| |
|
La domesticazione dell'uomo
(Parte prima)
Sullo
specismo
Marco Maurizi
L'ambiguità dell'antispecismo
Dopo la comparsa del famoso libro di Singer [1]
– Animal Liberation – il termine "specismo" è divenuto piuttosto
famoso sia nell'ambito del dibattito etico che nella prassi militante.
Anche se molti attivisti per i diritti animali non hanno mai letto Animal
Liberation alcuni assunti generali derivati da questo libro – o da
altri che in un modo o nell'altro si ispirano ad esso – sono diventati
la lingua franca del movimento.
Animal Liberation definisce lo specismo come il privilegio morale
fondato sull'appartenenza di specie e quindi strutturalmente indistinguibile
dal razzismo: noi consideriamo gli interessi degli animali umani più
importanti di quelli degli animali non umani, così come
gli umani bianchi facevano (fanno) nei confronti degli umani neri. [2]
Ci troviamo quindi di fronte ad una definizione strettamente teorica
dello specismo. Eppure Singer stesso introduce in quel libro una descrizione
storica delle origini dello specismo; benché le fonti da
cui attinge siano poche e lacunose l'affresco che riesce a mettere in
piedi attraverso citazioni di Aristotele, Agostino, San Tommaso, Descartes
e Kant offre sufficienti appigli per definire la cultura occidentale una
cultura intrinsecamente specista. [3]
Qui però sorgono i problemi.
Lo specismo è una prassi e non solo un pregiudizio morale: ha,
quindi, un lato materiale e uno ideale. Si potrebbe semplificare
dicendo che il lato materiale è ciò che facciamo,
mentre il lato ideale è ciò che pensiamo di quello
che facciamo. Non è chiaro se qui Singer stia descrivendo come
lo specismo si sia imposto in quanto prassi di dominio oppure come
differenti società umane abbiano giustificato a posteriori
le proprie concrete azioni nei confronti degli animali. Ritengo che il
punto debole dell'antispecismo oggi consista nel fatto che Singer non
opera questa distinzione (una distinzione necessaria come diremo tra poco).
E non lo fa perché non può.
Innanzitutto perché non sembra vederla affatto. Come abbiamo già
avuto modo di scrivere, la "breve storia dello specismo" di Singer giustappone
le idee dei filosofi e il trattamento materiale riservato agli animali
come se quest'ultimo fosse prodotto dalle prime. [4]
Ma esiste un secondo motivo della svista, molto più importante,
la cui natura è squisitamente politica. La confusione e l'inversione
tra la dimensione materiale e quella ideale dello specismo sono dovute
al fatto che il punto di partenza di Singer è l'astrazione dell'etica
borghese piuttosto che la concretezza della politica rivoluzionaria. Singer
deve ignorare la distinzione tra materiale e ideale in modo da presentare
la società moderna e i suoi valori come qualcosa di dato: egli
ci chiede di intervenire sui valori invece che sulla società, come
se i valori fossero il fondamento della prassi sociale e non il contrario.
Si obietterà: "ma Singer propone una prassi di trasformazione basata
sulla modificazione dei modi di comportamento sociale, come il vegetarismo,
l'astenersi dall'uso di prodotti di derivazione animale etc.". Si tratta
di un'obiezione che non vede l'essenziale. Proprio il fatto che la soluzione
proposta da Singer parta dall'individuo mostra come il suo sguardo sulla
società sia lo sguardo parcellizzato e settoriale del moralista
borghese. Solo la società borghese si autorappresenta come una
società di individui che scelgono liberamente la propria vita in
un mondo fatto di merci; fa parte della liberazione dal suo inganno smettere
di pensare che la "libera scelta" dentro il "mercato" sia la base per
l'autodeterminazione della propria esistenza. Un'ulteriore riprova del
fatto che la visione singeriana non può oltrepassare i limiti dell'esistente
ma che, anzi, consideri la società attuale qualcosa di ultimo,
sta nel fatto, abbastanza curioso, che l'antispecismo di Singer non implichi
affatto – checché se ne dica – l'elaborazione di nuovi valori
morali: Singer afferma semplicemente che la società attuale si
contraddice se rifiuta di estendere i valori già dati agli
animali non-umani. [5]
Ci siamo già espressi altrove sul fatto che questo errore è
dovuto alla natura essenzialmente metafisica dell'antispecismo
alla Singer. [6]
Con questo intervento speriamo di adempiere all'onere della prova offrendo
uno sguardo diverso sul fenomeno dello specismo o, almeno, di fornire
gli elementi generali che permettono di inquadrare e comprendere la critica
che muoviamo all'antispecismo come finora è stato teorizzato. La
tesi critica da cui partiamo, può essere espressa sinteticamente
così: l'antispecismo metafisico non sa nulla del carattere storico
della società umana e del carattere sociale della storia
umana. Sembra un gioco di parole ma non lo è.
Praticamente ogni teoria morale (esclusi il relativismo e le teorie comunitarie)
si disinteressa dei condizionamenti storici e sociali dell'agire umano:
essa cerca di stabilire ciò che è giusto in ogni tempo
e in ogni circostanza. L'antispecismo, inteso in senso etico, fa
lo stesso. Troppo spesso però si dimentica che le teorie etiche
stesse sono soggette alla variabilità storica e, generalmente,
predicano come "universali" ed "eterni" i valori della propria epoca.
Singer è ovviamente a conoscenza dei presupposti storici della
propria teoria etica. Se la categoria dello specismo è stata elaborata
solo nel 1975 e non da Pitagora, per esempio, ciò è dovuto
al fatto che solo la società moderna ha creato e imposto i concetti
di "egalitarismo" e di "diritti universali", mentre il vegetariano Pitagora
era più che altro preoccupato di non mangiarsi per sbaglio le anime
dei suoi amici morti. Singer, abbiamo detto, mostra come sia illogico
che la nostra società non estenda tali concetti agli animali non-umani
dopo che la civiltà occidentale ha imposto i propri valori – e,
certo, la propria egemonia economica e culturale – sul mondo intero. Questa
egemonia non sembra però costituire un problema per lui. [7]
E, nella misura in cui si fa portatrice di ideali "progressisti" c'è
addirittura chi la accetta come un bene. Singer potrà anche non
essere d'accordo con quanti pensano che il sorgere della questione antispecista
renda l'Occidente eticamente "più avanti" rispetto al resto del
mondo, ma se questi valori – e, invero, l'intera struttura della filosofia
morale borghese – non vengono messi in discussione, la loro origine sociale
rimane occulta e la sua filosofia diviene parte del problema che intende
combattere.
Contrariamente agli antispecisti metafisici noi pensiamo che solo la storia
potrebbe dirci quando lo specismo è iniziato. E solo uno
sguardo critico sulla società potrebbe dirci come esso si
è imposto. Domande che non possono continuare ad essere eluse.
