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Osservazioni sull'antispecismo
della Nemesi
Marco Maurizi
L'articolo "Il nostro antispecismo" pubblicato sul primo numero
della rivista Nemesi presenta alcune ambiguità che lo legano
all'orizzonte di ciò che altrove ho definito "antispecismo metafisico" (www.liberazioni.org/ra/ra/officina035.html).
Il saggio è, in
linea generale, corretto e senz'altro più approfondito di altre "analisi" che
circolano sull'argomento. Esso però non sfugge ad alcuni errori
che lo rendono facilmente falsificabile dallo storico e, dunque, difficilmente
spendibile a livello di prassi politica. Preciso che le osservazioni
critiche che propongo qui riguardano esclusivamente l'analisi storica
dello specismo, quindi le premesse del discorso proposto della Nemesi,
non le sue conseguenze etico-politiche e la visione d'insieme che ne
deriva. Condivido, anzi, interamente queste conseguenze e questa visione
d'insieme e intendo solo dare un contributo a che le premesse del discorso
abbiano un fondamento storico adeguato. Perché sono convinto che
una cultura veramente antispecista sia qualcosa che è ancora in
fieri, qualcosa alla cui elaborazione siamo chiamati tutti a
collaborare teoricamente e praticamente. Con questo intervento spero
di fare almeno un po' la mia parte.
Antispecismo metafisico e antispecismo storico
In un testo apparso su Rinascita animalista intitolato "Tesi
sull'antispecismo" (www.liberazioni.org/ra/ra/officina035.html),
ho cercato di chiarire sintenticamente la distinzione tra "antispecismo
metafisico" e "antispecismo storico". Ho definito l'antispecismo metafisico
l'errore fondamentale di Singer, errore che ha essenzialmente quattro
caratteristiche:
- lo specismo viene definito "l'ideologia della nostra specie" intendendo
che esso è solo un'idea di cui l'uomo si convince nel
corso dei millenni.
- lo specismo viene definito "l'ideologia della nostra specie",
intendendo con ciò che esso è andato e va comunque indiscriminatamente
a vantaggio di tutti gli esseri umani;
- una struttura mentale come l'ideologia viene considerata causa dell'assoggettamento reale degli
animali;
- lo specismo viene posto come origine del sessismo e del razzismo.
Praticamente tutte le forme di antispecismo finora teorizzate
sono in un modo o nell'altro metafisiche; ad esse voglio opporre una
nozione storicamente e filosoficamente fondata dello specismo che chiamo,
per comodità, antispecismo storico. Cosa significa questo in concreto?
(1) Significa ritenere che la percezione della propria differenza
rispetto al mondo animale si formi insieme alla coscienza umana,
ne sia un attributo essenziale, costituisca l'uscita stessa della coscienza
umana dalla sua originaria condizione animale (un processo che non
si è mai
concluso e non può per definizione compiersi, visto che l'uomo è a
tutti gli effetti un animale). La coscienza umana si forma nel
corso dei millenni attraverso l'educazione e la repressione degli istinti,
dunque grazie al dominio. Ciò significa che mentre per me lo
specismo include il
dominio dell'uomo sull'animale-uomo, per l'antispecismo metafisico
lo specismo indica solo la lotta dell'uomo contro il restante mondo
animale, come se l'uomo non avesse dovuto anche addomesticare sé per
poter addomesticare gli animali.
(2) Significa che, conseguentemente, considero lo specismo una violenza
perpetrata sull'uomo oltre che sugli animali, una violenza che è costitutiva
della cultura (religione, arte, filosofia, scienza) e della società umane.
Ma poiché la cultura e la società sono state fin dai primordi
funzionali al dominio di aristocrazie guerriere e caste sacerdotali,
il dominio sull'animale umano e non umano è stato anche una forma
di controllo sociale, il suo effetto è andato principalmente
a vantaggio delle classi dominanti. Parlare di "ideologia della specie" lascia
intendere che ci sia un vantaggio, se non equamente distribuito, per
lo meno unitario nell'edificazione della società umana. Questo
vantaggio unitario di cui parla l'antispecismo metafisico non è però mai
esistito.
