| |
|
Per una società senza
cavie
(Parte
prima)
Agnese Pignataro
"Gli scienziati affermano spesso che
i loro risultati sono neutri, e che la società è responsabile
di eventuali applicazioni negative. Si può forse ritenere
l'inventore dell'ascia responsabile del fatto che essa può essere
utilizzata per uccidere? Tuttavia bisogna notare che rari sono coloro
che fanno il medesimo ragionamento allorché l'applicazione è benefica
e che rifiutano, per esempio, ogni legame tra la ricerca "pura" e
la creazione di antibiotici o i numerosi apparecchi di analisi che
affollano gli ospedali e salvano delle vite umane".
Isabelle Stengers, Sciences et pouvoirs |
|
In un precedente articolo sulla sperimentazione animale nella ricerca
biomedica [1],
ho criticato la strategia del cosiddetto antivivisezionismo scientifico,
e dei movimenti che ad esso si rifanno, volta a convincere l'opinione
pubblica che la ricerca con animali è "un metodo di ricerca
scientificamente non valido".
La mia critica ruotava intorno ad un argomento molto semplice: è politicamente
ed intellettualmente scorretto chiedere all'opinione pubblica di accogliere
(e diffondere) un giudizio sul valore di verità degli asserti
scientifici, dal momento che un tale giudizio, in mancanza di una adeguata
preparazione epistemologica (vale a dire, relativa alle condizioni
di validità di un asserto scientifico), può scaturire
solo da un atto di fiducia nei confronti di chi lo sollecita. La discussione
epistemologica può e deve avvenire solo all'interno della sfera
competente, l'unica in grado di condurla.
Ma ciò non comporta affatto affermare l'esclusione forzata
dei "non scienziati" – tra i quali è compreso chi scrive – dalla
possibilità di esprimere giudizi di altro tipo sulle
pratiche di ricerca scientifica. Al contrario, si rende sempre più necessaria,
con l'avanzare della ricerca e con l'emergere di questioni bioetiche
di volta in volta più complesse, la partecipazione attiva dell'opinione
pubblica al dibattito, al commento ed anche all'eventuale critica delle
procedure adottate dalla comunità scientifica e dei risultati
che ne derivano. Ma si tratta di una partecipazione che deve confrontarsi
non con questioni di verità scientifica, bensì con il
rapporto tra la ricerca e la società all'interno della quale
(e per il vantaggio della quale) essa viene condotta: quindi, una partecipazione
che esamini e giudichi liberamente le procedure di ricerca non dal
punto di vista epistemologico ma da quello delle pratiche sociali,
i loro effetti positivi (e negativi) e il prezzo che questi comportano.
In questo quadro, sono assolutamente da mantenere, ampliare e diffondere
le analisi relative alle devastanti conseguenze della diffusione di
farmaci dannosi alla salute umana, che ridimensionano di molto i presunti
beneficî della sperimentazione animale e della ricerca medica
in generale. Ma sono analisi che restano contingenti rispetto alla
questione specifica della sperimentazione animale, perché hanno
a che fare con il problema, più ampio, della sicurezza o meno
della nostra vita quotidiana, della domanda sulla qualità ed
innocuità di ciò che acquistiamo e in generale delle
sostanze che ci vengono somministrate e con cui veniamo regolarmente
a contatto (aria, emissioni elettromagnetiche etc.), una qualità il
più delle volte trascurata per motivi puramente economici: questo
problema, in sé e per sé, potrebbe teoricamente essere
trattato dalle associazioni di consumatori senza mettere in questione
l'utilizzo degli animali nella ricerca.
È quest'ultimo il problema da affrontare, direttamente, senza
giri di parole, senza ricorrere a strategie aggiranti, più efficaci
solo in apparenza ma che, in realtà, non fanno altro che rimandare
indefinitamente il momento in cui porre, in termini chiari ed inequivocabili,
una domanda etica, questa domanda: è accettabile
che la nostra società "progredisca" [2] facendo
un uso istituzionalizzato di "cavie" (umane e non) [3]?