L'antispecismo metafisico ha invece buone ragioni per non rispondere a
queste due domande: esso può funzionare solo dimenticandosi di
esse. È, infatti, solo a partire da queste due domande che è
possibile rendere la questione specista una questione politica
invece che la solita filippica moralista rivolta ad "ogni uomo". L'everyman,
infatti, esiste solo nel regno delle idee morali, quel regno in cui vivono
rinchiusi ancora troppi militanti per i diritti animali. Sono quelli che
sostengono che la soluzione definitiva ai problemi del pianeta è
che il cacciatore polare e il poliziotto di New York diventino entrambi
vegan. Anche se questo significa che il primo dovrà inventarsi
un modo di far crescere le verdure sul ghiaccio oppure diventare egli
stesso un poliziotto newyorchese. [8]
Quando?
Proviamo a chiederci quando è nato lo specismo. La questione,
come abbiamo detto, è ambigua, perché implica una distinzione
tra ciò che abbiamo chiamato il lato materiale e quello
ideale dello specismo: dal punto di vista materiale lo specismo
è la prassi in base alla quale gli animali divengono mere
appendici dei nostri bisogni, dei beni di consumo che servono esclusivamente
alla riproduzione della nostra esistenza. Questo processo di reificazione
implica però un lato ideale, ovvero la giustificazione ideologica
secondo cui gli animali sono poco più che cose a nostra disposizione.
Che accade ora se dopo aver fatto questa distinzione teorica ci volgiamo
alla storia reale e ripercorriamo a ritroso la storia dello specismo
sotto entrambi questi aspetti?
1. Il dominio come prassi
Cominciamo con il lato materiale. Poiché Singer definisce lo specismo
l'ideologia di una specie dominante la prima domanda che dovremmo porci
è: quando siamo diventati una specie dominante? Si è trattato
di un'eredità dei nostri antenati? Chi è stato il primo
dominatore, il primate specista?
Possiamo sicuramente escludere l'Australopitecus, poiché
dai resti fossili appare molto dubbio che sapesse cacciare ed era egli
stesso molto probabilmente preda di altri animali. Sappiamo che
era capace di uccidere piccoli animali ma anche che si nutriva dei cadaveri
di animali già morti, magari dei resti delle prede altrui. [9]
Il suo comportamento generale nei confronti della natura differiva poco,
perciò, da quello di molte scimmie attuali, anche se a lui dobbiamo
l'inizio della pratica della lavorazione della pietra.
Altri nostri progenitori come l'Homo erectus e il Neanderthalensis
svilupparono invece tattiche di caccia, basate principalmente sulla collaborazione
e sull'astuzia, segno di una crescente capacità di ragionamento.
[10] In tal modo
riuscirono a superare l'evidente handicap fisico che caratterizza le specie
umane nei confronti degli altri animali. Se questo fece di loro dei predatori
senz'altro temibili non bastò certo questo a trasformarli in "animali
dominanti". E ce lo prova il fatto che, se per un momento ci spostiamo
sul versante ideale dello specismo, vediamo come l'evidente crescita della
capacità intellettiva e, conseguentemente, predatoria dell'animale
umano non provocò automaticamente una qualche forma di pregiudizio
nei confronti degli altri animali. Se dobbiamo giudicare dal sistema culturale
elaborato dall'Homo sapiens, i cacciatori paleolitici non pensavano
certo di essere "migliori", "più importanti", o anche soltanto
"differenti" dalle prede che uccidevano. Al contrario, le testimonianze
antropologiche offerte dalle società caratterizzate da caccia e
raccolta dimostrano che in questo tipo di società la preda viene
considerata sacra e generalmente ritenuta essa stessa un dio o, comunque,
sede di un'anima immortale. [11]
La caccia è, non a caso, solitamente preceduta da un rituale: i
cacciatori pregano il cosiddetto "Signore degli Animali", chiedendo perdono
per l'uccisione che intendono commettere. Il cacciatore preistorico, a
differenza degli insulsi impallinatori di oggi [12],
non se ne va in giro a sparare ad ogni cosa che si muove.
Qui occorre anticipare un discorso che merita senz'altro ulteriori approfondimenti
e che in questa sede può solo essere abbozzato. La caccia preistorica
è strettamente connessa alla concezione magica del mondo
e non può essere compresa al di fuori di questo nesso. Ora, è
ben vero che la magia – in quanto forma originaria del religioso – comincia
a tracciare un primo solco tra l'autocoscienza dell'uomo e la sua percezione
degli altri animali. Tuttavia, appare evidente come l'atteggiamento del
cacciatore preistorico nei confronti delle vittime sia caratterizzato
da una strana mescolanza di compassione e senso di colpa. Sembra che i
cacciatori preistorici debbano credere che l'animale che stanno uccidendo
voglia essere ucciso, che il suo assassinio sia un dono spontaneo
da parte dell'animale, un sacrificio, appunto. La caccia stessa
è parte di un rituale magico in cui il cacciatore e il cacciato
sono considerati "pari": è il fenomeno che Mercea Eliade ha chiamato
"solidarietà mistica". [13]
Non ha senso affermare che simili idee costituissero dei paraventi, delle
giustificazioni di un prassi specista, perché la magia non costituisce
semplicemente una ideologia, una Weltanschauung. Sarebbe anacronistico
crederlo: la magia costituisce piuttosto il primo approccio della mente
umana alla realtà, la prima descrizione simbolica del mondo, l'irruzione
del significato: è scienza, religione e arte in uno. Non avrebbe
senso affermare che il cacciatore preistorico sta mentendo o fingendo:
egli vede davvero il mondo come un sistema di forze e poteri visibili
e invisibili. Questa distinzione tra il visibile e l'invisibile all'interno
del suo sistema-mondo costituisce una distinzione ben più importante
che quella tra umano e non umano.
Scartata l'ipotesi che la caratteristica di essere "animale dominante"
sia un retaggio ancestrale, dobbiamo convenire che fu invenzione dell'Homo
sapiens. Dobbiamo però escludere, da quanto appena detto, che
questa sia una caratteristica "naturale" della nuova specie. Essa fu una
elaborazione culturale molto tarda: i sistemi totemici sono addirittura
fondati sull'identificazione con l'animale. [14]
È per questo che anarco-primitivisti come John Zerzan suggeriscono
di far slittare il momento in cui si afferma il dominio dell'uomo sulla
natura all'era Neolitica, ovvero al momento in cui vengono "inventati"
l'agricoltura e l'addomesticamento degli animali. [15]
Non si può negare che ci sia una parte di verità in questo.
La prassi di addomesticare piante e animali è stato senz'altro
il primo passo che ha reso possibile la trasformazione radicale dell'ambiente
in cui viviamo, ha reso possibile quindi anche la sua riduzione a mera
appendice dei nostri bisogni. [16]
È inoltre vero che questo primo passo fu seguito da una strabiliante
accelerazione nel processo evolutivo dell'uomo: in un periodo che possiamo
datare, molto approssimativamente, tra 8000 e 3000 anni prima di Cristo
furono progressivamente gettate le strutture politiche, economiche, scientifiche
e tecnologiche della società umana come la storia ce l'ha
poi tramandata. Un ordine dominato dal maschio, gerarchico, in cui la
religione e la scienza giustificano ideologicamente e riproducono questo
primato nasce e si impone. La storia inizia come storia del dominio
e, sotto certi aspetti, è inevitabile sottolineare la continuità
che la caratterizza: qualcuno ha perciò giustamente suggerito che
l'era Neolitica non è ancora finita.
