Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 

Donne, neri e l'American nightmare
L'autocelebrazione della democrazia totalitaria

Per chi osservasse lo scenario politico degli ultimi mesi a partire dalla sua auto-rappresentazione, ovvero dalla sua immagine ufficiale e dalle sue parole d'ordine, sembrerebbe di essere di fronte a cambiamenti "epocali". Non si pretende qui dare una lettura complessiva della fase politica attuale ma solo fornire qualche spunto di riflessione per chi persegue un'ottica di cambiamento radicale dell'assetto sociale attuale per gli umani e i non umani.

Il centro dell'impero – gli Stati Uniti – vedono per la prima volta un inedito duello per la presidenza tra una donna e un afroamericano: una manna dal cielo per gli elettori liberal, già impegnati a chiedersi se per gli USA sia più importante una vittoria sul sessismo o sul razzismo, certi comunque che nell'un caso come nell'altro si tratterà di una vittoria "storica".
In effetti, terminata l’era Bush, che ha condotto per 20 anni gli USA ad una condizione di guerra permanente, prima fuori dai propri confini, poi dal 2001 anche dentro, il popolo americano si è ritrovato a dover affrontare una grave crisi economica, un progressivo smantellamento dello stato sociale, una sostanziale costrizione dei diritti individuali. Possiamo dire che a tutti gli effetti si è assistito al definitivo sgretolamento dell’immagine degli USA come portatore sano di democrazia, e al crollo, nell’immaginario nazionale e mondiale, del mito dell’American Dream. Il popolo americano si è svegliato accorgendosi di stare vivendo un incubo: l’America, da terra paradisiaca di opportunità, speranza e libertà, si è trasformata nel regno infernale del Patrioct Act, delle Assicurazioni sanitarie private, del mercato omnipervasivo, della guerra prima preventiva e poi permanente.
In tale panorama, la campagna per le presidenziali americane non poteva che svolgersi sul tema del cambiamento. Un cambiamento, però, come ormai sempre più spesso accade in occasioni elettorali, che sa di apparenza camuffata da evento storico, come abilmente sa fare solo il teatrino mediatico della politica.
Dietro, infatti, i volti del rinnovamento e del possibile riscatto delle minoranze, che bene si prestano a far presa su una nazione in disfacimento, si nasconde – e neanche tanto – una continuità con le politiche recenti. Non si può, infatti, trascurare che Hillary Clinton sia di fatto il semplice amministratore delegato di un consorzio politico-affaristico già visto all'opera durante la presidenza del marito e che la sua amministrazione rosa non sarà che una prosecuzione androgina della precedente; così come non si può trascurare che Barack Obama si sia già impegnato negli scorsi anni in attività legislative di "miglioramento della sicurezza dei confini" e di "riforme sull'immigrazione", compresa l'erezione di una barriera fisica e tecnologica di contenimento dell'immigrazione messicana, che lasciano intendere quale sarebbe la sua politica in questo campo in caso di una sua eventuale elezione alla presidenza; e tra l’altro lasciano perplessi le sue dichiarazioni sul rendere obbligatoria l'assicurazione sanitaria (che in America, ricordiamolo, è privata) per tutti i minorenni, con la clausola illusoriamente garantista del supporto di finanziamenti pubblici per le famiglie meno abbienti, ottenuti però dalla riduzione delle agevolazioni per i redditi più alti e non, come ci si sarebbe aspettato, dalla riduzione della spesa militare. Non si può non osservare, infatti, che nessuno dei due candidati abbia le credenziali per potersi legittimamente presentare come candidato "contro la guerra" e che entrambi stiano di fatto cavalcando l'onda di un insuccesso di Bush, piuttosto che assumere un'ottica di critica radicale della guerra in quanto tale e della politica estera americana dei decenni passati. Ne sono un chiaro segno le dichiarazioni sul progressivo abbandono del fronte iracheno (entro il 2010 Obama, entro il 2013 la Clinton), ma non del fronte Afgano, giustificate da Obama con la necessità di recuperare le risorse militari, sottratte dalla guerra in Iraq, necessarie a proseguire la ricerca di Bin Laden. Colpisce molto il fatto che tutte le rivelazioni degli ultimi tempi sulle menzogne che il governo Bush ha superbamente congegnato per avviare la guerra preventiva, siano ignorate così spudoratamente dai “nuovi” candidati. A ulteriore conferma del fatto che non c’è alcuna volontà di cambiare rotta rispetto la politica estera del repubblicano conservatore più bugiardo del west, sono le dichiarazioni sulla crisi con l’Iran. Hillary Clinton, ad esempio, pur auspicando una soluzione diplomatica, non esclude l’impiego della forza, se sostenuta dal Congresso. Barack Obama, invece, parla di uso della forza solo in casi estremi. Eppure, la recente inclusione della divisione "Quds" – sebbene l’intenzione di Bush era relativa all’intero corpo militare iraniano – dei Guardiani della rivoluzione (cioè l’esercito regolare creato subito dopo la rivoluzione khomeinista) tra le organizzazioni terroristiche, sottoscritta da Barack Obama e Hillary Clinton, la quale esclude tra l’altro la possibilità di incontrare il Presidente Mahmoud Ahmedinejad, sembrano muovere passi diversi da quelli del dialogo e della diplomazia.  E non si può, infine, dimenticare che le politiche guerrafondaie americane degli ultimi decenni hanno contribuito in maniera esponenziale al rafforzamento del potere religioso-militare negli “stati canaglia”.
La vittoria dell'uno o dell'altra, in definitiva, avrà l'effetto di sostituire semplicemente la faccia che deve rappresentare gli interessi americani nel mondo, interessi che sono poi quelli delle corporations, cui si dovrà, volenti o nolenti, rendere conto. Interessi privati che hanno superato i confini nazionali per proiettare il loro potere finanziario, e di conseguenza la loro capacità di manipolare le politiche nazionali, su scala transnazionale e sovranazionale, fatta di accordi sottobanco e di pressioni lobbistiche.
Riconoscere questo significa ammettere che la politica liberal, fatta di battaglie civili e campagne di opinione, si muove in una dimensione di pura apparenza che lavora di fatto al mantenimento dello status quo, incapace com'è di aggredire i gangli del potere economico-militare.