(3) Significa che mentre l'antispecismo storico definisce lo specismo
come la conseguenza dell'azione storica di assoggettamento degli
animali da parte dell'uomo (assoggettamento che solo in seguito viene
giustificato in nome di una presunta "superiorità" della nostra
specie), lo specismo metafisico definisce lo specismo la causa sovrastorica
di questo assoggettamento (ovvero: "l'uomo ha dominato gli altri animali
perché si sentiva superiore").
(4) Significa che, laddove io pongo all'origine di ogni forma di dominio
il sorgere in seno alla coscienza umana della distinzione tra spirito
e natura (cosicché la dominazione su animali, donne, popolazioni
straniere etc. è, di volta in volta, giustificata in quanto i
dominati vengono identificati con il principio "inferiore" della natura),
l'antispecismo metafisico propone una descrizione pseudo-storica del
sorgere delle diverse forme di dominio: " prima l'uomo ha assoggettato
gli animali, poi ha assoggettato le donne, poi le altre
razze" etc.
L'antispecismo della Nemesi
"Il nostro antispecismo" comincia con una definizione abbastanza classica
(e formalmente ineccepibile) dello specismo:
Tra le ideologie discriminatorie e suprematiste, lo specismo é quella
più vecchia e radicata nella specie animale che l'ha ideata, quella
classificata come homo sapiens sapiens. Una discriminazione basata
sulla specie, pressoché sempre in favore della specie umana.
Questa definizione è corretta nella misura in cui chiarisce ciò che
lo specismo è oggi. È però falsa e cade
nello stesso errore commesso da Singer nella sua "breve storia dello
specismo" [1], laddove viene utilizzata
come criterio per una analisi delle "origini" dello specismo (come si
afferma di voler fare nell'articolo) e dei suoi rapporti col sessismo
e il razzismo. Quest'ultima questione è particolarmente delicata
e costituisce il banco di prova di ogni teoria antispecista che voglia
superare le astrazioni singeriane. Per questo l'affronteremo per prima.
Che cosa vuol dire che sessismo e razzismo costituiscono forme di discriminazione
che si innestano sullo specismo, la loro forma originaria? Significa
che sessismo e razzismo derivano dallo specismo. Tale derivazione
può però essere o concettuale o storica. Nel primo caso
si vuole semplicemente dire che lo specismo è un concetto "più generale" del
razzismo e del sessismo (è una discriminazione che coinvolge un
numero maggiore di soggetti), ma questo non significa granché.
Per comprendere perché basta immaginare una forma di discriminazione
chiamata "zooismo" secondo cui gli animali si arrogano il diritto di
sfruttare, uccidere e mangiare le piante e i minerali: a nessuno verrebbe
in mente di dire che specismo, razzismo e sessismo "derivano" dallo "zooismo".
Molto più interessante - ed è questo il punto - dire che
tra specismo, sessismo e razzismo c'è un rapporto di implicazione
tale che questi ultimi due derivano storicamente dal primo.
1. Spirito e natura
Ora, che legame sussiste tra specismo, sessismo e razzismo per gli
autori dell'articolo? Il primo "legame" proposto è pienamente
condivisibile e descrive queste forme di dominio come tutte implicanti
l'idea di una "natura inferiore" da soggiogare:
Queste tre forme di discriminazione sono strettamente interconnesse
per due ordini di ragioni. In primo luogo tutte fanno affidamento sull'idea
di una natura diversa e sicuramente inferiore. Una natura che sancisce
l'inferiorità degli animali rispetto agli umani, della donna rispetto
all'uomo e dei popoli barbari rispetto a quelli civilizzati.