2. Il dominio come ideologia
Accontentiamoci per il momento di questa conclusione, su cui torneremo
comunque più tardi. Qualcosa ancora non quadra. Anche se la rivoluzione
neolitica pose le basi per il nostro dominio sulla natura, producendo
così la possibilità materiale dell'ideologia specista, di
fatto non produsse questa ideologia. Quello che abbiamo chiamato il
lato ideale dello specismo, l'ideologia in senso proprio del termine,
apparve solo molto più tardi nella storia. In ultima istanza,
si potrebbe addirittura dire che lo specismo come lo intende Singer nasce
di fatto solo con l'elaborazione dei "diritti universali dell'uomo", che
automaticamente riconosco all'uomo in generale un diritto ad un'esistenza
protetta negandola contestualmente all'animale. Tale ricoscimento di diritti
universali costituisce, in effetti, l'apogeo di un millenario processo
di definizione dell'umano e di esclusione dell'animale che ha il suo culmine,
anzi, la sua piena realizzazione solo nella società borghese.
Qualcuno si chiederà: "ma come? L'uomo non si è da sempre
considerato superiore agli altri animali?". Una simile domanda dimostra
come l'abitudine a ripetere slogan animalisti non trasformi automaticamente
questi slogan in verità. No, l'uomo non si è affatto
"da sempre" considerato superiore agli altri animali. L'abbiamo visto
parlando della magia preistorica che vedeva, anzi, nell'animale un essere
di natura divina. Ma anche se si volesse considerare l'era neolitica non
si troverebbe traccia di specismo, se si intende con questo termine ciò
che intende Singer: ovvero un pregiudizio morale legato all'appartenenza
di specie. Se lo specismo come "ideologia" è legato al privilegio
morale che l'uomo attribuisce a se stesso, occorre allora sostenere che
tutte le società che hanno praticato la schiavitù, i sacrifici
umani e il cannibalismo non erano società speciste. Da questo
punto di vista, allora, lo specismo come ideologia apparirebbe un fenomeno
davvero recente.
La brutalità e la violenza che hanno caratterizzato fino ad oggi
la storia dell'umanità – brutalità di cui hanno fatto le
spese uomini e animali – non permette, proprio perciò, di qualificare
le società premoderne come "speciste". Per capire quanto ciò
sia vero e per rendersi conto di come la storia reale smentisca delle
affermazioni generiche sulla "storia dell'uomo", si prenda il caso della
società azteca. Essa aveva sviluppato sicuramente un sistema politico
religioso che presupponeva la divinizzazione dell'essere umano nella persona
del Re, ma questo non impediva loro di "macellare" migliaia di uomini
e praticare una dieta a base di carne umana[17];
il criterio di rilevanza morale di Singer non potrebbe argomentare nulla
contro questi sacerdoti macellai: il cannibalismo azteco qualifica, a
tutti gli effetti, la loro società come non specista.
Ma il caso della società azteca è interessante anche perché
costituisce una smentita degli antispecisti "primitivisti" e,
in parte, della tesi di Zerzan secondo cui furono l'agricoltura e l'allevamento
a produrre l'uscita dell'uomo dal paradiso terrestre delle società
di caccia e raccolta con la conseguente erezione di un ordine gerarchico
oppressivo, violento, caratterizzato da guerre e da una razionalità
tecnologica e dominatrice. Nell'impero azteco, infatti, non si istituisce
alcun rapporto causale tra agricoltura e domesticazione animale (praticamente
assente), né è possibile collegare in modo cronologicamente
sensato la violenza istituzionale sacrificale con l'imporsi di tali pratiche
di dominio sulle risorse naturali.[18]
Dobbiamo quindi ora capire il perché di questa curiosa sfasatura
temporale per cui la possibilità materiale dello specismo non coincide
con l'erezione della barriera ideologica tra le specie. Anzitutto, cerchiamo
di capire qual è il tratto essenziale dell'ideologia specista:
essa è un'ideologia che ha il carattere dell'universalità.
Lo specismo ha bisogno di un concetto universale, come quello di "specie",
in base a cui è possibile raccogliere da un lato tutti gli
esseri umani sotto il concetto di "uomo" e, dall'altro lato, tutti
gli animali sotto il concetto di "animale". Il ragionamento morale di
Singer ha senso solo quando questa distinzione si è stabilita ed
è addirittura divenuta uno dei concetti cardine della razionalità
occidentale. Entrambe queste distinzioni, tuttavia, non costituiscono
delle evidenze, non sono distinzioni immediate: c'è
anzi voluto parecchio tempo prima che si affermassero generalmente e divenissero
patrimonio comune.
Anche questo potrebbe a prima vista stupire. Che l'uomo si consideri "uomo"
e consideri l'animale "animale", sembra un'ovvietà. Ma è
un'ovvietà che ha la caratteristica di quasi tutte le ovvietà:
è una anacronistica proiezione dell'attuale stato della coscienza
umana sul passato remoto. Come Erich Fromm scrisse in Anatomia della
distruttività umana la perdita degli istinti primordiali (come
l'indebolimento dell'olfatto dovuto all'assunzione della posizione eretta)
rende più difficile all'Homo sapiens stabilire un'identità
immediata tra se stesso e gli altri uomini. [19]
Se allora la forma sostitutiva dell'identità si stabilisce, ad
esempio, attraverso l'appartenenza alla tribù, è chiaro
che un uomo di un'altra tribù può – come effettivamente
è accaduto – essere percepito come non umano. In altre parole,
l'identità umana in quanto specie è un'identità concettuale,
una forma di autoriconoscimento che presuppone un alto livello di astrazione.
E anche quando un tale livello di astrazione è raggiunto può
non elevarsi al grado di universalità che noi oggi conosciamo:
è noto, infatti, che Aristotele – per quanto possedesse certamente
un concetto universale di uomo – facesse un'ulteriore distinzione (essenziale
e non formale) tra uomini liberi e schiavi. È stato solo il cristianesimo
che ha diffuso l'idea secondo cui gli uomini sono uguali, un'idea che
solo con l'Illuminismo è divenuta pienamente politica e che solo
il marxismo ha tentato di realizzare concretamente.
Anche l'altro presupposto concettuale dello specismo (il fatto cioè
che tutti gli esseri non-umani debbano cadere sotto il concetto di "animale")
è di conseguenza problematico. Poiché abbiamo a che fare
con un'opposizione, quando il primo termine – "uomo" – non è ancora
stabilito (e abbiamo visto che esso si stabilisce solo in progresso di
tempo), anche il secondo termine – "animale" – si troverà in uno
stato indefinito, fluttuante. Troveremo perciò che questa distinzione
diventa più chiara, mano a mano che l'idea di uomo si fa più
universale. Aristotele sottolineava ancora la continuità tra l'animal
rationale e gli altri animali. Per il cristianesimo questa continuità
era già più debole e per il moderno meccanicismo – con la
possibile eccezione di materialisti come La Mettrie – tale idea era definitivamente
passé.
