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Il 17 e 18 marzo 2005 si è tenuto
a Londra, per iniziativa del CIWF, un colloquio sulla sensibilità animale [1].
Oltre alle conferenze, il convegno prevedeva numerosi "posters",
lavori riassunti in manifesti esposti in una sala apposita. D. Olivier
e E. Reus sono gli autori di uno di questi posters [2],
che era accompagnato da un articolo esplicativo, messo a disposizione
dei partecipanti al colloquio. Proponiamo la traduzione della versione
francese, ampiamente rielaborata, di tale articolo; essa è stata
pubblicata nel numero 26 dei Cahiers
Antispécistes, interamente dedicato
alla questione della coscienza animale.
Traduzione: Brunella Bucciarelli Versione in francese  |
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La scienza e la negazione della
coscienza animale
L'importanza del problema materia-spirito per la causa animale
Estiva Reus, David Olivier
Generalmente i militanti animalisti ritengono che il
cartesianesimo sia superato e che oggi la scienza riconosca
come un dato incontestabile che gli animali siano dotati
di sensibilità. Ma lo statuto scientifico della
sensibilità è tutt'altro che acquisito. Non
solo la soggettività è assente dai domini
fondamentali della conoscenza, ma ne è costitutivamente
esclusa. La fisica (che, una volta caduto il dualismo cartesiano,
si trova ad avere il ruolo di scienza-madre) è incapace
di integrare la sensibilità nella sua visione del
mondo. Una parte non trascurabile della filosofia della
mente propone un concetto di coscienza da cui la coscienza
stessa è assente, essendo stata eliminata da esso
l'esperienza soggettiva - i sentimenti, i qualia - e
sono state conservate le sole relazioni funzionali.
Questa situazione autorizza dei discorsi in cui la soggettività sembra
sfuggire al dominio della conoscenza ed essere relegata
a quello delle credenze personali, che possono essere liberamente
scelte dagli individui, come ad esempio le credenze religiose.
Si tratta di un ostacolo, di cui si è sottovalutata
l'importanza, ad una seria considerazione della questione
della sensibilità animale.
Riteniamo necessario che il movimento animalista prenda
coscienza che non è possibile ignorare la problematica
del dualismo "materia-spirito". Non dobbiamo permettere
che in nome della scienza si neghi l'esistenza e il significato
della sensibilità animale.
Una possibilità a cui pensiamo è una "Dichiarazione
sulla sensibilità" con la quale scienziati e altri
intellettuali sottoscrivano la seguente proposizione: "la
sensibilità è una realtà oggettiva
del mondo, che non deve essere negata in nome della scienza."
Benché il problema del rapporto materia-spirito sia
interamente aperto, non siamo del tutto disarmati. Non possiamo
provare la realtà della sensibilità, ma possiamo
provare che nessuno può ritenerla irreale - così come
nessuno può dubitare della realtà del mondo fisico.
Questo ci fornisce delle ragioni sufficienti per rifiutare
le principali forme di elusione della coscienza presenti in
alcune correnti della filosofia e della scienza. Queste ragioni
derivano dalla nostra stessa situazione di esseri sensibili
e intenzionali.
Le principali correnti della filosofia - e la morale comune - ritengono
che la condizione necessaria per essere considerati come pazienti morali,
(condizione necessaria e sufficiente per l'utilitarismo) sia il possesso
della sensibilità. Dall'intensità con la quale abbiamo
coscienza delle emozioni provate dagli altri dipende l'attenzione che
prestiamo loro. Perciò un elemento decisivo per spingere gli
esseri umani ad un trattamento etico verso gli altri animali è il
pieno riconoscimento che questi ultimi hanno una vita mentale, dei
pensieri, dei desideri e dei sentimenti. Il movimento animalista confida
nel sostegno che a questo riguardo possono fornirgli sia la scienza
che la filosofia contemporanea: il dualismo cartesiano anima-corpo è quasi
unanimemente rifiutato e nessuno può più sostenere la
tesi dell'animale-macchina.
Su cosa si basa questa fiducia nella solidità delle nostre
conoscenze sulla sensibilità? Sull'idea che il senso comune,
combinato con i dati scientifici, non permette più di dubitare
della realtà della coscienza. In un certo senso questo punto
di vista ha un fondamento. Abbiamo una conoscenza intuitiva della presenza
della sensibilità negli altri, anche se tale credenza in questa
facoltà decresce quando la applichiamo ad esseri molto diversi
da noi (i molluschi, le meduse.). Il principale elemento su cui basiamo
le nostre conoscenze e credenze sulla sensibilità è l'esperienza
personale che ne abbiamo, il fatto che noi stessi proviamo dei sentimenti.
L'attribuzione di una vita mentale ad esseri diversi da noi si basa
sull'analogia, sulle similitudini fisiche e comportamentali. Ora, sia
nel caso dei comportamenti che della fisiologia, è innegabile
che lo sviluppo delle diverse branche della scienza conferma chiaramente
la realtà della sensibilità animale. Tre discipline hanno
un ruolo particolarmente importante a questo riguardo:
- la teoria dell'evoluzione ha rivelato una parentela fra gli animali
(umani inclusi) da cui derivano sia analogie fisiche che mentali [3];
- l'etologia - i cui metodi si stanno avvicinando a quelli della psicologia
e della sociologia umana - ha raccolto dati sui comportamenti sia individuali
che collettivi (compresi quelli culturali);
- la neurobiologia ha stabilito delle corrispondenze sempre più precise
fra aree del cervello e facoltà di percezione, emozione o azione,
ed ha sviluppato la comparazione fra i sistemi nervosi di animali appartenenti
a specie diverse.
Tutto questo è vero; tuttavia non vi sono state ricadute positive
di questi saperi sulla condizione animale, per due ragioni che appartengono
al dominio stesso della conoscenza:
1. la prima riguarda lo statuto incerto che generalmente è attribuito
all'etica. Il discorso comune pone una radicale frattura fra la scienza
e l'etica. La scienza rivela delle verità oggettive, dunque
valide per tutti, delle verità che esistono indipendentemente
dal fatto che dei soggetti accedano alla loro conoscenza. L'etica spesso è percepita
come discorso che ha uno statuto inferiore. Le prescrizioni che essa
enuncia sono di solito presentate come dotate di una validità relativa,
limitata a chi le sostiene. Le proposizioni etiche, a differenza di
quelle scientifiche, non avrebbero alcuna oggettività, alcun
valore di verità. Non si tratterebbe in esse che di opinioni
soggettive su ciò che sia bene o male. E dato che le prescrizioni
etiche si presentano come dotate di valore universale, mentre soggetti
diversi ne sostengono versioni differenti ed incompatibili, se ne deduce
una prova in favore del relativismo. Questa conclusione contrasta con
ciò che avviene nel caso dei discorsi scientifici, dove l'esistenza
di teorie divergenti è interpretata come sintomo del fatto che
la verità, necessariamente unica, non è stata ancora
scoperta.
2. La seconda ragione è che, in alcuni campi fondamentali
della conoscenza, il fenomeno della coscienza è compreso assai
male. Non solo la sensibilità vi è assente, ma è costitutivamente
esclusa, o meglio vi è integrata come falsa coscienza o come
fenomeno superfluo. Questa assenza rischia continuamente di essere
usata per negare la sensibilità animale; oppure - il che, in
rapporto al modo in cui devono essere trattati gli animali, è spesso
la stessa cosa - per dichiarare indecidibile e priva di significato
la questione della vita mentale degli animali non umani; o ancora per
dichiararla non pertinente alla scienza di modo che, come l'etica,
essa si trova esclusa dal dominio della verità e dell'oggettività,
per essere rinviata a quello delle opinioni personali. Questa situazione è una
manifestazione della nostra incapacità di trattare correttamente
il rapporto fra componenti mentali e non mentali della realtà.
Il problema del rapporto materia-spirito è a tutt'oggi irrisolto
e appare per molti aspetti inestricabile. Siamo completamente disarmati
a tale riguardo? Riteniamo di no. Sosterremo che esistono delle argomentazioni
che ci permettono di rifiutare le principali forme di elusione della
coscienza che troviamo in alcune correnti della filosofia e delle scienze.
