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Questo articolo è apparso nel numero di maggio-giugno di Les Temps
modernes, rivista francese fondata negli anni '50 da Jean-Paul Sartre
e Simone de Beauvoir che rappresenta tuttora il più importante punto
di riferimento del dibattito culturale in Francia. Esso presenta una critica
radicale dell'idea di natura e sotto quest'ottica affronta rapidamente argomenti
molto diversi tra loro, come il razzismo, il sessismo, l'adultismo, l'omofobia,
lo specismo, le biotecnologie, l'agricoltura biologica, il rapporto con le
religioni, con la politica, la libertà etc. Il testo nasce come ripresa
dell'introduzione di Estiva Reus al saggio Della Natura di
John Stuart Mill, largamente rimaneggiata da Yves Bonnardel per ricavarne
diversi volantini ed infine questo articolo. Esso è stato dunque rivisto
più volte, diversi passaggi sono stati tagliati ed altri aggiunti;
in seguito la bozza è stata proposta in correzione su una lista di
discussione, il che ha permesso di migliorarne lo stile e il contenuto: un
processo di scrittura che, pur non essendo propriamente collettivo, ha coinvolto
diverse persone.
Traduzione: Brunella Bucciarelli
Testo originale  |
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Farla finita con l'idea di
Natura, riallacciarsi all'etica e alla politica
Yves
Bonnardel
Ciò che è naturale è buono, si
ripete [1]. La
Natura è un
ordine armonioso, in cui ogni cosa è al suo posto, che non bisogna
alterare. Essa ispira un sentimento religioso di rispetto, nel senso
di adorazione e timore (quasi di sottomissione di fronte a ciò che
ci appare potente e terribile).
Tuttavia, se la natura designa tutto ciò che esiste, niente può essere
contro natura. Se invece per natura si intende una parte di ciò che
esiste, allora ha senso parlare di "contro-natura" solo se si suppone
non solo che la natura esista, ma anche che racchiuda una finalità.
Ma una tale ipotesi non ha alcun fondamento. La scienza, in ogni caso, dopo
Darwin, è muta su questo punto[2].
Il solo punto di appoggio che giustifichi l'esistenza di una tale finalità resta
la fede (semplice fede nell'ordine naturale o fede religiosa). Inoltre la mera
esistenza di un'entità finalistica quale la "Natura" non costituirebbe
di per sé un criterio etico : dall'esistenza della Natura (o di Dio)
non deriva automaticamente il dovere di sottomettersi alla sua volontà.
Di per sé, favorire un sentimento di "rispetto" verso ciò che
ci appare potente e di sottomissione a un ordine (per quanto travestito da "volontà di
armonia") non sembra di buon auspicio... Tuttavia l'idea di natura resta onnipresente
nel discorso normativo. Di fatto l'atteggiamento è più ambiguo:
a volte si denuncia con indignazione ciò che viene considerato contro
natura, a volte si celebra le conquiste che hanno permesso all'umanità di
sottrarsi ai rigori della sua condizione primitiva. Nessuno desidera veramente
rifarsi del tutto alla natura, ma d'altra parte nessuno rinuncia volentieri
all'idea che la natura ci debba essere di esempio o di modello. Le considerazioni
su cosa sia contro natura e cosa sia naturale (inteso come sinonimo
di normale, sano, buono.) finiscono troppo spesso per mandare in corto circuito
la riflessione su ciò che sarabbe giusto o sbagliato fare, su cosa sia
desiderabile e perché e in funzione di quali criteri. L'idea di natura "inquina" il
dibattito morale e politico.
Il rispetto dell'ordine naturale
La categoria "naturale" viene strettamente associata ad un giudizio di valore.
La pubblicità usa il termine "natura" per designare ed evocare una qualsiasi
nozione che abbia connotazione positiva : campagna, salute, tradizione, eternità,
forza, autenticità, saggezza, semplicità, pace, chiarezza, abbondanza.Il
sentimento della natura aggiunge un "supplemento d'anima" prezioso nel mondo
delle merci, partecipa del "reincanto del mondo" del capitalismo: che cosa
non è naturale, al momento della vendita?
L'ideologia del "rispetto della natura" guadagna sempre più terreno
su quella della vittoria sulla natura, benché l'una sia lo specchio
dell'altra. Mentre gli "avanzamenti" della scienza e della tecnica sono solitamente
salutati come tappe nella Lunga Marcia del Progresso, nello stesso tempo
si ripetono appelli allarmisti sui rischi che comporta giocare agli "apprendisti
stregoni". In entrambi i casi si fa ricorso a dei miti (il Progresso contro "l'Uomo
Demiurgo") piuttosto che alla riflessione sul carattere positivo o negativo
delle conseguenze che ricadranno sull'insieme degli esseri interessati. Il
dosaggio dei due atteggiamenti sembra del tutto arbitrario: attualmente la
genetica e le biotecnologie sono le prime vittime del riflesso "pro-natura",
soprattutto quando vanno a toccare la riproduzione umana. Altre innovazioni
della medicina sono annoverate, senza particolari emozioni, dal lato del progresso.
