I “cagnolini” in campagna elettorale. Michela Brambilla, le destre e le istanze animaliste – di N. Bertuzzi e M. Reggio

Pubblichiamo qui un’anteprima dal n. 32 di Liberazioni, in uscita nel mese di marzo.

Scarica la versione in pdf

 

 

 

Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio

I “cagnolini” in campagna elettorale

Michela Brambilla, le destre e le istanze animaliste

 

Introduzione

La differenza fra l’attuale panorama delle lotte per la liberazione animale in Italia e quello del periodo che va, approssimativamente, dagli anni ’70 del XX secolo a sei o sette anni fa sembra suggerire una serie di considerazioni significative. Come in altri Paesi, l’immagine emblematica delle lotte più radicali era, nella prima fase, quella dell’attivista incappucciato con un animale salvato in braccio: una figura eroica, ribelle e compassionevole per la narrazione animalista; un teppista o, peggio, un pericoloso terrorista per la propaganda mediatica. Oggi, la foto più famosa immortala Silvio Berlusconi nel giardino della villa di Arcore che, in una posa grottescamente simile a quella dell’anonimo attivista dell’Animal Liberation Front, abbraccia un agnellino salvato dal macello nel periodo pasquale. Si tratta, certamente, di una delle tante “trovate” di un politico noto per la sua capacità di intuire la sensibilità dell’elettorato e autorappresentarsi in modo conseguente. Tuttavia, la “svolta vegetariana” del leader di Forza Italia nell’inverno 2016 e le successive dichiarazioni della primavera 2017[1], pur aprendo una lunga campagna elettorale, costituiscono il punto di arrivo di una più lunga storia di interesse per le istanze animaliste da parte del suo partito. Bisogna aggiungere che tale interessamento si inserisce in un quadro in cui i temi proposti dall’attivismo antispecista sono sussunti a vario livello dalle destre oppure da forze politiche, retoriche e prassi qualunquiste o populiste. Sommariamente, questi processi di appropriazione possono essere suddivisi in quattro grandi aree: la strumentalizzazione da parte di Michela Vittoria Brambilla e Silvio Berlusconi; le infiltrazioni dell’estrema destra nei movimenti animalisti; il rapporto fra attivismo antispecista e Movimento 5 Stelle; le derive qualunquiste nel discorso pubblico animalista. Ci occuperemo qui, in particolare, della prima, con brevi cenni alla seconda e alla terza[2].

 

«Hanno diritto a una famiglia, alla pappa e a un divano»: gli animali di Forza Italia

Il cambiamento dell’immaginario e del senso comune suggerito dalla raccapricciante analogia fra Silvio Berlusconi e l’attivista ALF non è solo un’istantanea, ma il frutto di un processo di lungo corso che ha condotto una discreta parte di opinione pubblica e di sentire comune a identificare le battaglie animaliste con la persona di Michela Vittoria Brambilla e più recentemente in modo particolare con il Movimento Animalista, di cui è fondatrice e presidente.

Come ogni fenomeno complesso, anche il percorso storico dell’animalismo italiano è stato ed è interessato da numerose variabili che si combinano alle volte in modo imprevedibile e difficilmente spiegabile, a partire dal suo passato remoto e dalla discendenza aristocratico-borghese fino a una certa trasversalità che l’ha da sempre caratterizzato. Si considerino, per citare solo alcuni noti riferimenti, la nascita dell’ENPA come evoluzione dell’“Ente nazionale fascista di protezione animale” oppure le battaglie di Verdi e Radicali per il referendum contro la caccia. L’attualità, tuttavia, merita diverse considerazioni che in parte esulano dalle radici più antiche dell’animalismo: senza svalutare l’importanza delle ragioni storiche, vorremmo concentrarci sul corto-circuito più recente che ha condotto alla nascita e al successo del Movimento Animalista. Il problema a nostro avviso può essere schematicamente diviso in due parti, corrispondenti alle due parole che compongono il nome della formazione (l’appropriazione di una locuzione così generica come “movimento animalista” richiama immediatamente l’operazione con cui fu creata “Forza Italia”). Innanzitutto il concetto di “movimento”. Fra i più discussi e nebulosi termini che popolano il vocabolario della sociologia e della scienza politica[3], protagonista di serrati dibattiti rispetto alla sua effettiva natura e rispetto alle sue caratteristiche strutturali e a quelle congiunturali, un movimento sociale è (o dovrebbe essere) qualcosa di diverso da un partito politico. Tale assunzione è già stata messa in discussione da altre formazioni elettorali, in Italia, su tutti, il Movimento 5 Stelle. Si tratta senza dubbio di casi molto differenti, ma l’appropriazione (ad ogni effetto indebita) del concetto di “movimento” si spiega soprattutto con la volontà di presentarsi quale soggetto scevro dalle dinamiche di palazzo, caratterizzato da una vena a vario titolo anti-politica e da un approccio trasversale ed “ecumenico”.