Possiamo affermare che il modo con cui tali discipline trattano la
sensibilità non è in realtà accettabile. È importante
mettere in chiaro questo punto, anche se non si è in grado di
proporre un alternativa costruttiva: riconoscendo come tali le manchevolezze
di queste teorie, si può impedire che l'insufficienza della
loro comprensione della coscienza sia utilizzata per screditare la
questione della sensibilità animale.
Le ragioni in base a cui riteniamo improponibile il modo in cui viene
trattata la sensibilità in alcuni approcci scientifici e filosofici
non costituiscono una dimostrazione: non risultano da fatti certi collegati
fra loro da regole logiche da cui derivino delle conclusioni. Non per
questo si tratta di argomenti deboli. Riassumendo, la nostra argomentazione
consiste in questo: dalla nostra condizione di esseri sensibili deriva
il fatto che noi possediamo una serie di credenze obbligate(o
inevitabili). Il nostro modo di essere al mondo fa si che crediamo
necessariamente nella verità di alcune cose. Di conseguenza,
tutte le teorie che non permettono di integrare queste credenze non
possono essere considerate come scientifiche, come un insieme di conoscenze
vere.
Dopo aver esposto quali sono queste credenze necessarie, vedremo per
quali aspetti i discorsi dominanti o largamente diffusi in molti campi
del sapere risultino insoddisfacenti. Termineremo chiedendo al movimento
animalista di prestare più attenzione alla questione materia-spirito,
e di cercare un modo di affrontarla che prenda in considerazione il
riconoscimento della sensibilità animale.
CREDENZE INEVITABILI
Come esseri coscienti e intenzionali, siamo portati a scegliere delle azioni fra
quelle che riteniamo possibili. Con ciò noi deliberiamo,
prendiamo delle decisioni. Non possiamo astenerci dal farlo.
Nel momento stesso in cui percepiamo diverse strade come accessibili,
abbiamo bisogno di motivazioni per prendere l'una o l'altra. E questo
non è specifico dei soli esseri umani.
Da tale situazione di esseri sensibili, costretti a decidere le nostre
azioni, derivano un certo numero di credenze inevitabili: noi necessariamente
crediamo che 1) esiste una risposta giusta alle domanda "che fare?";
2) esiste un mondo esterno a noi; 3) le nostre decisioni e volizioni
determinano i nostri atti.
Esiste una risposta giusta alla domanda "che fare?"
Decidere vuol dire cercare la risposta giusta alla domanda "Che fare".
L'etica può essere definita come la teoria della risposta vera
a questa domanda [4].
Per il fatto stesso che molte azioni diverse ci appaiono possibili,
e che quella che verrà effettivamente compiuta ci appare come
dipendente dalla nostra decisione, non possiamo evitare di porci la
domanda "che fare?". Cercare la risposta giusta ad essa significa supporre
che ne esista una, a prescindere dal fatto che la si trovi o meno.
La nostra ricerca non avrebbe senso se non avessimo tale opinione.
Ed è impossibile non cercare, poiché dobbiamo comunque
scegliere.
Crediamo nella realtà oggettiva di una risposta giusta (vera),
così come crediamo nella realtà oggettiva di una risposta
giusta ai problemi descrittivi di cui si occupano le scienze. La giustezza
della decisione che noi prendiamo quando siamo posti di fronte ad una
scelta non ci sembra garantita dal fatto che è proprio quella
che abbiamo scelto. (Se fosse questo il nostro criterio di "buona scelta",
saremmo nell'incapacità di scegliere). In un secondo momento
possiamo pentirci di una decisione presa. Spesso rimaniamo nell'incertezza
sulla bontà delle ragioni che guidano le nostre azioni. Questo
dubbio si fonda sul confronto fra i nostri giudizi, ed altri giudizi - quelli
buoni - di cui postuliamo l'esistenza anche nel caso in cui non riuscissimo
a scoprirli.
Dunque, noi crediamo che le asserzioni prescrittive abbiano valore
di verità, così come le asserzioni descrittive. Si
può far professione di relativismo [5],
ma non crederci realmente.
Esiste un mondo esterno a noi: una realtà non mentale ed
altre soggettività oltre alla nostra
Se noi compiamo delle azioni è perché crediamo che esse
modifichino qualcosa nel mondo. Il coniglio che fugge verso la sua
tana crede nell'esistenza della tana e nell'efficacia della sua azione
al fine di scappare alla volpe che lo insegue, o almeno nella sua efficacia
per placare la propria paura. Noi crediamo nell'esistenza di un mondo
fisico, per lo meno come supporto di una catena causale che connette
le nostre azioni ad un qualche effetto sui sentimenti di altri esseri
coscienti - non fosse altro che sui nostri propri sentimenti futuri.
Noi crediamo nell'esistenza di una realtà non mentale e di una
realtà mentale, entrambe componenti lo stesso mondo, in interazione
fra loro. Noi crediamo in delle relazioni causali che ci permettono
di influire sugli altri elementi di questo mondo tramite le nostre
azioni. Poiché tale convinzione è inerente a tutti gli esseri
sensibili, che decidono delle loro azioni, non possiamo credere
che il solipsismo [6] sia una teoria
vera. L'unico punto d'appoggio di questa teoria è che possiamo conoscere
direttamente solo la nostra propria sensibilità. Questa constatazione
sembra autorizzare le tesi per cui "solo la mia mente esiste". Ma se
ci si attiene al principio per cui "Si crede vero solo ciò che
si sente", la sola teoria difendibile è quella del solipsismo istantaneo. Poiché la
sola sensibilità che provo è quella presente. Ora, ci è impossibile
pensare che essa sia la sola che esiste. Di fatto, crediamo nell'effetto
delle nostre decisioni e azioni su una soggettività futura - la
nostra - di cui non abbiamo una sensazione presente nel momento della
scelta. Ne consegue che crediamo necessariamente all'esistenza di soggettività altre
rispetto alla nostra attualmente presente.
Nemmeno possiamo credere che sia impossibile per principio determinare
dall'esterno se un oggetto sia sensibile. Se fosse così, tutti
i comportamenti etici sarebbero impossibili. Non potremmo nemmeno cercare
la risposta giusta alla domanda "che fare?" se pensassimo di non avere
alcun mezzo per trovarla. Questo non significa che sia sempre possibile
determinare con certezza se un certo oggetto sia sensibile - sappiamo
che a tutt'oggi non è così. Ma non possiamo reputare
inutile la ricerca di tale conoscenza e abbiamo una fiducia piuttosto
fondata nella nostra capacità presente di riconoscere la sensibilità negli
esseri che ci circondano.
Si noterà che la nostra soggettività futura è,
in rapporto al nostro sentire presente, in una posizione di esteriorità totale,
al pari della soggettività di qualsiasi altro individuo. Ne
deriva che non è più problematico credere nella nostra
(futura) sensibilità, che nella sensibilità degli altri.
Parimenti ne deriva che, contrariamente ad un'idea diffusa, l'altruismo
(azione a beneficio della soggettività futura di terzi) non è più inconcepibile
dell'egoismo (azione a beneficio del nostro io futuro). Se il nostro
sentire futuro è una motivazione per un'azione giusta, ciò vale
ugualmente per il sentire di un altro individuo.
I nostri pensieri influiscono sulle nostre azioni
Il fatto di doverci confrontare con delle scelte ci costringe a prendere
delle decisioni, cosa che possiamo fare solo perché crediamo
che le nostre decisioni influiscano sulle nostre azioni. Di conseguenza,
la nostra condizione di esseri deliberanti fa si che non possiamo
ritenere vero l'epifenomenismo [7].
Chi, ritenendo valida questa teoria, si sforza di trovare degli argomenti
in suo favore, mostra con ciò stesso di non credevi realmente,
poiché se l'epifenomenismo fosse vero, il fatto di pensarlo
non avrebbe alcun potere sulla nostra possibilità di dirlo.
Dichiararsi seguaci dell'epifenomenismo, è mettersi in una
posizione simile a quella di quella signora che, dicono, scrisse a
Bertrand Russel che il solipsismo era una teoria talmente fondata che
si stupiva del fatto che così poche persone vi aderissero [8].
Le credenze obbligate di cui abbiamo parlato non trovano spiegazione
né nella fisica, né in buona parte della filosofia della
mente.