Il fatto che una tale distinzione sia dovuta, almeno in parte, ad una riflessione
sulle possibili conseguenze delle une e delle altre è sufficiente a
spiegare il fatto che, laddove l'assistenza data ad una coppia per far nascer
un bambino tramite fecondazione in vitro pone, secondo una formula consacrata,
dei "gravi problemi etici", mentre il cercare d'altra parte di risolvere problemi
di sterilità prima del concepimento non ne solleva affatto? Tutto si
svolge come se qualcuno avesse decretato il carattere sacro di alcune situazioni:
la natura ha previsto una precisa procedura per la riproduzione e il non rispettarla
esporrebbe a delle sanzioni terribili.
Simili reazioni si manifestano episodicamente nei domini più diversi:
improvvisamente il terrore ispirato da qualche nuova minaccia rinnova l'idea
che la Natura comanda e punisce. Così la preoccupazione suscitata dalla
trasmissibilità all'uomo dell'encefalopatia spongiforme bovina ha portato
a dire che il male sta nel fatto che ci si è permessi di alimentare
degli animali naturalmente erbivori con farine di origine animale[3].
In tal modo assistiamo oggi al risorgere di un pensiero religioso, laicizzato
grazie alla sostituzione della parola Dio con quella di Natura. Lo si scorge
ad esempio in quei discorsi che promuovono il rispetto degli equilibri naturali
al rango di valore in sé. Nel suo significato primario, equilibrio è un
termine puramente descrittivo. Designa uno stato di immobilità o di
stabilità nel tempo: le relazioni fra gli elementi di un ecosistema
sono tali che esso conserva la sua struttura, sia perché gli esseri
che lo costituiscono non variano, sia perché si rinnovano sempre identici[4].
Tuttavia nel linguaggio corrente la parola equilibrio designa qualcosa di più di
questo stato particolare (di riposo contrapposto al movimento), per acquisire
il senso di uno stato ideale. L'equilibrio degli ecosistemi si muta in "ordine
della natura" ovvero "armonia naturale". La nozione di ordine evoca un sistema
in cui ogni essere o categoria di esseri si trova nel posto giusto. Quella
di armonia fa pensare ad uno stato di unità o di intesa in cui ogni
parte si accorda alle altre nel modo migliore per contribuire alla bellezza
dell'insieme[5]. Tali termini suggeriscono
un' immagine della Natura come regolatrice del mondo per il bene delle sue
creature, e parallelamente indicano il pericolo che deriverebbe dallo scombinarne
la perfezione.
Dato che le credenze si lasciano difficilmente formalizzare, è forse
meglio in questo caso parlare, più che di religione, di mistica della
natura. Essa è onnipresente, diffusa nella vita sociale: rumore di fondo
delle nostre esistenze, è raramente formulata in sistema esplicito.
Quando ciò avviene, è la voce di una religiosità che si
distingue dalle religioni tradizionali per il fatto di essere perfettamente
in linea con la società moderna : religiosità individuale ma
comune, comune ma non collettiva. Una mistica diffusa, elaborata da individui
atomizzati, che la celebrano di solito solo individualmente, nel segreto del
loro spirito – in tutta laicità.
Una tale mistica gode di ottima salute: gran parte della gente classifica le
attività ed i risultati umani in "naturali" (ovvero buoni, originali,
autentici.) ed artificiali (degenerati, snaturati, cattivi..). Se alcuni si
riuniscono nelle associazioni per la "Protezione della Natura" o nei negozi "biologici" (scomunicando
le medicine, le pillole, la chimica ed il cemento.), i credenti non praticanti
sono ben più numerosi. Molti avvertono l'attuale crisi ecologica in
termini naturalisti: la nostra specie, come gruppo biologico, sarebbe di per
se stessa un problema, l'umanità porterebbe in sé la maledizione
essenziale di "distruggere la natura". Un tale modo di affrontare problemi
molto reali elude la questione dei rapporti sociali (è proprio a questo
fine che viene invocata la natura) e impedisce di cercare delle soluzioni concrete,
politiche: evidentemente infatti non tutti gli esseri umani e le attività sociali
incidono con la stessa distruttività sul nostro ambiente e sulle nostre
vite.Quanto alla credenza che i popoli "originari", considerati "vicini alla
natura" ( perché non dire semplicemente, come ai bei tempi del colonialismo "popoli
primitivi" ovvero "naturali"?) potrebbero esserci d'aiuto consegnandoci una
sorta di "saggezza originaria". Non sarebbe più utile riparlare di rapporti
sociali di sfruttamento, capitalisti, patriarcali etc.?
