelli forniti dalle leggi
della Natura, quando è per loro fisicamente impossibile il fare la minima
cosa se non attraverso qualche legge della natura, risulta un'assurdità (pp.
20-21).
L'agricoltura biologica, la coltivazione di OGM, la clonazione, guidare l'automobile,
la pesca, l'infibulazione, la contestazione dell'infibulazione e qualsiasi
altra azione non possono essere giudicate in base al loro grado di conformità con
la natura. Tutte integralmente fanno parte della natura, nel primo senso del
termine, e vengono effettuate nel totale rispetto delle sue leggi.
Si può invece raccomandare di conoscere la natura. Questa
prescrizione non è inutile poiché costituisce una condizione
di efficacia dell'azione. Bisogna conoscere le proprietà delle cose
e le relazioni fra le diverse componenti della realtà per poter valutare
correttamente le conseguenze dei propri atti e raggiungere i propri fini.
Pertanto, se l'inutile precetto di seguire la Natura si cambiasse nel precetto
di studiare la Natura, di conoscere e di prestare attenzione alle proprietà delle
cose con cui abbiamo a che fare, in quanto queste proprietà siano in
grado di favorire o di ostacolare un certo scopo, noi saremmo giunti al primo
principio di ogni azione intelligente, o meglio alla definizione dell'azione
intelligente stessa (p. 22).
Ma, aggiunge Mill, il precetto "conoscere la natura" non ha alcun contenuto
morale. Designare un'azione come giusta è diverso dal designarla come
intelligente, e coloro che invocano come guida di una condotta retta l'obbedienza
alla natura, non hanno in effetti in mente nessun principio di razionalità strumentale.
Sapere che è più facile costringere qualcuno a parlare spezzandogli
le dita piuttosto che cantandogli una ninna-nanna non dice nulla sulla legittimità della
tortura.
La natura contrapposta all'artificio
In un secondo significato, naturale si oppone ad artificiale[3].
La natura non designa allora la realtà nel suo insieme, ma solo quella
parte che di essa esiste o si produce senza l'intervento umano. Neanche questa
accezione, così come la prima, permette di fondare un obbligo morale
sulla conformità alla natura. Infatti tutte le azioni umane sono, per
definizione, un'ingerenza nello stato naturale delle cose: "Lo scavare, l'arare,
il costruire, il vestirsi, sono dirette trasgressioni dell'ingiunzione di seguire
la Natura" (p. 23). Di conseguenza è impossibile basare l'etica umana
sul rispetto della natura (salvo, forse, considerare il suicidio come unico
atto moralmente accettabile).
Un tale precetto non solo è assurdo, ma anche del tutto contrario
alla nostra concezione del bene. Mill non trova nella natura né una
fonte di felicità, né un'armonia spontanea, né l'origine
di punizioni utili o meritate:
La vera verità è che quasi tutte le cose per cui gli uomini
vengono impiccati o imprigionati quando le commettono l'uno verso l'altro,
sono azioni quotidiane della Natura (pp. 28-29).
La natura stermina senza rimorso quelli dalla cui esistenza dipende il benessere
di un intero popolo [.], come stermina coloro la cui morte è per essi
un sollievo, o una benedizione per quelli che ne subiscono la nociva influenza
(p. 29).
L'anarchia ed il regno del Terrore sono superati in ingiustizia, rovina e
morte, dagli uragani o dalle pestilenze (p.30).
Non si tratta di sostenere che la natura è sempre cattiva.
Quello che si vuole sottolineare è che il dolore dell'agonia, le carestie,
le malattie e le altre catastrofi naturali sono percepite come dei mali enormi,
e che la gratitudine degli esseri umani verso tutti i mezzi inventati per difendersi
da essi, dimostrano come nessuno in effetti usi in modo sistematico il criterio
di conformità alla natura come fondamento dei propri giudizi morali.
Nessuno desidera veramente che la natura venga seguita in ogni suo aspetto,
ma "gli uomini non rinunciano tuttavia volentieri all'idea che almeno qualche
parte della Natura debba venir intesa come esempio o tipo" (p. 37). Il dosaggio
di queste due attitudini obbedisce ad una logica misteriosa, che Mill sospetta
essere priva di fondamento razionale:
Non è mai stato stabilito da nessuna dottrina accreditata, quali particolari
sezioni dell'ordine naturale debbano reputarsi intese a nostra guida ed istruzione
morale; e, di conseguenza, sono state le predilezioni individuali di ogni singola
persona, o le convenienze del momento a decidere. (p. 37).