LA FISICA: DAL MONDO SENZA SPIRITO ALLO SPIRITO SENZA MONDO
La fisica non è che una scienza fra le altre, e tuttavia il
modo con cui può - o non può - comprendere la sensibilità,
ha un importanza particolare. Infatti, una volta rifiutato il dualismo,
ogni fenomeno reale è in ultima analisi un fenomeno fisico.
Ciò non implica che l'elaborazione di ogni conoscenza debba
far appello al bagaglio dei fisici e che questo sia il modo migliore
per raggiungere dei risultati. Studiare i comportamenti, la psicologia,
la biologia, non richiede la conoscenza delle caratteristiche di tutte
le particelle e dei campi (elettromagnetici e di altro tipo) implicate
nei fenomeni descritti. D'altra parte, poiché la fisica si situa
a monte delle altre discipline, queste non possono sostenere cose incompatibili con
le verità fisiche.
Ora, la nostra concezione della fisica è costitutivamente incapace
di integrare la sensibilità in modo accettabile.
La fisica classica [9] (non quantistica)
Benché questa concezione della fisica sia superata, essa resta
il modello ideale della fisica, tanto presso il grande pubblico che
fra gli scienziati (fisici inclusi) poiché, a differenza della
meccanica quantistica, sembra fornire un'immagine intelligibile del
mondo. Si tratta però di un apparenza ingannevole: la fisica
classica è incapace di integrare la sensibilità e di
dar soddisfazione alle nostre credenze inevitabili.
La fisica classica descrive il mondo come una serie di quantità che
evolvono nel tempo secondo una funzione di sviluppo perfettamente determinata
e calcolabile. Un'immagine che può illustrare questa concezione è quella
della descrizione fisica delle bocce del biliardo, dove la serie numerica
corrisponde alla velocità e alla posizione delle bocce. La conoscenza
dello stato del mondo in un istante dato - l'insieme delle posizioni
e velocità in quell'istante - è sufficiente per calcolare
il suo stato in ogni altro punto del tempo, passato o futuro . Èquesto
che si intende con la definizione di determinismo laplaceano [10],
che governa la fisica classica.
Ci sono molte ragioni per le quali il mondo della fisica classica è incompatibile
con le credenze che noi necessariamente abbiamo, in quanto esseri sensibili,
deliberanti e agenti.
Noi crediamo necessariamente al carattere reale della causalità.
Non avrebbe senso decidere ciò che sia giusto fare se l'esito
della decisione non fosse causa di qualche cambiamento (o non-cambiamento)
nel mondo. Poiché crediamo necessariamente che le nostre decisioni
abbiano un senso, crediamo anche necessariamente nella realtà della
causalità. Ma non c'è spazio per la causalità nel
mondo laplaceano. Gli stati del mondo nei differenti momenti del tempo
sono interdipendenti nel senso che la conoscenza completa di uno di
essi fornisce la conoscenza completa di tutti gli altri (tramite la
funzione di sviluppo), ma niente indica che essi siano l'uno causa dell'altro. È interessante
notare che, da questo punto di vista, troviamo nella fisica classica
un'interpretazione analoga del tempo. Il tempo non ha direzione; la
relazione che esiste fra due stati è la stessa quale che sia
il loro ordine temporale.
Quando noi (o un altro scimpanzè) colpiamo una noce con un
sasso in t1 affinché essa si rompa in t2, crediamo che il gesto
in t1 causi la rottura della noce in t2. Non crediamo che il
fatto che la noce si rompa in t2 sia causa del fatto che la colpiamo
con un sasso in t1, anche se si può dire che l'avvenimento in
t2 implica necessariamente quello in t1 ( poiché la noce si è rotta
in t2, l'abbiamo necessariamente colpita in t1). Il determinismo laplaceano
contiene solo queste relazioni di necessità, che non sono relazioni
causali. Non esistono relazioni causali nel determinismo laplaceano.
Anche la probabilità è esclusa. Di conseguenza i concetti
della termodinamica che si basano sulla probabilità e/o la controfattualità (come
la temperatura o l'entropia), non descrivono delle realtà del
mondo. È per questo che i tentativi di reintrodurre la causalità e
la direzionalità del tempo attraverso queste nozioni sono votati
allo scacco.
Nel mondo della fisica classica, non c'è spazio per la sensibilità (i qualia).
La spiegazione di ogni evento è completa quando è data
la serie delle posizioni e delle velocità delle particelle [11] che
compongono il sistema e la loro evoluzione. La sensazione è superflua.
La sequenza che dalla mano che tocca la superficie bollente porta al
movimento delle particelle nei nervi e nel cervello fino alla bocca
che grida è completo senza che ci sia bisogno di far riferimento
al dolore. Ma sappiamo che è il dolore che ci fa gridare; è il
dolore che prendiamo in considerazione nelle nostre decisioni su come
agire. Detto in altro modo, è il dolore che ha un valore etico
(negativo).
La fisica laplaceana non può integrare il dolore che come epifenomeno.
Si tratterebbe di un fenomeno supplementare, causato dalla
disposizione delle molecole nel cervello, ma incapace di provocare
qualsiasi effetto, poiché le leggi che governano le molecole
sono sufficienti a spiegare il grido. Il dolore si produrrebbe in un
universo "mentale" parallelo, condizionato dall'universo "materiale",
ma senza effetto su di esso. "Come sapete che gli animali soffrono
davvero? Le loro grida potrebbero non essere che riflessi!", è un'obiezione
classica alle argomentazioni in favore degli animali. E in effetti,
se la fisica laplaceana fosse vera, non potremmo mai saperlo. Non solo
non potremmo saperlo per quanto riguarda gli altri animali, ma nemmeno
per gli esseri umani, né per noi stessi - il nostro ricordo
del dolore potrebbero non essere stato causato da un dolore reale.
Ma tutto questo non è accettabile per noi, poiché renderebbe
senza senso le nostre decisioni.
Se la fisica classica è necessariamente epifenomenista, lo è anche
la neurobiologia, che si occupa della fisico-chimica del cervello senza
far appello alla meccanica quantistica [12].
La neurobiologia ha raggiunto dei progressi spettacolari nella conoscenza
dei settori del cervello e del sistema nervoso la cui attivazione è associata
a differenti percezioni, attività mnemoniche, emozioni o movimenti.
Su questa base essa ha sviluppato la comprensione delle analogie fra
animali differenti, umani e non. Tuttavia, nella misura in cui essa
analizza il funzionamento del cervello sulla base del modello classico, è necessariamente
epifenomenista.
La meccanica quantistica
La fisica classica è stata sostituita dalla meccanica quantistica.
Questa è giunta a delle conclusioni davvero straordinarie, alcune
delle quali possono essere interpretate come indici del fatto che,
per quanto riguarda la soggettività, qualcosa sfugge alla scienza
contemporanea. Tuttavia, a tutt'oggi, non ci sono delle interpretazioni
convincenti e chiare su ciò che la meccanica quantistica comporta
per il corso del mondo.
La meccanica quantistica, prendendo la sua formulazione corrente,
implica che il mondo evolve in modo determinista, finché non
viene misurato. In assenza di misurazioni, governato solo dall'equazione
di Schroedinger, il mondo sarebbe laplaceano. Tuttavia nel momento
in cui viene misurato, "salta" indeterministicamente verso uno stato
differente, tramite un processo che viene chiamato (per ragioni storiche) "riduzione
del pacchetto d'onde". La misura è un'operazione effettuata
da un operatore cosciente; questo parrebbe significare che la coscienza - l'atto
mediante il quale noi percepiamo lo stato del sistema - modifichi tale
sistema in modo differente da ciò che potrebbe fare qualsiasi
altro processo fisico. Una simile conclusione è però difficilmente
ammissibile, dato che l'operatore stesso non è a sua volta che
un sistema fisico, che dovrebbe essere governato dalla nota equazione
determinista di Schroedinger.
La risposta dominante a questa contraddizione è conosciuta
col nome di interpretazione di Copenhagen della meccanica quantistica;
questa sostiene che tutto ciò che si può chiedere ad
una teoria fisica è predire correttamente i risultati degli
esperimenti. Una tale posizione si basa su un'interpretazione operativista della
scienza: le entità fisiche sono definite dalle operazioni
che permettono di apprenderle.
Niels Bohr ha detto:
Non c'è un mondo quantistico. C'è solo una descrizione
astratta della meccanica quantistica. È un errore pensare che
il compito della fisica consista nello scoprire come è la
natura. La fisica riguarda solo ciò che noi possiamo dire della
natura [13].