Per parte nostra, non troviamo nella natura (nella realtà) né armonia,
né modelli da seguire, né una fonte di castighi e ricompense:
si potrebbero elencare i "suoi" misfatti verso gli uomini e gli altri animali.
Si potrebbero anche elencare i tentativi di giustificare i suoi danni con i
vantaggi che ne risulterebbero, tentativi che si possono attribuire allo sforzo
disperato dei teologi di dimostrare che la Creazione è sempre buona
poiché è opera di Dio. In effetti, noi non crediamo che esista
qualcosa come la Natura, che il mondo sia ordinato, equilibrato, armonioso,
che le cose abbiano un loro posto naturale, e tanto meno che esista una natura
delle cose. La nozione di "realtà" non è sufficiente, essa è descrittiva,
non prescrittiva come lo è quella di "natura". Si possono immaginare
delle azioni "contro-natura"; ma delle azioni "contro-realtà"? Non si
può violare o trasgredire la realtà: quando ci saremo sbarazzati
del timore religioso, saremo liberi di riflettere su ciò che sia bene
o male fare.
Natura ed etica : il salto da "ciò che è" a "ciò che
deve essere"
Si immagina volentieri che le cose abbiano un'essenza la quale fa sì che
esse siano ciò che sono e non altre, che abbiano determinate proprietà ad
esclusione di altre; che esse abbiano una propria"natura" che ne organizza
le caratteristiche, l'accrescimento, il compimento, e che garantisce che
esse resteranno al posto che è stato loro assegnato nell'"ordine della
natura" e vi svolgeranno il loro ruolo; "Madre natura" è così ritenuta
dare ad ogni elemento detto naturale la sua natura. Si associa una finalità a
tale supposta "natura" delle cose: gli esseri che condividono "una stessa
natura" sono fatti per qualcosa, sono destinati a comportarsi
in una determinata maniera. È solo compiendo ciò per cui sono
fatte che realizzeranno la loro vera natura. Così si ritiene che un
gatto realizzi la sua natura di felino, o di carnivoro: se non si comporta
in modo conforme a tale natura, sarà percepito come "degenerato".
Le essenze sono essenziali, non si toccano. Pertanto non bisogna mischiare
cose dichiarate essenzialmente (per natura) differenti. Lo stesso riflesso
fa odiare il meticciato. La natura delle cose non deve essere "alterata" altrimenti
l'ordine che essa garantisce si dissolverebbe in caos. Un tale immaginario
mitologico condanna le biotecnologie in quanto creatrici di chimere,
poiché confondono le fantasmatiche frontiere naturali fra le specie
o, nel caso della clonazione umana, poiché sono ritenute un atto di
profanazione verso una sacrosanta unicità[6].
Anche qui tuttavia, la questione non è sapere se le conseguenze delle
nostre attività siano naturali o artificiali, se esse "violino le leggi
di natura" (se "trasgrediscano una frontiera naturale" – quale si ritiene
che sia quella fra le specie), ma valutare se sono o meno nocive, se sono pericolose,
e per chi. Porre il problema nei termini di una scienza-cattiva-artificiale-industriale-moderna
che si contrapporrebbe ad una saggezza-buona-naturale-artigianale-tradizionale,
impedisce (o evita) di ragionare in funzione di criteri razionali. In particolare,
per quanto riguarda le nuove tecnologie, ciò porta spesso a distogliere
l'attenzione dal problema politico fondamentale : che non sono i popoli
a decidere del loro futuro (e si potrebbe aggiungere oggi del futuro del pianeta)
né dei mezzi che devono essere impiegati. Una critica simile può essere
rivolta al movimento in favore dell' agricoltura "biologica" il quale, in ultima
analisi e nonostante le buone intenzioni, pone l'accento, nella sua ricezione pubblica,
più sul credo secondo cui "ciò che è naturale è buono",
che sulle questioni etiche e politiche relative alla proprietà dei mezzi
di produzione e di distribuzione, sulla decrescente sostenibilità ecologica
o sulla distribuzione delle ricchezze.
Assegnando agli esseri una natura, si attribuisce loro sia un diritto che una
finalità o un dover-essere. Secondo il più totale arbitrio. Per
esempio il fatto che le donne possano avere bambini ha spesso condotto
all'idea che esse debbano avere bambini, cioè che la loro vera
natura si realizzi solo nella maternità. Il fatto che gli organi sessuali
maschili e femminili permettano la procreazione è stato interpretato
come un comandamento della natura (o di Dio) il quale esigerebbe che
essi servano solo a questo[7]. Di contro,
il fatto che la bocca sia il punto di ingresso per l'ingestione di alimenti
ha raramente portato i moralisti a disapprovare quelli che se ne servono
per suonare il clarinetto. La natura è la norma.
