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André Pichot è ricercatore
di epistemologia e storia delle scienze al CNRS (Centre National
Recherche Scientifique). Questo articolo è stato
pubblicato sulla rivista francese "Ésprit" (agosto-settembre 2003). Pichot è evidentemente
del tutto lontano dalla prospettiva antispecista. Malgrado ciò, il suo
articolo opera una interessante, radicale critica della biologia molecolare
e della genetica, pur non mettendo in evidenza le alternative alle teorie ortodosse
(da molti anni discusse in una cerchia di studiosi quasi emarginati). Pichot
ha ragione, in larga parte: c'è una crisi nascosta, oppure presentata
falsamente come una nuova conquista. La biologia ortodossa è stata ed è molto
dogmatica: il dogma centrale della biologia molecolare (si vedano i libri, tradotti
in italiano, di Richard Lewontin, per esempio), per cui dai geni del DNA, tramite
l'RNA-messaggero e secondo un 'codice universale', si costruiscono le proteine
in un processo in cui il DNA, quale unico agente causale inalterabile se non
per mutazioni casuali, determina tutta l'evoluzione degli organismi e delle
specie secondo un 'determinismo genetico', ha portato alla martirizzazione degli
eretici che non vi credevano. Questo e altri dogmi della biologia molecolare
sono stati smentiti dalle ricerche più recenti, che mostrano quanto sia
più complessa la dialettica fra le varie parti delle cellule (all'informazione
costruttiva partecipano parti di DNA prima ritenute inutili e senza senso, l'RNA,
le proteine; e quindi non basta manipolare qualche gene, secondo il progetto
dell'ingegneria genetica e una prospettiva riduttiva, a prescindere dal complesso
contesto cellulare). Malgrado ciò, i biologi ortodossi non hanno riconosciuto
pubblicamente il loro errore e il loro dogmatismo, né hanno chiesto scusa
ai colleghi esclusi dalla comunità, ma hanno cavalcato i nuovi risultati
non evidenziando il fatto che tutto quanto credevano come certo è crollato.
Tutto viene cioè presentato come progresso e accumulo di nuove conoscenze,
senza mettere in evidenza le fratture epistemologiche che ci indicano che le
vecchie teorie erano sbagliate e vanno abbandonate. Riconoscere che su molte
cose Darwin aveva torto, o così anche la genetica, non dovrebbe comportare
problemi per la comunità scientifica. Invece sembra che quest'ultima
sia molto più interessata a fronteggiare gli attacchi dei neo-creazionisti
o le ragioni dei pranoterapeuti piuttosto che accogliere la verità verso
cui le sue stesse procedure la spingono: e cioè che la scienza è fallibile.
Questo assunto pone poi problemi forse anche più urgenti a determinati
settori scientifici: come ottenere fondi statali o investimenti privati per
la ricerca, se si ammette che la teoria presenta molti lati oscuri?
Senza considerare che un ripensamento della logica dell'evoluzione mette
a repentaglio una delle armi più collaudate dello specismo "scientista":
come giustificare, infatti, lo sterminio e lo sfruttamento degli animali e della
terra tutta da parte dell’uomo, una volta riconosciuto che la lotta per
la vita non è il motore dell’evoluzione e che la “selezione
naturale” è solo il rivestimento scientifico-ideologico di una
violenza non necessaria perpetrata da alcune specie, come quella umana, su altre?
Traduzione: Cristiano Milia
Testo originale  |
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Per correggere i giudizi
del pubblico sulla rivoluzione biologica
André Pichot
Volendo credere ai media, la biologia sarebbe l'ultimo bastione della
rivoluzione permanente. Non passa un mese senza che ci venga strombazzata
una favolosa scoperta capace di eliminare per sempre la miseria e la
fame, un rovesciamento concettuale annunciatore di sbalorditive prospettive
terapeutiche, a meno che ciò non sia, più modestamente,
una trovata tecnica scorretta o fotogenica, e dunque piena di implicazioni
supposte. Meraviglie ripetitive inevitabilmente rivestite di superlativi
giochi finanziari, ma commentate prudentemente al futuro, tempo delle
promesse senza garanzie, e coniugazione preferita dei biologi - insieme
al condizionale, che utilizzano quando il boccone è un po' duro
da mandar giù.
