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Traduciamo parte di una lezione di Adorno tratta da un corso tenuto nel 1964-65
perché ci appare interessante il modo in cui affronta dal punto di vista
teoretico il rapporto tra storia e necessità e aiuta a chiarire alcuni
punti controversi tra marxismo ed anarchismo. Ci è sembrato opportuno
offrirlo al dibattito attuale, in quanto si tratta di questioni ancora aperte,
sfrondandolo della veste "didattica" (si tratta della trascrizione letterale
di una lezione universitaria) e collocandolo nel contesto militante che
gli è proprio (o, perlomeno, dovrebbe esserlo se non ci trovassimo
nella grigia situazione di dover vedere, da un lato, il pensiero adorniano
mummificato nelle sacche dello stesso accademismo che esso sottoponeva a impietosa
critica e la militanza politica ridotta a una serie di azioni e reazioni meccanizzate
in cui il solo apparire della parola "teoria" fa nascere – meccanicamente – accuse
di "intellettualismo" e censure preventive contro pericolose e controproducenti "elucubrazioni").
Il titolo, redazionale, intende quindi mettere in evidenza gli argomenti di
maggiore interesse: non è di Adorno. Il ciclo di lezioni aveva
solo un titolo generale: Sulla teoria della storia e della libertà. Il
testo, tradotto qui per la prima volta in italiano, è tratto da Th.
W. Adorno, Zur Lehre von der Geschichte und von der Freiheit, Suhrkamp,
Frankfurt a.M. 2001, pp. 73-82.
Traduzione MM. |
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Storia e necessità. Sul rapporto tra Stato ed economia nel marxismo
e nell'anarchismo
Th. W. Adorno
La tendenza
a considerare positivamente il fatto che gli uomini si uniscano nella
totalità [sociale] e l'idea che l'umanità si riproduca
nonostante tutti i sacrifici e le sofferenze, sono presenti anche in
Marx. Se con
qualche diritto ci si interroga su quale sia in Marx il momento idealistico,
in senso strettamente filosofico, allora l'elemento propriamente affermativo
in Marx sarebbe sicuramente questa ricostruzione, a cui corrisponde anche in
lui un prevalente ottimismo storico. La forma in cui questo motivo hegeliano
si trova in Marx – trasformato fino all'irriconoscibilità ma proprio
perciò di una forza straordinaria – è la teoria oscura e difficile
della cosiddetta Legge del Valore, ovvero l'essenza degli atti sociali che
si compiono secondo il principio di scambio, attraverso cui la vita sociale
si conserva e addirittura, secondo Marx, nonostante tutte le catastrofi si
riproduce in forma allargata [.] Dal punto di vista del buon senso sembrerebbe
che la società sia, sì, caratterizzata da antagonismi e sia irrazionale,
ma che tuttavia, non si sa come, si tenga in vita, un po' come nella nota forma
della invisible hand. [.]
Ritengo che il pensiero decisivo per la ricostruzione della storia sia invece
il seguente: non che l'umanità si conservi nonostante le irrazionalità e
gli antagonismi ma che lo faccia attraverso e per mezzo di essi.
Un pensiero, tra l'altro, che la grande filosofia borghese, la stessa filosofia
borghese della storia, ha raggiunto almeno due volte: da un lato con Hobbes,
dove il contratto statuale e l'integrazione, cioè la totalità,
viene condizionato dalla necessità dei singoli che senza di esso non
potrebbero esistere; e poi nella filosofia della storia kantiana.Vorrei sottolineare
questo concetto che la società, la totalità, non sussista, non
si mantenga in vita nonostante ma attraverso e per mezzo dell'antagonismo.
Lo si può intendere nel modo più semplice e chiaro rappresentandosi
il fatto che la vita nella società borghese sviluppata è governata
dal principio di scambio e, al tempo stesso,- in modo, certo, imposto agli
individui singoli – da quello della necessità di accalappiarsi in questa
lotta di tutti contro tutti, il più possibile, la parte più grossa
del prodotto sociale. Tuttavia, e ciò è stato già visto
correttamente nelle vecchie teorie liberalistiche di Smith e Ricardo, è proprio
in grazia di questo antagonismo, di questo scontro di interessi che il meccanismo
si mantiene in vita. E ciò va inteso nel senso pregnante che la produzione
di valori d'uso o, in altre parole [.], la soddisfazione dei bisogni degli
uomini (siano essi naturali, siano essi quasi completamente mediati socialmente)
non ha come fine questi bisogni, ma avviene in nome del profitto. Di fatto
si produce solo perché così i produttori - e stavolta intendo
coloro che dispongono dei mezzi di produzione – come classe possano cavarsela
il meglio possibile. Con ciò è posto naturalmente il principio
antagonistico: tra coloro che estraggono il profitto e coloro su cui il profitto
in ultima istanza viene fatto, da cui quindi esso viene estratto. Ma solo attraverso
questo processo che ha in sé l'antagonismo, cioè il conflitto
di classe, si riproduce la vita degli uomini. Solo in questo modo, cioè grazie
al fatto che la società è divisa e la quantità dei beni
si contrappone a quelli che sono separati dai mezzi di produzione – solo in
grazia di questo antagonismo la vita si è fino ad oggi perpetuata. E
rispetto a ciò i bisogni degli uomini, la soddisfazione degli uomini
stessi è sempre e solo un fattore secondario e in larga parte un'ideologia.
