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Per una critica dello stalinismo
Marco Maurizi
1. Sui problemi di una definizione dello stalinismo
Cos'è lo stalinismo? Gli ideologi liberali sono ben felici di porlo
sotto la rubrica dei totalitarismi del '900, identificandolo spesso e volentieri
con il comunismo. In tal modo mostrano ancora una volta con quali misere astrazioni
si dilettino (notare il problematico plurale: "totalitarism i. e il
discutibile singolare: " il comunismo"). Ma anche in area marxista
si tende a sottovalutare il problema di una esatta definizione dello stalinismo.
La concezione volgare che talvolta se ne dà (cioè un misto di
burocratismo e autoritarismo dovuto ad una non meglio identificata "arretratezza" russa) è anch'essa
insufficiente e astratta. Le manca, per così dire, il sale dialettico.
Il problema appare più evidente se ci chiediamo cosa intendiamo oggi
quando usiamo l'epiteto "stalinista". Ed appare evidente che usiamo il termine
in due accezioni diverse che possono sì coincidere, ma che non necessariamente
lo fanno. Lo stalinista non è infatti solo chi - magari in nome di una
presunta lotta al "revisionismo storico" - pretende richiamarsi all'eredità dell'intera
tradizione del movimento operaio, includendovi quindi anche Stalin. Lo stalinista è anzi
soprattutto chi pensa e agisce in un determinato modo, anche se magari a parole
dice di ripudiare l'eredità staliniana.
Questa distinzione, apparentemente solo formale, risponde invece ad una necessità oggettiva.
Una comprensione adeguata dello stalinismo deve infatti avere una base sia storica che teorica.
1) Storica: deve focalizzare lo stalinismo come un fenomeno legato ad una fase
determinata e anche ad aspetti ed eventi "contingenti" della storia del '900
(la personalità di Stalin, l'arretratezza culturale e tecnica della
Russia etc.).
2) Teorica: deve riuscire anche ad elevarsi al di sopra dei fatti storici e
comprendere lo stalinismo come una degenerazione del marxismo. una
teoria e una prassi politica che si è cioè autonomizzata e ha
continuato a produrre i propri effetti anche dopo la morte di chi lo aveva
originato.
Questo secondo punto è essenziale per chi pensa che solo con strumenti
concettuali marxisti è possibile una comprensione vera - non filistea,
non opportunista - dello stalinismo. Lo stalinismo è infatti legato
a questioni teoriche e pratiche che ineriscono senz'altro al marxismo fin dall'inizio.
Senza tuttavia voler nemmeno per un minuto dare ad intendere che la degenerazione
staliniana sia una inevitabile conseguenza di questo (come invece pretendono
gli ideologi borghesi), è necessario mettere in luce come esso costituisca
una risposta sbagliata - tragicamente sbagliata - a delle questioni che sorgono
spontaneamente dalla stessa prassi rivoluzionaria.
2. La critica alla burocrazia prima della rivoluzione Russa
(R. Luxemburg)
Per mostrare quanto il pericolo dello stalinismo sia connaturato ad alcuni
problemi scottanti della prassi rivoluzionaria, basta rivolgersi - per sommi
capi, nel breve spazio concesso da un intervento di questo genere - alla teoria
marxista in uno stadio precedente alla degenerazione staliniana e cercare in
essa i primi barlumi di una critica al burocratismo e all'autoritarismo. Intendiamo
qui fare riferimento a Rosa Luxemburg e in particolar modo a quei passi della Rivoluzione
Russa in cui l'incubo dello stalinismo viene previsto in modo quasi profetico.
Sia chiaro: qui non si tratta utilizzare Rosa Luxemburg in funzione antileninista.