Davanti ad uno spettacolo simile i più maliziosi (male lingue,
ma buoni occhi) diranno che una scienza che vive una rivoluzione ogni
quindici giorni è una scienza che gira in tondo. E che una scienza
che prova un tale bisogno di mettersi in mostra sui media promettendo
di tutto è una scienza che ha perso la bussola e che annega in
un guazzabuglio di risultati sperimentali che non è capace di
valutare o di ordinare, per mancanza di una teoria coerente. A guardare
da vicino è proprio così. Essenzialmente, queste presunte
rivoluzioni sono solo dei cedimenti consecutivi attraverso cui, pezzo
dopo pezzo, crolla la cornice teorica della genetica molecolare (e da
lì quello della biologia moderna, di cui la genetica è il
perno [1]).
Questa cornice teorica è stata immaginata nel 1944 dal fisico
Erwin Schrödinger, che concepiva l'eredità come la trasmissione
di un ordine fisico attraverso la trasmissione di una sostanza fisicamente
ordinata [2]. Secondo lui, l'ordine di questa sostanza determinava l'ordine
dell'essere vivente; doveva dunque esserci una corrispondenza tra di
essi (ciò che Schrödinger chiamava "codice").
Dopo che i lavori di Oswald T. Avery (anch'essi risalenti al 1944, ma
all'inizio trascurati) suggerirono che il DNA fosse il supporto dell'eredità [3],
e soprattutto dopo la scoperta della struttura di questo ad opera di
James D. Watson e Francis H. C. Crick nel 1953 [4], la concezione di
Schrödinger divenne, con alcuni adattamenti, la teoria del programma
genetico. La sostanza ordinata fu assimilata al DNA, ed il principio
di Schrödinger fu ammorbidito nella misura in cui alla corrispondenza
globale tra l'ordine del materiale genetico e l'organizzazione dell'essere
vivente fu sostituita una corrispondenza locale tra l'ordine interno
dei geni e l'ordine interno delle proteine (ciò che si chiama "codice
genetico").
Negli anni '70 diversi lavori dimostrarono che il genoma era più malleabile
ed il gene più complicato di quanto si pensasse; e che, negli
eucarioti [5], non solo non c'è corrispondenza stretta tra l'ordine
del materiale genetico e l'ordine dell'essere vivente, ma non ce ne è neanche
tra l'ordine del gene e quello della proteina. Fu un nuovo ammorbidimento
del principio di Schrödinger, un ammorbidimento che equivalse ad
un indebolimento generalizzato.
In altri termini, la genetica si ritrovò con una teoria che voleva
una cosa e dei risultati sperimentali che ne volevano un'altra. La teoria
vuole che l'eredità sia la trasmissione di una sostanza ordinata
(DNA) che determina l'organizzazione dell'essere vivente. Ma man mano
che i risultati sperimentali si accumulavano, l'ordine di questa sostanza è diventato
sempre più incerto e la sua corrispondenza con l'organizzazione
dell'essere vivente sempre più vaga, al punto che oggi non resta
praticamente più nulla, né di questo ordine né di
questa corrispondenza.
La cornice teorica della genetica è crollata così a pezzi
senza che nessuno abbia cercato mai di ritoccarla o sostituirla. Si è semplicemente
fatto sparire il riferimento a Schrödinger, e, grazie all'approssimazione
che circonda il concetto di informazione, si è continuato a parlare
di "programma genetico" e ci si è abbarbicati su questo concetto,
non avendo nulla di meglio di una formula che si sapeva essere senza
senso, molto comoda per la sua capacità di spiegare qualsiasi
cosa (basta innestare aggiustamenti su aggiustamenti, come l'astronomia
medievale accatastava epicicli su epicicli).
E così la destrutturazione del gene ha portato i genetisti a valorizzare
il ruolo delle proteine; il che ricorda delle antiche tesi in cui, essendo
sconosciuta la funzione del DNA, erano le proteine a spiegare direttamente
l'eredità. Un po' come se, dal momento che la preminenza del DNA
era rimessa in dubbio dalla destrutturazione, si ritornasse alla teoria
antica fondata sulle proteine e le loro molteplici proprietà. Una
tendenza generale "retrograda", dunque, più che rivoluzionaria.
Decodifica dei genomi ed ingegneria genetica: successo o fiasco?
Non essendo in grado di proporre una nuova cornice teorica, si lanciarono
allora due grandi programmi di ricerca: la decodifica dei genomi e l'ingegneria
genetica; programmi che hanno entrambi la particolarità di mettere
in sospeso le questioni teoriche.
La decodifica dei genomi le lascia da parte per interessarsi alle difficoltà tecniche
dell'analisi delle macromolecole del DNA.