Anche qui però occorre chiedersi se si tratti
di un legame solamente concettuale tra le tre forme di discriminazione
o di un legame storico, effettivo. Per capirlo bisogna però andare
alla radice del problema e chiedersi: in nome di cosa la natura
supposta inferiore viene assoggettata? Se la natura è vista come
il "negativo", occorre
a questo punto l'elaborazione del polo "positivo" di questa opposizione,
polo che io definisco, genericamente, "spirito". Parlare di "natura inferiore" ha
senso solo laddove viene pensato un principio spirituale che su di essa
ha potere, che è posto al di là delle cose
visibili, eppure è immaginata agire dentro i corpi (anima
etc.): tale principio superiore è perciò inteso come forza
creatrice, motrice e reggitrice del cosmo. Nell'uomo, questa forza spirituale
si manifesterebbe in massimo grado nell'intelligenza: grazie ad essa
l'uomo può comprendere, concettualizzare la natura. È allora
a partire dall'opposizione spirito/natura - la cui percezione costituisce
l'evento storico primordiale costitutivo della coscienza umana in quanto
distinta dall'animale - che è possibile analizzare e descrivere
le varie fasi storiche del dominio su animali, donne e popoli "barbari".
Qualora manchi però l'elaborazione di questa opposizione tra
spirito e natura e del suo installarsi nella coscienza umana come forma
primordiale di questa stessa coscienza, la descrizione del sorgere delle
diverse forme di dominio è costretta a ricorrere al mito pseudo-storico
dell'antispecismo metafisico. Ed è ciò che l'articolo della Nemesi rischia
di fare, ad esempio quando tratta il secondo "legame" tra specismo, sessismo
e razzismo:
L'altro legame tra queste discriminazioni è la nascita di quelle
tra umani come conseguenza di quella adoperata contro gli animali: avendo
accettato lo sfruttamento degli animali come parte naturale delle cose,
si cominciò a trattare in modo analogo gli altri esseri umani.
Così dopo aver iniziato la pratica dell'allevamento degli animali,
gli uomini addomesticarono le donne.E così, esattamente come la
specie umana nella sua interezza aveva dimostrato la propria superiorità sugli
altri animali dominandoli e soggiogandoli, a molti europei sembrava chiaro
che la razza bianca aveva dimostrato la propria superiorità sulle
razze inferiori tenendole sotto il proprio dominio.
Questa descrizione non assomiglia in nessun modo (o solo in minima parte)
a ciò che è storicamente avvenuto. Ma non si tratta
di un'inadeguatezza storica dovuta alla stringatezza dell'esposizione.
Si tratta della conseguenza inevitabile dell'aver accettato il mito dell'antispecismo
metafisico: quello secondo cui l'assoggettamento degli animali dovuto
alla superiorità dell'uomo è la causa delle altre
forme di dominio. Non è vero, infatti, che le "discriminazioni
tra umani" sono una "conseguenza di quella adoperata contro gli animali";
per due motivi: in primo luogo, perché lo sfruttamento animale non
ha significato affatto originariamente una forma di "discriminazione" sugli
animali e, in secondo luogo, perché è molto probabile che
il dominio sugli umani preceda il dominio sugli animali e preceda
quindi anche il sessismo e il razzismo.
2. Uccisione e squalificazione simbolica dell'animale
Vediamo il primo punto. L'articolo della Nemesi parla di "un'amicizia
tradita" tra uomo e animale. Questo tradimento viene ricondotto al Neolitico: "si
può individuare una fase della storia umana in cui iniziò l'edificazione
di quella barriera fra uomini e animali che oggi sembra invalicabile:
il passaggio da un'alimentazione basata sulla raccolta e sulla caccia
ad una basata sulla coltivazione delle piante e sull'addomesticamento
degli animali". Ora, che vuole dire che nel Neolitico "inizia l'edificazione" della
barriera di specie? Che l'uomo comincia a considerarsi "diverso" e "superiore" agli
altri animali? E che, quindi, in base a quanto detto sopra, considera
gli animali rappresentanti di una "natura inferiore" da soggiogare e
sfruttare? Effettivamente, l'articolo della Nemesi suggerisce
che sia stata l' abitudine alle pratiche violente dell'allevamento
a produrre il distacco emotivo tra l'uomo e l'animale:
Le comunità divenute sedentarie costrinsero anche gli animali
ad una vita stanziale e impararono a controllarne la mobilità,
il ciclo riproduttivo e l'alimentazione attraverso 1'impiego della legatura
delle zampe, della castrazione, della marchiatura e della mozzatura delle
estremità del corpo. Gli uomini furono sempre più coinvolti
in pratiche che provocavano crudeltà, uccidendo prima di tutto
la loro sensibilità per scacciare i sensi di colpa. Per fare ciò si
distanziarono emotivamente dai loro prigionieri verso i quali, un tempo,
sentivano un senso di comunanza che presto fu dimenticato e sostituito
con una volontà di prevaricazione. Il principale meccanismo usato
dagli esseri umani fu il ricorso al concetto secondo il quale essi erano
una specie separata e moralmente superiore a quella degli altri animali.