Il dibattito Luxemburg/Lenin è infatti molteplice e articolato; non è cioè possibile
fissare un momento storico "classico" delle posizioni dei due autori, senza
operare grossolane semplificazioni. D'altronde a voler impostare i temi del
dibattito usando la coppia generica spontaneità-organizzazione non si
andrebbe molto lontano. Nessuno dei due ha mai sacrificato l'una a dispetto
dell'altra. Lenin sottolinea, come noto, l'importanza dell'organizzazione non contro
la spontaneità, ma contro la sottomissione allo spontaneismo.[1] Rosa
Luxemburg, da parte sua, sottolinea l'importanza della spontaneità non
contro l'organizzazione ma contro la burocratizzazione. La Luxemburg
aveva visto l'effetto reazionario (e in realtà "disorganizzante" da
un punto di vista rivoluzionario) della burocrazia già nei sindacati
e nella SPD e ne generalizza l'esperienza. È dunque sul valore generale
delle osservazioni di Rosa Luxemburg che occorre concentrarci, lasciando sullo
sfondo la correttezza o meno delle sue critiche a Lenin.[2] L'uso
strumentale che si è fatto della Luxemburg ha sempre posto l'accento
sulla critica ai bolscevichi - dunque sulla giustezza della sua negazione della
prassi leninista - ma a nostro avviso è molto più importante
e significativo sottolineare l'aspetto propositivo del suo pensiero,
ovvero ciò che essa non si stancava mai di valorizzare e porre al centro
dell'azione politica: la creatività delle masse rivoluzionarie nella
lotta per il socialismo sia prima che dopo la rivoluzione (ovvero sia nella
lotta al capitale quanto nell'edificazione del socialismo).
Anzitutto Rosa Luxemburg offre - in Questioni organizzative della socialdemocrazia
russa e in Sciopero di massa, partito e sindacati - una critica ante
litteram del "centralismo burocratico", cioè del sistema delle
decisioni prese dall'alto su una massa disciplinata ma resa incapace di influire,
agire e pensare autonomamente; una condizione i cui effetti nefasti ella aveva
già visto all'opera nel grigio conservatorismo dell'apparato sindacale
rispetto alle spinte verso nuove rivendicazioni e conquiste che provenivano
dal basso. I tratti caratteristici del "ceto di funzionari sindacali" che la
Luxemburg elenca (il "burocratismo e una visione angusta delle cose", "l'ottimismo
illimitato", la conseguente incapacità di ammettere la "critica" e,
infine, la ricerca "a tastoni [di] una 'nuova teoria' che corrisponda ai loro bisogni,
alle loro vedute" in contrasto con l'analisi marxista[3])
suonano sinistramente familiari se lette col senno di poi.
La Rivoluzione russa, come noto, critica invece aspramente la restrizione
delle libertà civili dovute allo stato d'emergenza in cui versava la
Russia rivoluzionaria. Pur comprendendo l'urgenza e l'inderogabilità di
alcune "misure draconiane", la Luxemburg ammonisce continuamente e accoratamente
i capi del partito bolscevico a "non fare di necessità virtù",
a non trasformare in principio ciò che deriva dalle necessità immediate
della prassi.
La realizzazione pratica del socialismo come sistema economico, sociale
e giuridico è una faccenda completamente immersa nelle nebbie
del futuro. Nel nostro programma noi possediamo soltanto poche indicazioni
generali, che segnalano la direzione, nella quale i provvedimenti devono
esser cercati, per giunta di carattere prevalentemente negativo. Noi
sappiamo, così all'incirca ciò che prima di tutto dobbiamo
eliminare per liberare la strada all'economia socialista... Questa
non è una mancanza, bensì proprio il vantaggio del socialismo
scientifico su quello utopistico. Il sistema sociale socialista sarà e
può solo essere un prodotto storico, nato dalla scuola stessa
dell'esperienza, nell'ora della realizzazione, del divenire della storia
viva... Il negativo, la demolizione, li si può decretare; la
costruzione, il positivo, no. Terreno vergine. Mille problemi.
Solo l'esperienza è in grado di correggere e aprire nuove strade.