In quanto all'ingegneria genetica, questa non è, contrariamente
a ciò che si potrebbe credere, l'applicazione di teorie genetiche
all'industria, all'agricoltura e alla medicina, ma la trasformazione
di metodi di laboratorio (particolarmente quelli transgenici) in procedimenti
industriali, agricoli o medici. La principale difficoltà è che
questi procedimenti hanno dei requisiti di rendimento, di redditività e
di sicurezza che non ha niente a vedere con quelle dei laboratori. Così,
ancora una volta, abbandono delle questioni teoriche e focalizzazione
sui problemi tecnici.
Questi due grandi programmi di ricerca, lungi dall'essere risultato
di un progresso che avrebbe avuto dei riscontri in diverse applicazioni,
sono dunque soprattutto delle reazioni ad una situazione di blocco teorico,
un modo di lasciare in sospeso delle questioni che non si sanno risolvere,
nella speranza che le cose si chiariscano.
La straordinaria astuzia della faccenda è stata trasformare questo
blocco scientifico in un grande successo mediatico. La decodifica dei
genomi è diventata la decodifica del libro della vita, la rivelazione
dei suoi ultimi segreti. In quanto all'ingegneria genetica, è stata
presentata come alta tecnologia.
Vent'anni più tardi ecco i risultati. La decodifica del genoma
umano è un magnifico successo per le tecniche di analisi delle
macromolecole ed un colossale fiasco per la teoria genetica. In Schrödinger
il materiale genetico era talmente ordinato che lo si paragonava ad un
cristallo. Oggi la decodifica mostra un genoma umano composto nella quasi
totalità (circa il 97%) da "junk-DNA" (DNA-pattumiera
o DNA non senso) di cui si ignora la funzione, supponendo che ne abbia
una (il che in effetti lo rende candidato ideale per un posto tra gli
aggiustamenti-epicicli); insieme ad alcune briciole, perse in mezzo a
questo "junk-DNA", che corrispondono effettivamente a dei geni,
che del resto si ritrovano quasi tutti nello scimpanzé (più del
98%), e addirittura nel topo.
Dato che l'uomo differisce un po' più di così dalla scimmia,
ed ancora più dai roditori [vedi N.d.R.],
si sarebbe potuto concludere che il postulato di un ordine-corrispondenza
tra l'ordine del materiale genetico (DNA) e l'organizzazione dell'essere
vivente è sbagliato (tanto più che Schrödinger ha
precisato appunto che la sua tesi di un ordine di questo tipo necessita
di leggi fisiche speciali per gli esseri viventi; il che è sufficiente
per renderla inverosimile). E invece, dopo avere speso una fortuna per
decifrare il genoma umano, ci si propone ora di spenderne un'altra in
computer destinati a trovare un senso a questo caos-spazzatura, e salvare
così una teoria morta da tempo! In realtà, l'epilogo è già noto:
tutto ciò si concluderà con un'orgia di geni di malattie,
di predisposizioni e di chissà cos'altro. È pressappoco
ciò che accadde negli anni '30 quando, dopo avere cartografato
i cromosomi della drosofila mediante 400 mutazioni (l'equivalente, all'epoca,
della nostra attuale decodifica di genomi) i genetisti si accorsero che
non serviva a granché e trovarono un diversivo nell'eugenetica [6].
Quanto all'ingegneria genetica (OGM, terapia genica, ecc.), lungi dall'essere
l'alta tecnologia sulla quale doveva basarsi una nuova industria e la
medicina del futuro, oggi non è che una raccolta di bricolage
empirici, avvolta da un affarismo che perde colpi. La differenza tra
una tecnologia ed un bricolage è che una tecnologia sottintende
una teoria, mentre il bricolage procede a tentoni. Così che, quando
funziona, non si sa perché funziona... E se non funziona, non
si conosce ugualmente il perché; né tantomeno in che modo
migliorarlo, se non a tentoni.
Alcuni di questi pasticci possono essere certo utili, tuttavia essi
non costituiscono scienza; e i successi, rari ed aleatori, restano precari,
per mancanza di una base teorica seria. Alcuni possono anche rendere
del denaro ai loro promotori; ma c'è una differenza tra costruire
una nuova industria e fare un "colpo" il cui avvenire è lontano
dall'essere sicuro - non se la prendano i creatori di start-up.
In biologia non c'è stata nessuna rivoluzione
È questo lo spettacolo che offre oggi la biologia. Più che
una rivoluzione, un disfacimento macchinato dalla retorica mediatica,
dall'affarismo, dalle promesse campate in aria e dai bricolage approssimativi.