Come?
Vediamo allora che lo specismo presenta problemi teorici non facili da
risolvere, per poco che se ne analizzi la natura. Vediamo che il suo lato
materiale – lo sfruttamento fisico – non coincide con quello ideale –
la giutificazione ideologica dell'oppressione. Essi costituiscono addirittura
un chiasmo: la prassi di sfruttamento degli animali cominciò
quando ancora non pensavamo di essere diversi da essi; e abbiamo cominciato
a denunciare il nostro dominio sugli animali solo quando non potevamo
di fatto più percepire la nostra continuità con essi, all'apogeo
della cultura specista. Perché lo specismo appare in questa forma
scissa e deformante? Perché nella concezione propria dell'antispecismo
metafisico, si omette un particolare importante: il fatto che anche
l'uomo è un animale! Alla domanda: "quando abbiamo cominciato
ad opprimere gli altri animali?" dobbiamo quindi aggiungerne un'altra:
"quando abbiamo dimenticato che anche noi siamo animali?".
Il fatto che l'antispecismo metafisico dimentichi che l'uomo è
un animale, fa tutt'uno con la sua scarsa propensione alla comprensione
storica dei fatti. Avere una comprensione storica dell'uomo non significa
semplicemente pensare che la società umana "si sviluppa" in generale:
significa piuttosto pensare che la mutazione storica le è essenziale.
In altri termini, significa capire che la storia è parte dell'essenza
dell'uomo, della sua natura. Per l'uomo non c'è natura senza storia.
Ciò è in parte vero per la natura tutta, come sappiamo dopo
Darwin, ma l'uomo costituisce in questo senso un caso del tutto particolare.
Più di 30000 anni fa, quando i primi homines sapientes presero
a gironzolare per il pianeta, l'evoluzione umana conobbe una spinta in
avanti senza precedenti. La dimensione culturale dell'uomo, cioè
il prodotto del suo lavoro e della sua intelligenza, cominciò a
svilupparsi a un tasso di crescita sconosciuto nel regno naturale prima
dell'apparizione della nostra specie. Marx ed Engels scrissero nell'Ideologia
tedesca: " Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la
coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi
cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono
a produrre i propri mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato
dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza,
gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale". [20]
Il costituirsi di un Sé umano è perciò qualcosa che
solo attraverso un tale processo può avere luogo. La storia è
il luogo in cui accade questa autopoiesi della coscienza: la cultura umana,
lo "spirito", è qualcosa che noi produciamo concretamente. Quando
Marx ed Engels affermano che l'uomo è "diverso" dall'animale, non
stanno affatto parlando di una differenza ontologica, di una distinzione
universale e statica. Stanno piuttosto parlando di un'attività.
Gli uomini si differenziano – alla lettera: si fanno diversi
– dagli altri animali grazie alla propria storia. La storia umana coincide
interamente con questo atto di farsi diversi. Da un lato, questa distinzione
è reale, perché noi trasformiamo permanentemente noi stessi
e il nostro ambiente attraverso il lavoro. Dall'altro però è
anche una distinzione illusoria poiché noi siamo animali,
parti della natura, esseri materiali. Lo spirito che creiamo è
una menzogna. Ma ciò prova, ancora una volta, l'unicità
dell'essere umano: l'uomo è l'animale che dimentica di essere
un animale. La Storia non è il luogo della memoria, bensì
dell'oblio.
Se ci chiediamo quando abbiamo iniziato a dimenticare, l'unica risposta
ragionevole è: fin dall'inizio. O, se non altro, da quando le nostre
mani e il nostro cervello hanno cominciato a produrre curiose reazioni
all'ambiente circostante: per esempio quando abbiamo cominciato a realizzare
strumenti che risultavano essere non solo utili ma anche belli, simmetrici,
armonici.
Da quando abbiamo cominciato ad interessarci a queste forme regolari,
a questi strani oggetti che introducevamo in natura. Beauty is a lie,
diceva Frank Zappa, ed aveva ragione più di quanto sapesse. La
prassi di produrre qualcosa che non si trovava in natura, produsse
l'illusione di qualcosa che non era natura – cioè dello
spirito. La prima espressione culturale dello spirito umano può
essere rintracciata, come abbiamo detto, nella magia e nell'animismo.
Se la magia non creò la scissione tra la nostra mente e il mondo
esterno, fu comunque la prima espressione di una divisione che
era già avvenuta. La magia implica l'idea di una forza invisibile,
nascosta dietro la natura visibile: è questa forza che spiega i
fenomeni naturali e rende possibile l'intervento a distanza del mago,
l'azione cosciente sulla natura. È l'inizio dell'illusione spirituale,
ma è al tempo stesso l'inizio di una spiegazione razionale
della natura stessa. Come abbiamo detto è la forma originaria in
cui si presentano religione, arte e scienza. Senza il presupposto antropologico-cognitivo
della magia nessuna di queste sarebbe mai stata possibile. Benché
però rappresenti lo stadio originario di una coscienza umana che
si differenzia dalla coscienza animale la magia non è fondata sulla
distinzione tra l'umano e il non-umano e, proprio per questo, non produsse
da sé quella distinzione. Non poteva produrre quella distinzione
perché la magia lavora attraverso la legge della somiglianza e
dell'affinità. Come scrisse Marcel Mauss, il principio base della
magia è lo stesso degli alchimisti: "l'uno è il tutto, tutto
è uno, la natura trionfa sulla natura". [21]
La natura trionfa sulla natura. C'è l'idea di una
scissione interna alla natura (l'apparenza e l'essenza, il visibile
e l'invisibile etc.) ma non la posizione di una radicale trascendenza
rispetto ad essa. La magia quindi espresse l'inizio dell'oblio
della propria animalità ma non la causò.
L'oblio del proprio essere-animale fu gradualmente imposto all'uomo attraverso
l'educazione, la restrizione della libertà sessuale e il lavoro
alienato. "La coscienza è il risultato della rinuncia pulsionale;
oppure: la riuncia pulsionale (impostaci dall'esterno) crea la coscienza,
la quale poi esige ulteriori rinunce". [22]
La questione su quando ciò avvenne è quindi inseparabile
dalla questione sul come, cioè dal problema dell'organizzazione
sociale. L'uomo è un animale sociale e il cambiamento storico
che caratterizza, come abbiamo detto, la sua "natura" è sempre
anche un cambiamento sociale. L'idea marxiana secondo cui gli uomini producono
la base materiale della propria esistenza ha senso solo se consideriamo
gli uomini che vivono in società: ovvero gli uomini reali
e non quelli che abitano nel mondo della filosofia morale. La produzione
materiale è sempre stata connessa ad una qualche forma di costrizione.