Solo una vita fermamente senza impedimenti immagina mille nuove forme,
improvvisa, emana una forza creatrice. corregge spontaneamente
tutti gli errori.[4]
In questa prospettiva è allora possibile apprezzare anche i
rilievi sull'importanza del dibattito e della democrazia dentro e fuori
il partito. Essi sono centrali per l'autoeducazione politica delle
masse rivoluzionarie; c'è in Rosa Luxemburg un rifiuto deciso
del paternalismo, l'ammissione del diritto delle masse rivoluzionare
a commettere i propri errori (errori che possono rivelarsi anche tragici,
come la stessa morte di Rosa Luxemburg ha testimoniato). Ora, è vero,
sui limiti della capacità di autocorrezione da parte delle masse
in una fase rivoluzionaria si possono esprimere mille dubbi, specialmente
dopo il fallimento della rivoluzione tedesca. Ma da qui non si può certo
inferire che questa capacità debba essere necessariamente assente
e manchevole anche nella fase di costruzione del socialismo.
Al contrario, qui più che mai il pensiero di Rosa Luxemburg
sembra essere stato confermato dall'esperienza storica. Il socialismo,
scrive la Luxemburg, non può essere "decretato, autorizzato
dal tavolo di una dozzina di intellettuali. È incondizionatamente
necessario un controllo pubblico. Altrimenti lo scambio di esperienze
stagna nel cerchio chiuso dei funzionari del nuovo governo... La prassi
del socialismo esige una completa trasformazione spirituale nelle masse
degradate da secoli di dominio di classe borghese. Istinti sociali
al posto di quelli egoistici, iniziativa delle masse al posto di ignavia,
idealismo che elevi sopra ogni sofferenza etc.".[5]
Da ciò deriva anche la concezione luxemburghiana della dittatura del
proletariato. La dittatura del proletariato deve essere infatti intesa come "applicazione
della democrazia".[6] Essa consiste essenzialmente
nella rimozione degli ostacoli che la società borghese frapponeva alla
partecipazione delle masse al potere decisionale; consiste cioè nel
trasformare la democrazia formale in democrazia sostanziale. L'opposizione
tra democrazia e dittatura è, dunque, astratta e adialettica.[7] La
dittatura del proletariato non deve solo differenziarsi dalla dittatura tradizionalmente
intesa ("di un partito o di una cricca") ma anche dalla democrazia di tipo
borghese. Nel fare ciò essa butta via la superficie metafisica e ingannevole
di questa per mantenerne il nocciolo; è cioè realizzazione di
ciò che nel regime borghese è al massimo mera aspirazione ideale
e in realtà ingannevole illusione. L'essenziale nell'espressione "dittatura
del proletariato" è, dunque, la sua natura di classe. non il
riferimento tecnico-giuridico alla dittatura.
Se si dimentica questo si confonde il mezzo con il fine, mentre per Rosa Luxemburg
una tale distinzione tra mezzo e fine non esiste: "la democrazia socialista
non comincia soltanto nella terra promessa, una volta costruite le infrastrutture
economiche socialiste, come dono natalizio bell'e fatto per il bravo popolo,
che nel frattempo ha fedelmente sostenuto un pugno di dittatori socialisti.
La democrazia socialista comincia contemporaneamente alla demolizione del dominio
di classe e alla costruzione del socialismo".[8] È chiaro
allora che dibattito aperto e libertà di critica costituiscono l'etere
in cui unicamente questa costruzione "dal basso" può farsi strada.[9]
3. La critica "da sinistra" allo stalinismo (L. Trotsky)
L'importanza di questa critica luxemburghiana al burocratismo e all'autoritarismo
risalta in modo particolare se la si confronta con la critica che Trotsky muoverà alla
dirigenza sovietica nel periodo di ascesa di Stalin. Ci concentreremo brevemente
su due momenti nodali di questa critica che riprende, come detto, alcuni dei
temi già posti da Rosa Luxemburg.
(1) Il primo momento è il biennio 1923-24 che coincide con il ritiro
di Lenin dalla vita politica e l'apertura del "nuovo corso" nel Pcus sul problema
della democrazia di partito. L'apertura di un dibattito pubblico sulla Pravda su
questo tema - in cui si esprime una forte spinta popolare nel senso di una
riforma dell'apparto - produce, non senza malumori e incertezze, una risoluzione
approvata all'unanimità dal Politbjuro e dal Presidium della Commissione
Centrale di Controllo.[10] Pochi giorni
dopo Trotsky scrive un breve testo in cui chiede che la risoluzione non resti
lettera morta. Trotsky riprende la critica di Rosa Luxemburg all'opposizione
dittatura-democrazia, riformulandola in senso leninista e dal punto di vista interno,
cioè della "vita di partito": almeno qui, scrive Trotsky, non deve e
non può essere compiuta nessuna scelta tra centralismo e democrazia.
