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Psicologia ed antispecismo
intervista ad Annamaria Manzoni
Annamaria
Manzoni è psicologa. Quale indirizzo psicologico segui e di
cosa ti occupi specificamente nel quotidiano?
Dal punto di vista clinico, la mia formazione è nata con l'ipnositerapia
e si è poi regolarmente contaminata con altri indirizzi, soprattutto cognitivo.
Ho lavorato per molti anni in una comunità di bambini allontanati dalle
famiglie e mi sono occupata dei loro affidi e adozioni, poi in un centro affidi
e in un servizio che si occupava di maltrattamento e abuso. Collaboro attualmente
come consulente con il Tribunale di Monza, che mi affida perizie in merito all'affido
dei minori in caso di separazione dei genitori. Da un anno seguo lavoro in carcere
facendo colloqui di sostegno e, con il patrocinio dell'Uffiicio Diritti Animali
della Provincia di Milano, sto mettendo a punto una ricerca, che partirà a
breve, sul senso, significato, conseguenze del rapporto con gli animali che alcuni
detenuti hanno l'autorizzazione di tenere con sé in carcere. Potrebbe
essere l'inizio di progetti più vasti (canili? pensioni per animali?)
da attuare in carcere, con l'attenzione volta contestualmente al benessere dei
detenuti e a quello degli animali.
Come ti sei interessata agli animali e che rapporto ha questo interesse col
tuo lavoro?
Duccio Demetrio afferma che i nostri interessi, le nostre passioni, le nostre
strade trovano senso e giustificazione nella nostra personale autobiografia,
in cui episodi anche minori hanno avuto una risonanza emotiva che nel corso del
tempo ha preso una sua forma. Nel libro L'usignolo dei Linke il protagonista
Kurt, che nel 1944, bambino, vive una sconvolgente fuga di massa da Berlino,
segnata da freddo, fame, morte e disperazione, da nulla è così profondamente
sconvolto come dall'indifferenza con cui i cavalli "quelle brave bestie fedeli
che ce la mettono tutta a portare i fuggiaschi in salvo", non appena cedono alla
fatica,vengano trasformati, cadaveri ancora fumanti, in cibo. Il senso dell'ingiustizia
e della prevaricazione si incide profondamente in lui, che disperatamente rifiuta
di mangiarne le carni. Alla fine del libro ritroveremo Kurt vecchio, molti anni
dopo: ha fatto il veterinario. Posso solo dire che, fino a dove la memoria mi
riporta, le immagini dirette o indirette di violenza sugli animali hanno provocato
in me uno sconvolgimento quasi fisico oltre che psichico: rivedrò per
sempre un vitello scaricato da un carro nel cortile di una macelleria, a terra,
incapace di muoversi forse perchè fratturato ad una zampa, che veniva
bastonato perchè si alzasse. Il senso di impotenza di me, bambina, era
tanto più forte perchè non condividibile: intorno a me la gente
si limitava a guardare, curiosa e indifferente. Allo stesso modo la mia sofferenza
era insostenibile, quando sentivo i muggiti delle mucche condotte al macello
inascoltati e coperti dalle grida dei loro aguzzini. Quelle sensazioni, quei
pensieri, mi riprendono e risvegliano lo sconvolgimento primitivo ogni volta
che scene, sempre uguali e sempre diverse, mi ricapita di vedere. C'è voluto
tempo perchè mi sentissi autorizzata a dare voce a ciò che sentivo,
che sembrava non avere diritto di cittadinanza ; ho smesso di mangiare carne
e poi pesce, ancora sentendomi un po' diversa. E finalmente ho trasformato le
mie reazioni emotive in consapevolezza. Avvicinarsi all'animalismo (usiamo questo
termine per brevità) significa, con un'espressione trovata in Un'eterna
Treblinka in cui mi sono molto ritrovata, essere dotati di raggi X, vedere
quello che gli altri non vedono, vedere dietro, vedere oltre. E così sentire
illustri colleghi fare dotte conferenze con la pelliccia o la borsa di coccodrillo
lì accanto, partecipare a seminari con i soliti pranzi, semplicemente
lavorare con altri sulle nefandezze del mondo e poi andare a tavola e consumarne
altre, mi ha sempre fatto sentire ad un'enorme distanza. Sento e capisco che,
finché si convive con l'infinita violenza sugli animali, niente altro
ha davvero senso e valore.
