Israele, la prima nazione al mondo ad applicare il vegan washing?

Credit: Anne Paq/Activestills.org

 

 

Pubblichiamo qui un’anteprima dal n. 33 di Liberazioni, in uscita nel mese di giugno.

 

 

Palestinian Animal League

Israele, la prima nazione al mondo ad applicare il vegan washing?[1]

Traduzione dall’inglese di Maria Cristina Polzonetti

Link all’articolo originale

 

Israele è stato descritto come “paradiso vegan”; si è detto che abbia la più alta percentuale di popolazione vegan del mondo. Si è anche sostenuto che il movimento vegan israeliano abbia origine e sia parte integrante della lotta contro ogni forma di ingiustizia e oppressione, comprese l’occupazione e la colonizzazione della Palestina. Questo, però, non è evidente nell’ambito del veganismo mainstream, che in realtà nulla fa per prendere le distanze dal sionismo imperante. Al contrario, Israele sta utilizzando il vegan washing come cortina fumogena utile a nascondere l’aggressione perpetrata nei confronti sia del popolo palestinese sia del veganismo stesso in Palestina. In tal modo, Israele si sta conquistando un sempre maggiore supporto internazionale da parte di esponenti di primo piano del mondo vegan che, intenzionalmente o meno, si trasformano in strumenti di marketing per la promozione del gioco del vegan washing portato avanti dal “paradiso vegan”!

Un esempio eclatante è quello di Vibe Israel, un’organizzazione fondata per «connettere positivamente a Israele i millennial e stimolarne così il desiderio di condividerne la storia»[2]. Vibe Israel, inoltre, promuove l’immagine di Israele come nazione moderna e pacifica caratterizzata da «innegabili vantaggi», seppure circondata da Paesi «canaglia», come la Palestina o gli altri Stati arabi, intenti a prolungare il conflitto senza alcuna ragione o, probabilmente, con ragioni che solo Vibe Israel è in grado di spiegare ai millennial con cui riuscirà a entrare in contatto. Come parte integrante della sua campagna di propaganda, Vibe Israel ha invitato i più famosi blogger vegan a visitare quello che definisce «l’impero vegan chiamato Israele». Purtroppo, questa campagna è stata recepita positivamente della comunità vegan internazionale, che sembra ignorare completamente l’ingombrante questione palestinese e la scia di sangue lasciata da 70 anni di occupazione, saccheggio, appropriazione della cultura e della storia palestinesi.

L’occupazione sionista della Palestina non significa solo appropriazione della terra e delle risorse naturali, ma anche dei costumi popolari, dell’eredità culturale, della cucina tradizionale. Chi ha avuto modo di conoscere la realtà del contesto israelo-palestinese avrà avuto modo di constatare come tutto ciò che è di origine palestinese venga considerato e descritto come proprio da parte degli israeliani. L’occupazione non si è fermata al territorio, ma ha fagocitato la cultura e la storia palestinesi, le risorse culturali e naturali, inclusi gli animali, il cibo, la musica, il costume. Ad esempio, il cane di Canaan viene considerato come «la razza nazionale israeliana», falafel e hummus come piatti tradizionali della cucina israeliana. Come se i colonizzatori non potessero fare a meno di mentire sempre su tutto, Israele sta portando avanti una tale mistificazione da 70 anni, occultando i lati oscuri della sua storia e gli orrori dell’oppressione dietro il velo mistificatorio del “paradiso ecosostenibile” chiamato Israele.

Israele sta infatti utilizzando tutti i movimenti sociali emergenti per migliorare la propria immagine a livello internazionale. Il nuovo programma Vegan Birthright è un esempio di come il governo israeliano stia cercando di appropriarsi del veganismo per piegarlo al servizio della sua politica coloniale. Questo programma è stato iniziato nel 1999 e da allora ha fatto sì che qualcosa come 500 mila giovani di origine ebraica visitassero Israele grazie a un viaggio completamente gratuito di 10 giorni, sostenuto nel nome del rafforzamento dell’identità ebraica e della creazione di legami con lo Stato ebraico. Il programma, aperto a giovani ebrei di ogni nazionalità, garantisce la cittadinanza a chi intenda stabilirsi definitivamente in Israele. Di recente il programma è stato arricchito con il tour Vegan Birthright, volto a promuovere una «Israele per vegani»[3]. Tel Aviv è definita «capitale mondiale del veganismo»; questa definizione è stata ripresa da numerosi blogger che hanno visitato la città e sono rimasti colpiti da quanto sia vegan friendly. Evidentemente per queste persone il grado di veganismo si misura in base al numero di ristoranti vegan![4]

