| |
|
 |
| |
 |
| |
La redazione ha discusso dell'articolo di
Tony Cliff "Omosessualità e
comunismo".
Poiché la
rivista non possiede un punto di vista univoco e inoppugnabile su
molte delle questioni che animano nonostante tutto il lavoro di ricerca
e di militanza cui ci dedichiamo, pubblichiamo le riflessioni della
redazione in forma dialogica. |
| |
 |
| |
|
Conversando su Cliff
Marco Maurizi, Noemi Callea
M: L'articolo di Cliff può oggi apparire scontato ma, certo,
quando è stato scritto (1978) era sicuramente un testo "estremo". Comunque
fatico ancora oggi a pensare che questa frase grandiosa possa apparire
ovvia a molti sedicenti marxisti: "dovremmo augurarci che il primo leader
del consiglio operaio di Londra sia una donna nera, gay e diciannovenne".
N: L'idea è apprezzabile, tranne per la visione
verticistica che, pur criticandola, continua a sottintendere.
M: Beh quella di Cliff è sicuramente una delle versioni più "movimentiste" e
meno "verticistiche" del marxismo che esiste (almeno di quello "ortodosso").
Altre realtà del marxismo occidentale, magari più aperte
ai movimenti di liberazione e di contestazione, come la Scuola di Francoforte
che tanto ha fatto perché il '68 fosse possibile, non hanno mai
tentato di mettere in pratica la loro critica al dominio e si sono limitate
ad una (pur fondamentale) critica teorica.
Il problema dal punto di vista dei movimenti sembra essere: come può realizzarsi
una prassi trasformativa dell'esistente senza cadere nelle braccia del
nemico? Si può demolire una gerarchia con un movimento non strutturato
e dunque che non sia, in una qualche misura o solo "temporaneamente",
anche gerarchizzato?
N: Struttura e gerarchia non sono necessariamente la
stessa cosa. Il movimento di opposizione – anche se preferirei definirlo "sovversivo" perché secondo
me tale deve essere, avendo lo scopo di
rovesciare lo status quo – deve imporre il completo rifiuto al suo interno
delle logiche e dei meccanismi che condanna. Un sistema gerarchico genera,
a prescindere dal contesto in cui è inserito, dominio e oppressione, è inevitabile.
Non è, quindi, accettabile. Altra cosa è, invece, darsi
una struttura, cioè organizzarsi in un sistema flessibile, non
statico, basato sulla collegialità decisionale. Mi rendo conto
che, se questa via è più facilmente praticabile quando
si tratta di piccoli
gruppi, diventa più difficile da gestire davanti ai grandi numeri.
Malgrado ciò, credo che sia l'unica via che abbia senso praticare.
M: Concordo.
N: Se il problema è che i grandi numeri determinano automaticamente
la necessità di una struttura gerarchica e di controllo, la soluzione
dovrebbe essere quella di evitare i grandi numeri, il che significa organizzare
il movimento – e in prospettiva la "nuova" società che ne potrebbe
emergere – non per grandi masse ma per gruppi piccoli o medi dislocati
sul territorio, autonomi ma interconnessi. Le primarie del centrosinistra – di
là dalla finalità che nella fattispecie hanno avuto e del
contesto politico in cui si sono svolte – sono state un interessante
esempio di partecipazione collegiale attraverso un sistema strutturato
non gerarchizzato. Senza troppo sforzo mi inducono ad ipotizzare che
qualcosa di simile, almeno per quello che riguarda i grandi temi e le
scelte fondamentali, possa essere usato per governare, se non stati – ma
la mia immaginazione si spinge ben oltre -, almeno regioni. Riconducendo
tutto ciò al movimento rivoluzionario, credo che l'unica sua vera
forza possa essere l'interconnessione di piccoli e medi gruppi ben organizzati
localmente.
M: Le primarie?! Io starei attento alle "apparenze". La scelta dei candidati è comunque
caduta sui partiti i quali hanno poi mobilitato i loro iscritti per far
trionfare Prodi. I DS sono bravissimi in questo...Sono l'unico partito
(a parte la chiesa...) che ha ancora una struttura sul territorio tipo
vecchio PCI (anzi, è la stessa): quando scatta l'ordine dall'alto
tutta la base si mette in movimento.