Quando un gruppo umano stabilisce delle regole attraverso cui riesce a
riprodursi – e questo è il caso della redistribuzione "solidale"
già nelle società di caccia e raccolta – ognuno è
costretto a fare la propria parte. Se quindi l'ordine sociale sembra imporre,
fin dall'inizio, la dittatura del collettivo sull'individuo, le prime
società umane erano almeno caratterizzate da un egalitarismo di
fondo. È solo quando queste società si "evolvono" e assumono
la forma "tribale" e quella del "dominio" (chiefdom), secondo l'attuale
nomenclatura antropologica, che l'ordine sociale si fa gerachico e centralizzato:
un'autorità centrale, che è religiosa e politica al tempo
stesso, comincia ad organizzare la distribuzione delle risorse economiche.
[23] È
tuttavia facile immaginarsi come una tale autorità, probabilmente
originata da differenze "naturali" (quali l'abilità fisica o l'astuzia),
cominci a separarsi dalla persona che la detiene e a diventare un privilegio.
È a questo stadio dell'evoluzione sociale che si può parlare
di domesticazione dell'animale umano, perché la costrizione
sociale, la religione e l'autorità contribuiscono a far accettare
agli uomini un dominio che giustifica un ordine ingiusto e ri-produce
l'asservimento: dunque una struttura di potere che entra nei meccanismi
di riproduzione della specie e da quel momento in poi ne qualifica la
"natura". Le regole sociali cominciano ad essere imposte "dall'alto" e
introiettate all'interno come "normali". È la struttura di dominio
che rende la norma normalità.
È interessante che il dominio materiale sulla natura – ciò
che abbiamo già ricondotto alla domesticazione neolitica di animali
e piante – cominci a diffondersi a questo stadio dell'evoluzione sociale
e diventi il modo di produzione par excellence con l'inizio della
lotta di classe in senso stretto: ovvero con la nascita dello stato.
Negli stati primitivi l'autorità centrale (religiosa e politica)
diviene un'istituzione che non solo coordina gli sforzi economici della
società ma che ne trae anche un profitto. [24]
Mentre la maggioranza produce materialmente tutti i mezzi di sussistenza,
lo stato si preoccupa di immagazzinare i prodotti dell'agricoltura e sfamare
coloro che non lavorano (l'élite politica e religiosa) o coloro
il cui lavoro non produce cibo: come gli artigiani del metallo, i cui
manufatti sono sovente prodotti proprio in favore dell'élite e
rinforza lo status sociale di questi. [25]
Il tempio – dove originariamente venivano immagazzinate le risorse
per la redistribuzione – è il punto archimedico dell'intero processo.
[26] L'autorità
del chiefdom si disincarna e il potere diviene impersonale; allo
stesso tempo, lo stato inizia ad incarnare l'idea della trascendenza religiosa:
l'astratto prodotto dell'antagonismo sociale si impone sulla società
come un essere-in-sé.
Tale ordine sociale fu il pacifico prodotto di una "evoluzione" inevitabile?
Difficile dirlo. Certo è che esso non fu stabilito semplicemente
attraverso il consenso, o, come minimo, il consenso nei suoi confronti
fu probabilmente prodotto con un lungimirante lavoro da parte delle élite
sulle coordinate culturali e i valori propri di quelle società.
La superstizione, se così vogliamo impropriamente definirla,
ha avuto la sua parte. La magia, infatti, che costituisce ai suoi inizi
un modo di comprendere il mondo, tramutandosi in religione istituzionale
diviene un modo per impedire il pensiero critico. [27]
Benché sia innegabile che anche la magia possedesse un aspetto
manipolatorio e fosse anche un tentativo di dominare il mondo esterno,
i suoi effetti sulla natura interna ed esterna dell'uomo appaiono minimi
se confrontati con quelli delle successive religioni di stato, che lentamente
adottarono la visione patriarcale di un dominio trascendente sulla natura.
Eppure, benché la religione possa aver offerto le armi spirituali
necessarie a costringere la maggioranza della popolazione a lavorare per
pochi e a sottomettersi alla disciplina di un'economia centralizzata,
è indubbio che un tale sviluppo sociale abbia avuto bisogno anche
di una certa dose di violenza esterna, fisica. L'istituzione
di una forza militare permanente ne è la prova più schiacciante.
Come scrive Mario Liverani nel suo bel libro Uruk. La prima città,
"in tempi normali le guardie proteggono le ricchezze centrali dalla
popolazione, non proteggono la popolazione". [28]
Specismo e liberazione umana
Occorre quindi dire che se, come appare, il lato ideale dello specismo
– la giustificazione ideologica – fu il prodotto millenario della religione
istituzionalizzata, esso fu un processo che ha implicato, fin dalle sue
fasi magiche, costrizione e repressione nei confronti dell'individuo,
ovvero violenza sulla sua natura animale: una violenza che tuttora noi
sperimentiamo nel processo educativo che imponiamo ai bambini. Fin qui
potrebbe sembrare che la repressione dell'animale umano da parte dell'uomo
stesso, cioè dell'animale interno, sia ben poca cosa se
paragonata con lo sfruttamento sistematico di cui facciamo oggetto il
mondo animale esterno a noi e che quindi non si dovrebbe tenerne
conto quando si parla di specismo e di violenza sull'animale. Si può
certo discutere di questo, anche se è un'obiezione che sembra dimenticare
quanto l'educazione imponga nell'infanzia costrizioni di ogni genere
pur di modellare l'uomo nella sua forma "civilizzata".
Più importante è sottolineare come anche il lato materiale
dello specismo, lo sfruttamento della natura esterna, non abbia affatto
coinciso storicamente con un maggiore benessere per l'essere umano ma
abbia, anzi, costituito un peggioramento della sua condizione sociale.
Fin dalla nascita degli stati primitivi l'accumulazione del capitale (sotto
forma di eccedenza produttiva di beni agricoli) e la divisione del lavoro
hanno aumentato il tasso di sfruttamento sia degli uomini che degli
animali. [29]
È solo quando si può trarre profitto da loro che gli animali
divengono cose e gli uomini schiavi.
Questo non vuol dire che i re mesopotamici, per dirne una, vedessero
effettivamente il bue come una cosa. Nondimeno, il giogo imposto al bue
costituiva il presupposto per l'esistenza dello stato mesopotamico, in
quanto rendeva possibile la necessaria accumulazione di risorse per nutrire
la burocrazia statale. Appare chiaro a questo punto che una volta che
gli animali divengono ingranaggi nel meccanismo di dominio sono soggetti
non all'uomo ma alla superiore necessità dello stato.
È solo quando si stabilisce una gerarchia interna alla società
che la relazione uomo animale diviene gerarchica: uomini controllano uomini
che controllano animali. Si tratta di un processo dialettico: se è
vero che la schiavitù del bue ha reso possibile la schiavitù
umana, dall'altro lato la schiavitù umana ha rinforzato la distanza
tra la punta della piramide sociale e la base. È questo doppio
processo che spiega in che modo l'aspetto materiale e quello ideale dello
specismo siano tra loro connessi ed implichino la repressione dell'animale
umano. Di qui la necessità di parlare dell'animale uomo come prima
vittima dello specismo, ovvero come processo che domina la natura
interna ed esterna e giustifica questo dominio come gerarchia ( in
primis gerarchia sociale).