Il secondo elemento della definizione, l’animalismo, risulta altrettanto problematico. Finora abbiamo utilizzato anche noi questo termine per non aprire la ormai nota questione relativa ai motivi che distinguono (o dovrebbero distinguere) animalismo e antispecismo, aspetti già discussi più volte da diversi autori[4]. È tuttavia evidente che, se di un movimento si può parlare, questo può essere definito in vari modi: antispecista, di liberazione animale o, persino, per i diritti animali. Ma la scelta di abbinare la parola “movimento” all’aggettivo “animalista” risulta al tempo stesso cacofonica per chi abbia dimestichezza con la questione animale ed efficace per un pubblico meno esperto e che si occupa dei non umani in modo sostanzialmente caritatevole, un pubblico che ritiene questa tematica un aspetto isolato rispetto al resto delle questioni politiche e sociali. Di più: in modo probabilmente in buona parte involontario, l’operazione semantica conduce a una limitazione delle caratteristiche “naturali” del movimento e a una loro ridefinizione in termini compatibili con la dinamica dei partiti, della delega e del lobbismo (tutti aspetti che per definizione si interfacciano, spesso in maniera conflittuale, con un movimento sociale, ma che non ne costituiscono l’essenza). Questa operazione comporta inoltre uno sdoganamento e una legittimazione dell’animalismo in senso presuntamente militante e a una volontà di silenziamento o, per lo meno, di accantonamento del frame e delle pratiche antispeciste. Una simile dinamica, evidentemente, non è un’anomalia della galassia che si occupa di diritti animali in Italia: fenomeni analoghi hanno interessato altre istanze, quali ad esempio il femminismo e l’ambientalismo, in vario modo investiti da tentativi di incorporazione da parte di formazioni politiche con scopi elettorali e più in generale da operazioni di pinkwashing e greenwashing analizzate da vari studiosi[5], tra cui gli autori di questo contributo in riferimento a un grande evento come Expo2015[6].

Nel momento in cui scriviamo è difficile prevedere l’effettivo impatto in termini elettorali del Movimento Animalista di Michela Vittoria Brambilla. Dai consueti spot iperbolici di Berlusconi che parlava di un 20% di voti animalisti fino ad alcuni “sondaggi” più recenti che attestavano la formazione al 6-7%, ci pare plausibile e ragionevole (pur consapevoli di un clima elettorale e di una situazione politica estremamente confusi) che tali cifre vadano abbondantemente ridimensionate. Al di là dell’effettivo impatto alle urne, è tuttavia da considerare l’effetto culturale di questa iniziativa, in parte riassunto nelle pagine precedenti e configurantesi come una vera e propria operazione di ridefinizione di un intero campo di lotta e (ri)costruzione di un immaginario politico, che trova evidenti affinità con precedenti espedienti e riposizionamenti del berlusconismo, cui probabilmente si deve l’apparente “immortalità” del Cavaliere di Arcore: dai recenti cambi di rotta rispetto al Jobs Act[7], alle precedenti altalenanti posizioni sui diritti della comunità LGBT[8] e sulla moneta unica[9], per non citare che pochi esempi. Tornando al nostro ambito, anche se sono state fornite differenti spiegazioni rispetto alla “svolta animalista” di Berlusconi (letta da alcuni come mero marketing elettorale, da altri come decadenza hippy, da altri ancora come asservimento senile alla fascinazione di istanze promosse soprattutto da giovani donne di Forza Italia[10]), anche i suoi più strenui difensori non possono negare un certo opportunismo o quantomeno un calcolo elettorale alla base di tale atteggiamento. Tuttavia, nonostante l’evidente natura di “deus ex machina” di Berlusconi e l’importanza del suo endorsement in termini di visibilità, la figura di Michela Vittoria Brambilla è indubbiamente decisiva per la riuscita di tale operazione.