Ora, a parte lo squallore para-staliniano della dirigenza diesse e,
in generale, l'atteggiamento passivizzato della sua base, sarei d'accordo
con te che una capacità organizzativa e una mobilitazione "dal
basso" di questo tipo non configurano di per sé una gerarchia.
Gerarchia è quando chi sta sotto non ha potere decisionale o ce
l'ha solo per finta (e se guardiamo agli oggettivi rapporti di potere è quello
che effettivamente accade con le realtà parlamentari, sindacali
e istituzionali nostrane). Ma se la struttura funziona in modo democratico
e non gerarchico-burocratico, allora, una volta prese le decisioni operative,
ci deve essere il modo di farle eseguire in modo quanto più possibile
capillare...Insomma la questione del soggetto rivoluzionario è anche
la questione di come si "agisce". Il problema che talvolta si pone allora è:
il soggetto rivoluzionario che intende dissolvere/distruggere il soggetto
specista-sessista-razzista-borghese di che natura deve essere? Se il
problema è una realtà totalitaria e identitaria (capitalismo
come ultimo esito di una civiltà gerarchica e repressiva) questo
soggetto dovrebbe essere non-totalitario e non-identitario. Ma, si dice,
sarà ancora un soggetto? E se non è un soggetto che dissolve/distrugge
attivamente il sistema di dominio forse che questo si dissolverà da
solo, spontaneamente?
N: Forse non sarà un soggetto ma una molteplicità di soggetti.
Per scardinare il sistema attuale, secondo me, è necessario intervenire
sui meccanismi su cui si basa. Per farlo, però, è necessario
mettere in atto processi fondati sui nuovi principi che si vogliono affermare,
evitando, quanto più possibile, di cadere negli stessi meccanismi
che si vogliono smantellare.
M: Questa è stata la grande lezione dell'ecologismo radicale
degli anni 70-80 e dell'antispecismo vegan oggi. Con essi si è andati
verso una concezione della contestazione che è esistenziale in
primo luogo e che ha spregio delle questioni organizzative (della serie:
agisco in prima persona, qui e ora, io, e il cambiamento verrà quando
saremo in tanti...), però è ormai evidente che questo non
basta. La sovversione non può essere solo diffusiva, deve poter
anche essere concentrata, avere obiettivi specifici. Bisogna poter sferrare
dei colpi decisivi anche in modo organizzato.
N: La sovversione non può che manifestarsi in forma collettiva,
poiché in forma individuale al massimo viene categorizzata in "disadattamento" e "delinquenza",
e nel migliore dei casi è fine a se stessa. Solo un'organizzazione
collettiva può sperare di avere un peso politico rivoluzionario
e di contrastare le manovre capitalistiche. Il capitalismo, infatti,
come sistema di dominio è un soggetto con grandi capacità di
adattamento. Genera continuamente al suo interno cambiamenti, anche strutturali,
in modo da ritessere le maglie del proprio sistema di controllo, infittendole
quando necessario in modo da togliere spazio a qualunque opposizione.
Muta i propri elementi di debolezza, senza alterare quelli di forza,
in modo da permettere la propria sopravvivenza. È impossibile
che arrivi ad auto-dissolversi. Esclusa tale ipotesi, è necessario,
quindi, che si venga a formare un soggetto politico che elabori nuove
strategie sociali, non-identitarie non-totalitarie non-oppressive, che
mirino ad abbattere qualunque sistema gerarchizzato, facendo leva, dove
possibile, sui punti deboli del sistema stesso. Il problema è che
la formazione di un soggetto di questo tipo, che si ponga fini rivoluzionari
– quindi di cambiare l'esistente attraverso una presa di coscienza e
un'azione collettiva – ha difficoltà ad avvenire all'interno del
sistema attuale e attraverso le regole che lo governano. Ovviamente non
potrebbe essere altrimenti: sarebbe insensato pensare che il sistema
crei al suo interno i presupposti per il proprio stravolgimento. Le leggi
hanno lo scopo di mantenere lo status quo e, attraverso la loro applicazione
quotidiana, definiscono modelli comportamentali che plasmano pensieri
e coscienze. È un meccanismo proprio delle società fortemente
identitarie, in cui l'omologazione presuppone l'imposizione di un pensiero
unico che per mantenersi integro non può ammettere nessuna forma
di critica e opposizione.
M: Oppure ammette forme di critica e opposizione nella misura in cui
non intaccano realmente delle relazioni di potere e, dunque, rimangono
del tutto interne e strumentali al mantenimento del sistema di dominio.