Pensi la psicologia possa aiutare a comprendere meglio le origini della violenza
dell'uomo sull'animale? Mi pare che nel tuo articolo ci fossero indicazioni in
tal senso.
Questa violenza ha radici profondissime e articolate: religiose, sociologiche,
economiche, che ormai da tempo vengono esaminate. Io non faccio altro che usare
le mie competenze, vale a dire quelle psicologiche, per interpretare anche dal
punto di vista intrapsichico tutto quanto succede. L'interesse che hanno suscitato
alcuni miei articoli, la risonanza che hanno avuto testimoniano di quanto una
lettura psicologica di tanti comportamenti dati per scontati sia ancora tutta
da proporre. Semplicemente si tratta di applicare categorie usate per interpretare
l'aggressività intraspecifica, quella all'interno della razza umana, anche
a quella interspecifica, che viene esercitata sugli animali. C'è da chiedersi
come questa possa ancora oggi essere un'operazione singolare, ai primordi: evidentemente
la rimozione, la negazione di massa, non risparmia il mondo della psicologia
che pure di queste difese disquisisce quotidianamente. Sappiamo bene, purtroppo,
quale infinita casistica di tutti i possibili orrori sia offerta dal nostro rapporto
con i non umani. E certamente, da questa casistica, la consapevolezza di come
il male, la violenza, l'aggressività, la sopraffazione siano parte intrinseca
della natura degli uomini trae nuovo vigore. Operazione superflua mi sembra quella
di animare nuovi dibattiti, ogni volta che una nuova guerra ci mette a contatto
con altri orrori, sul perché della violenza, sulle sue origini, su come
estirparla: ogni giorno ci conviviamo con assoluta civile indifferenza.
Ricordo che una volta, a tavola con carnivori, uscì fuori che non mangiavo
carne ed ebbi la maluaugurata idea di raccontare un'esperienza di cui ero stato
testimone da ragazzo: il brutale metodo di uccisione delle galline in un fattoria
poco distante da casa mia (ti risparmio i particolari, veramente truculenti,
dell'esecuzione...). Un commensale se ne uscì con quest'osservazione geniale: "questo
conferma una mia teoria: i vegetariani hanno subito un trauma infantile in relazione
agli animali". Ora, a parte la psuedo-teoria del tutto strumentale del commensale
- che, come potrai immaginare, si elevava a simili livelli speculativi solo quando
aveva bisogno di autogiustificarsi - vorrei prendere spunto da questo per farti
due domande. Non è vero esattamente il contrario di quello che diceva
questo tipo: cioè che essere testimoni di una scena di violenza sugli
animali senza rimanerne colpiti è sintomo di freddezza ed ha qualcosa
di patologico? Certo è vero che viviamo in una società dove la
freddezza e l'indifferenza ( in primis verso gli animali ma non solo) è così diffusa
e incoraggiata da essere un tratto quasi universale ma ciò, appunto, non
sta forse ad indicare un tratto patologico che appartiene alla nostra società in
quanto tale?