In tal modo la fisica diventa la scienza dei risultati delle operazioni
di misura. Non si fa più riferimento ad una realtà soggiacente,
la cui stessa esistenza è messa in dubbio, negata o ritenuta
inconoscibile e pertanto privata di senso. Questa interpretazione dominante
della fisica contemporanea riconosce la sensibilità, ma al prezzo
di una sorta di solipsismo collettivo: tutto ciò che esiste,
o che ha importanza, è l'accordo "intersoggettivo" degli osservatori
sulle loro percezioni - dove per osservatori si intendono implicitamente
gli esseri umani [14], ovvero, si è tentati
di dire, dei fisici quantisti medi!
L'operativismo proprio all'interpretazione di Copenhagen si contrappone
al realismo, secondo cui le cose hanno un esistenza in se stesse, indipendentemente
dal modo in cui noi le conosciamo (o meno): il fatto che una persona
malata abbia la febbre non è definito dall'accordo che si potrebbe
stabilire fra i medici sui risultati di alcune procedure chiamate "misure
della temperatura".
La nostra condizione di esseri sensibili e deliberanti fa sì che
noi aderiamo necessariamente al realismo, o almeno che crediamo nell'esistenza
di una realtà distinta dalla nostra esperienza soggettiva, dalle
nostre personali percezioni immediate. Ridurre questa realtà alle
menti degli altri esseri umani, come vorrebbe l'approccio "intersoggettivo",
non è accettabile: gli altri uomini non hanno nulla di particolare
che renderebbe la loro mente direttamente percepibile dalla nostra,
o che renderebbe le loro esperienze soggettive, quali il piacere ed
il dolore, qualcosa di reale ed importante per noi, mentre la soggettività dei
non-umani resterebbe irreale o priva di senso. Di fatto, l'approccio "intersoggettivo" presenta
un evidente pregiudizio specista. Non è possibile però darne
una versione non-specista, perché questo richiederebbe anzitutto
che noi sapessimo chi sono gli esseri sensibili nel mondo reale. Il
che presupporrebbe in primo luogo l'esistenza di un mondo reale nel
quale spetta alla fisica determinare chi è sensibile.
Di conseguenza, non possiamo ritenere vera l'interpretazione di Copenhagen
della meccanica quantistica. La fisica classica descriveva un mondo
reale senza soggettività, la fisica contemporanea, nella sua
interpretazione dominante, integra la soggettività (umana) ma
svuota la realtà della sua sostanza. Nessuna delle due dà soddisfazione
alle nostre credenze obbligate [15].
UNA FILOSOFIA DELLA MENTE DA CUI LA MENTE È ASSENTE
La maggior parte della contemporanea filosofia della mente pretende
di avere un'ispirazione scientifica. Il dualismo mente-corpo è stato
prevalentemente rifiutato. In effetti esso è difficilmente difendibile.
Ma il pensiero contemporaneo ha "risolto" il problema dell'articolazione
fra mentale e non mentale attraverso l'eliminazione pura e semplice
del mentale. Un'eliminazione operata in silenzio: i cassetti del "mentale" e
del "non-mentale" sono rimasti al loro posto nello scaffale dei concetti.
Semplicemente, il cassetto del "mentale" è stato discretamente
svuotato del suo contenuto.
Funzionalismo
La teoria oggi più diffusa fra i filosofi della mente è il
funzionalismo. Secondo questa teoria, gli stati mentali sono costituiti
da relazioni causali con gli stimoli sensoriali, con gli altri stati
mentali e con i comportamenti. Qualcosa può essere definito
come stato mentale non in virtù della sua costituzione, ma del
ruolo che esercita nel sistema a cui appartiene, nello stesso modo
in cui ciò che fa di un oggetto un carburatore o un occhio non
dipende dalla materia con cui è fatto e dal modo in cui è costruito,
ma dalla sua funzione in un motore o in un organismo.
Il funzionalismo si è largamente nutrito di riflessioni legate
allo sviluppo dell'informatica, e a volte di prestiti della teoria
dell'evoluzione. Si è imposto come teoria dominante perché resta
nel campo delle dottrine "materialiste" (non mistiche) ma sembra sfuggire
alle critiche che colpivano le teorie precedenti, in particolare il
comportamentismo [16].
Il comportamentismo si caratterizzava per il suo rifiuto di ogni riferimento
alla psicologia, riducendo l'analisi del comportamento all'analisi
di relazioni rigide fra degli input (gli stimoli) e degli output (i
movimenti). Questa impostazione è oggi unanimemente rifiutata.
Gli autori moderni introducono flessibilità e anelli intermedi
nel rapporto input/output. A differenza dei comportamentismi,
i funzionalisti usano termini del vocabolario mentalista quali "desiderio", "credenza", "intenzione".
Ma lo fanno in modo tale che questi termini in se stessi non designano
nulla. Sono nomi dati ai nodi del reticolo di interdipendenze che porta
dall'input all'output, definiti solo dal rapporto che hanno con altri
nodi. Così il desiderio "non bagnarsi" è spiegato come
un elemento che, associato ad altri elementi - come l'input sensoriale "vedere
delle gocce" e la credenza "sono allo scoperto" - conduce all'azione "aprire
un ombrello". Un funzionalista non dirà che una sensazione è uno
stato mentale che ha un'esistenza per se stesso. Un elemento X è definito
come sensazione solo perché intrattiene certe relazioni con
altri elementi in una catena esplicativa, esso consiste unicamente
nel fatto di avere tali relazioni.
È per questo che il funzionalismo è in realtà un
neo-comportamentismo: il percorso che permette di passare da un input sensoriale
ad un output motorio non ha nessun riferimento alla soggettività (alle
emozioni, alle sensazioni, alle preferenze. provate da individui sensibili).
I termini che nel linguaggio comune designano dei qualia [17] sono
sì presenti nei testi funzionalisti, ma i fatti cui essi rinviano
sono stati eliminati. L'esperienza sensibile propriamente detta, in
quanto realtà con una sua esistenza intrinseca e indipendente
dalle relazioni che possono esserci con altri eventi, è stata
fatta scomparire.
Vi è una somiglianza fra un tal modo di procedere e quello
della fisica classica, che è ancora il modello ideale della
scienza. Per quest'ultima il mondo si riduce ad un insieme di quantità,
che sono considerate come descrizione esaustiva di ogni aspetto di
tale mondo in un istante dato, e ad un insieme di relazioni (leggi)
che permettono di dedurne la descrizione in un altro istante qualsiasi.
Accanto ad una fisica che sembra ammettere solo delle cose vuote, che
esistono solo in relazione con altre cose, vuote a loro volta, si è costituita
una filosofia che presenta le stesse caratteristiche [18].
Il funzionalismo permette di attribuire una mente agli animali non
umani [19]. Per tale aspetto esso
non è specista. Solo che gli animali non ci guadagnano nulla,
poiché una mente così concepita non ha nulla a che vedere
con ciò che intendiamo ordinariamente con ciò. Si assiste
ad una ridefinizione della mente, tale che ciò che si
analizza è una nozione di coscienza da cui la coscienza è assente.
La facoltà di provare emozioni e di attribuirvi un valore positivo
o negativo, è stata costitutivamente eliminata. Dato che il
motivo per cui importa agli esseri sensibili trovarsi in una situazione
piuttosto che in un'altra è assente, non c'è ragione
di attribuire un valore particolare a degli esseri dotati di una "mente" così ridefinita.
Il pensiero ridotto all'esecuzione di algoritmi
Il funzionalismo non si occupa di oggetti concreti ma di relazioni,
indipendentemente dal loro supporto materiale: una stessa relazione
può essere "espressa" da supporti diversi. Molti testi funzionalisti
si servono grossolanamente dell'analogia fra mente e calcolatore e
si ispirano ai lavori sull'intelligenza artificiale. Il cervello è concepito
come un computer, la coscienza come il programma che lo fa funzionare.
Le macchine pensano, provano sensazioni? Secondo l'analogia di cui
sopra, sembra difficile rispondere negativamente: poco importa se un
algoritmo è impiantato in un cervello di carne o in una macchina
di metallo e silicone. Per i sostenitori dell'intelligenza artificiale
debole le macchine, dotate di programmi adeguati, simulano il
pensiero; per i sostenitori dell' intelligenza artificiale
forte, esse pensano. Noi non ci concentreremo su questa distinzione [20],
poiché la difficoltà sta a monte: nell'assimilazione
fra fenomeni mentali ed algoritmi [21].