È vero che pastori isolati possono aver iniziato l'addomesticamento
di animali isolati anche verso la fine del Paleolitico: ma non è
questo il punto e non è questo un atto "originario" di dominio
su cui poter basare tutta l'analisi. È solo con la lotta di classe
neolitica che lo sfruttamento animale diviene sistematico. La violenza
diretta, persino l'assoggettamento di altre specie ai propri bisogni,
è un fenomeno che troviamo in natura senza per questo poter parlare
di specismo: ciò che caratterizza la violenza e lo sfruttamento
umano della natura è invece il suo carattere sistematico e totalitario.
[30] Tale carattere
si impone all'animale uomo solo attraverso la lotta intestina della società
umana e solo attraverso di essa può essere spiegato.
Se volessimo semplificare quanto detto in uno schema – ancora astratto
e privo di precisione storica – potremmo farlo nel modo seguente:
Fase I
Concezione magica del mondo
natura spirito
("la natura sconfigge la natura", immanenza dello spirito nel cosmo)
- società egualitaria di caccia e raccolta
- prime forme di repressione dell'animale interno
(postura, tabù sessuali, ritualizzazione dell'esistenza, lavoro
collettivo)
Fase II
Nascita dello stato e della religione
- società gerarchiche di caccia e raccolta (prima), agricole (dopo)
- centralizzazione, imposizione di una gerarchia sociale, disciplina del
lavoro
Fase III
Nascita e imposizione del patriarcato
| spirito |
 |
| natura |
("lo spirito sconfigge la natura", trascendenza
dello spirito nel cosmo)
Col passaggio dalla prima alla seconda fase, da società
egualitarie a società tendenzialmente gerarchiche si realizza quella
intensificazione del dominio che porta ad un'accresciuta repressione dell'animale
interno e allo sfruttamento totalitario dell'animale esterno, imponendo
progressivamente una gerarchia di specie. È, infatti, solo grazie
allo sfruttamento umano e animale che si impone quella gerarchia interna
alla società che è la base della divinizzazione dell'uomo
e della squalificazione simbolica dell'animale. Non "gli uomini" in generale,
ma le élites hanno elaborato e diffuso l'ideologia della superiorità
spirituale dell'uomo e del suo (cioè del loro) diritto a
disporre a piacimento del cosmo. [31]
Conclusione
Solo se la necessità dello sfruttamento economico è messa
in questione, possiamo pensare ad un ordine sociale diverso, in cui le
gerarchie di classe, razza, sesso e specie possono avere fine. Ma queste
non sono argomento di "dibattiti etici" o richieste di "diritti" da indirizzare
ai potenti della terra. Per realizzare un ordine sociale giusto e un rapporto
equo e solidale col mondo naturale, occorre porre le questioni che l'astrazione
morale non può, per sua natura, vedere: indagare come la macchina
sociale funziona e agire su di essa. Si tratta di una questione politica
e, poiché le radici del dominio sono così profonde e lontane
nel tempo, un cambiamento sociale come quello che qui immaginiamo necessita
di una soluzione radicale, di una politica rivoluzionaria. Singer scrive
che "liberazione degli animali significa anche liberazione degli umani"
[32], una frase
cui non possiamo attribuire – nel suo testo – che un significato tattico,
strumentale (come il fatto che una dieta vegetariana potrebbe porre fine
anche alla fame nel mondo, visto che l'industria della carne distrugge
irrazionalmente le risorse del pianeta). Liberazione umana e liberazione
animale lottano perciò contro due forme distinte di oppressione
che solo per caso, oggi, si trovano a poter fare un tratto di strada insieme.
Per chi scrive, invece, l'identità tra la liberazione umana e quella
animale ha un significato differente, immediatamente politico: il cuore
del problema è la logica distruttiva del capitalismo, una logica
che presuppone delle strutture sociali (divisione in classi, sfruttamento
economico, ruolo di gendarme da parte dello stato) che si sono imposte
nella storia migliaia di anni fa attraverso l'oppressione di uomini e
animali. La liberazione umana è quindi per noi parte della
liberazione animale e l'animale umano è l'animale che deve inziare
la rivoluzione che l'intera natura sta aspettando da lui.
|
|
Note |
| |
1. La
polemica di questo testo contro Peter Singer è in realtà in larga
parte una polemica contro idee che egli ha certo contribuito ad elaborare e
che circolano nel dibattito scientifico e militante sulla questione animale,
ma che non sempre possono essere attribuite direttamente a lui. Nondimeno
riteniamo che tutti gli errori che qui critichiamo sorgano, come diremo,
dall'aver egli impostato la questione dello specismo come "analogo" del razzismo
e del sessismo, limitandosi a dare della questione animale una teorizzazione
e una soluzione di tipo etico. È importante sottolineare ciò soprattutto
oggi che Singer si trova al centro di un fuoco di sbarramento che vede, da
un lato, le critiche reazionarie degli specisti e, dall'altro, le insensate
accuse di "connivenza" con l'industria farmaceutica mossegli da alcune frange
del movimento antivivisezionista. 2. P. Singer, Liberazione animale,
ed. LAV, Roma 1987, p. 9.
3. Ibid., pp. 189 e sgg.
4. M. Maurizi, “Marxismo e animalismo.
Contributi ad una discussione”, in «Liberazioni», n. 0, aprile 2005.
5. Per
quanto sconcertanti e controverse possano apparire nel dibattito bioetico contemporaneo,
le tesi di Singer non costituiscono che delle "estremizzazioni" di una visione
del mondo liberale ispirata a principi utilitaristici o, sarebbe più giusto
dire, ne rappresentano l'esito più lucido e conseguente. Proprio nella
questione animale (nella misura e nei limiti in cui è possibile scorporla
dall'etica pratica singeriana) appare evidente come Singer non incida
sull'agenda culturale e politica della società liberale introducendo
dei "nuovi valori", ma semplicemente cerchi di estendere i soggetti cui tale
società dà protezione, inserendoli come enti moralemente rilevanti
nel computo complessivo dei costi e dei benefici (a ben vedere, l'etica utilitaristica
non si interessa affatto ai valori, ma al semplice riconoscimento della
capacità di soffrire e alla scelta dell'inclusione/esclusione nella
sfera morale). Anche l'antispecismo di Tom Regan, che invece riconosce un valore
intrinseco agli esseri senzienti ed elabora – a differenza di Singer – una
compiuta "teoria dei diritti animali", non produce una critica ai fondamenti
materiali della società contemporanea, limitandosi ad ipotizzare un
allargamento dei soggetti di diritto in uno scenario giuridico che non intacca
le attuali strutture politiche ed economiche.