La democrazia "pura" e il centralismo "puro" sono astrazioni irrealizzabili
e non costituiscono dei fini assoluti. "La democrazia ed il centralismo rappresentano
due aspetti della costruzione del partito. Il compito consiste nel bilanciare
questi due aspetti nel modo più giusto, cioè nel modo più adeguato
alla situazione. Durante l'ultimo periodo questo equilibrio non c'è stato.
L'iniziativa del partito è stata ridotta al minimo. Ciò ha dato
luogo a procedimenti e metodi di direzione che contraddicono radicalmente lo
spirito del partito rivoluzionario del proletariato".[11]
Trotsky sottolinea poi come il burocratismo costituisca un problema strutturale e
non un "residuo" del periodo di guerra come veniva invece sostenuto dalla linea
ufficiale.[12] C'è anzi il rischio
- scrive Trotsky puntando l'indice su una di quelle pratiche che le burocrazie
staliniste non mancheranno di attuare negli anni successivi - che il riconoscimento
formale dell'esistenza del problema costituisca in realtà un modo per
aggirarlo. "Prima della pubblicazione della risoluzione del Comitato Centrale
sul nuovo corso, i rappresentati burocratizzati dell'apparato consideravano
la sola menzione della necessità di mutare la politica interna di partito,
eresia, frazionismo e rottura della disciplina. Oggi essi sono altrettanto
formalmente pronti a 'prendere atto' del nuovo corso, cioè ad annullarlo
burocraticamente".[13] La soluzione
al burocratismo non può quindi essere un atto amministrativo,
la burocrazia non può cioè togliere se stessa. La soluzione burocratico-pedagogica
adottata dalla dirigenza stalinista ("spiegare, spiegare e ancora spiegare"[14])
costituiva l'esatta antitesi della soluzione vera che passava per una comprensione
dei presupposti oggettivi (economici) della crisi del partito e nella ripresa
dell'attività cosciente, dunque politica. della base del partito.
Proprio le masse - alla cui impreparazione culturale si imputava la necessità di
una direzione dall'alto - dovevano tornare per Trotsky al centro della scena
politica.
Ricorre con insistenza l'idea che il mezzo principale per rivitalizzare
il partito sia l'elevamento del livello culturale dei suoi membri di
base; tutto il resto, cioè la democrazia operaia, seguirà del
tutto naturalmente. Che noi dobbiamo elevare il livello ideale e culturale
del nostro partito, tenuto conto dei compiti giganteschi che ci stanno
dinanzi, è assolutamente incontestabile; ma proprio per questo,
una simile impostazione pedagogica, cattedratica della questione è assolutamente
intollerabile e di conseguenza errata... è necessaria un'impostazione non
pedagogica ma politica. Non si può porre la questione come
se l'applicazione della democrazia operaia dovesse essere realizzata
(da chi?) a seconda del grado di "preparazione" dei membri del partito
a questa democrazia. Un partito è un partito. Si possono predisporre
i più rigidi requisiti per coloro che desiderano entrare e restare
nel nostro partito, ma una volta diventati suoi membri, si partecipa
per ciò stesso nel modo più attivo a tutto il lavoro
di partito.[15]
Trotsky identifica quindi il superamento della stasi burocratica interna
al partito con una attiva ripresa del dibattito politico e una maggiore
dialettica tra la "vecchia guardia" (testimone storica dell'esperienza
rivoluzionaria) e le nuove masse di giovani che cominciavano allora
ad affacciarsi alla vita politica. Le parole di Trotsky contro i pericoli
della gerontocrazia e sull'insufficienza di mezzi "formali" per prevenire
deviazioni controrivoluzionarie sono forti: non esiste alcuna "ortodossia" marxista
che possa essere salvata dal pericolo di degenerare in opportunismo
se non si apre alla dialettica storica, concreta, al confronto con
assetti politici ed economici mai uguali a sé stessi: "Non è necessario
parlare dell'enorme autorità della generazione più anziana,
non solo in Russia ma anche su scala internazionale: questo è universalmente
noto e riconosciuto. Ma sarebbe un errore grossolano valutarne l'importanza
come un assoluto. Solo una costante azione concorde della
generazione più anziana con quella più giovane, nell'ambito
della democrazia di partito, può conservare alla vecchia guardia
il suo carattere di fattore rivoluzionario... Nel corso della
storia si è constatata più di una volta la degenerazione
della 'vecchia guardia'".[16] Trotsky
parla quindi dei Liebknecht, dei Bebel, degli Adler, dei Kautsky e
dei Bernstein che pur essendo stati "discepoli diretti di Marx ed Engels...