Generalmente ciò che viene percepito come naturale è in realtà ciò che è abituale
o ciò che è permesso in una data società – in particolare
tra coloro che vi occupano una posizione dominante: dal momento in cui non è più per
diritto divino, è per necessità di natura che gli adulti hanno
il dovere di gestire la vita dei bambini, gli uomini quello di dirigere la
vita delle donne, i Bianchi di "civilizzare" i Neri o le altre "razze", gli
umani di regnare sulle altre "specie" ecc. I dominati sono tali per natura,
così come i dominanti[8]. Il discorso è brutale
ma efficace. Di nuovo, l'appello alla Natura permette di risparmiarsi una discussione argomentata
sui nostri valori e sulle scelte che si ritiene ne derivino. Non c'è più spazio
di discussione, tutto è deciso.
Natura e discriminazioni intra-umane
Consideriamo per esempio la nozione di razza; il problema non sta nel fatto
che ci si sia sbizzarriti a distinguere delle varietà umane (quelli
che hanno la pelle nera, quelli che hanno la pelle bianca, gli occhi più o
meno a mandorla, i biondi ed i bruni.), ma nel fatto che si sono "naturalizzate" alcune
delle classificazioni così operate (quelle che offrivano un interesse
politico): la "pelle nera" è diventata il segno dell'appartenenza ad
una razza, facendo di quest'ultima una natura. Avere la pelle nera
cessa da questo momento di essere una caratteristica, una proprietà individuale
tra le altre, per assumere il significato di un' essenza, di una appartenenza
ad una categoria globalizzante: l'individuo appartiene ad una
classe, che per intero lo determina; egli ne diventa un rappresentante. Non ha la
pelle nera, è Nero. Svanita ogni individualità, egli
diventa un esemplare che esprime prima di ogni altra cosa la categoria
cui appartiene. Questo vale naturalmente soprattutto per i dominati: se i Neri
sono essenzialmente Neri, i Bianchi sono sì dei Bianchi, ma
non si riducono certo al colore della loro pelle.
Lo stesso vale per i sessi: io non ho più questo o quel sesso,
che costituisce una delle mie particolarità, ma sono di un
certo sesso. Si ritiene che il mio sesso sia determinante di tutto il mio essere.
Tanto più per le donne. Tota mulier in utero: la donna è definita
interamente dal suo utero. I maschi, loro, restano pienamente umani, incarnano
la specie, l'universalità, mentre le donne ne sono un aspetto specifico,
una particolarità, una differenza.
Anche i bambini sono solo bambini, le loro reazioni sono percepite
solo come espressioni infantili, non come espressioni proprie di un individuo
particolare; gli adulti, d'altra parte, sono pienamente umani, individualizzati.
Sono la norma.
Molti antirazzisti e antisessisti purtroppo non vogliono abbandonare l'idea
di natura ma cercano semplicemente di scalzare la pertinenza di categorie come
il sesso e la razza, rendendo la loro definizione quanto più possibile
sfumata. Una tale tattica è particolarmente evidente nel caso del razzismo
laddove si riassume nella formula secondo cui " le razze non esistono, non
c'è che un'unica razza umana". Per quanto riguarda il sessismo, l'affermazione
equivalente: "i sessi non esistono", è troppo drastica, ed è di
solito sostituita da quella per cui "c'è in tutti noi una parte maschile
ed una parte femminile". Queste argomentazioni hanno in comune il fatto che
possono essere sostenute senza che si mettano in questione due caratteristiche
fondamentali dell'approccio "naturalista": la trasformazione degli individui
in entità portatrici dell'essenza della categoria cui appartengono,
e la fondazione dello statuto etico dei membri di un gruppo sui tratti naturali
che si ritiene corrispondano loro. L'opinione oggi dominante non vuole rinunciare
a cercare la sua giustificazione nelle intenzioni della natura, né contestare
la pertinenza morale dei limiti "naturali".