Anche Hasbara – la rete di informazioni, eventi e programmi disegnati per dare un’immagine positiva di Israele[5] –, si sta mobilitando in modalità vegan. Per rendersene conto basta leggere i commenti ai post di Vibe Israel o a quelli di diversi blogger vegan relativi al programma Birthright Israel. «Israele è fondamentale per il veganismo; oltre al cibo tradizionale israeliano, è possibile gustare diverse prelibatezze nei numerosi ristoranti vegan: ce ne sono per tutti i gusti». Al contrario, tutti i commenti negativi o critici vengono immancabilmente rimossi e alcuni utenti sono stati bloccati in modo da impedire loro di leggere o commentare ulteriormente.

Tristemente ridicolo è il fatto che pochi sanno che Israele è, in realtà, uno dei Paesi con il più alto consumo di carne pro-capite: 80 Kg l’anno[6] e quello dove si consuma in assoluto più carne di pollo: 57 Kg l’anno per abitante[7]. Vale anche la pena di sottolineare che, secondo un articolo pubblicato nel 2015 dal quotidiano israeliano «Haaretz», la percentuale di israeliani vegan è pari al 3%, mentre quella dei palestinesi cosiddetti “48” (ossia quelli che non sono stati espulsi dalle loro terre nel 1948 e che vivono tuttora nel territorio di Israele) è addirittura doppia[8]. Anche la sperimentazione animale è in continuo aumento in Israele [9] e metà degli esperimenti che vi vengono condotti prevede il massimo grado di dolore consentito[10]. Quasi tutti gli animali utilizzati sono uccisi a fine protocollo. Ancora: le autorità israeliane hanno ordinato la chiusura dell’unico allevamento al mondo di cani di Canaan, adducendo a motivo il fatto che il sito sarebbe abusivo. Pertanto, non solo il movimento vegan israeliano viene utilizzato per distogliere l’attenzione internazionale dai crimini commessi nei Territori Occupati e dalla reiterata negazione dei più elementari diritti umani, ma il titolo di “paradiso vegan” viene puntualmente smentito dalla condizione in cui sono tenuti gli animali non umani all’interno dei confini israeliani e dai continui massacri compiuti dalle milizie israeliane nei confronti della popolazione palestinese, umana e non umana, di cui Gaza è un esempio.

Ma c’è di più: la maggior parte del cibo vegan è prodotto negli insediamenti illegali nel territorio palestinese, dove si concentra l’industria agricola israeliana[11]. Questo non può che porre un dilemma morale a tutti coloro che, oltre ad avere abbracciato il veganismo, sono anche interessati alla difesa dei diritti umani, dato che ciò di cui Israele si alimenta proviene da terre sequestrate, da insediamenti che violano le leggi internazionali. È proprio per questa ragione che Aeyal Gross[12] ha sostenuto che «a Tel Aviv è molto più facile trovare cibo che non prevede sfruttamento animale piuttosto che cibo che non prevede oppressione umana»[13]. Inutile menzionare gli effetti catastrofici che tali insediamenti hanno avuto e hanno sulla vita dei palestinesi.

Prima di applaudire alla supposta vittoria a favore degli animali in Israele, è quindi essenziale condurre un’analisi critica del contesto in cui questa avrebbe luogo, onde evitare di cadere nella trappola israeliana del vegan washing e sostenere così un governo colpevole di genocidio e che non esita a usare la lotta per i diritti animali per migliorare la propria immagine – nonostante continui a sfruttare e a uccidere i non umani – e per occultare la violenza esercitata nei confronti degli umani. Se si continua a separare la lotta per i diritti degli animali non umani da quella per i diritti umani, si dovrà necessariamente pagare un prezzo molto alto: l’accettazione e il sostegno dell’oppressione.

Come Palestinian Animal League abbiamo contattato The Buddhist Chef, uno dei blogger invitati da Vibe Israel, chiedendogli di visitare i territori palestinesi durante il suo soggiorno in Israele; l’invito però è stato declinato con una risposta secca, in cui si afferma che quanto stabilito in precedenza non lasciava altro tempo a disposizione. Chi ha cercato di illustrare sui suoi profili social quanto riposrtato in questo articolo è stato bannato, come dimostrano gli screenshot inviatici da alcuni nostri amici. Uno di questi è una donna israeliana di origine ebraica colpevole di aver criticato il sostegno di The Buddhist Chef al vegan washing.