hanno degenerato nell'opportunismo, nella situazione di riforme parlamentari
e di sviluppo di un apparato di partito e sindacale a se stante". Sottolineando
la necessità della partecipazione - soprattutto dei giovani
- all'esperienza collettiva di costruzione del socialismo, Trotsky
riprende accenti che erano già stati della Luxemburg:
È del tutto insufficiente che la gioventù ripeta le
nostre formule. È necessario che la gioventù tragga le
proprie formule dalla lotta, le assimili, elabori un pensiero proprio,
una propria fisionomia e sia pronta a combattere per il proprio pensiero
con il coraggio che dà una convinzione radicata e l'indipendenza
del carattere. Fuori dal partito l'obbedienza passiva, il servilismo,
il carrierismo! Un bolscevico non è un uomo di disciplina; no, è un
uomo che va al fondo delle cose, si forma una solida opinione in ogni
singola circostanza, la difende in modo coraggioso ed autonomo non
solo nella lotta contro i nemici ma anche dentro la propria organizzazione.
Oggi egli si trova in minoranza nella propria organizzazione. Si sottometterà,
perché è il suo partito. Ma questo, certamente, non sempre
significa che egli non abbia ragione.[17]
L'accentramento di potere nelle mani di Stalin aveva invece lentamente
imposto metodi e fini diametralmente opposti a quelli su cui si impuntava
la critica trotskiana. Il sistema delle nomine dall'alto si affermava
in base al criterio organizzativo dell'efficienza a tutto discapito
dell'elemento politico, ovvero della consapevolezza dei compiti
rivoluzionari imposti dalla situazione di grave crisi. Il diffondersi
di quella che Trotsky chiama "psicologia segretariale"[18] dovuto
a un sistema gerarchico di selezione dei quadri è dunque un
ostacolo alla trasformazione della coscienza burocratica in coscienza
rivoluzionaria e si concreta in una autonomizzazione dell'apparato.
Di questo potere autonomo e incontrollato di manovra Stalin si servirà sia
nell'organizzazione delle cruciali assisi di partito del dopo-Lenin (XII e
XIII congresso, XIII conferenza) quanto, concretamente, nella "normalizzazione" del
partito rivoluzionario bolscevico. Si pensi alla creazione della "Leva leninista" in
cui - secondo i dettami di una risoluzione adottata dalla XIII conferenza -
si spalancavano le porte del partito ad una massa priva di esperienza politica
e si diffondeva un indottrinamento dogmatico attraverso la creazione della
dottrina "ufficiale" del marxismo-leninismo.[19]
(2) È però solo a posteriori, nella Rivoluzione tradita,
a controrivoluzione cioè ormai avvenuta, che Trotsky produce un'analisi materialista della
burocrazia sovietica, non limitandosi a denunciarne i limiti e le deviazioni
dal punto di vista della coscienza rivoluzionaria, ma mostrandone anche la
genesi a partire da fattori oggettivi. La Rivoluzione tradita mostra
infatti il profondo paradosso insito nei pronunciamenti ufficiali della dirigenza
stalinista laddove la pretesa di aver già realizzato il socialismo
si lega all'esigenza di un inasprimento della dittatura del partito.