La questione dell'uso di animali non umani nella ricerca, cioè,
costituisce una chiara via di accesso (anche se non l'unica) ad un
problema etico di non poco conto, che coinvolge tutta la società medicalizzata
ma che resta per lo più inespresso, se non addirittura rimosso:
il problema dell' etica della sperimentazione.
La domanda che abbiamo appena posto è talmente scomoda che,
nel corso del tempo, si è cercato – e ancora si cerca – di deviarla
e di snaturarla in diversi modi. La responsabilità e la colpa
dell'uso di cavie viene via via attribuita a soggetti o gruppi circoscritti,
per i quali non si risparmiano gli epiteti più denigratori:
l'uso di cavie umane, per esempio, sarebbe l'effetto della "follia
nazista" oppure della "sete di guadagno" delle multinazionali, e quello
delle cavie non umane (animali), invece, di "ottusità intellettuale" oppure
dell'opportunismo di ricercatori carrieristi. Si tende dunque ad accentuare
il carattere episodico e accidentale dell'uso di cavie, legandolo alla
crudeltà o alla malafede dei singoli, allo scopo di nasconderne
la natura essenziale ed interna alla meccanica della procedura sperimentale
stessa.. Questa strategia, volta a conservare l'integrità morale
della medicina sperimentale, comporta ovviamente la messa in moto di
rimozioni collettive e di svariati tabù.
Scopo di questo articolo è contribuire a disinnescare tali
rimozioni, a infrangere tali tabù. Siamo qui, dunque, non solo
per avanzare chiaramente ed apertamente la domanda etica sulla sperimentazione
ma per chiederci, preliminarmente: è pensabile una medicina
sperimentale che non faccia uso di cavie?
Vivisezione, sperimentazione, cavie
"Sperimentazione" e "vivisezione" vengono spesso considerati sinonimi.
Pietro Croce lo afferma in Vivisezione o scienza: "I termini 'vivisezione'
e 'sperimentazione' sono sinonimi. 'Vivisezione' è sgradito
ai vivisettori, per il suo contenuto emozionale. D'altra parte, esso è il
termine storico, tramandatoci dal principe dei vivisettori Claude Bernard
etc." [4].
Hans Ruesch scrive, all'inizio di Imperatrice nuda: "Il termine 'vivisezione'
si applica a tutta la sperimentazione animale atta a causare sofferenze,
dunque oltre a quella che comporta mutilazioni e interventi cruenti,
anche a quella compiuta con sostanze deleterie, veleni, bruciature,
scosse elettriche, privazioni varie, torture psicologiche squilibranti
e così via" [5].
Stefano Cagno, in Gli animali e la ricerca, segue la linea
di Ruesch nel ritenere che il connotato principale della "vivisezione" sia
la sofferenza provocata nel soggetto dell'esperimento: ". è evidente
come sia impossibile tracciare una linea di demarcazione tra vivisezione
e sperimentazione animale, pertanto d'ora in avanti userò soltanto
il primo termine, a causa del notevole livello di dolore che in ogni
caso gli animali provano quando sono utilizzati nella ricerca di base" [6].
Eppure i due termini non sono sinonimi.
Vivisezione significa, etimologicamente, dissezione di un corpo vivente.
Mentre per sperimentazione si intende la pratica, propria a tutte
le scienze empiriche dell'età moderna, di ragionare sui fenomeni
osservati, interpretarli e riprodurli in esperienze "artificiali",
costruite in laboratorio, al fine di isolarne le componenti e rinvenirne
le cause. Sperimentare equivale al fare esperimenti, su corpi viventi
e non, su materia organica ed inorganica, su un animale come su di
una molecola.
Neanche si può dire che la vivisezione sia "contenuta" nella
sperimentazione; anche un semplice parto cesareo può esser considerato,
in sé, un'operazione di "vivisezione", del tutto priva però di
un intento sperimentale.
Cosicché, le definizioni riportate sopra non sembrano accettabili.
