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L'inquisizione del nuovo millennio

Pochi di fronte alla scena del processo dinanzi al Doge de Il Mercante di Venezia, recentemente immortalato in un notevole film in costume, avranno pensato, non ad una favola, ma alla normale condizione che alimenta la civiltà giuridica sin dai tempi delle origini.

La pretesa dell'ebreo Shylock appare quanto di più crudele possa immaginarsi: il prelievo di una libbra di carne dal corpo del cristiano Antonio, come interesse per una somma non restituita nei termini previsti. L'ebreo-belva appare in tutta la sua mostruosità con una pretesa che rischia di condurre a morte l'incauto Antonio il quale, per una serie di incredibili avversità, non ha potuto onorare le condizioni del prestito. La perversità, che nel film gronda dalla magnifica interpretazione di Al Pacino, è messa vieppiù in evidenza dall'arringa di Porzia; la donna, causa indiretta della storia e sotto le mentite spoglie di dottore della Legge, invoca con una commovente arringa la rinuncia a una tale crudele pretesa in nome della dolcezza dei costumi umani e in cambio di una somma doppia di quella prestata. Ma l'odio, umanamente sbagliato sebbene costruito su una serie infinita di vessazioni subite sia dall'ebreo che dalla sua comunità, spinge Shylock a non sentire ragioni e a pretendere di portare a fondo la sua pretesa: dura lex, sed lex. Ma il povero non sa che la Legge è dura quando riguarda gli altri, non i fondatori e i rappresentanti della Civiltà Cristiana, la civiltà che da secoli continua a depredare tutto il mondo per innalzare sulla violenza la sua "luminosa grandezza". E così il "perfido" si trasforma in vittima mentre il dottore della Legge che invocava la dolcezza dei costumi umani subito l'abbandona e, con una trovata ignobile tipica della splendida capacità del Potere di rovesciare i significati delle sue insulse espressioni, annienta il povero Shylock che non può più, in virtù dell'indegno cavillo, appellarsi all'evidenza della legge.

Shylock al mercatoLa Legge è Legge, ma solo quando vogliono loro. Da decenni l'Occidente ha sostenuto che una serie di principi godono di valore assoluto e irrevocabile: i diritti umani. Sbandierando questa vuota espressione, la Peste della Storia, è riuscita a liberarsi delle prime claudicanti esperienze del socialismo sollecitando il senso di colpa in anime belle e frastornate che avrebbero dovuto reagire in modo ben diverso a vili provocazioni. Ma a lavoro compiuto, cancellata l'idea stessa della possibilità di una società diversa, quando i nodi di uno sviluppo ineguale e malsano vengono al pettine e si scontrano con una ideologia-religione troppo reattiva, anziché insistere sui diritti umani per renderli pratica universale, ecco che si strappa il velo dell'ipocrisia e i famosi diritti possono essere dichiarati inadatti alle nuove circostanze. La presunzione di innocenza, il diritto a un giusto processo e alla conoscenza delle ragioni per cui è intentato, la ripulsa per la tortura, gli arresti arbitrari, tutto questo finisce per essere travolto con il pretesto di circostanze speciali.

Tale è la dimostrazione che viene proposta dalla Gran Bretagna per mezzo del "Pacchetto Blair". Quando il Governo Britannico progetta la possibilità di estradare i sospetti in paesi nei quali si pratica la tortura, non dimostra di fare scempio dei principi tanto sbandierati dei diritti umani? Quando considera la possibilità di disdettare l'articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani – che appunto prevede la condanna della tortura e del trattamento inumano – non mostra di essere incamminato sulla strada degli Stati Uniti e della esperienza di Guantanamo "illuminata" dalla concezione neobarbarica del "nemico combattente illegale" che toglie copertura legale ad esseri umani? E considerando la possibilità di riadottare successivamente la Convenzione senza l'articolo 3, non dimostra di concepire il Diritto al contrario di come è sempre stato proclamato: non come un sistema universale di regolazione delle relazioni tra gli uomini sacro e inviolabile, ma come un semplice paravento da rimuovere quando l'occasione lo rende opportuno?

Come se ciò non bastasse si profila la possibilità di prolungare fino a tre mesi il periodo di custodia presso la polizia. Di questi giorni è l'innovazione legislativa che associa allo stesso reato delle associazioni bandite chiunque si lasci scappare una qualsiasi giustificazione del terrorismo: il parlamento britannico ha infatti approvato una legge (votazione: 300 contro 299) che permette di incriminare chiunque esprima solidarietà con azioni terroristiche. Una lesione particolarmente inquietante del diritto di opinione cui si associa il sospetto che per "terrorismo" possa intendersi anche chi tira una pietra contro una vetrina di McDonald's o incendia auto in periferia.