In realtà, la pratica dello sfruttamento sistematico delle risorse
animali non implica affatto, né presuppone, l'idea che gli animali
siano esseri inferiori. L'uccisione dell'animale a fini alimentari non
ha mai significato o implicato in origine una "squalificazione" dell'animale
ucciso. Tutto il contrario. Così come l'attività venatoria
nel Paleolitico (e ancora oggi in molte popolazioni "primitive" di cacciatori)
era legata a forme di divinizzazione dell'animale, accompagnate
da riti in cui a questo si chiedeva perdono e se ne glorificava l'anima "immortale",
così la concezione sacrale dell'animale non sparisce semplicemente
nelle società stanziali. [2] Non è che
questi esseri, considerati dapprima portatori di potenze oscure e pericolose
divengano oggetti privi di significato simbolico quando vengono allevati.
È possibile però che la crudeltà inflitta agli
animali allevati abbia prodotto alla lunga, come "meccanismo
difensivo", l'idea di una superiorità dell'uomo su di essi e,
dunque, la loro squalificazione simbolica? È difficile crederlo.
La crudeltà perpetrata sugli animali dai cacciatori paleolitici
ben si accompagnava alla credenza nella loro natura divina e addirittura,
in una certa misura, nella loro "superiorità" nei confronti dell'uomo.
E tale crudeltà si esplicava non solo nell'uccisione vera e propria
a fini alimentari ma, probabilmente - come accadeva ancora in tempi recenti
in alcune tribù di cacciatori - anche in sanguinosi riti propiziatori
(è proprio questa strana contraddizione che una teoria antispecista
storicamente orientata deve cercare di spiegare).
Nemmeno il fatto che gli animali divengano "risorse" disponibili per
l'uomo costituisce una differenza essenziale da questo punto di vista.
Ben prima che l'allevamento assumesse carattere sistematico, la caccia
aveva assunto un carattere sistematico e le prede occasionali erano divenute
prede abituali, selezionate in ragione di un loro possibile sfruttamento "intensivo":
ma già per alcune popolazioni acheuleane, comunque, gli animali
costituivano delle risorse da sfruttare nella loro totalità (carne,
ossa, pelle). [3]
3. Sessismo e razzismo
Veniamo ora al secondo punto. È vero che l'allevamento degli
animali ha permesso la domesticazione della donna e giustificato il dominio
su popolazioni esterne? Anche qui non è possibile ammetterlo che
con grosse riserve.
3.1 Il dominio sulla donna e la nascita dell'agricoltura
Secondo La Nemesi "gli uomini addomesticarono le donne controllandone
la capacità riproduttiva attraverso la castità e la repressione
sessuale. Le donne vennero spinte ai margini di una società maschile
che deteneva un potere assoluto. La donna faceva parte dei diversi, la
sua vita divenne irrilevante e valutata solo in base alla sua utilità per
l'uomo". C'è qualcosa di vero nel fatto che questa trasformazione
della donna sia cominciata nel Neolitico (anche se si è compiuta - e
in forme e modi diversi, soprattutto per quanto riguarda la repressione
sessuale - in tempi più recenti) e quindi in corrispondenza della
domesticazione animale; ma anche qui la corrispondenza non è di
tipo causale.