Qualunque bambino di questa terra, quando incappa per la prima volta in scene
di violenza, ha come naturale reazione la paura o il raccapriccio: piange, gira
lo sguardo, grida, si aggrappa al genitore. Il sadismo, vale a dire il piacere
nel vedere la sofferenza altrui, non è, infatti e fortunatamente, un carattere
innato. Molte cose succedono poi che diversificano le reazioni: l'esposizione
alla violenza sugli animali varia per quantità e qualità e soprattutto
varia l'atteggiamento da cui è accompagnata. Ci sono genitori e familiari
che la stigmatizzano, altri che la giustificano; il mondo contadino, notoriamente,
educa alla violenza sugli animali, semplicemente non etichettandola come tale,
ma dando implicite ed esplicite giustificazioni al suo esistere. Gli episodi
più cruenti, quale l'uccisione del maiale, diventano un rito di crescita:
indimenticabile in Novecento di Bertolucci la scena dei ragazzini che
ridono di un riso nervoso nell'attesa di assistervi: il contadino esperto sorride
invece sicuro nell'affilare il coltello. Il gioco è fatto: spazio alla
pena, al raccapriccio, al disgusto non ce n'è; la violenza, la crudeltà,
l'efferatezza hanno altri nomi che sono forza, decisione, virilità. Nei
paesi del terzo mondo, ma ancora purtroppo in tanti luoghi di quelli cosiddetti
civili (Italia assolutamente inclusa), è comune lo spettacolo di bambini
davvero piccoli che torturano gli animali: in Marocco li ho guardati legare le
zampe ad asini distrutti dalla fatica e immobilizzarli, senza necessità alcuna,
sotto il sole cocente; in Egitto ho visto bambini bastonare cavalli allo stremo
delle forze colpendoli su ferite di carne viva; in alcune piccole isole italiane
(tristemente nota è Lampedusa) è normale vedere bande di ragazzini
martoriare cani randagi. Certamente tutti questi bambini molto hanno imparato
dagli adulti con cui crescono; e in molte realtà particolarmente dure
gli animali sono più che mai l'ultimo anello di una catena in cui il più forte
esercita soprusi su chi è più debole. L'identificazione con l'aggressore
induce a sfogare su chi è senza diritti e non può difendersi l'aggressività e
la brutalità magari subite in prima persona senza potervisi sottrarre.
La violenza sull'animale può funzionare come tirocinio della violenza
sull'uomo?
Certo. Assolutamente significativa del percorso di formazione alla violenza è l'esistenza
di una "scuola omicidi" in Colombia, in Sud America: spacciatori e delinquenti
educano i bambini ad uccidere esseri umani, facendoli prima esercitare sulle
bestie: evidentemente anche su queste ultime non per tutti è facile e
normale accanirsi, ma occorre imparare ed allenarsi. In altri termini, la violenza
la si insegna e la si impara in mille diversi modi. Detto questo, è doveroso
sottolineare che esistono le diversità e le propensioni individuali, esiste
un tratto, questo sì innato, del carattere che si chiama sensibilità che
permette una risposta interna, variamente amplificata, alle stimolazioni che
provengono dall'esterno, permette di non restare indifferenti e sentire dentro
di sè, percepire fiscamente le sensazioni; esiste l'empatia che permette
di mettersi al posto dell'altro e di sentire il suo sentire: e così ci
sono vivisettori che hanno lasciato i laboratori perchè incapaci di sopportare
la crudeltà di quanto vedevano, ci sono cacciatori pentiti, e Leone Tolstoj
ne è uno degli esempi più illustri, che hanno ad un certo punto
compreso l'intollerabilità di ciò che facevano, come ci sono soldati
che diventano disertori o impazziscono per essere obbligati a uccidere per mestiere;
perchè esistono persone assolutamente incapaci di convivere con la violenza,
chiunque ne sia l'oggetto e qualunque sia il nome con cui essa viene rappresentata:
coraggio, virilità, necessità, scienza. In altri termini, le differenze
individuali giocano un grosso ruolo, ma la nostra attuale società occidentale,
come la maggior parte delle altre e di quelle che l'hanno preceduta, educa minuziosamente