N: Le ammette e le crea appositamente. È un
gioco delle parti in cui il potere cambia vesti per auto-legittimarsi.
Il fatto è che questi modelli comportamentali entrano così prepotentemente
nell'immaginario individuale e collettivo da diventare abitudini, e l'abitudine è la
strada per la normalizzazione. Come dire, la società, attraverso
il suo sistema di regole e modelli, utilizza con i suoi membri carota
e bastone per addomesticarli a comportamenti "innaturali". Allora, forse, è questo
uno dei meccanismi che il soggetto politico non-specista/capitalista/ecc.
dovrebbe iniziare a scardinare: l'abitudinarietà nei processi
individuali e collettivi. La ripetitività del fare, in qualche
modo, comporta una ripetitività dei processi mentali ed emotivi.
La schematizzazione delle vite degli uomini in tempi, luoghi e ritmi
uniformati, ad esempio, ha di certo lo scopo di aumentare la produttività globale
del sistema – la cui reale necessità è infondata e il cui
beneficio non è evidentemente a vantaggio di tutti -, e contemporaneamente
limita profondamente la possibilità di relazioni sociali, intra
ed anche extra generazionali. Ciò provoca una riduzione notevole
della circolazione e della mescolanza delle idee, limitando profondamente,
insieme all'aggregazione extra-lavorativa ed extra-classe, la possibilità della
formazione di una coscienza collettiva fondata su rapporti diretti di
tipo solidale: le categorie soccombono quando si entra in relazione diretta
con i pensieri dell'altro. Ciò, in un sistema di dominio, è assolutamente
da impedire. La frammentazione dei processi produttivi in momenti isolati
e altamente specializzati è un riflesso della forma della società,
essa stessa – secondo me anche a causa di quelli – stratificata e divisa
in gruppi omogenei, i quali, poiché fortemente separati e differenziati,
non possono che costituirsi in minoranze relative, non numeriche ma sociali.
Ciò è possibile anche perché intervengono processi
di frammentazione e separazione delle categorie a cui gli individui appartengono
o "sentono" (grazie all'imposizione di modelli precostituiti) di appartenere.
M: In questo senso però l'esigenza posta da Cliff sull'unitarietà delle
lotte non è da sottovalutare.
N: A me ha colpito di più la frase "Il sistema governa dividendoci".
Come dire che è nel meccanismo stesso del sistema sociale la logica
dell'oppressione e la creazione di gruppi in contrapposizione. Non esiste,
nella realtà, la categoria dell'oppresso antitetica a quella dell'oppressore,
tanto che trovo alquanto impraticabile attuare un movimento che unisca
tutti i tipi di oppressione sotto un'unica bandiera. Verrebbe da chiedersi:
se tutti gli oppressi si trovassero dallo stesso lato delle barricate,
chi rimarrebbe dall'altro lato?
M: Attenzione! Capisco cosa vuoi dire ma, secondo me, va articolato
con cautela. Qualcuno altrimenti potrebbe concluderne che non esiste
l'oppressione e non esiste il dominio (cfr., ad es., certa filosofia
post-moderna). Io penso che è vero che non esiste la categoria
dell'oppressore ma perché non è il singolo che opprime
bensì il sistema nella sua totalità. Il singolo è parte
di questo sistema ed è a un tempo effetto e causa di esso, poiché col
suo comportamento aiuta a riprodurre il tutto di cui è parte:
non a caso Marx in una prefazione del Capitale dice che non considera
affatto i singoli capitalisti "cause" dell'oppressione o "responsabili" del
sistema, poiché sono attori di un dramma che non hanno scritto
loro.
N: Sì, infatti il mio incipit è stato: "è nel meccanismo
stesso del sistema sociale la logica dell'oppressione e la creazione
di gruppi in contrapposizione". Il capitalismo, così come ogni
altro sistema gerarchizzato e autoritario, si alimenta di contrapposizioni,
che sono sempre tra oppressi. E' un po' come il gioco dei due litiganti:
c'è sempre un terzo che ne gode. Chi di volta in volta sa assumere
la posizione del terzo ne esce vittorioso, e sarà suo interesse
continuare ad alimentare tale contrapposizione o, ancora meglio, crearla per trarne vantaggio. Quello
che volevo dire è che non è possibile determinare quali
categorie sono definibili oppresse, poiché lo sono tutte in quanto
all'interno di un sistema che sui meccanismi di dominio e oppressione
basa la propria esistenza. Quindi il pensiero di Marx è assolutamente condivisibile.