Natura e specismo[9]
Esiste un campo nel quale l'opinione dominante non può essere spiegata
altrimenti che con l'adesione a due postulati, anche se coloro che la sostengono
raramente ne hanno consapevolezza. Si tratta della definizione di quegli esseri
di cui dovremmo prenderci cura (i "pazienti morali"). Chi è che "non
bisogna uccidere", che "non bisogna far soffrire", che "non bisogna trattare
come semplice mezzo per raggiungere i nostri fini"? Generalmente la risposta è:
gli esseri umani, mentre secondo logica la risposta dovrebbe essere: tutti
quelli che sono sensibili a tali comportamenti. In pochi casi una "differenza
naturale", all'occorrenza di specie[10], è usata
con così poche precauzioni per definire una frontiera morale. Per coloro
che in tal modo sono stati esclusi, si ammette non solo che il loro bene si
identifica con "ciò che la natura ha previsto per loro", ma, all'occasione,
con ciò per cui ci sono utili: i gatti sono fatti per acchiappare i
topi, le pecore per essere tosate e i polli per essere arrostiti.
Vi sono forse una o più caratteristiche naturali che giustificano
in modo evidente il fatto che non ci si preoccupi degli interessi di esseri
sensibili che non siano umani[11]? Il fatto
stesso di porre il problema è di solito considerato sacrilego.
Tuttavia, se si prendono in considerazione i membri concreti di una specie,
si incontra una grande difficoltà a trovare un carattere che sia nel
contempo esclusivamente umano e presente in tutti gli uomini. I tratti
distintivi generalmente invocati non appartengono a tutti gli uomini. Essi
caratterizzano il tipo-umano, una natura umana che ci si è dilettati
a disegnare per le proprie esigenze (che corrisponde all'essere umano adulto
in buona salute mentale). La stessa definizione di "umano" resta del tutto
indefinita. I feti sono umani? E che dire degli spermatozoi e degli ovuli?
Che dire degli individui in coma profondo, che ci si sente obbligati a dichiarare "clinicamente
morti" (mentre indubbiamente continuano a vivere) per sentirsi autorizzati
a "smembrarli"? I criteri che definiscono l'umano non corrispondono affatto
ad una definizione scientifica, accettabile da tutti indipendentemente da presupposti
filosofici o teologici. È anche importante notare che le caratteristiche
invocate per giustificare la discriminazione contro i non-umani (l'intelligenza,
la ragione, la libertà, il fatto di essere "usciti dalla natura".) sono
essi stessi indefiniti e soprattutto non hanno nessun rapporto con
ciò che dovrebbero giustificare. Del resto non possiamo che rallegrarci
del fatto che all'occorrenza essi non vengano presi in considerazione quando
si tratta dei numerosi esseri umani che non sono né intelligenti, né ragionevoli,
né liberi. Curiosamente, questi stessi argomenti sono accettati senza
tergiversare quando si tratta di animali: in questo caso non ci facciamo scrupoli
a trattarli in modo tale che ogni giorno in Francia decine di milioni di animali
provino paura, angoscia, sofferenza, fastidio, rabbia. Le nostre pratiche provocano
delle sensazioni – penose, dolorose o insostenibili – che mai ci augureremmo
di dover sperimentare su se stessi. Se prendessimo sul serio queste contraddizioni,
potremmo cambiare le nostre pratiche individuali e collettive e far subito
cessare la gran parte di queste sofferenze.
Sono già più di due secoli che Jeremy Bentham riassumeva in questi
termini le obiezioni sollevate dall'attitudine specista:
I Francesi hanno già scoperto che avere la pelle nera non è affatto
una ragione per cui si possa abbandonare un essere umano ai capricci di un
macellaio. Arriverà il giorno in cui si riconoscerà che il numero
di zampe, la quantità di peli sulla pelle o il modo con cui finisce
l'osso sacro sono delle ragioni del tutto insufficienti per abbandonare un
essere sensibile alla stessa sorte? Cos'altro dovrebbe tracciare una linea
insuperabile? Forse la facoltà di ragionare o quella di conversare?
Ma un cavallo o un cane adulti sono incomparabilmente più razionali
e anche più loquaci di un bambino di un giorno, una settimana o anche
di un mese. Ma, anche se non lo fossero, cosa cambierebbe? Il problema non è:
possono ragionare? E nemmeno: possono parlare? Ma: possono soffrire? [12]
Il giorno di questa liberazione non è ancora arrivato, e oggi come allora
la discriminazione di cui sono vittime gli animali resta tanto arbitraria quanto
il razzismo e lo sfruttamento – onnipresente, massiccio, feroce – che ne deriva è per
ciò stesso tanto ingiustificabile moralmente quanto lo era la schiavitù.
Essa è la base su cui è costruita la nostra civiltà. E
forse se il naturalismo occupa tuttora un posto fondamentale nella nostra cultura,
dipende in buona parte dal suo ruolo insostituibile nel giustificare lo specismo.