alla violenza sugli animali, la supporta, la giustifica, la impone; fin troppo
facile accettarla senza nemmeno rendersene conto. Se tutta questa violenza è insita
nei comportamenti, nelle leggi, nelle abitudini, il cammino che va verso il suo
rifiuto è tutt'altro che naturale: bisogna prima di tutto riconoscerla
e identificarla, avere abbastanza fiducia in sé stessi per pensare valido
il proprio punto di vista quando si oppone all'opinione comune; bisogna essere
sempre all'altezza di giustificare razionalmente le proprie convinzioni con tutti
quelli (e sono la stragrande maggioranza) che sono invece convinti di non avere
nulla di cui giustificarsi se mangiano cane, indossano pelli e pellicce, non
si preoccupano di quello che c'è dietro ai prodotti che consumano. Ed
essere coerenti, vale a dire non solo selezionare gli alimenti, ma anche evitare
ogni prodotto che comporti la sperimentazione animale (e il riferimento è infinito,
ai cosmetici, ma anche ai prodotti per la casa e persino allo spazzolino da denti)
non è certo facile perchè comporta una attenzione sempre vigile,
la costanza di cercare, per esempio al supermercato, i prodotti giusti, spesso
limitatissimi e volentieri relegati in qualche angolo, difficili da decodificare
nella loro composizione. Pensare che la nostra società abbia precise responsabilità è quindi
assolutamente vero: ma è altresì vero che ad ognuno compete la
possibilità e quindi la responsabilità di scelte diverse. Che siano
esistite società migliori di questa nel rapporto con gli animali sarebbe
bello da credere perché se non altro offrirebbe un modello reale di riferimento.
Purtroppo i dati a nostra disposizione mostrano che ogni società ha usato
con i propri mezzi e le proprie tecniche analoga crudeltà; la nostra da
una parte esibisce e legifera sul rispetto per gli animali proponendosi come
l'epoca in cui dei loro diritti si parla come non lo si è mai fatto in
precedenza, dall'altra ha industrializzato il massacro, elevando all'ennesima
potenza il numero delle sue vittime.
Ci può essere però qualcosa di vero in quello che banalmente
si dice contro gli animalisti, cioè che amano gli animali più degli
uomini? Non in generale, certo, voglio semplicemente dire: l'amore per gli animali
può in alcuni casi nascondere un rapporto distorto con gli esseri umani?
L'uomo ha sempre convissuto con le altre specie, quelle degli animali non umani
e delle piante. Con lo sviluppo dell'urbanizzazione e quindi l'allontanamento
dalle campagne e dalle altre forme di vita, ha cercato di riproporre questo rapporto
portando gli animali nella propria casa, così come ha fatto con le piante:
qualcuno parla in generale di biofilia , vale a dire di un amore per le
forme viventi. Negli ultimi decenni sono successe molte cose: è aumentato
il benessere economico, sono migliorate le condizioni igieniche, sono state debellate
malattie animali quali la rabbia: ciò ha fatto sì che sia andato
incredibilmente aumentando il numero degli animali cosiddetti di affezione, che
ormai non è lontano dal raggiungere un rapporto numerico di parità con
gli umani: quasi uno a uno. E certamente il nuovo tipo di famiglia nucleare e
isolata, contesti formati da una sola persona, la solitudine, la mancanza di
solidarietà sociale hanno giocato un ruolo non secondario nel proporre
e trasformare gli animali in sostituti di relazioni umane insoddisfacenti. Di
questo non possiamo che essere grati agli animali, che non hanno scalzato nessun
umano, ma sono subentrati a rendere a volte tollerabili situazioni che in loro
assenza sarebbero forse divenute drammatiche. Ciò non significa affatto
che l'amore per un animale tratteggi la distorsione delle altre relazioni; credo
che aiuti enormemente a migliorarle. Stabilire un legame affettivo con un animale
significa arricchire sé stessi, migliorare la propria affettività,
imparare a conoscere, osservare, capire il comportamento che prescinde dall'espressione
verbale; significa conoscere meglio sé stesso rispecchiandosi nelle reazione
dell'altro, quello peloso o piumato.