Il punto nevralgico della domesticazione della donna non sembra essere
stato l'allevamento degli animali, quanto la nascita dell'agricoltura come
attesta la trasformazione ideologica del mito matriarcale della madre-generatrice
in quello patriarcale del sole-fecondatore. Un tale percorso di assoggettamento - ma
lo stesso è possibile dire anche degli altri - non è stato
comunque lineare e univoco (e questo è senz'altro il limite più grande
di ogni tentativo di costruire una genealogia progressiva dei
diversi rapporti di dominio). Da un lato occorre dire che la divisione
del lavoro sociale tra uomini e donne inizia già nelle società paleolitiche
di caccia e raccolta; dall'altro va sottolineato come le società neolitiche
basate sull'agricoltura non nascano all'insegna dell'assoggettamento
della donna. Sembra, anzi, che proprio grazie a quella divisione del
lavoro originata dal Paleolitico che la escludeva dalla caccia, la donna
abbia avuto una funzione centrale nella domesticazione delle piante e
che, conseguentemente, la sua importanza sociale ne sia risultata - almeno
all'inizio - accresciuta. Il sorgere e lo svilupparsi di una "sacralità femminile" e
dei culti della madre-terra starebbero a testimoniarlo. Solo in seguito,
accresciuto il proprio potere sociale, il maschio sigilla la propria
posizione di dominio rovesciando questo culto a proprio favore: la terra
non offre più i propri frutti ma è costretta a
farlo dal lavoro dell'aratro che la feconda. Il lato attivo passa dalla
parte del lavoro maschile e si impone sulla passività femminile,
considerata il vuoto ricettacolo della sua potenza fecondatrice.
3.2 La schiavitù e l'asservimento al lavoro materiale
Per quanto riguarda il sorgere del razzismo è difficile trarre
indicazioni precise dai pochi passi dell'articolo ma tutti sembrano far
riferimento a periodi della storia ben successivi alla domesticazione
animale e, dunque, il rapporto di dipendenza storico tra questa e il
razzismo appare labile. Tutt'al più si tratta qui di giustificare
una pratica di dominio sul diverso utilizzando le categorie che derivano
dal dominio sugli animali:
L'osservazione di una natura bestiale dei popoli da assoggettare è servita
a legittimarne la schiavitù, con i mercati, la marchiatura e il
lavoro forzato. I colonizzatori sbarcati in America produssero volumi
di grandiosa apologia razzista a giustificazione del genocidio da essi
compiuto. Queste razze inferiori erano minacciose, peccaminose, carnali,
disumane e non cristiane e pertanto pericolosamente vicine agli animali.
Essi venivano trattati come era solito trattare gli animali. E così,
esattamente come la specie umana nella sua interezza aveva dimostrato
la propria superiorità sugli altri animali dominandoli e soggiogandoli,
a molti europei sembrava chiaro che la razza bianca aveva dimostrato
la propria superiorità sulle razze inferiori tenendole sotto il
proprio dominio.
In realtà, però, quello che si vuole è trovare
un rapporto di implicazione (non di mera "sovrapposizione" ideologica)
tra lo specismo e il razzismo. Per fare ciò occorre ovviamente
risalire ben più addietro delle forme moderne di razzismo e inseguire
questo nesso agli albori della civiltà occidentale, così come
si è tentato di fare con il sessismo. Gli autori dell'articolo,
infatti, osservano giustamente che se la cultura cristiana ha espresso
in forma molto sviluppata una visione sessista e maschilista dei rapporti
di genere, la cultura pagana non è stata da meno: essa stessa
era già "misogina". Con pari diritto si potrebbe dire che l'Europeo
moderno non fa altro che universalizzare il disprezzo del barbaro proprio,
ad esempio, della cultura greca. Basta questo però a stabilire
un rapporto di causalità tra il dominio sugli animali e il dominio
sulle razze inferiori? Perché qui si instauri un rapporto di implicazione
tra lo specismo e il razzismo occorrerebbe sostenere che il greco sottometteva
il barbaro perché lo vedeva come un animale (come i conquistadores
sicuramente percepivano gli amerinidi). Ma la verità è che
il greco vedeva il barbaro come un animale perché lo aveva
di fatto sottomesso, costretto al lavoro materiale, riservando
per sé il privilegio di una vita spirituale degna di essere chiamata "umana".
Come la Politica di Aristotele mostra chiaramente, è la
dominazione sul barbaro che permette al greco di definire l'esistenza
propriamente umana come esistenza libera dal lavoro, volta alla contemplazione,
intrinsecamente razionale, etica e non-animale. [4]
La contraddittoria evoluzione dello specismo: una barriera reale, materiale, ideale
I problemi che si pongono al pensiero antispecista sono molto complessi.