L'identificazione della vivisezione con esperimenti che causano dolore
non ha basi né etimologiche né scientifiche: consegue
semplicemente da una scelta, da una valutazione soggettiva degli antivivisezionisti,
oramai entrata nella pratica quotidiana [7] ma
non per questo automaticamente corretta.
Ed anche il cenno alla terminologia usata da Bernard (di cui peraltro
Croce non indica riferimenti testuali precisi) non è esatto.
Nell' Introduzione allo studio della medicina sperimentale,
Bernard definisce la vivisezione "lo smembramento dell'organismo vivente
per mezzo di strumenti e metodi che possono isolarne le differenti
parti" [8]. Ancora: "del resto è facile
cogliere il principio scientifico della vivisezione. Si tratta sempre,
in effetti, di separare o modificare alcune parti della macchina vivente,
al fine di studiarle, e di giudicare così del loro uso o della
loro utilità" [9].
E precisa, poco prima:
Non bisogna pensare che la vivisezione possa costituire da sola l'intero
metodo sperimentale applicato allo studio dei fenomeni della vita.
La vivisezione non è altro che una dissezione anatomica sul
vivente; essa si combina necessariamente con tutti gli altri strumenti
fisico-chimici d'indagine che bisogna dirigere sull'organismo. Da sola,
la vivisezione non avrebbe che una portata ristretta e potrebbe addirittura,
in certi casi, indurci in errore sul ruolo reale degli organi. Con
queste riserve, non nego né l'utilità né la necessità assoluta
della vivisezione nello studio dei fenomeni della vita; la dichiaro
solo insufficiente [.] quando la vivisezione mostra i suoi limiti,
abbiamo altri mezzi per penetrare più lontano e rivolgerci fino
alle parti elementari dell'organismo nelle quali si trovano le proprietà elementari
dei fenomeni vitali. Questi mezzi sono i veleni etc." [10].

Frontespizio del testo di Claude Bernard, Introduction à l'étude
de la médicine expérimentale |
Risulta chiaro, da queste citazioni, che Bernard, pur ritenendo la
vivisezione una componente fondamentale ed indispensabile della medicina
sperimentale, non la considerava sinonimo di "sperimentazione" e considerava
necessario affiancarle altre pratiche, come le prove tossicologiche
("i veleni"), che, rigorosamente parlando, non possono essere incluse
nella "vivisezione" [11].
Rispetto alla questione del metodo sperimentale, poi, Bernard distingue
l'osservazione e la sperimentazione come due fasi
distinte dell'approccio empirico: la prima ha carattere fortuito, consiste
cioè in un fenomeno che si produce naturalmente, la seconda
ha carattere "costruito", come già anticipato. Ma, precisa Bernard,
il ragionamento sperimentale riunisce in sé questi due
momenti. È la mente del ricercatore che, assumendo un ruolo
attivo di fronte all' osservazione, vale a dire analizzandola
e postulando delle possibili ipotesi di spiegazione, la interpreta
(non si limita semplicemente a constatare una verità evidente,
di per sé inesistente.) ed infine la trasforma, arrivando ad
ideare un esperimentodi controllo e verifica dell'ipotesi.
Bisogna dunque tener conto di due cose nel metodo sperimentale: 1.
l'arte di ottenere dei fatti esatti per mezzo di un'investigazione
rigorosa; 2. l'arte di metterli in pratica attraverso un ragionamento
sperimentale al fine di ricavarne la conoscenza della legge dei fenomeni.
Abbiamo detto che il ragionamento sperimentale si esercita sempre e
necessariamente su due fatti contemporaneamente, l'uno che ne costituisce
il punto di partenza: l'osservazione; l'altro che gli serve
come conclusione o controllo: l'esperienza. Tuttavia è solo
con una sorta di astrazione logica e in ragione del posto che occupano
che si può fare la distinzione, nel ragionamento, tra il fatto-osservazione
e il fatto-esperienza [12].