Che in questo tipo di rapporto possa esistere il pericolo di atteggiamenti squilibrati è innegabile,
come squilibrate possono essere le relazioni tra gli umani, all'interno delle
coppie, nel contesto familiare o amicale, con forme di iperinvestimento spesso
destinate a sfociare nel loro esatto contrario. In altri termini, il fatto che
alcuni rapporti degenerino non significa che tali rapporti non debbano esistere:
in ogni situazione, ognuno dovrebbe tendere ad un auspicabile equilibrio, che
però non sempre viene raggiunto. In ogni caso io credo che il problema
della relazione degli uomini nei confronti degli animali debba essere impostato
nei termini del rispetto: non è richiesto l'amore incondizionato per ogni
rappresentante delle varie specie animali, come non lo è richiesto, a
meno di rare condizioni di santità, per quelli della specie umana. Per
altro amare il proprio cane e il proprio gatto risponde a bisogni individuali,
ma ben poco ha a che vedere con l'animalismo:sarebbe come affermare che chi ama
il proprio figlio è sensibile ai problemi dell'infanzia nel mondo, e ben
sappiamo che così non è.
A proposito delle accuse che amare gli animali significa avere rapporti distorti
con le persone, non posso non prendere atto dell'aggressività che la contestazione
di ogni forma di animalismo porta con sé: se si considera di quanti pochi
siano gli animalisti rispetto alla popolazione in generale, come il loro sia,
almeno nella maggior parte dei casi, un atteggiamento del tutto non violento
e basato sul rispetto, come poco ancora (purtroppo) riescono ad incidere sul
costume, è davvero peculiare che riescano a sollevare tanta acredine,
rabbia, sarcasmo. Dal punto di vista psicologico non si può non pensare
che vadano a toccare qualche nervo scoperto, che mettano il dito in una piaga,
e che la reazione forte che provocano nell'altro sia l'espressione del timore
inconscio di dovere affrontare una parte di sé, un'ombra, con cui non
si ha nessuna voglia di fare i conti e che pertanto si preferisce negare, attaccando
reattivamente l'altro.
Ti è successo anche nel tuo lavoro? Come reagiscono i tuoi colleghi?
Come chiunque altro con molte aggravanti in più, perchè imperniano
il proprio lavoro e di conseguenza anche il proprio modo di pensare e di vivere
sulla continua, talvolta ossessiva, decodifica della realtà, sulla ricerca
di quello che vi è dietro e oltre l'immediatamente visibile e percepibile.
Quando si è ciechi, non si dovrebbe essere autorizzati a disquisire dell'efficacia
di lenti ed occhiali. Quello che nel mio lavoro mi succede di incontrare è un'altra
situazione: premesso che la psicoterapia comporta il farsi carico di persone
a volte molto sofferenti, in un convinto approccio di aiuto che presuppone l'instaurarsi
di una positiva relazione, a volte il prendere atto della cinica posizione del
paziente di turno nei confronti degli animali non favorisce certo il proseguo
del lavoro. Mi spiego con un esempio: all'interno delle carceri si ha a che fare
con persone che si trovano in situazioni che risultano talvolta davvero insostenibili:
ho avuto recentemente a che fare con un giovane arabo, condannato forse ingiustamente,
che per protesta più volte si è cucito la bocca: davanti a tanta
disperazione, per mesi ho cercato di elaborare i modi non semplici per sostenerlo
e aiutarlo a reagire, con un impegno reso maggiore dalla percezione di essere
di fronte ad una ingiustizia: quando mi ha raccontato della sua pena per non
poter mandare i soldi a casa per acquistare l'agnello più grosso da macellare,
il discorso tante volte fatto di quanto gli animali siano l'ultimo anello della
catena in cui il più forte prevarica quello un po' più debole ha
assunto ai miei occhi una tale concretezza che l'empatia con cui mi proponevo
a lui ne ha indubbiamente risentito. Allo stesso modo in cui non ho potuto evitare
di guardare con uno sguardo un po' più freddo un altro ragazzo, che mi
chiedeva disperatamente aiuto perchè incapace di sopportare la lontananza
dai suoi affetti, quando mi ha descritto la normale giornata, quella del crimine,
in cui stava tranquillamente andando con un amico in un ristorante specializzato
in bistecche di cavallo. In situazioni come queste capisco fino in fondo la limitatezza
del valore di un impegno, professionale e non, che non tocchi alle radici il
problema che tutti gli altri supera e ingloba: quello della difesa del più debole.