Il sorgere della coscienza specista non coincide evidentemente con un
movimento lineare e univoco. Tante sono le tappe che conducono alla squalificazione
del vivente, tanto è stratificato il dominio che si impone
su di esso.
Ciò su cui vorremmo porre l'attenzione è che se si va
alla ricerca del modo in cui sorge la barriera reale tra uomini
e animali, occorre distinguere il momento in cui questa barriera è saputa
dall'uomo nella forma ideologica di una superiorità ontologica
e morale (potremmo definirla: la barriera ideale) dall'inizio
della sopraffazione sistematica della realtà non umana (quella
che potremmo definire barriera materiale). Ora, lo specismo non
inizia con la semplice uccisione sistematica dell'animale (né con
la caccia, né con l'allevamento), poiché come si è detto,
tale pratica coesiste con una apoteosi simbolica dell'animale stesso,
considerato in sé qualcosa di divino, immortale e addirittura
superiore all'uomo. Dunque non è l'erezione di una barriera materiale,
di un oggettivo conflitto di interessi, tra uomo e animale a fondare
lo specismo. Ancor meno però è la barriera ideale a costituire
l'origine di esso: lo specismo in quanto forma ideologica della superiorità di
specie è semmai l'estremo esito, il prodotto finale, il coronamento
di un processo che affonda le proprie radici ben più in là nella
storia.
La barriera reale, dunque, cioè l'atto originario che rende possibile
e alla fine produce questo esito va cercato altrove, ovvero nel sorgere
stesso della coscienza umana in quanto distinta dalla coscienza animale. La
squalificazione simbolica dell'animale presuppone la costruzione di un
ordine simbolico, di una realtà spirituale in cui l'uomo
percepisce sé e il mondo circostanti come dotati di senso. Se
si vuole cercare quindi l'atto di nascita di una barriera reale tra uomo
e animale occorre risalire al momento stesso in cui nell'uomo sorge una
coscienza che gli fa vedere la natura e se stesso come pervasi da potenze "animistiche". È a
partire da questo fatto primordiale che lo estranea da un cosmo in cui
tenta a fatica di reintegrarsi che inizia l'avventura umana e la percezione
della propria "anomalia" rispetto al resto della natura. Si tratta allora,
evidentemente, di una "barriera" che non nasce subito e tutta intera,
ma si costruisce gradualmente a partire da questo impercettibile solco
iniziale che è il primo barlume mitico di una coscienza umana
che si fa progressivamente razionale. Ma, proprio per questo, il sorgere
di questa coscienza di sé non ha immediatamente un carattere ideologico
e violento. Tutti gli sforzi "rituali" dell'uomo - la coscienza religiosa
dei primordi - sono tentativi di mettere in pratica un rientro simbolico
nell'ordine della natura, un annullamento della propria coscienza di
essere scisso e diverso. Per questo il rapporto tra l'uomo e gli altri
animali è fin dall'inizio ambivalente: da un lato la divinizzazione,
dall'altro l'uccisione cruenta. È sulle ragioni di questa ambivalenza
che occorrerebbe soffermarsi per chiarire meglio cosa intendiamo con "pregiudizio
di specie", "superiorità" e, dunque, specismo.
La storia dello spirito umano è tortuosa e contraddittoria: non
da subito l'uomo stabilisce un divario tra sé e gli altri animali.
Anzi, proprio questa coscienza animistica gli fa vedere ogni essere vivente
pervaso da un potere divino e trascendente e, dunque, degno di rispetto.
Il sorgere dell'opposizione tra spirito e natura è quindi solo l'inizio
di un rapporto ambivalente con il mondo che è la conseguenza stessa
della consapevolezza umana di costituire un fenomeno unico della natura
eppur sempre interno alla natura. Prima che la percezione di questa "unicità" divenga
autocelebrazione e ideologia, dovranno passare millenni: l'uomo ha cercato
in tutti i modi di fare i conti con la propria inquietante diversità e
l'impossibilità di venire a capo di essa costituisce ancora oggi
il suo lacerante dramma interiore e la minaccia più terribile che
egli rappresenta per il pianeta che lo ha partorito.
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