Ciò dovrebbe far riflettere anche chi si illude che la lotta per i diritti animali possa realizzarsi come prosecuzione e allargamento delle battaglie per i diritti civili. Anche se fosse possibile giungere ad un qualche risultato sostanziale su questo fronte (il che è escluso perché gli animali, a differenza delle minoranze razziali e delle donne, non possono essere cooptati nella gestione del potere), si tratterebbe di una vittoria di Pirro, poiché costringerebbe chi lotta in favore degli animali ad adattarsi all'agenda delle multinazionali, la cui azione a lungo raggio è per definizione un'azione che mira allo sviluppo delle forze produttive e che, dunque, non può tenere conto degli interessi del pianeta e dei suoi abitanti.

Nella bassa, anzi bassissima, periferia dell'impero si assiste invece al "terremoto" della caduta del governo Prodi e l'annunciato ritorno di Berlusconi alla presidenza del consiglio, con sommovimenti partitici ed elettorali che stanno ridefinendo lo scenario politico che predomina da quasi quindici anni. C'è una forte spinta – non sappiamo quanto effettivamente realizzabile – verso la costruzione del "bipartitismo" all'americana. Da un lato, il definitivo traghettamento di uno spezzone del vecchio PCI (e di grossa parte della sua base elettorale) al centro, con la creazione di un partito che è sia programmaticamente sia nella sua composizione di apparato un mostro privo di una qualsiasi connotazione politica. Un partito che non è né riformista né conservatore, né laico né cattolico, né alcuna cosa che potrebbe legare il partito stesso ad una decisione da prendere o ad un'identità da rispettare: l'essenza stessa del politicismo auto-referenziale e dell'amministrazione dell'esistente che trascina nella sua deriva anche parte degli apparti che fino a qualche anno fa pretendevano "dialogare" col movimento (su questo cfr. l'editoriale del n.3, Dal Manifesto ai manifesti. Il crepuscolo simbolico della sinistra). Dall'altro lato, Berlusconi continua a risorgere (e a ringiovanire) come polo di attrazione dei conservatori, innescando un analogo processo di semplificazione a destra con la definitiva cooptazione di Fini nel PdL: coronamento di quel processo di sdoganamento dell'ex leader missino compiuto da Berlusconi stesso nei primi anni '90 e che prelude, probabilmente, al suo incoronamento a futuro premier. Sbaglierebbe però chi, basandosi su mere geometrie parlamentari, giudicasse questa riorganizzazione complessiva dello scenario politico come un movimento generale verso il centro. Tali spostamenti elettorali e partitici non possono nascondere gli effetti di medio e lungo periodo del governo Prodi, che ha fatto scivolare il paese su una pericolosa china verso destra. Con ciò non ci riferiamo alle politiche economiche (che si qualificano nell'un caso come nell'altro sempre come filo-padronali) quanto al rapporto tra stato e società civile. Lo scenario in cui si muoverà e si sentirà legittimato il prossimo governo di destra sarà quello creato dall'Unione, uno scenario caratterizzato dalla barbarie dei pogrom contro i rumeni, dal pesante intervento del potere esecutivo sul potere giudiziario, dal tentativo di controllo dell'informazione (in primis, ma non solo, sulla cronaca giudiziaria) e dalla legittimazione dell'intervento vaticano su qualsiasi aspetto della vita civile con tanto di linciaggio mediatico per i dissidenti. Fenomeni inquietanti che disegnano un panorama repressivo e reazionario per il quale non sarà certo l'attuale inamovibile casta di intoccabili che l'ha prodotto ad offrire soluzioni.