6. M. Maurizi, “Nove
tesi: antispecismo storico e antispecismo metafisico”, in Rinascita animalista, “Officina
della theoria”, 20/03/05.
7. Non
si fraintenda questo punto. L'impegno di Singer per il terzo mondo e la lotta
contro l'egemonia dell'occidente (inclusa l'opposizione alle guerre preventive
etc.) è senz'altro sincero anche se di una ingenuità politica
disarmante. Ma è abbastanza curioso – e, a dire il vero, inquietante – il
fatto che il pensiero di Singer sembra rivolgersi esclusivamente agli abitatori
del ricco Occidente, quasi che l'etica riguardasse esclusivamente costoro!
Quando è costretto a parlare di altre culture, Singer lo fa o in modo
apporossimativo (vedi i passi di Animal Liberation sopra indicati)
o in modo molto ambiguo. Per quanto l'utilitarismo non sia fondato su valori
universali, esso propone comunque un metodo universale per
il calcolo del "male sociale minore"; l'incontro con culture diverse
deve perciò far sorgere in qualche modo un conflitto, una comparazione
tra modelli e stili di vita, imporre una scelta etica. Tutte cose che Singer
non elabora, credo, solo perché lo strapotere attuale dell'Occidente
non lo rende necessario. Ma laddove Singer parla di un cerchio della considerazione
morale che si espande dalle "tribù" (che consideravano eticamente irrilevante
uccidere un uomo appartenente ad un'altra tribù) alle società moderne
che discutono sulla possibilità di dare rilevanza morale alla sofferenza
degli animali, è lecito chiedersi se non ci si muova ancora sullo sfondo
di una concezione morale eurocentrica ed "evoluzionistica".
8. B.
Noske, “Two
Movements and Human-Animal Continuity: Positions, Assumptions,
Contradictions”, in Center on
Animal Liberation Affairs, II, 1.
9. L-R. Nougier, L'economia preistorica,
Editori Riuniti, Roma 1981, p. 13 e sgg.; M. Harris, Cannibali e re. Le
origini delle culture, Feltrinelli, Milano 1979, p. 31; J. M. Smith, La
teoria dell'evoluzione, Newton, 1985 3, p. 302.
10. Fromm
ha contestato puntualmente le tesi di Washburn sull'origine dell'aggressività umana
dalla pratica della predazione, osservando come la caccia preistorica abbia
invece incrementato i legami di solidarietà e collaborazione sociale.
Cfr. E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori,
Milano 1975, pp. 173 e sgg. Anche se occorre dire che la ricostruzione del
fenomeno contemporaneo della caccia in Fromm è del tutto sbagliata
e superficiale.
11. M. Eliade, Storia delle credenze e
delle idee religiose. I. Dall'età della pietra ai misteri eleusini,
Sansoni, Milano 1999 3, p. 18. Numerosi esempi vengono descritti in H.-C.
Puech (a cura di), Le religioni dei popoli senza scrittura, Laterza,
Roma-Bari 1988.
12. Cfr. l'utilissimo e documentatissimo
F. Schillaci, Caccia all'uomo, Stampa Alternativa, Roma 2005.
13. "La 'solidarietà mistica'
tra il cacciatore e le vittime è rivelata dall'atto stesso di uccidere;
il sangue versato è, sotto ogni punto di vista, uguale al sangue dell'uomo.Abbattere
l'animale cacciato o, più tardi, l'animale reso domestico, equivale
a un 'sacrificio' in cui le vittime sono interscambiabili". M. Eliade, Storia
delle credenze e delle idee religiose, cit., p. 15. Cfr. anche G. Van
der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri, Torino
1975, pp. 52-53.
14. Per quanto discutibile storicamente
l'analisi psicologica del totemismo tentata da Freud contiene delle intuizioni
ancora centrali: S. Freud, Totem e tabu, in Id. Opere 1905-1921,
Newton & Co., Roma 1992, pp. 551 e sgg.
15. John Zerzan, Primitivo Attuale.
Cinque saggi sul rifiuto della civiltà, Stampa Alternativa, Roma
2003, pp. 14-39.
16. Cfr. E. Giannetto, “La rivoluzione
neolitica”, in Liberazioni 2, novembre 2005.
17. A. Hultkranz, “Le religioni delle
grandi civiltà precolombiane”, in H.-C. Puech (a cura di), Le religioni
dei popoli senza scrittura, cit., p. 267. I quotidiani sacrifici umani
degli aztechi non avevano infatti un aspetto solo rituale. “Il cannibalismo
azteco non consisteva in una degustazione casuale di leccornie cerimoniali.
Tutte le parti commestibili venivano utilizzate in un modo strettamente paragonabile
al consumo della carne di animali domestici. I sacerdoti atzechi si possono
definire, a buon diritto, come macellatori rituali di un sistema statalistico
dedito alla produzione e redistribuzione di sostanziose quantità di
proteine animali nella forma di carne umana”. M. Harris, Cannibali e re,
cit., pp. 124-125.
18.
Gli unici animali addomesticati nella Mesoamerica furono tacchini,
cani e conigli. I primi due costituivano sicuramente parte (per altro
trascurabile) della dieta azteca, fondata essenzialmente sul mais
e arricchita da selvaggina. Cfr. P. Scarduelli, Gli aztechi e il
sacrificio umano, Loescher, Torino 1980, p. 130; B. M. Fagan,
Gli aztechi, Garzanti, Milano 1980 (Fagan ipotizza che l'allevamento
si intensificò in seguito all'estinzione delle specie selvatiche);
M. Harris, cit., pp. 124-125. È vero che Harris tenta di ricondurre
l'istituzione del sacrificio umano ad un presunto "deficit"
proteico caratteristico della dieta azteca e delle particolari condizioni
ambientali dell'America centrale. Ma tale argomento, fondato sull'assunto
che sia possibile stabilire un optimum di proteine animali indispensabile
per tutte le società umane, non può essere
certo impugnato dagli antispecisti.
19. Cfr.
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana,
cit., pp. 166-167.
20. K. Marx - F. Engels, L'ideologia
tedesca, Editori riuniti, Roma 2000 5, p. 8.
21. H. Hubert - M. Mauss, Teoria generale
della magia, Newton Compton, Roma 1981, p. 100.
22. S. Freud, Il disagio della civiltà e
altri saggi, Bollati Boringhieri, Torino 1992 8, p. 263.
23. Cfr.
E. R. Service, L'organizzazione sociale primitiva, Loescher, Torino
1983. Il dominio è caratterizzato da un maggiore controllo sulla capacità produttiva
e da un conseguente o parallelo aumento demografico. L'intensificazione della
produzione è resa possibile dal coordinamento delle "attività economiche,
sociali e religiose" (Ibid., p. 174). Cfr. anche A. Guidi, Preistoria della
complessità sociale, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 59-60.