Quando si dice che tutto viene fatto per gli uomini, la cosa suona così vuota
perché in realtà si produce per il profitto e perché gli
uomini vengono cosniderati fin dall'inizio come consumatori, come si dice oggi.
E tutto ciò proprio in forza dell'antagonismo.
E se qualcuno dicesse: "questo stato di fatto è superfluo, tutto questo è sbagliato
e si potrebbe benissimo fare altrimenti", allora direbbero gli Hegel e, fino
a un certo punto – almeno per quanto riguarda la ricostruzione del passato – anche
i Marx e gli Engels: "sì, esiste la possibilità di pensare
una cosa simile, se vogliamo consolarci e tranquillizzarci, ma così è la realtà".
E senza questa realtà, senza la realtà dei rapporti di classe – al
modo in cui costituisce addirittura il principio della società borghese – senza
tutto questo la popolazione non sarebbe così aumentata, la circolazione
non sarebbe così cresciuta, né sarebbero stati creati, in generale,
sufficienti beni alimentari per l'umanità.
Si noterà che il punto di attacco di una critica filosofica a questa
concezione (che Hegel ha elaborato con particolare forza e già nella Scienza
della Logica ) è che fin dall'inizio viene accordata la priorità alla
categoria della Realtà rispetto a quella della Possibilità - una
priorità in cui è contenuto in modo irriflesso un partis pris per
l'Universale [...] Ora, questo fatto che gli uomini si mantengano in vita non
tanto nonostante l'antagonismo ma in grazia di esso, ha avuto conseguenze così mostruose
per la ricostruzione storico-filosofica, perché da ciò Hegel
ha tratto la conseguenza - con un'apparenza di diritto che in nessun modo si
può tranquillamente giustificare - che in senso assoluto (cioè dal
punto di vista delle categorie, delle idee, quindi "dall'alto") la vita possa
riprodursi solo attraverso l'antagonismo; e ciò è divenuto
in certo qual modo la teodicea dell'antagonismo. Quando perciò la Logica hegeliana
procede dicendo: l'Assoluto o lo Spirito del Mondo è l'essenza di tutto
il finito, delle forme antagonistiche transeunti, di tutte le negatività – che
quindi il Positivo è l'essenza di tutte le negatività – una tale
costruzione, che a noi suona in prima istanza così indescrivibilmente
presuntuosa e temeraria, ha la propria base proprio in ciò: che effettivamente
il mondo si è mantenuto in unità in grazia della negatività,
in grazia di una società fino ad oggi antagonistica nella sua essenza.
E si può seguire questa forma antagonistica fino alle idee più astratte
di unità, di totalità, persino di ragione. Perciò è così importante
comprenderla. Si può infine vedere come la forma idealistica della dialettica
non era affatto così "estranea al mondo", quanto piuttosto come essa
nella propria idealizzazione ha portato ad espressione anche un momento della
realtà. Momento cui una ricostruzione della storia non deve rinunciare,
ma che non appena viene semplicemente accolto, si trasforma in quell'affermazione
che riproduce e rafforza l'essenza distruttiva e negativa della storia.