L’onorevole Brambilla, infatti, è attiva da diversi anni nella strumentalizzazione delle istanze animaliste. Ha partecipato, pressoché indisturbata, a diverse campagne di sensibilizzazione e protesta, per certi versi connotate anche in senso radicale, e ha pubblicato nel 2012 un Manifesto Animalista contenente i punti programmatici che caratterizzano la sua visione della questione animale[11]. Si tratta, in sintesi, di una concezione dell’animale pietistica derivata direttamente dal rapporto proprietario che ci lega ai pet, quegli animali – soprattutto cani e gatti – che vivono in appartamento, svolgendo una funzione che si colloca in una zona grigia fra la merce, l’appartenenza alla vita affettiva familiare e il badantato. Tale visione fonda l’azione in favore dei membri di altre specie su un ambiguo sentimento di compassione, sulla buona coscienza individuale. Le rivendicazioni che Brambilla formula sono pienamente compatibili con l’organizzazione della società neoliberista. Esse ignorano scientemente qualsiasi nesso fra lo sfruttamento degli animali e quello degli umani, prefigurando una società molto simile a quella attuale, soltanto un po’ più gentile con le bestie. Questa visione è perfettamente esemplificata da una sua dichiarazione relativa ai cani allevati per la sperimentazione scientifica presso “Green Hill”: «non sono prodotti, come li chiamano i dirigenti della Green Hill, o cavie da laboratorio, secondo me sono cagnolini, esseri che hanno diritto a una famiglia, alla pappa e a un divano»[12]. Ovviamente, tale visione non è particolarmente sorprendente per una deputata di un partito di centrodestra.

A ridosso della Pasqua 2017, poco prima della nascita ufficiale del “Movimento”, Brambilla mostra alle telecamere un Berlusconi intento ad allattare un agnellino salvato dal macello, annunciandone la (presunta) svolta vegetariana. Sembrerebbe, apparentemente, una “radicalizzazione” del leader, fino a quel momento sensibile – almeno a parole – soltanto alle condizioni dei cani e dei gatti. La macchina della propaganda si muove proprio in questa direzione, producendo, ad esempio, un servizio televisivo[13] in cui le immagini della villa di Arcore trasformata in una sorta di arca di Noè vengono giustapposte a quelle della visita di Michela Brambilla a un rifugio per animali salvati dalla macellazione. Anche in questo caso, si verifica una specie di “salto di qualità”: a differenza degli usuali appelli per l’adozione di animali “da compagnia”, contro l’abbandono dei cani o dei reportage presso canili locali, gli operatori e la deputata entrano in un rifugio, un luogo che contesta l’utilizzo degli animali a fini alimentari e promuove il veganismo. In questo modo, una realtà che diffonde quotidianamente un messaggio di liberazione non circoscritto esclusivamente ad alcune specie contribuisce pubblicamente alla nuova campagna elettorale del centrodestra. La svolta, del resto, mostra tutta la sua efficacia proprio all’interno degli ambienti animalisti. Le associazioni più rappresentative scelgono di non aderire ufficialmente al Movimento Animalista di Brambilla, ma le critiche esplicite provenienti dall’ambiente animalista/antispecista[14] sono poche e godono di scarsa visibilità (e, in ogni caso, non sono ben accette da parte dell’ex-ministra, come accaduto per il dibattito svoltosi nel settembre scorso a Milano durante la “Festa antispecista”)[15]. Di più: chi contesta l’operato di questa nuova formazione politica, le sue attività di reclutamento, le offerte di sostegno (evidentemente tutt’altro che disinteressato) a canili, rifugi, associazioni, viene perlopiù accusato di lavorare contro una fantomatica unità degli animalisti.

Michela Brambilla è peraltro un personaggio decisamente controverso, come dimostrano alcuni specifici episodi che l’hanno vista protagonista negli anni scorsi. Ci riferiamo, in particolare, alla sua partecipazione alla campagna “Fermare Green Hill” e al caso giudiziario inerente il canile di Lecco. Senza tornare in modo approfondito sulla questione del canile (che si è configurata soprattutto in termini legali)[16], ci soffermiamo brevemente sul coinvolgimento di Brambilla, anch’esso per altro già abbondantemente analizzato[17], nella campagna “Fermare Green Hill” presso lo stabilimento di cani beagle di Montichiari. La costante presenza dell’ex-ministra ha convogliato sulla campagna una notevole attenzione dei media mainstream: possiamo ricordare il blitz effettuato da Brambilla con immagini di denuncia circa la condizioni in cui vivevano i cani nell’allevamento; la partecipazione ad alcuni cortei organizzati dal “Coordinamento Fermare Green Hill” o da altre realtà; le occasioni pubbliche (quali conferenze stampa) in cui alcuni rappresentanti del “Coordinamento” e Brambilla hanno presenziato in modo congiunto; l’approvazione nel 2013 della legge (che porta il suo nome) che vieta l’allevamento di cani, gatti e primati per la sperimentazione in tutto il territorio nazionale. Va peraltro notato come tale legge, che “vieta” anche la sperimentazione sulle medesime specie animali, salvo comprovate necessità, mostri un carattere sostanzialmente propagandistico, dato che il meccanismo della “deroga” era sostanzialmente già in vigore. Altri gruppi, come “Occupy Green Hill”, che si sono costituiti in fieri, hanno intrattenuto relazioni ancora più strette e conniventi con l’ex-ministra, organizzando cortei, scioperi della fame e altre iniziative piuttosto eclatanti sul piano mediatico in cui il ruolo di Brambilla era decisamente preponderante.