Il fatto è che non riesco ad individuare una categoria dei capitalisti
completamente avulsa dalle altre, poiché per me l'operaio contribuisce
al sistema di oppressione tanto quanto l'imprenditore o l'impiegato statale.
Al massimo posso considerare unici veri oppressi i bambini e i cosiddetti "malati
mentali", che hanno evidenti difficoltà a difendersi autonomamente.
M: La classe operaia ha certamente subito nel '900, anche grazie all'opera
passivizzante dei partiti riformisti e stalinisti, un processo di integrazione
e omologazione. Le nuove figure del lavoro, a partire dagli anni '70,
sono però radicalmente precarizzate e atomizzate. In questo nomadismo
forzato del lavoro vedo invece un potenziale critico che ancora attende
una piena presa di coscienza di sé e del suo ruolo come forza
antisistema (nella misura in cui si oppone ad una dipendenza dal sistema
che impedisce ogni forma di progettualità della propria esistenza
al di fuori delle logiche di mercato).
N: Nell'epoca post-moderna, caratterizzata da un'estrema
frammentazione dell'identità individuale – o forse, sarebbe meglio dire, un moltiplicarsi
delle identità – il pensiero e l'azione individuali sono diventati, inevitabilmente, dispersivi e incoerenti. Ciò è possibile
perché sono elaborati all'interno di un sistema sociale che procede
per contrapposizioni: la categoria della donna madre, ad esempio, si
contrappone a quella della donna manager che si contrappone a quella
della donna comunista a sua volta contrapposta a quella della donna religiosa,
ecc. Non si vede all'orizzonte una possibile riconciliazione. Non è solo
un problema legato ai tempi e ai modi del fare, imposti dalla società. È soprattutto in relazione all'essere: i frammenti
di tali identità sono come calamite che si respingono. È impossibile
pensarsi come un individuo unico, poiché il conflitto interno è insito
nella sua stessa formazione culturale. Il percorso di crescita delle
persone è vissuto come un continuo proiettarsi fuori, un riconoscersi
in altro da sé, in categorie predefinite e omologate. In tale
marasma è impensabile che un individuo (socialista oppure no),
citando Cliff, possa "essere in grado di identificarsi con tutte le lotte
dei gruppi oppressi". E ciò è ancora più evidente
se si pensa in scala globale.
M: Sì questo è vero. Ma, come detto prima, per me rimane
centrale l'idea che una conciliazione tra le varie lotte deve essere
possibile e quindi, certo, non sarà possibile a me o a
te (cioè a degli individui) identificarsi con tutti gli
altri gruppi...ma è ben possibile pensare che le nostre lotte
conducano tutte (in un modo che noi ancora non riusciamo a chiarire
sufficientemente) verso l'abolizione dell'oppressione e del dominio in ogni sua
forma. E noi dobbiamo lottare (con le armi del pensiero, in primo luogo)
perché questo sia possibile...il problema è che le lotte
tendono ad ossidarsi, a trasformarsi in slogan privi di contenuto, in
identità di comodo, "nicchie" politiche come abbiamo scritto nell'home
di Liberazioni. Anche contro queste identità rassicuranti
(e non meno omologanti) dobbiamo lottare, fermo restando che il tutto
non ha un senso post-moderno (di salotto filosofico, di speculazione
accademica, di relativismo di valori etc.) ma di trasformazione dell'esistente
e di lotta all'oppressione reale (se non ci fosse la sofferenza reale
non ci sarebbe pensiero critico). Ritengo che quello che dica Cliff possa
essere mantenuto se lo si intende come un'aspirazione, un ideale limite
cui bisogna tendere se si crede davvero che la fine delle oppressioni
possa avere luogo.
Mi pare comunque di capire che sei scettica rispetto alla possibilità di
creare un'organizzazione rivoluzionaria in grado di legare i destini
di donne, lavoratori, "malati di mente", bambini e.animali. D'altronde
anche Costanzo Preve se la ride di tentativi di questo tipo: lui preferisce
fare i campi antimperialisti con gli ex-fascisti!
N: La posizione di Preve è complessa e parecchio articolata.