La nostra umanità sembra in effetti acquistare tanto più valore
quanto più disprezzo si rivolge agli animali. Essa si definisce pienamente
nel contrasto con "l'animalità", cioè con quei rappresentanti
del tutto determinati da una Natura a cui essa si oppone punto per punto: gli
esseri umani sono degli individui che possiedono un valore intrinseco, hanno
una storia, sono razionali, coscienti e liberi; sono brillantemente usciti
dallo "stato di natura", mentre gli animali sono dei meccanismi funzionali
all'ordine (la Natura), esemplari della loro specie, totalmente diretti dai
loro istinti [13] e prigionieri della loro
naturalità senza speranza di redenzione. Abbiamo ritagliato nel mondo
reale due regni che si definiscono per opposizione fra di loro: uno, regno
della libertà e dell'individualità, con l'esclusiva della dignità,
l'altro, regno del determinismo e della funzionalità, privo di valore
suo proprio. Con ciò accettiamo una doppia morale, derivante dall'essenzialismo
cristiano: una morale di uguaglianza all'interno del gruppo "biologico" costituito
dalla specie umana, ed una morale profondamente elitaria e gerarchica verso
gli individui delle altre specie. È sulla base dell'"elemento" gerarchico
della nostra morale che sono state elaborate le discriminazioni razziste e
sessiste: è sufficiente restringere il gruppo degli "uguali" naturalizzando
quelle categorie che servono per escludere, per far passare alcuni "dall'altra
parte della barriera". A riprova, se ce ne fosse bisogno, dell'assoluta arbitrarietà (e
della grave pericolosità) di nozioni quali Umanità e Natura,
che nonostante ciò si suppongono fondamentali per la nostra etica
e di conseguenza per la nostra politica.
In realtà, se bisogna stabilire delle differenze radicali nel reale,
non bisogna cercarle nell'opposizione fra naturale e umano, fra naturale e
sociale, fra naturale e artificiale, fra innato e acquisito [14] etc.
Da un punto di vista sia scientifico , sia filosofico che etico, non è tanto
pertinente la distinzione fra supposti "esseri liberi" ed "esseri naturali",
ma quella fra materia sensibile ed inanimata, fra cose reali che provano delle
sensazioni, hanno dei desideri e di conseguenza agiscono in funzioni di obiettivi
propri, e altre cose che non hanno sensazioni né interessi, che non
attribuiscono nessun valore agli avvenimenti e alcun fine alla loro esistenza.
Fra esseri sensibili e cose insensibili, in breve, fra gli animali e i sassi
o le piante. Ancor più della presenza di una coscienza riflessiva, il "semplice" fatto
che in determinati casi la materia sia capace di provare delle sensazioni è l'enigma
più impressionante; la spiegazione di un tale mistero è la sfida
che dovranno raccogliere le scienze nel corso di questo nuovo secolo.
Sono le cose viventi sensibili che danno valore a ciò che esse vivono.
I soli valori che abbiano esistenza oggettiva sono quelli che ciascun essere
sensibile dà alla sua vita, ai suoi momenti vissuti e al mondo che lo
circonda. In tal senso il mondo non è insensato o assurdo, ma ha un
senso: o meglio, ne ha moltissimi! Dei sensi che non derivano da una totalità,
ma da ciascuno degli esseri che, separatamente e per il fatto di essere sensibili,
danno un senso al loro mondo. Le uniche cose che abbiano valore per se stesse
sono questi esseri sensibili: noi tutti, che sentiamo il mondo, sentiamo la
nostra vita, il dolore ed il piacere, il desiderio e la repulsione, che conosciamo
l'intenzionalità, la volontà e il rifiuto. Noi tutti: non soltanto
gli esseri umani, ma tutti quegli esseri che siano dotati di sensibilità.
La sensibilità è stata svalutata poiché esclude quei valori
che sono cari all'Umanesimo (la Ragione, la Libertà, ecc). Assistiamo
tuttavia negli ultimi decenni ad un'evoluzione verso una crescente considerazione
della sofferenza e del piacere in quanto tali. È noto che oggi
le terapie del dolore sia per gli uomini che per gli animali da compagnia sono
in pieno sviluppo, ad esempio i neonati non vengono più operati senza
anestesia[15]. Parimenti, ci si comincia
ad occupare del benessere degli animali da allevamento. Certo, siamo ben lontani
dalla rivendicazione di uguale trattamento, ma è tuttavia importante
che si ponga una nuova attenzione per gli affetti, le sensazioni, le emozioni,
che si dia valore alla sensibilità in quanto tale. Riteniamo trattarsi
dell'emergere di un movimento che ha le sue radici nei secoli precedenti, nei
quali la sensibilità e la sofferenza (quella propria e quella degli
altri) hanno assunto progressivamente importanza. Un tale movimento di attenzione
crescente alla nostra vita sensibile potrebbe essere chiamato "sensibilista". Ma
non cercatelo nei dizionari, ancora non vi figura.