Senza soffermarci in dettaglio su altri aspetti critici che ne caratterizzano l’operato – come la sua attività imprenditoriale nel ramo dell’importazione del pesce surgelato[18] o l’inaugurazione dello zoo “Le Cornelle” –, è evidente che l’attività di contrasto allo sfruttamento animale da parte di Michela Brambilla è del tutto strumentale alla costruzione di un bacino elettorale che altre forze politiche ignorano o faticano a cooptare. La compatibilità delle sue dichiarazioni e proposte legislative con il programma di un partito di destra è costruita, in definitiva, su alcuni semplici elementi: un’attenzione preponderante ai pet (che, dopotutto, sono una proprietà da difendere); un linguaggio pietistico; un approccio trasversale, nonostante l’appartenenza a un preciso schieramento politico, approccio che incontra la sensibilità di una larga fetta di animalisti il cui slogan è “agli animali non interessa se chi li salva è di destra o di sinistra”; una visione securitaria e legalista della lotta al maltrattamento degli animali; una mescolanza di parole d’ordine “radicali” (vegetarismo, abolizione della vivisezione, ecc.) e proposte decisamente moderate.

 

A destra della destra

Non solo la destra moderata di area berlusconiana ha cercato negli ultimi anni di impadronirsi di tematiche animaliste e di capitalizzare la sensibilità zoofila nazional-popolare in termini di consenso. Anche soggetti politici e partitici che rivendicano, o hanno rivendicato, un’afferenza più estremista, caratterizzata nel presente e/o nel passato da posizioni xenofobe ed esplicitamente conservatrici, si sono rincorsi su questo terreno, utilizzando in ambito animalista le strategie di infiltrazione già sperimentate in riferimento ad altre tematiche (sovranità monetaria, diritto alla casa, diritto al lavoro, ecc.). Il principale strumento sembra essere quello della costituzione di singoli gruppi o associazioni che si presentano come “apolitici” per promuovere raccolte fondi per canili, presidi contro la sperimentazione animale o i circhi, conferenze sull’ecologia e lo sfruttamento animale. Fra le formazioni politiche più attive su questo fronte vi è certamente Casa Pound, fatto prevedibile se si considera la natura sfuggente delle posizioni neofasciste di tale partito. Grazie a questa immagine apparentemente esterna ai tradizionali schieramenti ideologici destra/sinistra, Casa Pound ha creato una rete di piccoli soggetti non esplicitamente affiliati al partito in grado di attrarre fette di consenso provenienti dal mondo dell’animalismo zoofilo e, in parte, da quello (almeno esteticamente) più “radicale”. Fra di essi, possiamo menzionare soprattutto “La Foresta che Avanza”, gruppo ecologista e animalista particolarmente attivo e, sulla carta, sostenitore di posizioni radicali in tema di sfruttamento animale (contro l’industria della carne e la vivisezione), un gruppo in grado di intrattenere rapporti di collaborazione con diversi soggetti della galassia animalista, come “I-care network”, o esponenti di grandi associazioni nazionali come ENPA e OIPA[19]. Analogamente, “Lealtà e Azione”, sezione lombarda degli Hammerskin, network internazionale di stampo neonazista, ha dato vita al proprio gruppo animalista, “I Lupi Danno la Zampa”[20]; mentre, nell’area più “istituzionale”, esiste da tempo l’associazione “Memento Naturae”, legata, nei suoi primi anni di attività, ad Alleanza Nazionale[21]. Tali realtà extraparlamentari godono di appoggi nella politica istituzionale tramite figure di raccordo provenienti dall’estrema destra, come nel caso di Massimo Turci, consigliere delegato per la Provincia di Milano ai Diritti degli Animali, vicino a “Lealtà e Azione”. Accanto a tali intrecci politici, si possono evidenziare inoltre le infiltrazioni di tipo ideologico rese possibili dall’esistenza di un’area di pensiero e di militanza che è stata definita “rossobruna” e che ha permesso lo sdoganamento di figure e tesi fascistoidi in diversi ambiti, fra i quali spicca proprio l’ambientalismo a seguito dell’elaborazione delle teorie ecologiste di Alain de Benoist negli anni ’60 in Francia e di quelle di Costanzo Preve in Italia. Un personaggio paradigmatico per la scarsa resistenza che ha trovato negli ambienti animalisti/antispecisti è Alessandra Colla, in passato Direttrice della rivista «Eurasia» e redattrice delle riviste «Orion» e «FascInAzione», attivista negli ambienti del MSI negli anni ’70, e più di recente relatrice a conferenze di “Memento Naturae” e Casa Pound[22] su antispecismo ed ecologia.