Trovo molto interessanti le sue considerazioni sulle identità e
le dicotomie idielogiche – direi in generale sulla categorizzazione del
pensiero – di cui auspica un superamento.
M: Sì la mia era una battuta. Su Preve, che non si può negare – anche
quando si dissente da lui - che dica cose serissime, bisognerebbe
aprire però un discorso a parte.
N: Riguardo alla creazione di un'unica organizzazione
rivoluzionaria, pur condividendone la necessità teorica, almeno per quel che riguarda
un'intesa sugli obiettivi comuni, al momento non credo ci siano le condizioni
perché una convergenza, sul piano pratico, possa realizzarsi.
Ritengo più attuabile un incontro delle compagini sociali su problematiche
specifiche e/o contingenti. Anche perché le forme di oppressione
spesso si incrociano, si accavallano e si contrappongono. Come nel caso
del femminismo dei decenni trascorsi che ha cercato di individuare una
categoria delle donne, assoggettando al problema di genere ogni altro
aspetto dell'oppressione sociale (razziale, di classe, sessuale, territoriale,
ecc.), così oggi può risultare altrettanto limitativo racchiudere
sotto un'unica categoria tutte le forme di oppressione. Si verrebbero
ad uniformare, nella teoria, le problematiche inerenti ai singoli aspetti
dei vari tipi di oppressione, finendo per elaborare, nella pratica, strategie
di azione inefficaci e per provocare, conseguentemente, una disaffezione
alle cause e l'accrescersi di un individualismo già di per sé,
almeno al momento, esasperato.
M: Penso che sia molto difficile trovare l'unificazione delle lotte
e tuttavia è necessario tentare: perché è solo attraverso
la categoria di totalità che appare l'oppressione (la società come
un tutto che però produce divisioni e si alimenta di esse). E
qui per rispondere alla difficoltà che poni tu, farei una distinzione
tra teoria e prassi. Per poter giungere "praticamente" all'unità occorre
una teoria in grado di mostrare le connessioni reali (cioè storiche,
culturali, sociali, economiche) tra le varie forme di oppressione (sempre
che questo sia possibile...io penso di sì ma, ovviamente, è un
lavoro ancora in larga parte da fare) e iscrivere poi nell'agenda
politica le priorità della lotta e le strategie adeguate.
N: Sono perfettamente d'accordo. Una teoria che voglia
essere unificante deve anche indagare le differenze per comprendere le
connessioni. Ho fatto l'esempio del femminismo poiché mi sembrava emblematico
di un modo di procedere che, sebbene abbia prodotto fondamentali risultati
in passato, nella realtà storica attuale, forse, non è più conveniente
adoperare. Il femminismo dei decenni passati, quello cosiddetto della
prima e della seconda ondata, che è stato anzitutto un femminismo "bianco" e "borghese", ha elaborato la teoria dell'oppressione della
donna occidentale e, essenzialmente, del ceto medio, elevandola a categoria
generale di donna oppressa. Sono stati trascurati – ma forse in quel
momento era l'unica strada – aspetti e differenze importanti tra i diversi tipi di oppressione a cui le donne sono sottoposte – di classe,
geografiche, culturali – che hanno causato, probabilmente, una perdita
di coesione, fino allo sfinimento, del movimento che si era creato: risolte
le grandi questioni (aborto e divorzio) che premevano in particolare
in quel momento sulle donne occidentali del ceto medio, è sembrato
esaurito il suo compito, come se il movimento di emancipazione femminile
fosse disgiunto dai movimenti d'emancipazione di classe o etnica. È stato più un
movimento per la legalizzazione di uno stato di fatto (gli aborti clandestini
erano diffusamente praticati) che non l'affermazione di principi d'emancipazione
che dovevano essere comuni a tutti.
M: È per questo che una vittoria particolare ha paradossalmente
sancito la sconfitta e l'oblio della prospettiva universale di
liberazione femminile. Questo mostra quanto il raggiungimento di un obiettivo
assuma un significato strutturale solo all'interno di una strategia rivoluzionaria
di lungo periodo ben chiara e definita. Altrimenti, come dici tu, esso
può assumere adirittura una funzione e un significato "controrivoluzionari",
se mi passi il termine. Penso che le conquiste economiche del riformismo
operaio così come le acquisizioni civili dei neri americani abbiano
mostrato, nel lungo periodo, la stessa funzione regressiva, intorpidente.