Un algoritmo è un oggetto astratto, che non esiste in nessun
tempo o luogo particolari. In quanto tale, è difficile paragonarlo
ad una sensazione, ad un pensiero, o ad una simulazione di essi. Piuttosto
si ritiene che sia "l'esecuzione" di un algoritmo che è (o simula)
il pensiero. L'esecuzione consiste nell'applicazione di un algoritmo
ad un insieme di dati iniziali, o meglio consiste nella trasposizione
dei dati in stati fisici di una macchina. "L'esecuzione" dell'algoritmo
consiste allora in una serie finita di avvenimenti fisici che si svolgono
in un tempo concreto. Non è assolutamente evidente sostenere
che questi avvenimenti in quanto tali siano un'esecuzione di quel particolare
algoritmo. Possono ugualmente essere descritti come l'esecuzione di
un algoritmo del tutto diverso, che operi sugli stessi dati di partenza
o su altri. Oppure li si possono descrivere senza fare affatto riferimento
ad alcun algoritmo.
Parimenti si può descrivere qualsiasi avvenimento o sequenza
di avvenimenti che accada nel mondo (un cucchiaio che cade, dell'acqua
che bolle) come l'esecuzione di un qualsiasi algoritmo arbitrario che
opera su una qualsiasi serie arbitraria di dati. Basta stabilire le
adeguate regole di corrispondenza fra gli stati fisici successivi ed
i valori dei dati corrispondenti. Se l'esecuzione di un algoritmo bastasse
a produrre la coscienza (essendo identico ad essa), la coscienza, così come
tutti i qualia possibili, sarebbe presente sempre e ovunque.
Di conseguenza, dovremmo assumere per vera una forma estrema di panpsichismo [22].
Un algoritmo è una "ricetta", la cui esecuzione si svolge passo
dopo passo in maniera automatica, senza che vi sia minimamente bisogno
che il supporto che opera l'esecuzione gli attribuisca un senso [23].
Se alcuni algoritmi, o la loro esecuzione costituiscono o generano
il pensiero o la sensazione, la sensibilità è superflua.
Come nella fisica classica, la coscienza è tanto inesistente
quanto inoperante. Nel quadro del pensiero funzionalista, la sensibilità può avere
un esistenza solo in senso epifenomenista. Ma ci è impossibile
credere che la sensibilità sia un epifenomeno, dunque non possiamo
accettare il funzionalismo come teoria vera.
Giungiamo così alla conclusione che, a causa della nostra condizione
di esseri sensibili e intenzionali, non possiamo credere ad una teoria
che riduce la coscienza all'esecuzione di un algoritmo [24].
Lo stravolgimento finalista del darwinismo
Spesso il funzionalismo si ispira non solo all'informatica, ma anche
alla teoria dell'evoluzione. In questo caso si considera come caratteristica
principale della mente, o come sua stessa definizione, il fine a
cui serve la coscienza : favorire la riproduzione dell'organismo dotato
di un "programma mentale". Che si associno o meno al funzionalismo,
alcune interpretazioni della teoria dell'evoluzione partecipano alla
marginalizzazione della sensibilità.
Il darwinismo è una teoria scientifica che, in quanto tale,
fa appello solo alle cause efficienti. Ha permesso di rendere intelligibile
la complessità e le trasformazioni del vivente senza riferirsi
alla realizzazione di un progetto, all'esecuzione di un piano, senza
postulare una teleologia. Tuttavia, sin dalla sua apparizione, ha generato
un doppio infedele, che ostinatamente va nella direzione opposta. Una
versione contemporanea di questo doppio si è sviluppata parallelamente
alla sociobiologia. (Si tratta di uno stravolgimento e non di un risultato
necessario del metodo dei sociobiologi). Questa versione si appropria
dei termini della teoria evoluzionista per metterli al servizio di
un'interpretazione adattazionista e finalista della realtà.
L'espressione "gene egoista", presa in prestito da Richard Dawkins,
ne è diventata il supporto privilegiato sia nei discorsi divulgativi
che specialistici.
L'adattazionismo consiste nel ritenere che tutte le caratteristiche
di un individuo siano necessariamente favorevoli alla sua "fitness" [25] e
che la selezione naturale abbia eliminato tutte le caratteristiche
che, a tale fine, risultino inutili o nocive. Sulla scia dell'adattazionismo,
il finalismo è risorto, non più nella forma di un orologiaio
del mondo che guida le sue creature, ma in quella di una molteplicità di
minuscoli geni che manipolano i loro abitacoli per perseguire il loro
proprio ed unico scopo : inondare l'universo di copie di se stessi. È una
concezione di questo tipo che ispira l'interpretazione "darwiniana" dell'etica
proposta da Michael Ruse ed Edward Wilson:
Gli esseri umani funzionano meglio se i loro geni li ingannano facendo
credere loro che esista una morale oggettiva e disinteressata alla
quale tutti dovrebbero obbedire [26].
Noi pensiamo moralmente poiché siamo sottoposti a delle utili
regole epigenetiche. Queste ci predispongono a pensare che certe forme
di condotta siano buone, altre cattive. Di sicuro le regole non costringono
le persone ad adottare ciecamente certi comportamenti. Ma poiché conferiscono
alla moralità l'illusione dell'oggettività, ci elevano
al di sopra dei nostri desideri immediati per condurci (a nostra insaputa)
a delle azioni che alla fine, sono più utili ai nostri interessi
genetici [27].
La morale è piuttosto un'illusione collettiva dei geni messa
in scena per renderci "altruisti". La moralità come tale non è più giustificata
di qualsivoglia altro adattamento, per esempio gli occhi, le mani o
i denti. Si tratta di qualcosa che ha un valore biologico, e null'altro [28].
Una tale analisi, applicata qui alla morale umana, vale per principio
per ogni sentimento e pensiero che generi azioni. Questa tesi sostiene
che tutti i soggetti agiscano sulla base di una falsa coscienza: le
vere finalità dei loro atti sfuggono ad essi, non in modo occasionale,
non a causa di una conoscenza necessariamente lacunosa della realtà,
ma per il fatto che la loro coscienza è necessariamente falsa:
deve esser tale per raggiungere l'obiettivo che essi sono destinati
a servire. Il solo scopo reale è quello di un sistema che li
scavalca, mentre i loro propri fini sono solo delle illusioni destinate
a condurli là dove la "natura", i "geni" o le "leggi dell'evoluzione" vogliono
che essi vadano.
Possiamo concordare con questa tesi?
La nostra condizione di esseri coscienti fa si che noi dobbiamo riflettere
e decidere per agire. Ora, non potremmo farlo se ritenessimo la nostra
coscienza sistematicamente falsa, se ci credessimo vittime di un'illusione
che non possiamo dissipare. Tanto più che noi non riflettiamo
unicamente sui mezzi che ci servono per raggiungere un determinato
obiettivo, il quale ci si imporrebbe come palesemente desiderabile.
Spesso l'aspetto più difficile di una decisione sta nel trovare
la risposta alla domanda "Cosa è desiderabile", nel decidere
quale sia il fine (è questo l'aspetto più complesso della
teoria etica). Non potremmo porci una tale domanda se pensassimo che
essa ci conduce necessariamente a degli obiettivi apparenti, giustificati
da ragioni illusorie, per servire a nostra insaputa scopi che ci sfuggono.
Di conseguenza non possiamo credere che la tesi di Ruse e Wilson sia
vera. Questi autori si vantano di aver scoperto l'inganno della natura,
trovato il suo fine nascosto. Ma se la teoria fosse vera, ne conseguirebbe
che nessuno potrebbe conoscerla, visto che l'ignoranza è necessaria
affinché il destino che i geni hanno assegnato ai loro ricettacoli
si compia. Pertanto, il solo fatto di essere enunciata dimostra che
la loro teoria è falsa.