Se il socialismo ha "definitivamente e irrevocabilmente" trionfato,
non come un principio ma come un regime sociale vivente, allora un "rinforzo" della
dittatura è ovviamente un nonsenso. E, al contrario, se il rinforzo
della dittatura è evocato dalle stesse esigenze del regime,
ciò significa che il trionfo del socialismo è ancora
remoto. Non solo un marxista ma qualsiasi pensatore politico realista
dovrebbe comprendere che la vera necessità di un "rinforzamento" della
dittatura - cioè della repressione da parte del governo - testimonia
non del trionfo di un'armonia senza classi, ma della crescita di nuovi
antagonismi sociali.[20]
La ricostruzione che Trotsky fa della progressiva restrizione del
dibattito politico prima all'esterno (nei soviet) poi all'interno del
partito (con la proibizione delle frazioni al X congresso) è guidata
dalla convinzione secondo cui la negazione della libertà politica è "in
conflitto con lo spirito della democrazia dei soviet e che i capi del
bolscevismo la considerarono non un principio ma un atto episodico
di autodifesa". A partire dalla rivolta di Kronstadt del '21, però,
la proibizione delle frazioni "trasferì il regime politico presente
nello stato nella vita interna del partito".[21] In
assenza di una struttura rappresentativa pluralistica e in presenza
di forti contrasti sociali era inevitabile che le frazioni del partito
riverberassero le tensioni sociali esterne. Da questo punto di vista
la proibizione permanente delle frazioni e le affermazioni trionfalistiche
sul socialismo realizzato (dunque sulla definitiva scomparsa degli
antagonismi sociali) era perfettamente consequenziale. In entrambi
i casi è la negazione del conflitto che porta al "monolitismo" o,
che è poi lo stesso, al "totalitarismo".[22]
"Cosa c'è al fondo di tutto questo? " si chiede Trotsky. La risposta,
l'unica che offra una vera spiegazione materialistica del fenomeno endogeno della
burocrazia sovietica, è: "la mancanza di mezzi di sussistenza dovuta alla
bassa produttività del lavoro". È la spirale che viene a crearsi
tra bassa produttività e crescita degli antagonismi sociali a
produrre la necessità di un rinforzo della dittatura di partito.
La giustificazione per l'esistenza di uno stato sovietico come un
apparato di coercizione risiede nel fatto che la struttura transitoria
presente è ancora piena di contraddizioni sociali che nella
sfera del consumo... sono estremamente tese e che minacciano sempre
di esplodere nella sfera della produzione... La base del dominio burocratico è la
povertà della società per quanto riguarda gli oggetti
di consumo, con la conseguente lotta di tutti contro tutti. Quando
ci sono abbastanza merci in un negozio i clienti possono venire quando
vogliono. Quando ci sono poche merci i clienti sono costretti a fare
la fila. Quando le file sono molto lunge è necessario piazzare
un poliziotto per mantenere l'ordine. Questo è il punto di partenza
del potere della burocrazia sovietica. Essa "sa" chi deve ottenere
qualcosa e quanto deve aspettare.[23]
La burocrazia, proponendosi come "arbitro" del conflitto tra le classi,
tendeva spontaneamente a rendersi autonoma rispetto ai conflitti sociali.
In tal modo essa si imponeva gradualmente come un regime "normale",
autonomo e permanente non solo all'esterno ma all'interno del partito.
Alla fine di questo breve excursus speriamo di aver mostrato perché la
comprensione storica e teorica della degenerazione staliniana non sia una mera
questione di "archeologia" marxista. Se lo stalinismo è legato ad alcuni
problemi teorici del marxismo esso rappresenta anche un pericolo costante,
da tenere sempre presente e non può essere semplicemente archiviato
come un errore del passato. Né basta una mera dichiarazione di principio,
una denuncia pubblica dello stalinismo che non faccia seguire alle parole i
fatti. La denuncia tardiva dello stalinismo da parte delle gerarchie sovietiche
fu del resto condotta in modo prettamente stalinista: si condanna Stalin e
il "culto della personalità" proprio per poter salvare e perpetuare
l'apparato. Non è forse esagerato dire che la comprensione adeguata
dello stalinismo è possibile solo da un punto di vista veramente marxista
e rivoluzionario.