E lo stesso potrebbe dirsi del welfarismo animalista e, oggi, del buonismo
e della falsa tolleranza con cui la questione gay (e, in prospettiva,
si può prevedere: le tematiche transgender) viene inserita e neutralizzata
come fenomeno di costume nella società dello spettacolo.
Senza con questo voler dire, per carità, che è meglio morire
di stenti o accettare di buon grado la repressione in attesa che la disperazione
inneschi un'esplosione irrazionale di rabbia. Voglio semplicemente dire
che le battaglie politiche si vincono e sono produttive per i movimenti
solo se si continua la guerra.
N: Tanto è vero che oggi – a parte il fatto che le nuove generazioni di donne hanno difficoltà a riconoscersi in quel movimento, appunto
per la mancanza di obiettivi comuni che il femminismo non è stato
in grado di rendere riconoscibili nel tempo -, l'oppressione sessuale
si manifesta con notevole evidenza nell'impossibilità da parte
delle donne di raggiungere posti di potere, con la conseguente impossibilità di
intervenire direttamente e incisivamente sull'elaborazione delle regole
sociali. Quello che è accaduto in parlamento nei giorni passati
riguardo l'emendamento per le "quote rosa", bocciato trasversalmente
da sinistra e destra, ne è un esempio. Più che l'emendamento è stata
bocciata – dal parlamento rappresentate la società – la volontà di
affrontare il problema e di riconoscerlo come tale.
Un movimento di liberazione, che voglia affermare una nuova etica sociale,
deve gioco forza fare i conti e tenere in conto le differenze e le contrapposizioni
presenti al suo interno e nella società, pena il suo fallimento.
M: La questione delle priorità è anch'essa delicata. Molti
pensano ancora che siccome l'oppressione sessista e specista è più antica
di quella razzista e di quella capitalista ci si debba occupare direttamente
di quelle, perché essendo forme di lotta più "radicali" (vanno "alla
radice" del dominio) "includerebbero" la lotta al razzismo e al capitale.
Penso che questo sia un pensiero molto ingenuo. E' vero esattamente il
contrario! Proprio perché quelle forme di oppressione sono più recenti è più facile
estirparle, cominciare da qui il lavoro di demolizione del sistema dell'oppressione
(insomma: sì, sarebbe bello poter tagliare il nodo e farla finita
subito, ma forse è più plausibile mettersi a districare
la matassa...). Ma deve essere il primo di una lunga serie di passi.
Ovvio, infatti, che se non pensi contestualmente la necessità di
eliminare fino alla radice ogni rapporto di dominio (e dunque
anche il sessismo e lo specismo) non si produrrà alcun cambiamento
reale e la fine dell'attuale ordine sociale e politico subirà ulteriori
e forse anche peggiori storture (vedi i limiti che hanno condotto il
movimento operaio del secolo scorso nell'impasse dello stalinismo e del
riformismo "progressista"). Ma che per poter spazzar via il sessismo
e lo specismo si debba prima instaurare un ordine economico equo, razionale,
solidale e internazionalista credo che non ci piova.
N: Il fatto che tutti gli uomini abbiano un ugual numero
di cammelli per comprare le donne per i loro harem, non credo possa giovare
al cambiamento che auspichiamo. Questa è ovviamente un'esagerazione, ma l'emancipazione
degli uomini dai loro stati di oppressione (economico e razziale), secondo me, provocherebbe semplicemente un aumento dell'oppressione
nei confronti delle donne e, di certo, non eliminerebbe lo sfruttamento
animale. Perché un ordine economico sia equo, ad esempio, deve
necessariamente tenere in conto le problematiche femministe: è anche
nella differenza di reddito tra uomini e donne che si manifesta il sessismo.
La povertà femminile è una forma di dominio patriarcale.
M: Ma certo! Non potrebbe essere chiamato giusto e razionale
un ordine economico che sfruttasse le donne realizzando una uguaglianza
tra gli uomini. Non riesco neppure a immaginarmi come ciò potrebbe
essere possibile.
N: Lo sfruttamento potrebbe essere mascherato. Non è, infatti,
solo un problema economico, risolvibile con l'equiparare il reddito dei
due generi. Leggevo qualche giorno fa di una statistica Istat del 2004
dalla quale risulta che i padri italiani dedicano alle cure famigliari
in media meno di 2 ore al giorno, rivolte sostanzialmente solo ai figli.