Rimane aperta la questione, e vorrei porre questa domanda senza nemmeno tentare
ora di dare una risposta, se la perpetuazione dell'umanità attraverso
e per mezzo dell'antagonismo sia stata, dal punto di vista storico, una assoluta
necessità oppure no; ovvero se, in generale, si lasci costruire e immaginare
in modo sensato un cammino della storia che avrebbe potuto realizzare qualcosa
di diverso rispetto a questi rapporti antagonistici. E la ragione più forte
in favore del fatto che non sarebbe potuto essere altrimenti è la lotta
degli uomini con la natura fisica, che li vede in prima istanza in una situazione
di bisogno, sprofondati in un carenza [ Zuwenig ], da cui non si sarebbe
potuti uscire se non attraverso quelle forme di organizzazione: se non nella
forma dei rapporti di dominio che hanno costretto gli uomini a tener conto
della mancanza, così come a correggerla e che hanno necessariamente
covato in sé l'antagonismo. Marx e Engels (e particolarmente Engels
che si è molto occupato di tale questione) sono stati molto idealistici
nella misura in cui hanno risposto in modo affermativo alla domanda sulla necessità assoluta
(si deve quasi dire: metafisica) del processo antagonistico della storia. Ciò si
esprime in Marx e Engels in una tesi molto specifica, sostenuta da entrambi
con molta energia, ovvero nella tesi secondo cui il dominio, il dominio sociale,
deve essere stato funzione dell'economia, ovvero del processo vitale, del processo
di riproduzione della vita, e non il contrario. Potrebbe soprendere che io
definisca idealistica proprio questa tesi di Marx e Engels, ma credo che con
un po' di riflessione si capisca in che senso lo sia. Se infatti la storia
ha trovato fin dall'inizio il proprio carattere antagonistico sulla base dell'economia,
cioè sulla base del bisogno all'autoconservazione della vita, con ciò l'antagonismo
viene in un certo senso giusticato retrospettivamente, così come accade
per la negatività storica nella logica metafisica hegeliana. Se invece,
al contrario, i rapporti economici e gli antagonismi economici stessi fossero
origianariamente il prodotto del dominio, la loro necessità sarebbe
perciò esteriore rispetto alla totalità storica, al processo
vitale della società. Si sarebbe trattato, per esprimerci in modo ordinario,
di un "caso sfortunato", da cui si potrebbe in principio tranquillamente prescindere
anche nel pensiero.
Ora, difficilmente sarà possibile ricostruire questi rapporti originari
su cui verte tutta la disputa. Etnologi e antropologi sanno come proprio la
loro scienza abbia prodotto materiale infinitamente complesso su tale questione,
di modo che una risposta semplice a queste domande non è possibile.
Ricordo solo le tendenze che non derivano le strutture sociali originarie né da
rapporti di dominio, né da rapporti economici, quanto piuttosto da rapporti
magico-religiosi (laddove, tra l'altro, la questione circa il rapporto tra
questi e la condizione sociale rimane aperta e, per quanto posso capire, priva
di riposta).
Le fonti principali di queste controversie si trovano nell' Anti-Dühring e,
soprattutto, nell'Origine della famiglia di Engels. Ma si trovano molti
e importanti materiali a tal proposito anche in Marx, nella grande introduzione
a Per la critica dell'economia politica, che rappresenta una delle
fonti teoretiche scritte del materialismo dialettico. L'interesse che ha mosso
Marx ed Engels ad occuparsi di problemi apparentemente "preistorici" – questioni
che devono rimanere sempre un po' adiaphoron – non era certo quella
di farsi un'immagine realistica dello stato originario, dato che per i problemi
sociali essenziali è abbastanza indifferente la questione "come era
all'inizio?". Anche questo appartiene agli idola della filosofia della
storia tradizionale, su cui occorre riflettere e che occorre sottoporre a critica:
sul fatto cioè che si tenda a considerare come "meglio" ciò che è più vecchio
e originario, in quanto esso sgorgherebbe in modo puro dall'interiorità dell'uomo;
laddove, invece, ogni sguardo alla misera esistenza delle popolazioni che sopravvivono
allo stato selvaggio e sotto rapporti preistorici dovrebbe bastare a disabituarci
una volta per tutte da simili trasfigurazioni delle condizioni primitive. Ma,
come detto, l'interesse di Marx ed Engels alla questione era tutt'altro. Essi
hanno infatti dato così tanta importanza al fatto che le origini dell'antagonismo
risiedono nell'economia e, quindi, nella struttura storicamente necessaria
dei rapporti di produzione dell'umanità e non nel dominio, perché altrimenti
dal punto di vista della loro propria situazione poteva sorgere il pensiero
che, analogamente a quelle condizioni mitche e leggendarie, sarebbe bastato
modificare i rapporti di dominio per realizzare una società razionale,
senza con ciò tenere in conto lo sviluppo economico. L'interesse a questi
problemi, quindi, non coincide con un interesse per l'origine, non si tratta
qui di questioni circa l'origine, come il titlo del libro di Engels potrebbe
far pensare, ma si tratta al contrario di questioni attualissime dal punto
di vista politico – in realtà, se lo si osserva più attentamente,
si tratta della contrapposizione tra il comunismo strettamente economico teorizzato
da Marx e Engels, e l'anarchismo che in quel periodo costituiva (se posso esprimermi
così) un concorrente da prendere straordiamente sul serio anche nel
rapporto con le masse, e lo è rimasto fino al volgere del secolo in
molti paesi, come la Spagna e l'Italia. Chi considerava come primari i rapporto
di dominio e voleva cambiare i rapporti di dominio si trovava con ciò automaticamente
spinto verso il lato anarchico, laddove i socialisti propriamente economici
volevano agire nel senso della trasformazione economica; e certo nel senso
di una trasformazione economica che doveva porsi nella tendenza economica stessa
di una crescente razionalizzazione, pianificazione e concentrazione dell'economia.