Ad ogni modo, i fenomeni di vera e propria infiltrazione si inseriscono in un panorama più generale in cui diversi gruppi non riconducibili in senso stretto all’area neofascista trovano un seguito significativo fra gli attivisti “di base”. Fra questi gruppi, i più longevi sono certamente i “Centopercento Animalisti”, organizzazione radicata nel padovano fin dai primi anni duemila, guidata da Paolo Mocavero, noto dal punto di vista politico per la sua candidatura nelle liste di Forza Nuova. I “Centopercento Animalisti” si caratterizzano per un approccio trasversale, “apolitico” alla questione animale, molto identitario e aggressivo nei toni, privo tuttavia di quelle connotazioni teoriche e ideologiche tipiche dei gruppi esplicitamente neofascisti. L’insulto personale, spesso di carattere sessista, all’avversario politico (esterno, ma anche e soprattutto interno alla galassia animalista), unitamente a una visione forcaiola e machista della lotta politica e alle collaborazioni con gruppi di estrema destra, ne fanno un fenomeno sfuggente, che attrae attivisti politicamente ingenui ma, a livello personale, non necessariamente fascisti o razzisti, e spesso dichiaratamente “di sinistra”. A partire da tale gruppo sono sorti, per scissione o per filiazione, altri gruppi che ne replicano le modalità di lotta, rendendo ancora meno individuabili gli aspetti fascistoidi. Fra questi, si possono menzionare, i “Cani Sciolti”, il “Fronte Animalista”, il “META”, il “PAE – Partito Animalista Europeo”[23]. Secondo modalità ancor meno riconducibili a specifiche realtà organizzate, l’humus dell’animalismo trasversale si dimostra molto fertile se si osserva il “popolo” che si indigna per gli animali sui social network. Gli elementi che, qui, creano i presupposti per una saldatura fra le destre e la sensibilità animalista sono diversi: dall’islamofobia che si esprime nella denuncia della macellazione halal, alla xenofobia che serpeggia nella maggior parte delle espressioni di rabbia contro le pratiche speciste di popoli extraeuropei (un esempio su tutti: i cinesi che “mangiano i cani”); dalla misoginia che colpisce le donne in pelliccia ai toni securitari che improntano le petizioni e campagne contro i maltrattamenti degli animali da compagnia[24].

In tutto ciò, come spesso accade, la sinistra (sia quella istituzionale sia buona parte di quella vicina ad altre istanze progressiste) pare perdere di vista un argomento importante rispetto a cui dovrebbe far sentire la propria voce. Dapprima l’ambientalismo e successivamente l’antispecismo nascono, infatti, come istanze “di sinistra”, soprattutto di una sinistra post-materialista e vicina ai nuovi movimenti sociali. La matrice antropocentrica dei movimenti egualitari di massa sembra però condizionare pesantemente il silenzio sulla questione animale che si registra nei programmi e nelle dichiarazioni dei partiti eredi di tale tradizione, tanto che è lecito affermare che le derive a destra delle istanze animaliste sono frutto (anche) del vuoto di contenuti a sinistra. Negli ultimi anni, timidi riferimenti sono emersi nei programmi di alcune formazioni dall’impatto elettorale poco rilevante[25]. A tal proposito, occorre notare come le prese di posizione di partiti probabilmente non in grado, oggi, di superare lo sbarramento del 3% o, in passato, di condizionare in modo rilevante la vita politica, siano difficili da valutare, se non come dichiarazioni di principio del tutto generiche.

 

Animalismo a 5 stelle

Il Movimento 5 Stelle è una compagine che, come noto, ha assunto e assume posizioni difficili da inquadrare nei classici schemi destra/sinistra (a onor del vero sempre più nebulosi anche riguardo ad altri attori collettivi!) e che si dichiara esplicitamente alternativa alle dinamiche politiche più classiche[26]: infatti, come è noto, il carattere di novità portato dalla compagine grillina è stato dirompente.

Una tipologia formulata in proposito[27] individua quattro principali categorie di elettori 5 Stelle: i seguaci (i simpatizzanti della prima ora), i gauchisti (delusi provenienti da precedenti esperienze variamente “di sinistra”), i razionali (coloro che vedono nel Movimento l’unico argine per scardinare il sistema) e infine i “menopeggio” (i soggetti più propriamente qualunquisti, il cui appoggio ai 5 Stelle spazia dall’odio per i partiti tradizionali a una rassegnazione strettamente confinata dentro l’alveo della democrazia rappresentativa). Seppur con ovvie eccezioni, sembra di poter collocare i soggetti animalisti vicini al Movimento 5 Stelle a cavallo fra queste ultime due categorie, quella dei razionali e quella dei menopeggio. Ciò è emerso anche da una recente ricerca sull’animalismo italiano[28]: alcuni intervistati, infatti, riconoscono di aver avuto un maggior riscontro presso tale formazione rispetto a quanto avvenuto con tutti gli altri soggetti partitici e movimentisti, ravvisando la possibilità di utilizzare il Movimento 5 Stelle quale interlocutore privilegiato rispetto ad alcuni punti specifici e come “ariete” in termini lobbistici.