A tutti coloro che parteciperanno ai tour nell’“impero vegan chiamato Israele” organizzato da Vibe Israel, pur senza avere la pretesa di imporre che cosa pensare e come agire, intendiamo sottoporre alcune domande, che ci piacerebbe venissero prese in considerazione dai futuri visitatori vegan:

  • Perché sono vegan?
  • Il veganismo è avere tanti ristoranti vegan tra cui scegliere o è qualcos’altro?
  • Ebbene sì, spesso la politica rovina le belle cartoline, ma davvero intendo ignorare parte della realtà solo perché dall’altra parte mi viene raccontata una bella favola vegan?
  • So che cosa significa vegan washing e perché sia così importante per Israele?
  • So capire quando il veganismo non è altro che un sistema per pulirsi la coscienza e cercare di nascondere le proprie responsabilità nel perpetuare la sofferenza altrui?
  • So pensare in modo intersezionale e sono pronto a lottare affinché tutt* ottengano giustizia, dato che tutt* hanno diritto ad avere giustizia?

 

 

 


NOTE

[1] Il presente articolo è la traduzione di un testo pubblicato sul sito web della Palestinian Animal League il 28 marzo 2018 («Israel, the First World Country with Vegan Washing?», https://pal.ps/en/2018/03/28/israel-the-first-world-country-with-vegan-washing/).

[2] http://vibeisrael.com/

[3] http://mayanotisrael.com/trip/veganisrael/.

[4] Per una critica al tour Vegan Birthright, cfr. Julia Tanenbaum, «Renouncing Vegan Birthright», in «Vegan Feminist Network», 22/2/2017, http://veganfeministnetwork.com/renouncing-vegan-birthright/.

[5] Sul significato di Hasbara e sulle sue implicazioni, cfr. http://fc.retecivica.milano.it/rcmweb/iidp/Israele/Sionismo%20e%20dintorni/Analisi%20Commenti%20Editoriali/Bias/Hasbara/S060215EC e Milena Rampoldi, «Il muro della Hasbarà. Il giornalismo embedded de “La Stampa” in Palestina, intervista ad Amedeo Rossi», in «Presenza», 1/6/2017, https://www.pressenza.com/it/2017/06/muro-della-hasbara-giornalismo-embedded-de-la-stampa-palestina-intervista-ad-amedeo-rossi/ [N.d.T.].

[6] «Israel 4th Worldwide in Meat Consumption, OECD Report Says», in «Israel Hayom», 20/7/2017, http://www.israelhayom.com/2017/07/20/israel-4th-worldwide-in-meat-consumption-oecd-report-says/.

[7]Dylan Powell, «Green Washing: “Vegan Israel” Eats a Lot of Chicken», 15/12/2015, https://dylanxpowell.wordpress.com/2015/12/15/green-washing-vegan-israel-eats-a-lot-of-chicken/.

[8]Noa Shpigel, «Veganism on the Rise Among Israeli Arabs», in «Haaretz», 13/9/2015, https://www.haaretz.com/.premium-veganism-on-the-rise-among-israeli-arabs-1.5397532.

[9]«Animal Experiments in Israel Rise by 51% in 2016», in «Speaking of Research», 18/5/2017, https://speakingofresearch.com/2017/05/18/animal-experiments-in-israel-rise-by-51-in-2016/.

[10] «Half of Animal Testing in Israel Involves Maximum Pain Allowed», in «The Times of Israel», 18/8/2015, https://www.timesofisrael.com/half-of-animal-testing-in-israel-involves-maximum-pain-allowed-study/.

[11] «“Made in Israel”: Agricultural Exports from Occupied Territories. A Flash Report», in «Who Profits», aprile 2014, https://whoprofits.org/content/made-israel-agricultural-export-occupied-territories.

[12] Docente presso l’Università di Tel Aviv ed editorialista di «Haaretz» [N.d.T.].

[13] Aeyal Gross, «Vegans for (And Against) the Occupation», in «Haaretz», 14/11/2013, https://www.haaretz.com/opinion/.premium-vegan-while-occupying-1.5290150.