Una rivoluzione proporrebbe una nuova cornice teorica ben costruita che
renda effettivamente conto dei dati sperimentali. Ma non è facile. BR>
In primo luogo perché le rivoluzioni scientifiche non sono più ciò che
erano appena un secolo fa, quando gli scienziati erano personaggi autorevoli
e la ricerca si faceva in circoli ristretti. Oggi la ricerca mobilita
migliaia di ricercatori, quasi tutti strettamente specializzati e poco
propensi a mettere in discussione i principi all'interno dai quali hanno
imparato a lavorare. È una massa la cui inerzia è ancor
più dura da vincere del conservatorismo dei mandarini dei vecchi
tempi (i quali, come aveva notato Max Planck, alla fine morivano tutti - il
che non li ha fatti estinguere).
Secondo, perché la genetica è una scienza dogmatica che,
come tutte le dottrine dai fondamenti mal radicati, non ha mai sopportato
gli eretici e li ha sempre giustiziati a feroci colpi di epiteti (lamarckisti,
lyssenkisti, creazionisti, e altri devianti). Ciò ha fatto sì che
vi regni un pensiero unico, e che non ci si possa aspettare delle vere
novità se non da personalità isolate, magari marginali,
la cui capacità di scuotere la comunità scientifica è debole.
Terzo, perché la questione da risolvere è molto complicata.
I rari gruppi di ricercatori che si sono riuniti non sono ancora riusciti
a presentare correttamente il problema e, di conseguenza, le soluzioni
abbozzate non suscitano un entusiasmo appassionato. Inoltre, sembra che
tali soluzioni si distinguano per una tendenza "retrograda" ancor più marcata
di quella menzionata prima a proposito della valorizzazione del ruolo
delle proteine. Un po' come se la tendenza ad andare indietro nel tempo
fosse proporzionale all'acutezza del senso critico, in una sorta di decostruzione
regressiva delle teorie alla ricerca del punto dove si è prodotto
l'errore.
Ad esempio, tra i tentativi recenti, la tesi di Jean-Jacques Kupiec
e Pierre Sonigo ricorda, per il suo pandarwinismo, una teoria proposta
nel 1881 da Wilhem Roux [7, 8]. Quella di Henri Atlan [9], che quasi
dissolve la nozione di eredità, è ancora precedente, risale
ad un'epoca in cui questa nozione era indistinta, come nelle prime teorie
di Ernst Haeckel [10] durante gli anni 1860-1870.
Quali che siano gli incontestabili meriti di questi e alcuni altri ricercatori
(primi fra tutti il senso critico e la libertà di spirito in un
ambiente non molto propizio), è poco probabile che ci si possa
accontentare semplicemente di mettere un vestito nuovo alle teorie vecchie.
Ma forse stanno arretrando per prendere lo slancio necessario al grande
salto in avanti.
* * *
Alcuni saranno probabilmente delusi dallo scoprire che non c'è rivoluzione
in biologia. Altri se ne rallegreranno, sia perché questo apre
loro la possibilità di farne una essi stessi, sia perché scongiura
la minaccia di una dittatura genetista, o quantomeno la minaccia (fondata
sul concetto di programma genetico) di una trasformazione biologica attiva
e volontaristica dell'umanità. Gli organismi transgenici, la clonazione,
la partenogenetica, etc., funzionano talmente male che non possono uscire
così dai laboratori per essere applicate sull'uomo (e se lo si
fa, non se ne ricaverà granché). La mancanza di fondamenti
teorici seri, che rende la loro efficacia molto aleatoria, rende inverosimile
ogni utilizzo pianificato di questi procedimenti, persino la loro semplice
messa in opera.
Sono da temere soltanto gli abusi, tanto più probabili quanto
più i fondamenti scientifici sono deboli. Ovvero: i rischi ecologici
e sanitari legati agli OGM, di cui si è ben lontani dal padroneggiare
la tecnica; gli abusi di diagnosi genetiche, la maggior parte delle quali
si basa solamente su delle correlazioni statistiche (eugenetica ed altre
forme di selezione); ed infine - meno probabile oggi, perché si
sono viste le conseguenze dei tentativi precipitosi - i pericoli derivanti
da sperimentazioni umane aberranti (terapia genica, clonazione terapeutica.).
Tutto ciò non è certo poco - anzi, è tanto - ma
non è comparabile a quello che diversi ideologi, da Peter Sloterdijk
a Francis Fukuyama, hanno immaginato a partire dalla rivoluzione biologica.