Per finirla con l'idea di natura e riallacciarsi all'etica e alla politica
La regola che impone di "obbedire alla natura" è priva di senso. È al
prezzo di varie confusioni (in particolare lo slittamento arbitrario fra due
significati del tutto diversi del termine "legge", che designa sia una regolarità che
un comando) che una corrente di pensiero multiforme pretende di fondare un'etica
sul "rispetto" dell'"ordine naturale" ovvero sull'obbedienza alle "leggi della
natura". Tornare ad una tale idea di natura non è nient'altro che un
ritorno o un richiamo all'ordine.
I preconcetti si propagano sfuggendo ad ogni interrogazione critica. Ma le
proposizioni vuote o false non diventano vere a forza di ripetizioni. Sono
pericolose poiché offrono una linea di condotta illusoria o erronea
di fronte a delle questioni ben reali. Invocare la natura anziché dei
principi chiari di giudizio è uno degli ostacoli maggiori che frenano
molti movimenti contemporanei che cercano di migliorare il mondo.
Invocare un criterio di naturalità anziché uno di giustizia porta
a consolidare ogni ingiustizia. L'etica è la ricerca del bene. La sola
etica degna di questo nome è quella che si applica a tutti quegli esseri
cui si può fare del bene o del male, cioè a tutti gli esseri
coscienti (sensibili). Questo deriva dal principio di giustizia o equità:
l'uguaglianza, per definizione, rifiuta ogni discriminazione arbitraria.
Oggi molti preferiscono cullarsi nella nostalgia di un'"età dell'oro",
di "modi di vita tradizionalmente armoniosi" che non sono mai esistiti, piuttosto
che battersi qui ed ora per la costruzione dell'avvento di mondi che abbiano
cura di altri mondi, di tutti gli altri. Se la politica vuole fondarsi
sull'etica, non ha nulla da guadagnare nel puntellare i suoi valori sul sentimento
della natura.
Fortunatamente non c'è alcuna fatalità naturale: non è nella "natura" di
nessuno preferire un gelido rispetto dell'Ordine ad un dibattito aperto e conflittuale
su ciò che sia giusto o meno fare.
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Note |
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1. Questo
articolo contiene dei passaggi tratti – con il consenso dell'autore – dalla
prefazione di Estiva Reus al saggio Sulla Natura di J.S. Mill (La Decouverte,
2003). Questo scritto di Mill, la cui prima edizione risale al 1874, presenta una
notevole analisi critica delle dottrine che "fanno della Natura il banco di
prova del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male o che in qualsiasi modo
o misura, attribuiscono merito o approvazione al seguire, imitare e obbedire
la Natura" (J.S. Mill, La Natura in Saggi sulla religione a
cura di L. Geymonat, Feltrinelli, Milano 1953-1987, p. 19). Più in generale,
le analisi che seguono devono molto alla riflessione in corso nei movimenti
per l'uguaglianza animale.
2. Si
veda l'opera collettiva Espèces et ethique. Darwin
une ( r )évolution à venir, ed. thain party, 2001. La versione
della biologia, dell'ecologia o dell'evoluzionismo che si insegna a scuola,
di cui si leggono dei riassunti divulgativi nelle riviste (comprese quelle
scientifiche), di cui si sente parlare alla radio o alla televisione, sono
di solito infarcite di notazioni naturaliste, finaliste ed olistiche.
3. Al
contrario, le pratiche ordinarie di inseminazione artificiale sulle mucche
non ha né scandalizzato l'opinione pubblica, né turbato i comitati
di etica. Quanto poi al trattamento delle mucche stesse, chi se ne cura?
4. Nonostante
il suo successo nel pensiero ambientalista del grande pubblico, è probabile
che alla nozione di equilibrio naturale non corrisponda alcun fatto reale.
Cfr. Daniel Botkin Discordant Harmonies, A New Ecology foe the Twenty-First
Century, Oxford University Press, 1990.
5. È interessante
rilevare che la nozione di "ordine naturale" è contemporanea di regimi
politici e sociali esplicitamente autoritari, mentre quella d "equilibrio naturale" è piuttosto
contemporanea alle democrazie parlamentari. L'idea di natura è stata
spesso una proiezione del nostro modo di vita sociale; perciò è inquietante
constatare che abbiamo della natura una visione profondamente totalitaria,
in cui gli individui esistono solo come meccanismi e funzioni all'interno di
un ordine totalizzante.
6. Per
una critica dei sottintesi del discorso umanista contro la clonazione umana
cfr. D. Olivier, "Alors,
on pourra les manger?" in Cahiers antispécistes,
n.° 15.