I dubbi rispetto a un endorsement animalista del Movimento 5 Stelle sono numerosi ma possono schematicamente riassumersi in due aspetti. In primo luogo, è evidente la volatilità delle posizioni di Beppe Grillo e altri esponenti 5 Stelle, «alle volte pubblicamente schieratisi contro la vivisezione e addirittura a favore del veganismo, in altri casi sostenitori di posizioni più tradizionaliste e volte a conservare i privilegi assunti da alcune categorie professionali particolarmente legate al mercato degli animali non-umani»[29]. Questo atteggiamento, d’altra parte, è una costante del Movimento e non una specifica incapacità di formulare un discorso coerente rispetto alla questione animale. Sono le modalità stesse in cui vengono formulate proposte e assunte linee-guida ad aprire la strada a una tale mutevolezza di opinioni, oltre alle differenti provenienze ideologiche di una base così variegata e che di questo pluralismo fa la propria bandiera e il proprio marchio di garanzia. Tuttavia, il dubbio ancor più sostanziale, di natura “astratta” e non riferito a mere questioni elettorali, risiede nella perplessità di una declinazione a-politica dell’antispecismo. È infatti evidente la natura trasversale dell’animalismo 5 Stelle: una possibilità lasciata all’iniziativa del singolo “cittadino” e nulla più. Ancor più della volubilità rispetto ad altri temi (migrazione, ius soli, uscita dall’Euro, ecc.), in questo caso la mancanza di una linea è esplicitamente rimarcata e rivendicata da parte dei pentastellati. L’animalismo e il veganismo sono in sostanza una “buona cosa”, ma in fondo superflua, da affidare alla sensibilità individuale ed eventualmente alle scelte consapevoli dei singoli cittadini-consumatori e che quindi non si configura come posizione politica, nemmeno di carattere moderato.

In un certo senso l’animalismo che simpatizza per i 5 Stelle sta sostituendo quello che tradizionalmente si riteneva vicino alle destre. Il pericolo anche in questo caso è duplice: da una parte riprodurre quello che riteniamo un modo fuorviante di concepire animalismo e antispecismo; dall’altra il potenziale ulteriore sdoganamento di un animalismo di destra, dato che il suo precedente posto è stato in qualche modo occupato da una formazione politica trasversale. In altre parole, se non c’è posto al di fuori dello schema sinistra-destra e se per ragioni evidenti è escluso un antispecismo di sinistra e gramscianamente contro-egemonico, è plausibile che la convergenza di questione animale e approccio “grillino” possa condurre a una maggior visibilità e a un’ulteriore possibilità di rivendicazione da parte di soggetti esplicitamente collocati a destra.

 

Conclusioni

È stato detto più volte che quella animale potrebbe diventare la “questione” del XXI secolo. Al di là dei proclami, è importante predisporre strumenti e idee che consentano di affrontare tale evenienza, se non in maniera ineccepibile, quantomeno nel modo meno dannoso possibile. Il che non significa sottovalutare l’importanza che ha avuto (e in parte ha) un atteggiamento genericamente progressista o anche empatico verso le altre specie. Non è infatti realistico auspicare che tutti coloro che abbraccino una causa siano esegeti, “sacerdoti” o comunque testimoni appassionati della causa in questione. Non è così in altri ambiti e sarebbe naif pensare che possa esserlo in un campo così complesso come quello dei diritti animali. Non riteniamo, dunque, che sia efficace ma nemmeno giusto un atteggiamento identitariamente improntato a un rigore assoluto e a un intellettualismo respingente. È tuttavia altrettanto fondamentale mantenere alcuni elementi ben saldi e non piegarsi all’entusiasmo di un trasversalismo vuoto e totalmente incoerente con i presupposti che guidano l’antispecismo. Le letture qualunquiste della questione animale si caratterizzano, infatti, per una serie di errori concettuali e strategici in grado di aprire la porta alle destre. In primo luogo, ritengono che l’antispecismo debba occuparsi soltanto ed esclusivamente di animali, come se, appunto, anche noi non fossimo tali e, soprattutto, come se l’animalizzazione non costituisse un dispositivo centrale nella distribuzione ineguale del potere e delle risorse. In secondo luogo, secondo tali approcci, i vari soggetti che solidarizzano con gli animali dovrebbero marciare “tutti uniti” per la “causa comune”, negando ogni differenza e possibilità di dialettica. Infine, l’antispecismo sarebbe politicamente trasversale: se Brambilla e Berlusconi prendono le difese degli animali, dovrebbero essere ben accetti, poiché comunque contribuiranno in qualche modo alla loro “salvezza”[30].