Il rinnovamento contemporaneo dell'etica evoluzionista non implica
di per sé la contestazione della sensibilità animale,
al contrario. Tuttavia indirettamente rinforza dei fattori che si oppongono
al pieno riconoscimento della sua esistenza e delle sue implicazioni
etiche. Nell'approccio di Ruse e Wilson, il fatto che i soggetti provino dei
sentimenti e prendano delle decisioni non viene negato, il fatto che
i loro pensieri influiscono sulle loro azioni nemmeno. Inoltre gli
autori conservano l'assenza di fratture fra gli uomini e gli altri
animali per quanto riguarda la mente, che caratterizza il sistema darwiniano.
Ma poiché non possiamo credere che la nostra coscienza sia
continuamente mistificata, prendere sul serio questo tipo di teoria
getta un dubbio sulla realtà della coscienza di coloro ai quali
la teoria si applica (che possono solo essere dei terzi). E nel nostro
contesto culturale, ci si presenta subito alla mente la separazione
uomini/animali. Questa "coscienza" teleguidata da una volontà di
livello superiore richiama subito nelle nostre rappresentazioni il
secolare "istinto" o il moderno "programma", cioè resuscita
l'idea che degli esseri dotati di questo tipo di coscienza siano di
fatto delle macchine. È per questo che è importante scovare e rifiutare questo
duplicato ingannevole del darwinismo, nelle sue numerose forme. Contrariamente
a quanto avviene nelle sue versioni deformate, è importante
ricordare che l'apporto di Darwin è stato precisamente quello
di rendere comprensibile l'evoluzione della vita senza supporre che
essa sia il risultato di un senso prestabilito. I caratteri che gli esseri viventi (e fra essi gli esseri sensibili)
presentano hanno delle cause. La teoria dell'evoluzione chiarisce che
cosa favorisca la diffusione di alcuni di questi caratteri, e il modo
in cui delle serie di mutazioni puntuali trasmesse possano accumularsi
per dar luogo all'esistenza di organismi complessi. Ma le cause (sconosciute)
che hanno portato all'emergere della sensibilità, e quelle (parzialmente
scoperte dalla teoria dell'evoluzione) che hanno favorito la sua trasmissione,
non sono, nello schema darwiniano, atti di agenti intenzionali che
hanno il potere e la volontà di imporre un contenuto alla coscienza
delle creature per realizzare i loro scopi.
La "natura", così come i "geni" o l'"evoluzione" non sono portatori
di senso, di volontà o di intenzioni. Solo gli individui sensibili
lo sono. È importante che il carattere non finalista del darwinismo
sia ristabilito onde evitare che essi ne siano privati, a vantaggio
di quelle entità. In effetti, questo indebito trasferimento
indebolisce la nostra percezione della realtà dei desideri e
delle emozioni propri ai soli esseri che li provano. È una delle
strade che portano all'oblio della sensibilità animale.
L'IMPORTANZA DELLA QUESTIONE MATERIA-SPIRITO PER LA CAUSA ANIMALE
Molte conoscenze che riguardano la sensibilità sono ormai disponibili
(sistemi nervosi, comportamenti, etc.). Il loro valore è innegabile.
Tuttavia, a tutt'oggi non si ha la minima idea del modo in cui trattare
la sensibilità in termini fisici. La gran parte degli studi
concernenti la mente parte da una ridefinizione della coscienza che
la priva di ciò che ne fa appunto una coscienza (il vissuto
soggettivo) o che la considera un fenomeno illusorio. Non si è valutata a sufficienza la minaccia che questa situazione
comporta per i tentativi di migliorare la condizione animale, e non
ci si è preoccupati abbastanza di contrastarla.
La sensibilità animale negata in nome della scienza
Sia la fisica che la biologia veicolano nel loro stato attuale un
epifenomenismo latente. Questa teoria considera la sensibilità superflua,
e la sua inutilità si converte facilmente in assenza quando
si tratta di animali non umani. Gli argomenti trattati in questo articolo possono sembrare legati
a delle questioni molto astratte e specifiche della filosofia o delle
scienze. Tuttavia si tratta di elementi che permettono quotidianamente
di negare la sofferenza degli animali, elementi presenti anche nelle
ricerche specialistiche sul "benessere" in base alle quali si prendono
delle decisioni sul trattamento degli animali. A titolo di esempio,
riportiamo ciò che scrive, a proposito del foie gras,
il sito dell'INRA (Istituto Nazionale di Ricerche Agronomiche, Francia)
in risposta alla domanda "l'atto dell'ingozzamento è fonte di
dolore?":
A causa degli stimoli che possono associarvisi (ingozzamenti ripetuti
più volte al giorno, distensione delle pareti dell'esofago e
del proto-ventricolo, rischio di erosione delle mucose, steatosi epatica
con compressione dei visceri) l'ingozzamento viene considerato a priori
come causa di sofferenza e dolore. In primo luogo, è implicito
che l'uso di queste nozioni è inappropriato per gli animali,
nella misura in cui esse implicano una componente psichica; è preferibile
piuttosto sostituirvi la nozione di nocicezione. Nel caso dell'ingozzamento,
poiché si tratta del tratto superiore del sistema digestivo
e del sistema nervoso, l'analisi deve occuparsi dei nocicettori viscerali
(infiammazione, rigurgito, attivazione di geni), e non permette di
stabilire che essi si attivino [29].
Questo passaggio è tipico di una vasta letteratura (prodotta
da scienziati e da professionisti nell'allevamento) che parla a vanvera
del benessere animale. Sin dal principio il soggetto della ricerca è degradato
dall'affermazione che è inappropriato usare delle nozioni con
connotazioni psichiche per gli animali.
Nel 1996-97 Florence Burgat ha compiuto una inchietsa presso i ricercatori
specializzati nelle condizioni di allevamento [28],
in un momento in cui si chiedeva loro di sviluppare degli studi sul
benessere, per rispondere ad una "domanda sociale". La maggior parte
di essi manifesta una chiara reticenza ad occuparsi di aspetti che
sono ritenuti non di competenza di tecnici e scienziati, dichiarando
per esempio: " Gli aspetti comportamentali non sono oggettivabili,
mentre noi lavoriamo su delle misure" (p. 119); "la scrofa che non
si può muovere, forse sta bene, forse no, non lo si può sapere" (p.
120); "non esiste un ambiente ideale, tutto sta nel vedere come un
certo individuo si adatta ad un certo ambiente" (p. 120); "il benessere
non può essere un soggetto di ricerca, solo l'adattamento può esserlo" (p.
122) ; "il tema del benessere non è una questione scientifica" (p.
122). Le reazioni di questi ricercatori si spiegano in parte con il
contesto istituzionale: l'introduzione del criterio del benessere sconvolge
il loro lavoro che, per anni, è stato giudicato solo in base
al contributo dato alla produttività ed al rendimento dell'allevamento.
Tuttavia è degno di nota che i ricercatori interrogati in questa
inchiesta abbiano più facilmente espresso un'emozione o una
riprovazione a proposito delle condizioni degli animali da allevamento,
se potevano precisare che si stavano esprimendo "sul piano personale",
o "da un punto di vista morale" e non "come scienziati", come se fosse
scontato che la sensibilità non appartiene al dominio scientifico
(obiettivo).
È preoccupante che venga affermato, come se si trattasse di
una ovvietà, che la sensibilità non ha carattere scientifico,
obiettivo. È un'affermazione tanto falsa quanto carica di conseguenze.
Questa situazione autorizza a parlare della sensibilità come
qualcosa che sfugge al dominio della scienza ed appartiene a quello
delle credenze personali, che gli individui possono scegliere liberamente,
così come fanno con le loro credenze religiose. Al contrario, la sensibilità animale non è affatto un
dominio in cui prevalgono normalmente delle credenze divergenti. In
realtà ognuno sa che le anatre, i conigli, le mucche. sono esseri
sensibili. Ma gli esseri umani hanno elaborato da millenni una serie
di tecniche mentali per indebolire la loro percezione di questo fatto.