7. Per
esempio, a proposito di relazioni omosessuali, si legge nel Catechismo
della Chiesa Cattolica: "Basandosi sulle Sacre Scritture che le presentano
come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre sostenuto che 'gli atti omosessuali
sono intrinsecamente disordinati'. Sono contrari alla legge naturale. Escludono
l'atto sessuale dal dono della vita. Non derivano da una vera complementarietà sessuale
e affettiva. Non potrebbero in nessun caso essere approvati" (Mame/Plon, 1992,
p. 480).
8. In
effetti, i dominanti pensano di essere emersi, con le loro qualità,
dalla natura (diversamente dai dominati, che si immaginano volentieri ancora
immersi in essa), salvo quando si tratta di trovare una legittimazione
al dominio: in tal caso ridiventano degli "esseri naturali" (maschi),
con i loro bisogni irreprimibili, se si tratta di giustificare una violenza
(cfr. D. Welzer-Lang, Le viol au masculin, L'Harmattan, 1988); ridiventano
degli esseri naturalmente carnivori, quando si tratta di giustificare la consumazione
di carne (cfr. Clém Guyard, Dame Nature est mythée, éd.
Carobella ex natura, 2002), ecc. Per quanto riguarda il rapporto fra natura
e pratiche sociali di appropriazione, è utile Colette Guillaumin, Sexe,
Race et Pratique de pouvoire. L'idée de Nature, Indigo et Cote-femmes,
2000 [1978].
9. Il
termine specismo è stato creato sul modello dei termini "razzismo" o "sessismo".
Esso designa la discriminazione arbitraria verso gli individui sensibili che
non appartengono alla nostra specie. Dallo specismo deriva uno sfruttamento
di brutalità estrema, dato che la maggior parte degli esseri umani delle
nostre società considerano gli animali come merci, che si possono usare
per degli scopi tanto irrisori come quelli di lanciarli in aria per poi ucciderli
e mangiarli!
10. Cfr.
D. Olivier, " Les
espéces non plus n'existent pas", Cahiers antispécistes,
n.° 11, dic. 1994.
11. Un
inventario ed un analisi critica delle teorie che sostengono questa distinzione
si può trovare in Florance Burgat Animal, mon prochain, (ed.
Odile Jacob, 1997). Nella filosofia morale specializzata, la frontiera "naturale" che
delimiterebbe la specie umana è raramente presentata in modo così sommario,
come costitutiva, di per sé, di un criterio morale pertinente. Si sostiene
invece che gli esseri appartenenti a questa specie sono i soli a possedere
determinate caratteristiche che possono, quelle sì, valere come criterio.
Si cerca così, in un modo più presentabile, di arrivare ai medesimi
risultati. Queste posizioni sono state passate sistematicamente al vaglio della
critica negli ultimi trenta anni, particolarmente da autori anglosassoni (P.
Singer, T. Regan, J. Rachels.) che ne hanno rivelato tutta la debolezza.
12. J.
Bentham, An Introduction to the Principles of Morals and Legislation (1789),
cap. XIX, nota al par. IV.
13. L'istinto
rimane un elemento centrale della retorica naturalista riguardo agli animali,
ma nessun etologo oggi osa riferirsi ancora ad una nozione che sembra ricordare
la "virtù dormitiva" di Molière. Il merito principale della nozione
di istinto è quello di svuotare l'idea di una soggettività animale
(o, ancora non molto tempo fa, di altre classi dominate come le donne o i neri)
e di evocare (senza esplicitare!) una trasmissione dalla specie all'individuo
della funzione naturale che questo deve incarnare.
14. La
tradizionale controversia a proposito di ciò che sarebbe acquisito e
ciò che sarebbe innato nell'essere umano (per esempio per quanto riguarda
i sessi o le "razze"), è comprensibile solo a partire dalla credenza
nell'idea di natura; innato ed acquisito sono necessariamente inestricabili
e dipendono nei vari casi da cause molto numerose ed eterogenee, che non ha
senso voler distinguere in due categorie. Inoltre, le qualità che si
considerano innate non implicano minimamente una natura, nonostante ciò che
si vuol sperare o temere. I caratteri innati non implicano né un
essenza, né un destino (un dover-essere), ed è erroneo
pensare che ciò che è innato sia sempre immutabile, definitivo
(e in certi casi "inconscio", dato che non richiede per esercitarsi né una
percezione soggettiva, né una decisione del soggetto), mentre ciò che
verrebbe acquisito resterebbe plastico, modificabile, migliorabile (e cosciente,
e volontario, etc.)
15. Cf.
Claude Guillon, À la vie à la mort. Maîtrise de la douleur
et droit à la mort , Noêsis, 1997. |
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