Il rispetto dell'ordine naturale non può legittimare l'imitazione di
certi aspetti della natura ad esclusione di altri. Tuttavia si fa appello a
questo criterio sempre in modo selettivo. Di conseguenza, quando qualcuno invoca
un tale argomento per appoggiare una qualsiasi norma, la vera spiegazione della
posizione che egli vuole difendere va cercata altrove.
Perché si crede che la natura comanda e punisce?
Mill avanza un ipotesi di spiegazione delle ragioni (storiche, psicologiche.)
per le quali il precetto "seguire la natura" esercita una tale attrattiva,
e dei motivi che conferiscono un'apparenza di credibilità ai discorsi
che le sostengono.
Fa notare ad esempio che l'ammirazione suscitata dalla complessità e
dalla forza dei fenomeni naturali è un fattore che porta a confondere
un'emozione estetica con un giudizio morale.
Mostra come la confusione fra descrittivo e prescrittivo si sia mantenuta
giocando sui due significati della parola legge, la quale designa sia una regolarità che
un comando. Le "leggi della natura" scoperte dalle scienze sono, secondo i
termini di Mill "delle uniformità di coesistenza e di successione che
si osservano nei fenomeni dell'universo"[4] (per
esempio la legge di gravità). Nulla di ciò che sia posto
nel loro campo di azione può sottrarvisi. Invece le leggi di cui si
occupano il diritto o la morale sono ingiunzioni ad agire in un certo modo.
Si può scegliere di seguirle o meno. La maggior parte dei discorsi che
prescrivono agli uomini il rispetto delle leggi di natura è basata sullo
slittamento fra i due sensi del termine legge, con la conseguenza assurda di
lasciar intendere che vi sia "una stretta relazione, se non addirittura una
identità assoluta, fra ciò che è e ciò che dovrebbe
essere" (p. 20).
Infine, Mill analizza il ruolo svolto dal sentimento religioso.
La coscienza che qualsiasi cosa l'uomo faccia per migliorare la propria condizione è in
quanto tale una censura e un'opposizione all'ordine spontaneo della Natura
ha fatto sì che in tutti i tempi i tentativi nuovi e senza precedenti
di miglioramento fossero generalmente posti sotto un'ombra di sospetto da parte
delle religioni; come se si trattasse di atti in ogni caso poco riguardosi,
e molto probabilmente offensivi verso gli esseri potenti (o, quando il politeismo
fece posto al monoteismo, verso l'Essere onnipotente) che si supponevano governare
i diversi fenomeni dell'universo, e dalla cui volontà si concepiva dipendere
il corso della Natura (p. 24 ).
Segue un attacco in piena regola ai tentativi di giustificare le disgrazie
naturali con i vantaggi che si suppone ne derivino. Certo, i legami
di interdipendenza fra i fenomeni sono così numerosi che, fra le conseguenze
immediate o remote di un qualsiasi avvenimento, è molto probabile che
se ne trovino sia di buone che di cattive. In ogni modo è indimostrabile,
e probabilmente falso, che il male produca in genere un bene maggiore. Del
resto,
Supponiamo che, contrariamente alle apparenze, questi orrori, quando sono
perpetrati dalla Natura, promuovano dei fini buoni, tuttavia poiché nessuno
crede che noi perseguiremmo dei fini buoni se seguissimo tali esempi, il corso
della Natura non può essere per noi un buon modello da imitare. O è giusto
dire che dovremmo uccidere perché la Natura uccide, torturare perché la
Natura tortura, rovinare e devastare perché la Natura fa altrettanto;
oppure non dovremmo considerare per nulla ciò che la Natura fa, ma ciò che è bene
fare (p. 30).