È il caso di dire, quando ci si occupa degli scritti storico-filosofici
dei socialisti, che questi scritti non possono essere rettamente compresi in
generale, se li si considera come una specia di ricostruzione contemplativa
della storia (ciò che nella nostra situazione attuale appare invece
ovvio: necessariamente contemplative sono, per esempio, anche le considerazioni
che svolgo qui). Il movente di questi pensieri sulla storia (e ciò costituisce
una differenza strutturale all'interno delle concezioni di filosofia della
storia che non può mai essere sottolineata abbastanza) era in realtà l'idea
che la rivoluzione fosse dietro l'angolo, che essa potesse accadere nell'attimo
successivo e che, in conseguenza di ciò, anche l'intera costruzione
della storia dovesse orientarsi retrospettivamente verso l'esigenza di una
situzione rivoluzionaria che si presentava come immediata e prossima. E poiché essi
[Marx e Engels] in tale situazione e certamente a ragione erano convinti della
profonda impotenza storica dell'anarchismo, hanno perciò seguito le
tracce del pensiero anarchico fino alla più remota preistoria con una
tale impietosità che si può solo essere presi da un brivido,
quando post festum e con il senno di poi, si conosce ciò che è venuto
fuori da questo aspetto del socialismo.
È comunque un pensiero che non si può semplicemente ignorare
il fatto che all'inizio della storia possa esserci stata una orribile catastrofe,
attraverso cui questo momento del dominio si sia instaurato, non diversamente
dalle ricostruzioni "catastrofiche" dell'origine cui in realtà tende
in base all'analisi del ricordo inconscio anche la psicologia contemporanea.
Se la storia si mostra come catastrofe permanente, non si può semplicemente
allontanare la domanda: se all'origine, ad esempio proprio nel divenire uomo
dell'uomo non sia accaduto qualcosa di orribile, come viene tramandato nei
miti del peccato originale e in rappresentazioni analoghe, dove la concezione
del divenire uomo, del costituirsi della razionalità stessa è connessa
con un'irrapresentabile sventura. [.]
Ad ogni modo sono questi i motivi che mettono fin dall'inizio in una posizione
di infinita debolezza la critica alla società, non solo perché l'esistente
stesso rispetto a quella può appoggiarsi alla propria potenza e magnificienza,
ma perché continuamente viene affermato che addirittura la possibilità di
qualcosa di meglio e di altro, cioè di una società orientata
razionalmente, non sarebbe possibile senza quella medesima ragione strumentale
e orientata al dominio della natura, che al tempo stesso ha avuto come conseguenza
storica la sciagura di cui addirittura il ricordo è stato rimosso o
annientato dalle trionfanti forze della storia in un modo che non si lascia
più nemmeno immaginare.
L'identità realizzata sarebbe solo la conciliazione degli interessi
antagonististici e non la rassicurazione che l'essenza di tutti gli antagonismi
stessi, nella misura in cui permette la vita, permetta anche la conicliazione
tra gli uomini, ovvero la loro sopravvivenza. E mai e poi mai può pensarsi
la conciliazione come violenza del concetto su ciò che è sussunto
sotto il concetto. Forse, sotto questo rispetto, si potrebbe formulare la cosa
liberamente così: che l'identità realizzata, ovvero l'abbattimento
dell'antagonismo, la conciliazione di ciò che è contrapposto
in ragione della propria inconciliabile situazione di interesse, che proprio
tale identità realizzata non sarebbe l'identificazione di ogni cosa
sotto una totalità, sotto un concetto, sotto una società integrale.
Piuttosto, l'identità realizzata dovrebbe essere la coscienza della non-identità o,
detto ancora meglio, la realizzazione di una non identità conciliata.
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