Sono tecniche che rendono possibile una barbarie spaventosa verso gli
animali: rispetto alla riprovazione sia degli altri che della propria
coscienza, esse permettono una possibilità di fuga. Si è imposta
una convenzione sociale che conduce a non mettere in dubbio la falsità secondo
cui, in mancanza di prove tangibili del contrario, la maggior parte
delle persone sarebbe spontaneamente convinta che gli animali non siano
coscienti (o lo siano assai poco). Si è costruito un mito dalle
molteplici sfaccettature; tale mito sostiene che la nostra percezione
immediata della sensibilità animale è un'illusione del
senso comune, un'illusione che una riflessione più rigorosa,
che colga la verità nascosta dietro l'apparenza, permette di
dissipare [29]. Ci si può aggrappare
a questo mito ogni qualvolta si maltratta o si uccide. Il fatto che la scienza possa essere utilizzata per appoggiare una
tale menzogna è un ostacolo, di cui si è sottovalutata
l'importanza, ad una seria presa in considerazione della coscienza
animale. Nelle nostre società l'appello alla scienza è un
argomento di grande autorità: affermare che una cosa non è scientifica
equivale ad affermare che è falsa. È nostro compito trovare il modo di superare questo ostacolo
senza però adottare una posizione anti-scientifica, il che non
sarebbe né necessario, né desiderabile.
Il soggettivo è oggettivo
Noi proviamo delle sensazioni. La sensibilità consiste precisamente
in tale percezione soggettiva, non c'è bisogno di altre prove
della sua esistenza. La coscienza è una realtà del mondo.
Poiché la scienza è la conoscenza della realtà,
la sensibilità appartiene al campo di ricerca scientifico. "Questo essere è sensibile o no?" è una domanda a cui
si può dare una risposta. Non è né una questione
priva di senso, né tale che la risposta ad essa dipenderebbe
dall'opinione personale di colui che se la pone. Individuare e contrastare
tutti i discorsi che tentano di farla passare per tale è un
compito che si può perseguire fin d'ora. È uno degli
obiettivi da raggiungere per demolire la fortezza costruita per ignorare
gli interessi degli esseri coscienti.
È necessario che il movimento animalista prenda coscienza del
fatto che non può ignorare il problema "materia-spirito". Bisognerebbe
occuparsi dello studio della letteratura su questo tema spinoso, avendo
presente quale ne sia la posta in gioco per la questione animale. Non dobbiamo permettere che in nome della scienza, o della conoscenza
in senso lato, venga negata l'esistenza e la pertinenza della sensibilità animale.
Se la scienza nel suo stato attuale non è in grado di render
conto della realtà ineludibile della coscienza, questo va imputato
ad una lacuna nelle nostre conoscenze, non usato come scusa per negare
la realtà ogni volta che ciò sia utile a confermare la
discriminazione specista.
Dobbiamo fare in modo che la discussione su questo tema si sviluppi
tra i militanti, ed abbia un impatto sulla percezione pubblica della
coscienza animale.
Una possibilità a cui pensiamo è la pubblicazione di
una "Dichiarazione sulla sensibilità" nella quale scienziati
ed altri intellettuali sottoscrivano una affermazione di questo tipo:
La sensibilità è una realtà oggettiva del mondo.
Che ad oggi la fisica, le scienze e le filosofie della mente possano
avere delle difficoltà a darne conto non cambia le cose.
Quando le lacune della nostra conoscenza alimentano uno scetticismo
sistematico sulla vita mentale degli animali, mentre potrebbero ugualmente
bene servire a mettere in dubbio quella degli umani, non si tratta
di prudenza scientifica ma di discriminazione arbitraria. La ricerca
onesta della conoscenza non ammette due pesi e due misure. L'esistenza e le implicazioni etiche della sensibilità anche
al di fuori della specie umana non devono essere negate nel nome della
scienza.
Una tale dichiarazione, qualora riceva adesioni sufficienti, può cambiare
il clima nel quale lavorano i ricercatori. L'assenza o la negazione
della sensibilità cesserebbero di essere delle componenti banali
del loro lavoro, per essere considerate dei punti deboli che vanno
riconosciuti, e ai quali bisogna porre rimedio.
Il testo della dichiarazione è formulato in modo da poter raccogliere
l'adesione di persone che abbiano concezioni diverse sia sulla natura
della mente sia sull'attitudine presente e futura della scienza a darne
conto. Si domanda loro solo di impegnarsi al riconoscimento della realtà della
sensibilità - una sensibilità che non sia stata artificialmente
privata di ogni implicazione etica - e al rifiuto di un utilizzazione
faziosa della scienza a tale proposito. Malgrado la sua semplicità e
il suo minimalismo, questo impegno è di grande portata: non
c'è nessun criterio che, utilizzato in modo neutro, permetta
di mettere in dubbio che un maiale sia cosciente, senza nel contempo
mettere in dubbio che un neonato o un essere umano adulto lo siano,
cosa che pochi ricercatori si azzarderebbero a fare. Si ha così modo
di dislocare l'onere della prova: se gli (altri) esseri umani sono
supposti coscienti, allora anche i polli e le pecore devono esserlo,
fin tanto che non si portino solide prove del contrario.
È nostra impressione che si siano sottostimate le conseguenze
che possono scaturire dall'esame e dalla sottolineatura di questo fatto
centrale: gli animali (umani inclusi) sono sensibili. Continuando a
lavorare su questi temi, si scoprirà il considerevole potenziale
che essi celano. Di fatto, potrebbero portare a far vacillare la "visione
del mondo" degli esseri umani, e di conseguenza i loro comportamenti.
Integrazioni
David De Grazia, «Pourquoi et comment étudier la vie
mentale des animaux»
http://cahiers-antispecistes.org/article.php3?id_article=143
Estiva Reus, «La vie mentale des animaux d'après David
DeGrazia»
http://www.tahin-party.org/textes/EeEp186-219.pdf
David Olivier, «Le subjectif est objectif», Cahiers Antispécistes
23,
http://cahiers-antispecistes.org/article.php3?id_article=227
Sébastien Arsac, «Le cerveau, l'antispécisme et
le neurobiologiste», Cahiers Antispécistes 23,
http://cahiers-antispecistes.org/article.php3?id_article=228
Estiva Reus, «Lectures de pensée animale», Cahiers
Antispécistes 23,
http://cahiers-antispecistes.org/article.php3?id_article=234
Estiva Reus, Marian Stamp Dawkins: «À la recherche
de la conscience animale», Cahiers Antispécistes 25.
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Note |
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1. Si
vedano sul sito del CIWF le pagine http://www.bookmeaplace.com/ciwf/conference2005/Page_Programme.asp e http://www.ciwf.org.uk/education/international.html .
Recensione del colloquio di D. Olivier in http://site.voila.fr/dudroitanimal/darwindawkins.html.
2. In: http://david.olivier.name/mmam/poster-en.html.
3. Lo
stesso Darwin (nell' Origine dell'uomo) descrive minuziosamente
le emozioni che si osservano negli animali, affermando non solo che
essi sono sensibili al piacere ed al dolore, ma che si possono osservare
in loro paura, diffidenza, timidezza, noia, curiosità, desiderio
di approvazione, stupore, gusto per le impressioni vive, amore, sentimento
del bello. Egli attribuisce loro anche alcune capacità mentali
come l'attenzione, la memoria, l'immaginazione l'apprendimento, la
razionalità, la capacità di elaborare concetti generali.
4. Il
soggetto che prende una decisione è portatore di
un'etica poiché forma - e traduce in atti - un giudizio
su ciò che deve esser fatto. Anche se la complessità ed
il livello di astrazione con la quale viene condotta la
riflessione varia a seconda degli individui, questa constatazione
dovrebbe portare a riconsiderare la pertinenza della differenza
che viene fatta abitualmente fra agenti morali (normalmente
i soli esseri umani o una parte di essi), e semplici pazienti
morali (gli altri animali).
5. Il
relativismo è la dottrina secondo la quale bene e male non hanno
realtà oggettiva: in etica non c'è verità. I giudizi
morali sono il prodotto del contesto sociale o delle preferenze personali.
Non esiste un criterio unico ed autonomo che permetta di decidere,
fra punti di vista opposti, cosa sia bene fare.
6. Il
solipsismo è la posizione secondo cui esistono solo i
miei stati mentali. Gli oggetti, le persone. non hanno un'esistenza
indipendente. Sono solo sogni creati dalla mia mente.
7. L'epifenomenismo è la
teoria per cui i fatti mentali sono causati da fatti fisici,
ma non hanno alcun effetto sugli avvenimenti fisici. La coscienza è un
sottoprodotto inerte degli eventi neuronali. Essa non ha alcun
ruolo causale nei nostri comportamenti.
8. Si
possono trovare sul Web diverse versioni di questa storia (vera?).