In pratica tutto il peso delle cure famigliari (compresi, quindi, anche
anziani e malati) è a carico delle donne. Ora, se anche le donne
avessero un reddito pari agli uomini tale da poter affidare le cure parentali
ad altri, questi altri sarebbero inevitabilmente altre donne, ovviamente
appartenenti a classi o etnie svantaggiate. Il fenomeno delle badanti,
evidente forma di oppressione contemporaneamente sessista etnica e classista,
finirebbe per accentuarsi. Le varie problematiche sono così fortemente
collegate tra di loro che agire su una trascurando l'altra non sarebbe
efficace.
M: Quindi cosa proporresti?
N: Invece di un unico movimento che si muove per priorità,
immagino tanti movimenti connessi tra loro, uniti da una base teorica comune,
che si muovono su tutti i fronti contemporaneamente, sostenendosi a vicenda.
Quindi, prima è necessario elaborare una teoria che supporti poi le
varie strategie per agire simultaneamente su tutti i piani. Il movimento
no-global, inizialmente, era molto interessante poiché seguiva
più o meno questa logica: gruppi differenziati che si occupavano
di tematiche diverse. Infatti si parlava di "movimento dei movimenti".
Quando ha voluto presentarsi come movimento unico, ha dovuto fare i conti
con le diversità evidenti che lo caratterizzavano al suo interno,
contrastanti al tal punto da provocarne spaccature irrisolvibili. In
queste lotte intestine, le diversità si sono radicalizzate provocando
un antiproducente rafforzamento delle ideologie. Prima ancora di presentarsi
in battaglia muniti di falci, martelli, bandiere e crocifissi, si sarebbe
dovuto lavorare per intessere un filo comune di pensiero. Alla fine,
purtroppo, invece di costruire l'altro mondo possibile come gli slogan
proclamavano, ci si è "limitati" a contestare quello esistente.
La spinta oppositrice è stata per la maggior parte dei casi, purtroppo,
solo di tipo emotivo e i pochi che hanno cercato di elaborare un'analisi
teorica generale si trovano nuovamente abbandonati a se stessi.
M: In questo contesto penso che la questione animale, per quanto ancora
marginale e viziata da pesanti ambiguità (anche, ma non solo,
politiche), possa avere una funzione propulsiva e aggregante.
N: Sì. Vorrei che il movimento antispecista riuscisse a creare
dei meccanismi di critica della società funzionanti su tutti i
piani e in relazione a tutte le tematiche. Così generali e consistenti
da essere validi anche per una reale auto-critica.
M: Penso sia proprio la capacità di auto-critica, dunque di
auto-correzione, a configurare una realtà antagonista in termini
di soggetto rivoluzionario. È un "soggetto" quello che
si muove in modo consapevole, cosciente di sé e dell'ambiente
in cui agisce. Altrimenti hai solo un coacervo impazzito di spinte e
controspinte, una meccanica di forze cieche.
N: Quello che mi chiedo: è possibile dare un
primato alle idee, abbandonando ogni categorizzazione?
M: Le categorizzazioni le crea il sistema a suo uso e consumo. Le idee
rivoluzionarie sono il grimaldello che scardina l'ordine concettuale
creato dal sistema. La luce che sprigiona dalla dissoluzione concettuale
del sistema dovrebbe illuminare la via alla prassi trasformatrice. O,
almeno, questo è quello che spero.
N: Lo spero anch'io. Penso, però, che sia possibile e valida
anche la strada inversa. E cioè,
partendo da una prassi rivoluzionaria, ovviamente sempre frutto di un'idea, è possibile
scardinare i meccanismi del sistema, rilevando la falsità della
struttura concettuale che lo sostiene. Penso che questo tipo di meccanismo
sia più adatto alla mentalità diffusa del "vedere per credere".
Una scelta etica non sempre è frutto di una elaborazione concettuale,
la quale spesso non ha luogo non solo perché non ci sono gli strumenti
intellettuali per avviarla, ma il più delle volte perché non
c'è la volontà e non si "crede" nella validità sul
piano pratico di quella teoria. Come dire, non basta dimostrare che un
sistema concettuale è sbagliato – cosa, tra l'altro, spesso non
sufficiente a fare cessare la prassi che ne deriva -, è necessario
dimostrare che il sistema opposto o alternativo è valido e applicabile.
|