E il più debole non è mai l'uomo: per quanto derelitto, pare non
riuscire mai ad astenersi dall'infierire su chi lo è più di lui:
come sempre, un animale
Quanto dici è vero ma si presta ad interpretazioni "pericolose". Io
non penso affatto che il carcerato (per di più mussulmano) che vorrebbe
mandare soldi a casa per comprare l'agnello sia responsabile dello stermino di
animali quanto il ricco (pre)potente che ce lo lascia marcire.
Io non penso che il carcerato, musulmano o no che sia, sia responsabile dello
sterminio di animali, ma di quell'animale sì. Non condivido il pregiudizio
a tutti i costi positivo a favore dei terzomondisti (tra parentesi quello in
questione è un ragazzo che veste firmato e considera barboni quelli che
non lo fanno): penso che quell'agnello soffra esattamente come tutti gli altri
agnelli, sgozzati da poveri e da ricchi, e sia ugualmente vittima degli uni come
degli altri. Tutto questo non ha niente a che vedere con il rinnegare o sottovalutare
la questione sociale, ma in nome di questa non sono disposta a negare altre verità.
Mi sono estremamente dispiaciuta andando in Marocco nel vedere come l'abitudine
di mangiare carne due volte al giorno si stia rapidamente diffondendo anche da
loro: e io questa abitudine non la condivido nè in Italia nè in
Marocco. Non condivido e anzi rabbrividisco pensando alla macellazione rituale
che loro praticano e, per quanto mi è possibile, mi batterò perchè non
venga permessa in Italia.
Capisco che da un punto di vista specista potrebbe non fare differenza ma
se davvero la questione animale "ingloba" come dici tu le altre questioni di
oppressione e violenza allora a maggior ragione bisogna sottolineare la differenza
che c'è tra chi trae tutti i benefici dalla piramide della violenza e
chi sta sotto e ne paga le conseguenze.
La differenza è in termini sociali, non animalisti nè individuali.
Ok, ma sottolineare eccessivamente il "privilegio" di specie del carcerato
sull'agnello o il cavallo mi sembra una mossa falsa che occorre evitare quanto
si trattano questi temi.
In ogni caso credo che stiamo discutendo di una questione davvero importante,
che mette in gioco delle convinzioni di base. La mia convinzione profondissima è che
gli animali sono sempre l'ultimo anello della catena, e che c'è sempre
qualcuno un po' più forte che può fare di loro ciò che vuole.
E anche il più diseredato dei diseredati non se ne astiene. E i casi di
cui ho parlato ne sono la chiara dimostrazione. La violenza si chiama violenza,
il sopruso si chiama sopruso: giustificarli secondo me è pericoloso. Per
altro è invece vero che esistono persone rispettose degli animali in ogni
ceto sociale e in ogni realtà. Mi dispiace, ma davvero questo è il
mio pensiero.
Prima hai parlato di "coraggio, virilità, necessità, scienza" come
nomi di copertura per delle pratiche violente nei confronti degli animali. Quello
che mi interessa approfondire è la copertura più recente: la "scienza",
nel cui nome sappiamo si compiono ogni genere di efferatezze contro animali (anche
umani). Questo ti tocca da vicino non solo come persona ma anche come psicologa.