24. "Lo
sviluppo di una gestione del potere mirata alla massimizzazione dei profitti
e alla sopravvivenza politica delle élites è alla base dell'economia
degli stati arcaici, basta sul tributo, sugli scambi a lunga distanza amministrati
e diretti dai centri maggiori, su un grande sviluppo della produzione artigianale
specializzata per la committenza 'aristocratica'.Nell'organizzazione sociale
la vecchia struttura della parentela viene definitivamente soppiantata da una
divisione in classi, dalla massima centralizzazione del potere, che ora assume
i connotati di una vera e propria monarchia, dalla formazione di eserciti che
controllano l'apparato coercitivo su cui si basa lo sfruttamento della popolazione
da parte dell'élite e, allo stesso tempo, dalla nascita di una burocrazia
amministrativa. Anche la religione, ormai di tipo antropomorfo, appare un'attività altamente
specializzata, gestita da una classe sacerdotale al cui presenza traspare soprattutto
dall'evidenza della creazione di luoghi di culto 'civici'", ibid., pp. 60-61.
Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione politica basata sull'appropriazione
del lavoro altrui. A differenza della "visione gradualistica (dal chiefdom allo
stato)" secondo cui "si avrebbe un incremento e una regolamentazione amministrativa
del prelievo di eccedenze sotto forma di prodotto: una sorta di tassazione
delle unità produttive (famiglie, clan, o villaggi che siano)" la "visione
di radicale trasformazione" pone l'accento sul fatto che "il drenaggio delle
eccedenze avviene sotto forma di prelievo di lavoro (corvée)".
M. Liverani, Uruk la prima città, Laterza, Roma-Bari 2004 2,
p. 28.
25. V. Gordon Childe, La rivoluzione
urbana, Rubettino, Soveria Mannelli 2004, p. 24. Sullo sviluppo dell'attività metallurgica
e dei suoi legami con l'esibizione del rango vedi A. Guidi, Preistoria,
cit., p. 87 e p. 130.
26. V. Gordon Childe, La rivoluzione
urbana, cit., p. 25. “Anche le forme di destinazione ostentatoria hanno
carattere non personale bensì comunitario: è il fenomeno dell'edilizia
templare, ipostasi della società complessa e spersonalizzata”. M.
Liverani, Uruk, cit., p. 29.
27. V. Gordon Childe, La rivoluzione
urbana, cit., pp. 26-27. “L'esame della documentazione archeologica
scandinava e, più in generale, la constatazione che in molte regioni
europee il megalitismo appare associato alla prima diffusione dell'agricoltura.,
rafforzerebbero l'ipotesi che non sia stata la pressione demografica o la
scarsezza delle risorse, bensì l'opera svolta da alcuni individui
per convinecere le proprie comunità ad adottare le nuove tecniche
di produzione del cibo per produrre il surplus necessario al proprio mantenimento
la causa prima dello sviluppo della stratificazione”. A. Guidi, Preistoria,
cit., p. 28.
28. M. Liverani, Uruk, cit., p.
24. Il principio monarchico e la natura militare si autonomizzano e
divengono un tratto caratteristico degli early states, in cui burocrazia
ed economia sono funzionali al mantenimento del potere politco delle elites.
Cfr. A. Guidi, Preistoria, cit., pp. 19 e sgg.
29. Così, l'invenzione dell'aratro
a trazione animale in Mesopotamia ha reso possibile lo sfruttamento del bue
ma il suo utilizzo sistematico e l'intensificazione dello sfruttamento
sia dell'uomo che dell'animale è dovuto ad iniziative pianificate dall'amministrazione
centrale. M. Liverani, Uruk, cit., pp. 47-55. Lo stesso dicasi
della produzione di lana il cui aumento esponenziale era inseparabile dall'uso
di manodopera schiavistica, principalmente donne e bambini. “In effetti laddove
si dispone di documentazione archeozoologica adeguata (come ad esempio ad Arlsantepe)
si nota un accrescimento notevolissimo, un vero e proprio salto, nella percentuale
di ossa di caprovini rispetto ad ossa di altre specie animali (suini e bovini),
quando si passa dalla fase tardo-calcolitica alla fase tardo-Uruk. La rivoluzione
urbana comportò insomma una vera e propria esplosione dimensionale dell'allevamento
di caprovini. Questa esplosione non può avere rapporto con usi alimentari,
l'allevamento essendo finalizzato soprattutto alla produzione di lana. Essa
deve essere dunque collegata al sorgere di un'industria tessile, accentrata
nelle agenzie templari”, ibid., p. 56.
30. Cfr. V. Gordon Childe, Il
progresso nel mondo antico, Einaudi, Torino 1979 6, pp. 82 e sgg. Laddove
fenomeni di addomesticamento (come il cane) erano in parte già avvenuti
in età paleolitica, è solo con l'economia neolitica che esso
assume quella forma strumentale che lo rende parte integrante e attiva dello
sviluppo economico posteriore: “l'innovazione più decisiva fu che,
imbrigliando il bue, l'uomo incominciò ad imbrigliare e a usare una
forza motrice diversa da quella fornita dalla propria energia muscolare.
Il bue fu il primo passo verso la macchina a vapore e il motore a benzina”,
ibid., p. 83.
31. In
questo senso, il seguente passaggio nel primo numero de La Nemesi in
cui gli autori del testo "Il nostro antispecismo" tentano di spiegare l'origine
dell'ideologia di specie appare del tutto infondato: "Le comunità divenute
sedentarie costrinsero anche gli animali ad una vita stanziale e impararono
a controllarne la mobilità, il ciclo riproduttivo e l'alimentazione
attraverso l'impiego della legatura delle zampe, della castrazione, della
marchiatura e della mozzatura delle estremità del corpo. Gli uomini
furono sempre più coinvolti in pratiche che provocavano crudeltà,
uccidendo prima di tutto la loro sensibilità per scacciare i sensi di
colpa. Per fare ciò si distanziarono emotivamente dai loro prigionieri
verso i quali, un tempo, sentivano un senso di comunanza che presto fu dimenticato
e sostituito con una volontà di prevaricazione. Il principale meccanismo
usato dagli esseri umani fu il ricorso al concetto secondo il quale essi erano
una specie separata e moralmente superiore a quella degli altri animali". Questo
passaggio presuppone una tendenziale omogeneità delle società stanziali
e vede nella semplice pratica della domesticazione l'origine dello specismo.
Ma lo specismo – qui da intendersi nel senso generico dell'affermazione di
una "superiorità" di specie – non nasce affatto dall'incapacità emotiva
dei singoli di sopportare il dolore imposto agli animali ma dall'imporsi di
una gerarchia infraspecifica. La tesi de La Nemesi è falsa perché non
spiega la diffusione sociale dell'idea di superiorità di specie,
visto che non tutte le società umane hanno fatto esperienza
dell'allevamento, né tutti gli individui all'interno di una società stanziale
si dedicano necessariamente a tale pratica. È invece solo se un'élite
spirituale riconosciuta come tale impone una simile ideologia come necessaria
al mantenimento della società che è possibile spiegare il diffondersi
di questa ideologia stessa.
32. P. Singer, Liberazione animale,
cit., p. XXIV. |
|