Per questi motivi rivendicare la natura “di sinistra”, il carattere di contestazione all’ordine neo-liberale e la genealogia antagonista dell’antispecismo non è un esercizio di stile o un vezzo passatista, ma il necessario baluardo da cui partire per non dimenticare da dove veniamo ma anche e soprattutto dove vogliamo andare. Proprio per la fase potenzialmente favorevole che potrebbe aprirsi, è quanto mai necessario mantenere fermi alcuni imprescindibili presupposti e denunciare qualsiasi deriva qualunquista e superficiale della questione animale. Se non è plausibile immaginare che tutti coloro che si avvicinino anche tangenzialmente alla causa lo facciano in modo egualmente consapevole, è altrettanto importante che quantomeno attivisti e attiviste non cedano a lusinghe o scorciatoie: ci pare questa l’unica strada affinché il fenomeno possa propagarsi presso più ampie fasce di popolazione senza essere radicalmente distorto. In fondo, il passaggio dall’attivista ALF a Berlusconi è avvenuto in un battito d’ali.

 


NOTE

[1] A onor del vero, va precisato che la cosiddetta “svolta” del febbraio 2016 è stata tempestivamente smentita dallo stesso Berlusconi (Luca Romano, «Berlusconi: “Vegetariano? Mai detto, cado dalle nuvole”», «Il Giornale», 24/2/2016). Le dichiarazioni di un anno dopo fanno invece riferimento alla «prima Pasqua vegetariana» del leader di Forza Italia, senza chiarire se si tratta di un vero e proprio cambiamento di regime alimentare.

[2] Per la quarta area, peraltro più sfuggente, rimandiamo a Marco Reggio, «“Essere vegani significa stare vicini alla gente del proprio Paese”», in «Liberazioni», n. 23, 2015, pp. 29-49.

[3] Cfr.: Donatella della Porta e Mario Diani, I movimenti sociali, NIS, Roma 1997; Conny Roggenband e Bert Klandermans, Handbook of Social Movements across Disciplines, Spinger, New York 2017.

[4] Cfr., ad es., Dario Martinelli, «Note sul dibattito animalismo-antispecismo: non proprio in difesa del primo, ma quasi», in «Liberazioni», n. 15, 2013, pp. 59-66; Serena Contardi e Antonio Volpe, «Editoriale», in «Animal Studies», n. 7, 2014, pp. 5-15; Marco Maurizi, «Animalismo o antispecismo?», in «Liberazioni», n. 22, 2015, pp. 33-50.

[5] Cfr., ad es., Peter Dauvergne e Genevieve LeBaron, Protest Inc.: The Corporatization of Activism, Polity, Cambridge 2014; Carrie P. Freeman, «Framing Animal Rights in the “Go Veg” Campaigns of U.S. Animal Rights Organizations», in «Society & Animals», vol. 18, n. 2, 2010, pp. 163-182; David L. Levy e Daniel Egan, «A Neo-Gramscian Approach to Corporate Political Strategy: Conflict and Accommodation in the Climate Change Negotiations», in «Journal of Management Studies», vol. 40, n. 4, 2003, pp. 803–829.

[6] Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio, «No Expo e antispecismo: un incontro mancato», in «Liberazioni», n. 22, 2015, pp. 51-68.

[7] Cfr., ad es.,: «Lavoro, Berlusconi ci ripensa: no ad abolizione “Jobs Act”, va bene su art.18», «Rainews», 10/1/2018.

[8] Cfr., ad es., «Silvio ci ripensa: “Sì alle adozioni gay”», «Il Tempo», 21/1/2016.

[9] Cfr., ad es., «Quando Silvio diceva “Via dall’euro”», «Il Tempo», 25/6/2016.

[10] Cfr. Giuliano Lebelli, «La decadenza hippy di Berlusconi: dopo i diritti gay, scopre l’animalismo», «Il Primato Nazionale», 23/2/2016.

[11] Michela V. Brambilla, Manifesto animalista, Mondadori, Milano 2012. Per una disamina critica del testo, cfr. Aldo Sottofattori, «Le ambiguità di un “non-manifesto”: Michela Brambilla e l’animalismo», in «Liberazioni», n. 15, 2013, pp. 88-93.

[12] «La Brambilla al parco con i beagle», Repubblica.it, 8/5/2012.