Sappiamo che anche nelle ricerche sulla psiche un certo scientismo ha visto di
buon occhio la sperimentazione animale (il caso clamoroso di Harlow è solo
uno dei più raccapriccianti). So che non è il tuo campo specifico,
però mi interessava sapere come consideri, da un punto di vista scientifico,
questo tipo di pratiche. Pensi che la sperimentazione su animali possa dare risposte
valide per comprendere la mente umana? Mi riferisco sia al campo propriamente
psicologico (studio di pattern di comportamento etc.) che a quello delle neuroscienze
(studio del cervello e del suo funzionamento fisico-chimico in rapporto agli
stati mentali).
In effetti non è il mio campo specifico. Posso comunque dire che la ricerca
con gli animali in campo psicologico e, per quanto mi posso esprimere, in quello
delle neuroscienze, risponde alla identica logica che permette in campo medico,
biologico, farmacologico di inventare qulasiasi esperimento grazie al fatto che,
essendo gli animali considerati alla stregua di cose, si può fare di loro
ciò che si vuole. Esempio eclatante è quello appunto di Harlow
sulle conseguenze della separazione precoce dalla madre: ora, tutti sappiamo
che purtroppo il mondo è pieno di istituzioni che accolgono bambini, rimasti
orfani o abbandonati, e che le modalità di gestione di tali istituzioni
sono le più diversificate, a seconda delle risorse economiche a disposizione,
degli assunti di base, delle competenze psicologiche di chi li dirige. Chi, in
veste di studioso, desidera osservare cosa succede ad un piccolo costretto in
una situazione affettivamente inadeguata può verificarlo, in vivo, in
tutte le possibili variabili; per altro è stato Renè Spitz a descrivere
le gravissime depressioni, la disperazione a volte mortale, il cosiddetto "marasma",
che colpisce bambini lasciati in stato di abbandono affettivo: e i suoi risultati,
ottenuti tramite osservazioni sul campo, sono estremamente più articolate,
più significative, più utili di quelle di Harlow: certamente sono
meno sadiche. Osservare che un piccolo primate allontanato dalla madre la cerca
con totale disperazione, vive in una situazione di estrema sofferenza, può persino
morire di fame ignorando l'offerta di cibo in favore di un totalizzante tentativo
di riunificazione soddisfa Harlow e lo induce a prendere atto della prossimità comportamentale
tra primati e umani; ma analoga vicinanza con la nostra specie in termini di
uguale necessità di conforto parentale e di vulnerabilità alle
emozioni non lo ha indotto alla benché minima riserva sull'eticità di
provocare artificialmente un tale disastro psicofisico. In altri termini mentre
prende atto di una assoluta contiguità, non arriva nemmeno a porsi il
problema del rispetto per chi così poco si differenzia da noi, ammesso,
e non concesso, che sia questo il criterio alla base dei doveri che abbiamo verso
chiunque altro. In questi anni un neuroscienziato di fama mondiale, Merzenich,
ha eseguito nei laboratori della California studi sulla plasticità del
cervello usando primati; su come li "usi" è interessante apprendere quanto
segue: "Questi studi mostrano che alterazioni negli stimoli che provengono dall'ambiente,
come quelle che derivano dall'amputazione di un arto, portano ad una ristruttuazione
dei processi rappresentazionali in regioni cerebrali specifiche...." (da La
mente relazionale , di Daniel Siegel). In altri termini, ad un primato a
disposizione si può decidere di fare ciò che si vuole, amputando
qua e là, così da avvalorare o meno ipotesi magari prive di fondamento
, ma che comunque hanno animato la curiosità di tante menti pensanti. È stato
l'illustre Garattini, in una recente trasmissione televisiva sui danni provocati
dal fumo, a raccontare con grande competenza e inconsapevole candore degli esperimenti
condotti per anni sull'apparato respiratorio di animali femmine, per arrivare
a comprendere come mai le donne erano molto meno soggette degli uomini al cancro
polmonare. L'ipotesi geniale era che ciò fosse imputabile ad una diversità genetica,
il metodo ovvio è stato l'uso indiscriminato di infiniti animali: poi
l'intellighentsia medica al servizio delle case farmaceutiche ha scoperto che
la ragione era costituita dalla minore abitudine delle donne a fumare. Di requiem
per le infinite innocenti vittime di un ipotesi senza fondamento non risulta
ne siano stati recitati. Non ci si discosta granché da quanto avviene
in ambito alimentare: notizie recenti parlano d i 4 mila tonnellate di cibo buttate
via ogni giorno in Italia: di queste il 18%, vale a dire 720 tonnellate, sono
costituite da carne: quindi il disastro in termini di asservimento degli animali,
delle sofferenze inflitte, delle infernali macellazioni è, in parte per
nulla trascurabile, destinato semplicemente ad essere gettato nell'immondizia.