L'affermazione secondo la quale i mali naturali sono in realtà degli
enormi benefici deriva per la maggior parte dallo sforzo disperato dei fedeli
di sbarazzarsi del paradosso del male (Come può un Dio di bontà permettere
la sofferenza degli innocenti?). Come anche l'ostinazione, contro ogni evidenza,
nel ritenere che la creazione sia sempre buona, essendo opera di Dio[5].
Se la decima parte degli sforzi che si sono spesi per trovare degli adattamenti
benevoli in tutta la natura, fossero stati impiegati nel raccogliere le prove
per diffamare il carattere del Creatore, quale vasta messa di argomentazioni
si sarebbe trovata nell'esistenza degli animali inferiori, divisi, salvo rarissime
eccezioni, in divoratori e divorati, preda di migliaia di mali di fronte a
cui vennero negate loro le facoltà per proteggersi ! (p. 47 ).
Un antidoto perfetto da perfezionare
Il saggio di Mill non si occupa particolarmente degli animali. Dovrebbe però figurare
nella cassetta degli attrezzi di ogni militante animalista. È un rimedio
straordinario per contrastare le obiezioni che gli vengono quotidianamente
rivolte (magiare carne è naturale, la caccia è naturale.). È anche
un antidoto che dovrebbe somministrare a se stesso quando è tentato
di farsi sedurre dal favore di cui gode la glorificazione della natura, e dall'idea
di trarne un vantaggio per gli animali. Che siano o meno popolari, dei cattivi
argomenti restano cattivi argomenti.
La dimostrazione che Mill dà della vacuità del precetto di "seguire
la natura" è perfetta. E nonostante ciò l'esperienza dimostra
che contro tutti quelli che usano il termine "naturale" come sinonimo di "bene"[6],
essa non è sufficientemente convincente. Costoro non sono in grado di
contestarla, ma se ne liberano in modi talmente sconclusionati che non c'è speranza
di riportarli sul terreno della logica. Quando si confuta il valore normativo
della conformità alla natura, di solito ci si trova di fronte a riflessioni
quali: "tu ti credi Dio"; "ascolta la natura che è in te e ritroverai
l'Armonia con l'Universo"; "l'agricoltura chimica avvelena la Terra e l'organismo";
o ancora: "Se preferisci il cemento e le marmitte di scappamento ai campi
ed alle foreste, questo è affar tuo". Cosa si può rispondere
a qualcuno che, quando gli fate notare che l'insalata non può servire
come rasoio, ribatte: "certo, ma è più buona di una cravatta
condita con l'aceto"?[7]
L'argomentazione di Mill non ha difetti sul piano razionale. Le resistenze
che incontra dimostrano che la ragione non basta. Se una così gran folla
si attacca ad un'idea manifestamente falsa, è senz'altro perché essa
soddisfa dei bisogni psicologici che la costringono ad ingannarsi. Per combattere
il miraggio secondo cui il "rispetto dell'ordine naturale", potrebbe fornire
contenuto e giustificazione alla morale, bisogna capire e far capire ancora
meglio le cause che lo provocano: analizzare le paure che tale miraggio serve
a scongiurare e il reticolo serrato di credenze nelle quali si inserisce.
Una delle ragioni del fascino che esercita il "rispetto della natura" sta
nel fatto che esso sembra fornire un fondamento oggettivo alla morale (i cui
precetti sarebbero inscritti a chiare lettere nella realtà, o deriverebbero
da un'autorità infallibile), risolvendo così in maniera illusoria
un problema di per sé molto reale e terribilmente complesso. Il modo
migliore di sbarazzarsi di una cattiva soluzione è quello di proporne
una migliore. L'argomentazione sviluppata da Mill ne La Natura si
basa fra l'altro sulla denuncia della fallacia naturalistica (naturalistic
fallacy)[8]. Se fosse possibile aggirare
l'interdetto di Hume, salvare la sua portata critica trovando nel contempo
un modo di dedurre correttamente ciò che deve essere da ciò che è,
allora si sarebbe trovato ad un tempo un metodo infallibile per stabilire il
contenuto dei precetti etici e una giustificazione della morale che la porrebbe
definitivamente al riparo da ogni relativismo. Forse si tratta di un'impossibilità logica.
Il fatto che per secoli i filosofi non ne siano venuti a capo non è affatto
incoraggiante. Tuttavia, se infine si trovasse un modo.
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