Non è dunque l'esperienza di laboratorio in sé a costituire
l'essenza della medicina sperimentale, ma la disposizione attiva del
ricercatore di fronte ai dati empirici, quale ne sia la provenienza: è il metodo ,
alla costruzione del quale sono dedicate le opere teoriche di Claude
Bernard.
Il lettore potrebbe domandarsi, a questo punto, quale sia l'utilità di
questa breve analisi del pensiero di Bernard: quale attenzione dobbiamo
al mostro insensibile e sadico che ci è stato descritto da Ruesch?
Ci scontriamo qui con il primo tabù: il tabù che impone
di disinteressarsi alle motivazioni e alle logiche della sperimentazione
(e degli sperimentatori), in base al pregiudizio che essa non presenti
logica ma solo violenza. Ciò implica il misconoscimento a priori
dell'esistenza di una logica nella violenza. Ed impedisce di porre
fine alla violenza, perché impedisce di comprenderne la logica.
Torneremo ancora su questo tabù; per ora, proseguiamo la lettura
dell' Introduzione allo studio della medicina sperimentale in
cerca di elementi utili per decidere, in base ad argomentazioni motivate,
quale termine sia preferibile adottare in riferimento all'utilizzo
degli animali da laboratorio.
Abbiamo detto che, secondo Bernard, il metodo sperimentale consiste
in un atteggiamento di interpretazione dei fatti empirici.
Ne consegue che, pur dandosi una distinzione tra scienze osservativee scienze
sperimentali, essa non implica che le prime non applichino il
metodo sperimentale. Il prototipo della scienza osservativa è l'astronomia:
l'astronomo non può certo riprodurre in laboratorio il movimento
dei pianeti, non può agire sull'oggetto del suo studio (o almeno
non poteva farlo al tempo di Bernard), ma può condurre dei ragionamenti
fondati sulle sue osservazioni che lo portino a predire il movimento
dei corpi celesti ed a verificare l'ipotesi attraverso una nuova osservazione.
Nelle scienze sperimentali, invece, la verifica dell'ipotesi può essere
condotta attraverso la creazione di un esperimento e, conseguentemente,
si può arrivare ad un intervento concreto dello sperimentatore
sul fenomeno studiato: ricostruzione del fenomeno, isolamento di determinati
fattori, alterazione di determinati parametri e così via. Di
qui, il carattere operativo delle scienze sperimentali [13]..
Laddove sul piano del metodo osservazione ed esperimento si equivalgono
in quanto fonti di conoscenza delle leggi dei fenomeni, sul piano dell'agire la
sperimentazione offre la possibilità di intervenire sul corso
degli eventi, di modificare e manipolare i fenomeni, realizzando l'anelito
primo della scienza moderna: con le parole di René Descartes,
quello di rendere gli uomini "signori e padroni della natura" [14].
Detto ciò, si apre per Bernard
la questione di sapere se la medicina deve restare una scienza d'osservazione o
diventare una scienza sperimentale.. Senza dubbio la medicina
deve cominciare con l'essere una semplice osservazione clinica [.]
Ma se si ammette che occorra limitarsi in questo modo [i.e. alla sola
osservazione degli organismi sani e malati] e se si pone il principio
che la medicina non è che una scienza passiva di osservazione,
il medico non dovrà più toccare il corpo umano più di
quanto l'astronomo non tocchi i pianeti. Di conseguenza, l'anatomia
normale o patologica, le vivisezioni, applicate alla fisiologia, alla
patologia e alla terapeutica, tutto ciò sarebbe del tutto inutile.
La medicina così concepita può condurre solo all'aspettativa
e a delle prescrizioni igieniche più o meno utili; ma questa è la
negazione di una medicina attiva, cioè di una terapeutica scientifica
e reale [15].
L'opinione di Bernard è, ovviamente, che la medicina debba
essere una "scienza sperimentale e progressiva" [16].
Il motivo è eminentemente pratico: criterio di utilità e
di rapidità [17], dunque
massimizzazione del risultato (trovare cure efficaci) e diminuzione
dell'attesa.