La riduzione degli animali a cose permette di usare la loro terribile vita e
ancora peggiore morte al fine di alimentare non solo appetiti infiniti, ma anche
un'illusione di strapotere: mi circondo di ciò che mi pare, e, se non
serve, lo butto.
Ti ho chiesto della possibilità che l'amore per gli animali nasconda
in realtà qualche distorsione della capacità di rapporto interumano.
Ora ti chiedo: che mi dici dell'estinzionismo e in generale di chi pensa che
l'essere umano sia una specie "degenere e degenerata"? A me sembra - corro il
rischio di fare psicologia spicciola - che in questa forma di odio verso la specie
umana si nasconda o possa nascondersi un odio di sé. E mi pare inoltre
che questo discorso tagli fuori ogni possibile rapporto tra l'uomo e l'animale
(insomma l'uomo è un parassita della natura che deve semplicemente essere
spazzato via...pensiero intrinsecamente violento mi pare).
Non lo so se l'essere umano sia una specie degenere e degenerata: certamente
l'uomo, capace qualche volta di nobiltà di sentimenti e di azioni, spesso
di pietà, di empatia e di amore, è indiscutibilmente capace delle
peggiori turpitudini, che non sono fatti isolati, ma azioni che da sempre compie.
Innumerevoli testi sono stati scritti sull'aggressività, sulle sue origini,
il suo sviluppo, le sue manifestazioni, alla ricerca di ragioni per ciò che
assolutamente irragionevole appare. Personalmente non ho una visione ottimistica
del mondo e dei suoi abitanti umani e a volte l'idea che l'unico modo per distruggere
tutto il male che popola la terra sia solo la sua distruzione non mi è estranea.
Non lo se se e quando un altro grande bang, magari pilotato da meno lontano di
quanto non sia successo alprimo, verrà a risolvere il problema; nell'attesa,
so che ognuno è responsabile delle proprie azioni e che queste azioni
hanno comunque un riverbero intorno nel bene e nel male; so che ognuno può scegliere
di dare o non dare il proprio assenso all'infamia; so anche che chi l'infamia
l'ha riconosciuta ha il dovere di mostrarla agli altri; so che un buon motivo
per vivere può essere il tentativo di lasciare il mondo un po' meno peggio
di come lo si è trovato. A volte succede anche che dei passi in avanti
siano decisamente compiuti: in fondo un tempo parlare di abolizione della pena
di morte era utopico ed oggi in molti paesi e in molte teste è una realtà assodata;
un tempo uccidere era ritenuto per moltissimi versi logico e normale ed oggi
gli omicidi, in molti paesi, sono fatti che elicitano un grande clamore proprio
perchè sono divenuti rari, in quanto la norma morale è stata introiettata.
Il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà, di gramsciana
memoria, credo siano gli unici atteggiamenti proponibili.
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