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Note |
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1. V. Lenin, Che fare?. in Id., Opere.I>scelte. vol. I, Editori
riuniti, p. 270.
2. Sull'uso e l'abuso di Rosa Luxemburg in senso antileninista si era già espresso
Trotsky in "Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale" in L. Trotsky, Difesa
e critica di una rivoluzionaria. "Quaderni del centro studi Pietro Tresso",
n. 19, 1996.
3. R. Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati. Newton Compton,
Roma 1977, pp. 111-112.
4. R. Luxemburg, La Rivoluzione russa. Massari, Bolsena 2004, pp. 80-81.
5. Ivi.
6. Ibid., p. 86.
7. Ibid., p. 84.
8. Ibid., pp. 85-86
9."Lenin dice: lo Stato borghese è uno strumento per l'oppressione della
classe operaia, quello socialista per l'oppressione della borghesia. Esso sarebbe
semplicemente per così dire uno Stato capitalistico posto sulla testa.
Questa concezione semplificata astrae dal più essenziale: il domino di
classe borghese non aveva bisogno di alcuna istruzione ed educazione politica
delle masse popolari, perlomeno non oltre certi ristretti confini. Per la dittatura
proletaria essa è l'elemento vitale, l'aria senza la quale non può sussistere".
Ibid., p. 78.
10. "Sulla
costruzione del partito" in Democrazia e centralismo. Il
dibattito nel Pcus 1923-1924. a cura A. Di Biagio, Il saggiatore,
Milano 1978, pp. 120-133.
11. L. Trotsky, "Nuovo corso. Lettera ad un'assemblea di partito - 8 dicembre 1923" in Democrazia
e centralismo. cit., p. 137. Sulla non contraddittorietà dei termini
democrazia e centralismo e sull'irrinunciabilità della democrazia interna
vedi anche L. Trotsky, La rivoluzione tradita. cap. 5, "Il termidoro
sovietico", par. 2: "Come potrebbe vivere e svilupparsi una organizzazione genuinamente
rivoluzionaria che si pone il compito di rovesciare il mondo e unire sotto le
proprie insegne i più audaci iconoclasti, combattenti e gli insorti,
senza conflitti intellettuali, senza raggruppamenti e la formazione temporanea
di frazioni? ".
12. Cfr. G. Zinov'ev, "Nuovi compiti del partito", in Democrazia e centralismo.
cit., pp. 71 e sgg.; J. Stalin, "I compiti del partito", ibid., pp. 92 e sgg.
13. L. Trotsky, "Nuovo corso", cit., p. 140.
14."Sui risultati della discussione e sulla deviazione piccolo-borghese nel partito",
Risoluzione adottata alla XIII Conferenza del RKP - 16/18 gennaio 1924, ibid.,
p. 236.
15. L. Trotsky, "Nuovo corso", ibid., pp. 137-138.
16. Ivi.
17. Ibid., pp. 140-141.
18. L. Trotsky, "Lettera ai membri del CC e della CCC - 8 ottobre 1923", ibid.,
p. 49; cfr. Rosa Luxemburg: "con la psicologia di un sindacalista... non è possibile
fare né rivoluzione né sciopero di massa", Sciopero di massa,
partito, sindacati. cit., p. 72.
19. Le "conclusioni pratiche" della risoluzione indicano nell'aumento numerico "del
nucleo proletario del partito" e nella diffusione dei "principi del leninismo" la
soluzione alla questione democrazia/burocrazia aperta con la discussione sulla Pravda nell'autunno
1923. Ogni apertura nel senso di una ripresa della discussione interna veniva
annientata dall'impegno a "salvaguardare la ferrea disciplina bolscevica, ovunque
si tenti di scuoterla". "Sui risultati della discussione e sulla deviazione
piccolo-borghese nel partito", cit., pp. 236-237.
20. L. Trotsky, La rivoluzione tradita. cap. 3, "Il socialismo e lo stato",
par. 5.
21. Ibid., cap. 5, cit.
22. Il regime era divenuto 'totalitario' nel suo carattere diversi anni prima che
questa parola giungesse dalla Germania". Ibid.
23. Ibid., par. 3. |
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