Se dunque l'essenza "sperimentale" di una scienza consiste nel fare
esperienze e "ragionare su fatti ottenuti in condizioni che lo sperimentatore
ha create e determinate lui stesso" [18],
e se la definizione dell'esperienza "suppone necessariamente che lo
sperimentatore debba poter toccare il corpo su cui vuole agire,
sia distruggendolo sia modificandolo, al fine di conoscere
così il ruolo che esso ricopre nei fenomeni della natura" [19], è evidente
che una medicina sperimentale [20] dovrà per
sua natura operare attivamentesul proprio oggetto: ovvero,
su corpi organici (viventi e non).
Ricapitolando: una medicina che fosse solo osservativa si limiterebbe
a descrivere i corpi viventi (sani e malati), senza intervenire nel
loro funzionamento e senza alterare le loro funzioni vitali, si limiterebbe
dunque a curare le malattie nel momento in cui si presentano; la medicina
sperimentale invece agisce sui fenomeni organici, sforzandosi
di creare artificialmente nei corpi viventi (anche qui, sani e malati)
delle condizioni utili per capire nel più breve tempo possibile
le leggi che li governano, sia nello stato sano che in quello patologico,
senza dover attendere il presentarsi spontaneo e casuale di quelle
condizioni.
Ma se la pratica sperimentale, l'intervento cioè dello sperimentatore
sul fenomeno che intende conoscere, non crea dilemmi di nessun genere
quando applicata alle scienze fisico-chimiche, è evidente che
in campo medico essa si rivela una fonte inesauribile di problemi etici
nel momento in cui gli "oggetti" su cui sperimentare sono, necessariamente,
dei corpi viventi: dunque, degli individui. In altre parole, la medicina
sperimentale esigeper sua definizione operare su individui,
sani o malati che siano, le cui condizioni psico-fisiche vengono alterate
in relazione alle ipotesi di lavoro dello sperimentatore. In definitiva,
la medicina sperimentale non può fare a meno di individui che
facciano da cavie.
Per questo motivo, in relazione alla terminologia da usare riguardo
alla domanda etica sull'uso degli animali nei laboratori di ricerca,
ritengo non solo impreciso l'uso del termine "vivisezione", per le
ragioni esposte sopra, ma soprattutto temo che anche il termine "sperimentazione" (o "sperimentazione
animale") non riesca a cogliere esattamente il nodo del problema nel
momento in cui porta a creare una sovrapposizione tra metodo e pratica . È quest'ultima
a costituire il vero oggetto della polemica per noi che ci opponiamo
all'uso degli animali nella ricerca. La strategia attuale (criticare
il metodo su basi epistemologiche al fine di ottenere la cessazione
della pratica) è controproducente non solo perché porta,
come già accennato, a coinvolgere indebitamente nella querelle un
pubblico non competente, non solo perché conduce a spiegazioni
e ricostruzioni a volte discutibili (come vedremo), ma soprattutto
perché tende a creare un legame tra il metodo sperimentale e
l'uso delle cavie laddove è invece la pratica sperimentale ad
esigere l'uso delle cavie: qualunque aggiustamento del metodo non porterà,
da solo, ad una cessazione della pratica. In altre parole, anche se
si stabilisse nella teoria, applicando cioè un atteggiamento
sperimentale nel senso suddetto (interpretazione dei fenomeni osservati,
qualunque ne sia l'origine – caso "naturale" o ricostruzione in laboratorio
– e formulazione di ipotesi) l'incommensurabilità del modello
animale e del modello umano, ciò sarebbe ininfluente ai fini
della pratica, perché, esigendo la stessa pratica sperimentale
(come l'abbiamo definita: intervento su – e manipolazione di – corpi viventi)
l'uso di cavie, ne seguirebbe semplicemente che cavie non umane continuerebbero
comunque ad essere usate per lo studio degli organismi non umani e, dall'altra
parte, cavie umane continuerebbero ad essere usate per lo studio dell'organismo
umano. La strategia dell'antivivisezionismo scientifico, insomma, non coglie
l'essenza del problema perché non entra nel cuore della pratica sperimentale
e non mette in discussione il fatto che la nostra medicina sia una scienza
sperimentale: ne risulta l'impressione che l'uso degli animali nei laboratori
di ricerca sia quasi accidentale, che si limiti ad essere l'effetto
di determinate ipotesi di lavoro e non il carattere costitutivo della medicina
sperimentale stessa come pratica. L'uso poi di cavie umane, in questa ottica,
viene interpretato come un fatto puramente accidentale, effetto di
deviazioni e depravazioni contingenti del progetto sperimentale, ad esso inessenziali.