Le loro tesi, che occultano i volgari pericoli reali sfoderando straordinarie
fantasticherie, sono destinate ad essere riposte a breve nell'armadio
delle barzellette (è meglio non riferirsi alla scienza quando
la si conosce solo tramite la volgarizzazione).
Forse anche certi personaggi d'altri tempi, tra loro imparentati, e
ormai esauriti malgrado la loro pretesa di novità, subiranno la
stessa sorte (tra gli altri: la sociobiologia di Richard Dawkins, il
cognitivismo darwiniano di Daniel C. Dennett) - bisogna forse dolersene?
Perché non bisogna dimenticare che la genetica si è sviluppata
nella cornice dell'evoluzionismo darwiniano e che le due dottrine sono
strettamente legate, reggendosi l'un l'altra in ciò che viene
chiamata "teoria sintetica".. Conseguentemente, ogni rimessa in discussione
delle concezioni attuali della genetica si ripercuoterà per forza
sulle spiegazioni che si danno dell'evoluzione [11], e da lì,
in primo luogo, sulle pseudo-scienze che si sono dedicate all'applicazione
dei principi darwiniani alla sociologia e alla psicologia.
A meno che ovviamente queste diverse ideologie, messe in scena dai media,
teorizzando l'impatto di un'immaginaria rivoluzione genetica o risuscitando
le derive darwiniane del passato, non siano chiamate in soccorso di dottrine
biologiche dai fondamenti scientifici vacillanti.
I progressi della decodifica dei genomi e dello sviluppo dell'ingegneria
genetica sono come l'albero che nasconde la foresta: mascherano
l'incertezza, addirittura lo smarrimento che tocca le questioni
fondamentali della genetica, il cui la cornice teorica che invecchia
non è più valida.
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Note |
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1. André Pichot, Histoire
de la notion de gène, Paris, éd.
Flammarion, 1999.
2. Erwin Schrödinger, Che cos'è la vita? La cellula vivente dal
punto di vista fisico (1944), trad. it. di M. Ageno, Adelphi, 1995.
3. Oswald T. Avery, Colin M. MacLeod et Maclyn McCarty, "Studies on the Chemical
Nature of the Substance Inducting Transformation of Pneumococcal Types", Journal
of Experimental Biology and Medecine , 1944, 79, p. 137-158.
4. James
D. Watson e Francis H. C. Crick, "Molecular Structure of Nucleic
Acids", Nature,
1953, 171, p. 737-738; "Genetical Implications of the Structure of Deoxyribonucleic
Acid", Nature, 1953, 171, p. 964.
5. Gli eucarioti sono gli esseri viventi le cui cellule sono dotate di un vero
nucleo contenente il materiale genetico, al contrario dei procarioti (i batteri)
che non hanno nucleo e il cui materiale genetica fluttua direttamente nel citoplasma.
6. A.
Pichot, La société pure, de Darwin à Hitler,
Paris, éd. Flammarion, 2000.
7. Jean-Jacques
Kupiec et Pierre Sonigo, Ni Dieu ni gène,
pour une autre théorie de l'hérédité,
Paris, éd. Le
Seuil, 2000.
8. Wilhem Roux, Der Kampf der Theile im Organismus , Leipzig, Engelmann,
1881 ( Gesammelte Abhandlungen Yber Entwicklungsmechanik der Organismen ,
2 vol., Leipzig, Engelmann, 1895, t. 1, p. 135-437).
9. Henri
Atlan, La fin du tout génétique, vers
de nouveaux paradigmes en biologie, Paris, Inra éditions,
1999.
10. Ernst
Haekel, La périgenèse des plastidules (1876),
dans Essais
de psychologie cellulaire, trad. de Jules Soury, Paris, éd. Germer-Baillière,
1880. 11. Per avere un'idea dell'ampiezza del problema si provi ad immaginare le teorie
dell'evoluzione che potrebbero articolarsi sulla genetica da Kupiec e Sonigo,
o su quella di Atlan.
N.d.R. I cliché scivolano
dalla penna senza che lo studioso se ne accorga: in che senso l'uomo differisce "un
po' più di così"? Si tratta di
un'affermazione generica, incongruente con lo stile tecnico dell'articolo e
priva di evidenza, se non nell'ottica del pregiudizio "umanista", che tra le
multiple e rimarchevoli differenze esistenti tra le specie ritiene significativa
solo quella tra l'homo sapiens e il resto del vivente, salvo non essere in grado
di definirla e di spiegarne l'unicità. |
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