9. Per
un esposizione più estesa dei problemi sollevati
dalla fisica classica, cfr. David Olivier, "Il soggettivo è oggettivo", Cahiers
antispécistes, n. 23, dicembre 2003. Il
testo integrale può essere consultato in: http://cahiers-antispecistes.org/article.php3?id_article=227.
10. Secondo
P.S. de Laplace (1749-1827), fisico e matematico francese, "Un'intelligenza
che, in un istante dato, conoscesse tutte le forze
che animano la natura e la reciproca posizione degli
esseri che la compongono e fosse capace di sottoporre
ad analisi tali dati, comprenderebbe in una stessa
formula sia i movimenti dei corpi più grandi
dell'universo che quelli dell'atomo più leggero;
niente sarebbe incerto per lei, e l'avvenire, così come
il passato, sarebbero presenti ai suoi occhi" (Essai
philosophique sur les probabilités , 1814,
trad. it. in Opere , a cura di O. Pesenti Cambusano,
UTET, 1967).
11. A
ciò bisogna aggiungere i campi , il che non
ci sembra modificare la natura del problema.
12. Certo,
la chimica moderna deve molto alla meccanica quantistica, ma
ci si sforza di confinare le conseguenze che ne derivano al
livello degli oggetti microscopici: alla spiegazione dei legami
inter-atomici e dell'energia molecolare. Le molecole stesse raramente sono
trattate come oggetti sottoposti a leggi quantistiche, la loro natura quantistica
non ha nessun ruolo nella maggior parte delle applicazioni della chimica, fra
cui la neurobiologia.
13. Cit.
in Roger G. Newton, The Truth of Science: Physical Theories
and Reality, Harvard University Press, Cambridge - Massachussets,
1997, in http://www.arthurmjackson.com/w2a3.html.
14. Nel
famoso esperimento mentale del gatto di Schroedinger, è la
mente umana che opera la misurazione del sistema, rompendo
la sua evoluzione quantica determinista e facendolo
passare, in modo aleatorio, da uno stato di sovrapposizione
quantica "gatto vivo" + "gatto morto" a
uno stato semplice: "gatto vivo" oppure "gatto
morto". Implicitamente, non viene riconosciuta
al gatto stesso la capacità di effettuare la "misurazione" nel
senso quantistico. Il motivo resta oscuro: si suppone
che il gatto non abbia una mente? o che ne abbia una,
ma non del tipo giusto? o che l'esistenza della mente
di un gatto è una questione priva di senso?
15. Un'interpretazione
alternativa della meccanica quantistica merita di essere
menzionata: la teoria dei mondi molteplici. Essa sostiene
che il mondo si evolve continuamente secondo l'equazione
di Schroedinger e che non c'è nessuna "riduzione
del pacchetto d'onde", il che permette di mantenere
un'interpretazione realistica della fisica. Purtroppo
si tratta di un ritorno alla fisica laplaceana. La
teoria dei mondi molteplici contiene degli elementi
di grande interesse per la questione della sensibilità.
Tuttavia, come tale, non è più utile
della fisica classica.
16. Permette
anche di superare alcune obiezioni alla teoria dell'identità.
(La teoria dell'identità sostiene che gli stati
e i processi della mente sono identici a quelli del
cervello).
17. Il
termine qualia (singolare quale) rinvia all'aspetto
fenomenico della nostra vita mentale, quello cui si accede tramite
l'introspezione. Viene impiegato per designare la dimensione
soggettiva dell'esperienza cosciente, quello che si prova in
stati mentali quali il sentire dolore, vedere il blu, sentire
odore di caffè, essere in collera, etc.
18. Il
pensiero funzionalista, benché influente, non
rappresenta l'insieme della filosofia della mente contemporanea.
Al contrario la contestazione del funzionalismo parte
soprattutto dai filosofi, appunto perché esso
elimina la sensibilità, il vissuto soggettivo.
19. Non
così in un'altra corrente della filosofia
che si occupa anch'essa della mente ma non delle
sensazioni ed emozioni: quella che cerca di definire
la coscienza con dei criteri logico-linguistici,
a partire dalle proprietà presentate dalle
proposizioni che si riferiscono alla coscienza. Per
esempio si dirà che la coscienza è tale
che le proposizioni che vi si riferiscono non dipendono
dal loro contenuto di verità (la proposizione " Maria
pensa che sono le cinque" può essere vera
anche se in effetti sono le quattro). Questa corrente,
che centra la sua riflessione sulle proprietà verbali,
porta alcuni suoi sostenitori ad affermare che gli
animali non pensano o non sentono poiché,
non avendo linguaggio, non possono avere dei concetti.
Al contrario una filosofa funzionalista, Joelle Proust,
ha recentemente dedicato alcune opere al tema della
mente animale: Comment l'esprit vient
aux bètes. Essai sur la représentation, Gallimard,
1997; Les animaux pensent-ils?, Bayard, 2003.
20. Il
dibattito sulla possibilità di creare in futuro
degli artefatti coscienti non è qui in esame.
21. Un
algoritmo è una sequenza finita di istruzioni che, partendo
da un dato stato iniziale, conducono al corrispondente stato
finale. Per esempio, una ricetta di cucina è un algoritmo.
Nella fisica classica (laplaceana) la serie delle leggi fisiche
costituisce un algoritmo che permette di calcolare lo stato
del sistema in un qualunque momento t2, a partire dalla conoscenza
del suo stato in t1. Un programma informatico è un algoritmo
che descrive la serie ordinata delle tappe che devono essere
percorse per raggiungere un obiettivo determinato. Si presenta
come una serie di istruzioni di questo tipo: "Se la macchina
si trova nello stato E1 e riceve l'input I1, deve passare allo
stato E2 e produrre l'output O2".
22. Il
panpsichismo è la teoria secondo la quale la mente è presente
ovunque nell'universo. Secondo questa dottrina, o almeno per
alcune delle sue varianti, ogni oggetto (i fiumi, i pianeti,
gli orologi, le molecole.) è cosciente.
23. È appunto
questa constatazione che ha condotto John Searle, nella famosa
dimostrazione della "camera cinese", a rifiutare quegli approcci
che assimilano la mente al software e il cervello all'hardware:
per il computer, nota Searle, gli oggetti elaborati non sono
dei simboli e le regole operative non costituiscono una sintassi.
Le operazioni che esso esegue sono percepite come dotate di
senso solo dal punto di vista dei soggetti coscienti, che sono
esterni al sistema.
24. Al
contrario di ciò che avviene nel funzionalismo, Roger Penrose,
in analogia con la comprensione matematica, ha sviluppato degli argomenti
che portano a dimostrare che il pensiero non è riducibile
ad un algoritmo. Cfr le sue due opere: La mente nuova dell'imperatore,
Rizzoli, 1989; Ombre della mente,
Rizzoli, 1996.
25. La "fitness" di
un individuo è la sua capacità di trasmettere il suo
genotipo alle generazioni successive. Una misura semplice (anche se
incompleta) ne è il numero di figli vivi che egli genera.
26. Michael
Ruse et Edward Wilson (1986), « Moral Philosophy as Applied
Science », Philosophy, 61, p. 179.
27. Ibidem ,
p.180.
28. Michael
Ruse (1993), "Una difesa dell'etica evoluzionista" in Jean-Pierre Changeux
(dir.), Fondements naturels de l'éthique, Odile Jacob,
Paris, p. 59.
29. Estratto
da un articolo messo in linea il 15/12/2004 : http://www.tours.inra.fr/sra/internet/resultats/actuels/foiegras.htm
30. Il
risultato di questa inchiesta si trova in Florence Burgat, Les animaux
d'élevage ont-il droit au bien-être ? , INRA éditions,
Paris, 2001, pp. 105-133.
31. L'esempio
più famoso è la tesi cartesiana dell'animale macchina.
Ma le teorie che negano la sensibilità animale si estendono
ben al di là. C'è molto da fare per rintracciarle, poiché molte
di esse non si presentano come tali. Così, in campo etico, parecchi
autori sostengono che il criterio che delimita i pazienti morali non
sia la sensibilità, ma una facoltà X (la cultura, il
linguaggio, l'individualità, la libertà, la coscienza
di sé.), che appartiene solo ad un sottoinsieme degli esseri
dotati di sensibilità. Ora, spesso costoro descrivono la facoltà X
in modo tale che difficilmente ci si può rappresentare un essere
che ne sia sprovvisto se non come un automa. |
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