Senza che sia toccato il nodo fondamentale: l'idea di manipolazione
di corpi viventi è essenziale alla pratica della medicina
sperimentale, ed è un'idea che in sé non comprende delimitazioni
riguardo alla specie di appartenenza dei corpi in questione.
Non è dunque la medicina sperimentale in sé ad estromettere
(ufficialmente, almeno) gli individui di specie umana dalla classe
dei possibili soggetti di sperimentazione e a decidere, simmetricamente,
per l'utilizzo delle specie non umane. La sua pratica, in sé, è neutrale;
la sua violenza è aspecista.
Sono state invece l'emergenza storica e la pressione sociale, configurate
come riflessione etica a posteriori, a contornare, delimitare, abolire
determinati aspetti della pratica; sono tali fattori, esterni alla
teoria scientifica, gli unici depositari del potere di decisione su
ciò che si può e non si può fare.
Ritenendo dunque che la pratica, e non la teoria, debba essere l'oggetto
della nostra critica, credo che occorra discostarsi dalle argomentazioni
dell'antivivisezionismo scientifico ed indicare chiaramente che lo
scopo della nostra lotta politica e culturale ha a che fare con gli effetti
sociali e politici della pratica sperimentale. In conclusione, è necessaria
una trasformazione dell'attuale movimento contro la "vivisezione" o
contro la "sperimentazione animale" in un movimento per l'abolizione
delle cavie nella ricerca biomedica.
|
|
Note |
| |
1. A.
Pignataro, "Per una critica dell'antivivisezionismo scientifico" (www.liberazioni.org/ra/ra/officina033c.html).
2. Ci
si domanderà se vero progresso può essere considerato
il cammino che le società umane hanno percorso fino ad oggi.
Nell'impossibilità di aprire in questa sede una discussione
in merito, mi limiterò ad assumere per buona l'opinione corrente
che la medicina sperimentale abbia contribuito in buona misura al
miglioramento della qualità della vita. Questa opinione è di
certo estremamente semplicistica, ma poiché una simile cornice "ottimista" rende
la domanda sulle cavie ancora più insidiosa, credo valga la
pena tenerne conto, affinché l'analisi non ometta nessuna
parte, per quanto scomoda, del problema.
3. Di qui
in poi il termine "cavie" verrà utilizzato per indicare individui
viventi, umani e non umani, utilizzati nella ricerca sperimentale: dunque
in senso generico e, soprattutto, a-specista.
4. Pietro
Croce, Vivisezione o scienza, Movimento Nazionale Ecologico UNA,
Firenze 1990, p. 17 nota.
5. Hans Ruesch, Imperatrice
nuda, Civis 1989, p. 13.
6. Stefano
Cagno, Gli animali e la ricerca, Muzzio, Padova 1997, p. 17.
7. I dizionari
più recenti ammettono l'uso allargato del termine (cfr. p. es.