L'americanizzazione all'italiana presenta, è vero, tratti caratteristici (ad es. l'ingerenza vaticana) che la fanno apparire particolarmente reazionaria e pericolosa, ma sbaglierebbe chi ritenesse che si tratti di "detriti" storici cui un capitalismo avanzato e moderno potrebbe porre fine se agevolato nella sua dinamica di "modernizzazione". In realtà, non solo il capitalismo ha sempre mostrato di poter tranquillamente convivere e ibridarsi con qualsiasi configurazione sociale e culturale, ma esso stesso mostra – se osservato nella sua incarnazione al centro dell'impero – di essere entrato in una fase che potremmo forse definire neo-totalitaria. La sarabanda mediatica che non cessa di martellarci con la sua pervasività, creando gli "eventi" cui è costretta ad indirizzarsi la discussione politica, non è che la copertura di una riorganizzazione delle elite politiche ed economiche che si preparano a fronteggiare i nuovi, inquietanti scenari internazionali. Ben prima del 2001 la politica estera internazionale si è manifestata sempre più esplicitamente come politica di potenza e aggressione diretta legata agli interessi di un imperialismo policentrico (Usa/Giappone, Europa, Russia, Cina) pronto a giustificare i propri interventi sotto l'aspetto di politiche umanitarie. A ciò fa da contraltare la tendenza alla trasformazione pubblicitaria della "politica", e del suo contenitore istituzionale: la "democrazia", in fenomeni "partecipati". La "democratizzazione della democrazia" è oggi il nome sotto cui passa la sua assoluta negazione. La rappresentazione del consenso si fa tanto più forte quanto più è autocratica la gestione del potere, la chiusura delle caste economiche, politiche e sindacali. Lo si è ben visto in Italia con l'importazione dello strumento "primarie" che deve limitarsi a sancire – grazie ad una sapiente campagna mediatica – decisioni già prese a livello di vertice. Laddove il consenso popolare manca e non è possibile camuffarlo, lo si aggira (come testimoniano l'esito negativo dei referendum francese (cfr. Pignataro A., La Costituzione europea, ovvero il dispotismo "illuminato" dei liberisti europei, in «Liberazioni», n.1) e olandese sulla Costituzione europea e il recente accordo europeo sul trattato di Lisbona). Osservata nel suo complesso e nelle sue tendenze di sviluppo l'attuale configurazione istituzionale merita forse il nome di "democrazia totalitaria". Certo, stabilire un confronto diretto tra il fascismo e la democrazia attuale è arduo sotto molti punti di vista e il tentativo di definire la società attuale come totalitaria può apparire forzato. Ma se per "totalitarismo" si intende il fatto che un potere autocratico pervade tutti gli aspetti della vita privata, ci rendiamo conto che ciò che siamo abituati a chiamare "totalitarismo" non è che la versione rozza di un modello di gestione dell'esistente che oggi rischia di compiersi in forma surrettiziamente perniciosa e che forse giunge a perfezionamento. La società attuale (specista, sessista, razzista, classista e guerrafondaia) si autoproclama "modello" di sviluppo universale, erigendo recinzioni a protezione delle fasce via via più privilegiate, ma stando bene attenta a che gli ultimi si combattano tra loro e non abbiano accesso alle leve del potere se non tramite previa cooptazione e neutralizzazione. Essa si configura come totalitaria perché rispetto all'ordine simbolico che essa produce e diffonde, non c'è alcun fuori che possa fungere da istanza di critica. Il primo compito di chi intende rovesciare tale stato di cose è dunque rendere pensabile questa alterità simbolica, l'emancipazione radicale dal dominio in ogni sua forma. Il secondo compito è di avere piena consapevolezza che mettere in pratica tutto ciò potrebbe portarlo ad uno scontro con quello che si configura sempre di più come uno Stato di Polizia Universale.