Si comprende bene come una legislazione del genere possa poi essere usata a trecentosessanta gradi considerando la facilità con la quale tale etichetta viene appiccicata a frange di pacifisti, protestatari e disobbedienti vari. Quali movimenti potrebbero cascare sotto la mannaia delle norme ipotizzate? Il Manifesto, che probabilmente attinge a fonti estere, non ha dubbi: "...Potrebbero essere coinvolti anche gruppi che non hanno niente a che fare con l'estremismo islamico, ad esempio organizzazioni di animalisti" (Il Manifesto. 7 agosto '05). Certo, chi sarà sorpreso a liberare visoni non potrà essere spedito in luoghi che rischiano di diventare le succursali estere della giurisdizione inglese – per esempio in Egitto o Tunisia o Marocco – per essere "giustamente" punito. Ma sprofondare in un carcere britannico per 10 anni o più è un rischio talmente elevato che impone di riconsiderare nel nuovo orizzonte planetario della lotta al terrorismo anche i sistemi di lotta per la liberazione animale.

Il nuovo ordine mondiale che ha avuto il suo battesimo del fuoco con l'abattimento delle Twin Towers impone due riflessioni centrali al movimento antispecista, nella misura in cui questo aspira ad essere una forza che mette in discussione alla radice l'ordine di cose esistenti.

1) Il definitivo abbandono della teoria dei "diritti animali". I recenti fatti dimostrano senza ombra di dubbio ciò che la filosofia politica più attenta aveva già registrato da un pezzo: viviamo di fatto in un'epoca post-liberale. Il cambiamento strutturale dello stato di diritto di stampo liberale è cosa assodata al più tardi dalla fine della seconda guerra mondiale e del suo stato di guerra permanente non dichiarata. Ma già prima, con l'insorgere delle società di massa, l'esautorazione del libero mercato, la burocratizzazione della vita civile – in una parola, ciò che Adorno e Horkheimer chiamavano il "mondo amministrato" (una realtà che accomunava, al di là delle differenze ideologiche di superficie, regimi diversi come il nazionalsocialismo, la russia stalinizzata e le socialdemocrazie occidentali) – si era inflitto un colpo mortale alle libertà civili, rendendole mero involucro di una realtà oppressiva e onnipervadente. Il diritto, da sempre copertura istituzionale dell'interesse del più forte, è ora più che mai svelato come inganno di massa (si predica la democrazia a mano armata per gli altri mentre si riduce quella propria). In uno scenario in cui gli stessi diritti umani vengono platealmente smascherati per la carta straccia che sono, ogni tentativo di scrivere una carta dei diritti animali suona non solo anacronistica ma del tutto fuori dal mondo.
2) La consapevolezza che il nuovo scenario porrà sempre più, volenti o nolenti, il movimento in una zona di illegalità potenziale cui non sarà facile, né forse auspicabile, sottrarsi. Perché delle due l'una: o si china il capo di fronte all'offensiva terroristica di stato e, dunque, si rinuncia a porre le domande più radicali in favore dell'attendismo e del riformismo (il che, per una lotta costitutivamente radicale qual è quella antispecista coincide, in sostanza, con un suicidio); oppure ci si prepara ad assumere in piena consapevolezza e dotandosi degli strumenti adeguati la nuova veste di soggetto scomodo. In altri termini si passa alla costruzione di un movimento coerentemente rivoluzionario o, comunque, radicalmente anti-istituzionale.

Certo, è possibile che spazio di manovra ancora si dia o sia possibile costruirlo. Le nuove norme sono ancora allo studio e gli anticorpi che la società liberale possiede e che sono la sua forza – l'ipocrisia è la sua forza – potrebbero attivare una qualche reazione capace di sospendere la tendenza in atto. Ma non ci si illuda; pur sempre di tendenza si tratta. Il mondo sta incamminandosi a lunghi passi verso una instabilità globale; a fronte di cataclismi derivati dalla complessificazione dei sistemi umani e dalla parallela incapacità di gestirli, emergeranno mostri giuridici di fronte ai quali quelli prefigurati da Blair sono pagliuzze. Inoltre, la natura specista della civiltà umana non avrà remore a trattare l'antispecismo come una forma di terrorismo e ad applicargli le nuove leggi che i parlamenti produrranno sotto "stato di necessità".

Vale osservare comunque che attività "repressive" verso il movimento antispecista si stanno manifestando in luoghi diversi e con varie intensità anche senza quello che oggi è costituito dal grazioso contributo dell'estremismo islamico e domani da chissà cos'altro. Anche questo dovrebbe condurre a una riflessione su come il movimento debba attrezzarsi per ridure al minimo i danni massimizzando nel contempo gli effetti della sua azione.

Cogliere per tempo queste tendenze, comprendere quali risultati possano derivare per il movimento antispecista dai movimenti tellurici causati da istituzioni umane impazzite significa lavorare per i successi futuri.