De Mauro, 19__ : " Vivisezione: s.f. dissezione anatomica di animali vivi
effettuata a scopo di studio e sperimentazione | estens., qualunque tipo
di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni
a livello anatomico o funzionale, come l'esposizione a radiazioni, l'inoculazione
di sostanze chimiche, di gas, ecc."; Treccani 1994: "Vivisezione: termine
che, secondo un'accezione restrittiva, aderente all'etimo, designa ogni
atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale,
privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso
il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare
l'attività didattica o l'addestramento a particolari tecniche chirurgiche
o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con sign. più ampio,
il termine viene riferito – almeno ai fini dell'interpretazione giuridica
ed etica – a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente
cruente, che inducano lesioni o alterazioni anatomiche o funzionali (ed
eventualmente la morte) negli animali da laboratorio (generalmente mammiferi),
come ustioni, inoculazioni di sostanze chimiche, esposizione a gas tossici
o ad alte energie (radiante, elettrica, di altra natura), soffocamento,
annegamento, traumi vari"). Ma si tratta di una semplice presa d'atto
dell'esistenza di tale uso, ormai entrato a far parte del parlato collettivo
proprio per effetto dei movimenti "antivivisezionisti" (il Treccani fa
riferimento infatti all'"interpretazione giuridica ed etica"). D'altra
parte, l'uso allargato o meno del termine "vivisezione" costituisce una
controversia linguistica destinata a non avere fine tra gli "antivivisezionisti" e
i sostenitori della sperimentazione animale: proprio a causa della sofferenza
che esso evoca a livello etimologico, questi ultimi ne denunciano l'uso
strumentale da parte degli "antivivisezionisti", i quali a loro volta
accusano i ricercatori di utilizzare degli eufemismi ("sperimentazione", "modello
animale" e così via) per "addolcire" la propria immagine davanti
all'opinione pubblica.
8. Claude
Bernard, Introduction à l'étude de la médicine
expérimentale, Garnier-Flammarion, Paris 1966, p. 100 (tutte
le traduzioni sono mie). V. anche p. 98: "Ogni giorno, i chirurghi praticano
delle vivisezioni sui loro pazienti".
9. Ibidem.
10. Ibidem.
11. La
sperimentazione di tipo non vivisettorio può assumere le forme
più diverse. Nel paragrafo "Sulla vivisezione", in cui Bernard
si interroga sulla legittimazione morale della sperimentazione sugli organismi
viventi, egli parla di "esperimenti e vivisezioni", e riporta casi
di esperimenti condotti su umani che non rappresentano delle vere e proprie "vivisezioni" (ad.
es. la somministrazione di larve di vermi intestinali ad una donna condannata
a morte per osservarne lo sviluppo dopo l'esecuzione; Bernard parla anche
di "esperienze analoghe su malati di tisi prossimi alla morte", op.
cit. , p. 98). In definitiva, anche la semplice astensione dalla terapeutica
rappresenta una sperimentazione, ed anche in questi casi i soggetti coinvolti
possono essere considerati "cavie", anche se di fatto restano al di fuori
del laboratorio vero e proprio.
12. Ivi ,
p. 28.
13. Ivi ,
pp. 23 segg.
14. René Descartes, Discours
de la méthode , AT VI, p. 62.
15. Claude
Bernard, op. cit. , p. 26.
16. Ibidem.
17. V.
p. 27 dell' Introduction: "quando si tratta di una scienza agli
inizi, come la medicina, dove esistono questioni complesse ed oscure non
ancora studiate, l'idea sperimentale non può sempre liberarsi di
un argomento così vago. Cosa bisogna fare allora? Astenersi ed
aspettare che le osservazioni, presentandosi da sole, ci arrechino delle
idee più chiare? Si potrebbe attendere a lungo ed anche invano;
si guadagna sempre a sperimentare" (qui Bernard fa riferimento alle difficoltà metodologiche
peculiari alle scienze della vita: laddove gli esperimenti di fisica e
di chimica si inserivano in cornici teoriche già sviluppate, la
medicina ne era ancora priva: di qui la necessità di praticare
empiricamente – sperimentalmente – per dar vita alle teorie mancanti).
18. Ivi,
p. 24.
19. Ivi,
p. 18 (corsivi miei).
20. Così come è stata
teorizzata da Bernard, evidentemente; ma il pensiero di Bernard è ancora
oggi ritenuto fondamentale e riverito come tale. |
|