[13] «Dalla parte degli animali», Rete4, puntata del 27/5/2017.

[14] Oltre la Specie, «Siete stat* al “battesimo politico” del Movimento Animalista di Berlusconi e non lo sapevate…», 30/5/2017.

[15] «L’on. Michela Brambilla diffida il dibattito della Festa Antispecista a Milano», Vegolosi.it, 15/9/2017.

[16] Si ricorderà come il canile venne affidato alla LEIDAA nel 2002 senza gara d’appalto e con un importo ben superiore a quello consentito per gli appalti pubblici; dopo la denuncia effettuata dall’associazione “Freccia 45” riguardo le condizioni di vita dei cani ospitati nella struttura e la malagestione di denaro pubblico, l’associazione della deputata non si ripresentò per l’affidamento del canile, una volta scaduta la licenza. Tuttavia, con pronunciamento avvenuto a luglio 2015, il tribunale di Lecco assolse da tutte le accuse Michela Vittoria Brambilla, riconoscendo colpevole “Freccia 45” e la sua presidente Susanna Chiesa di diffamazione.

[17] Cfr., ad es., Marco Reggio, «Green Hill: un caso su cui riflettere», in «Liberazioni», n. 10/2012, pp. 50-57; Antonio Volpe, «Il regalo avvelenato della Regina Brambilla (o della macchina in arresto)»; Marco Reggio, «Antispecisti neri? Parliamone».

[18] Cfr. Antispefa, «Michela Brambilla animalista?», https://antispefa.noblogs.org/michela-brambilla-animalista/.

[19] Antispefa, «Conoscerli per isolarli: La Foresta che Avanza».

[20] Antispefa, «La maschera animalista dei fascisti del III millennio».

[21] Antispefa, «Conoscerli per isolarli: Memento Naturae».

[22] Antispefa, «Conoscerli per isolarli: rossobrunismo e predecessori ecologisti di destra». Alessandra Colla è stata a lungo redattrice del blog antispecista «Asinus Novus», prima, e «Gallinae in Fabula», successivamente.

[23] Antispefa, «Conoscerli per isolarli: Centopercentoanimalisti e loro deviazioni». Sul PAE, cfr.: Antispefa, «Conoscerli per isolarli: il PAE».

[24] Per un’analisi più dettagliata, cfr. Marco Reggio, «“Essere vegani significa stare vicini alla gente del proprio Paese”», in «Liberazioni», cit. Per un’analisi delle tendenze forcaiole e di costruzione del capro espiatorio in ambito animalista, cfr. Antonio Volpe, «Mostri animalisti», in «Liberazioni», n. 10/2012, pp. 58-64.

[25] È il caso de «L’Altra Europa con Tsipras» e del «Partito Comunista dei Lavoratori» alla precedente tornata elettorale, e di «Potere al Popolo» in quella che si avvicina. Per avere un’idea di quanto questi riferimenti siano moderati, si veda il programma di «Potere al Popolo» che, dopo aver sottolineato gli aspetti problematici della caccia (peraltro solo gli aspetti relativi alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente), si limita a proporre una «regolamentazione/diminuzione dell’attività venatoria con aumento di divieti e controlli su tale attività», prefigurando addirittura un passo indietro rispetto all’opinione pubblica e alle battaglie di forze politiche e associazioni dagli anni ’80 ad oggi.

[26] Per un’analisi della “natura” politica dei 5 Stelle, cfr., ad es., Roberto Biorcio e Paolo Natale, Politica 5 Stelle, Feltrinelli, Milano 2013; R. Biorcio, Gli attivisti del Movimento 5 Stelle. Dal web al territorio, Franco Angeli, Milano 2015; Lorenzo Mosca, «Il Movimento 5 Stelle e i conflitti locali», ne «Il Mulino», n. 2, 2014, pp. 223-230.

[27] R. Biorcio e P. Natale, Politica 5 Stelle, cit.

[28] Cfr. Niccolò Bertuzzi, I movimenti animalisti in Italia. Strategie, politiche e pratiche di attivismo, Meltemi, Milano 2018 (in corso di pubblicazione).

[29] Ibidem.

[30] Rientra evidentemente in questa logica l’iniziativa dell’associazione “Essere Animali” che ha chiesto ai sei maggiori partiti candidati alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 l’impegno a sostenere una proposta di legge per l’abolizione degli allevamenti di visoni: in cambio, le forze politiche che aderiscono all’iniziativa godono della visibilità che l’associazione può loro offrire con i canali social e web (ad oggi, oltre a Liberi e Uguali, Movimento 5 Stelle e PD, Essere Animali ha pubblicizzato le prese di posizione favorevoli di Forza Italia e di Fratelli d’Italia).