Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 

Referendum: in nomine patri...

Il referendum del 12-13 giugno sulla procreazione assistita è apparso a molti come l'evento politico che ha ridisegnato gli equilibri ideologici del paese; in particolare la sconfitta del Sì sembra segnare una battuta di arresto del fronte "laico" e aprire la strada alla controffensiva cattolica. Prima di rassegnarsi ad un simile scenario apocalittico è forse utile un'analisi del voto e chiedersi: perché il fronte laico appare oggi sconfitto e perdente?

Una possibile risposta è: perché, nonostante quanto affermato dai promotori del Sì, la battaglia che abbiamo visto svolgersi durante la campagna referendaria non ha visto lo scontro tra la civiltà e l'oscurantismo ma tra due forme contrapposte di ideologia. Il laicismo stesso, lontano oramai dalle battaglie di democrazia e dalle conquiste civili del passato di cui ancora si fregia per fini propagandistici, si è trasformato in ideologia appiattendosi sulle parole d'ordine del progresso e della competitività. Lo dimostra il fatto che nella bufera elettorale non è stato possibile fare emergere alcuna voce critica e di dissenso rispetto alla "linea" del Sì. E ciò non è dovuto solo alla natura "booleana" dello strumento referendario ma alla strategia elettorale dei comitati per il Sì, affidata unicamente a semplificazioni e parole d'ordine che hanno ispirato diffidenza in molti di coloro che naturalmente si sarebbero collocati all'interno di una posizione laica e progressista. Quando lo slogan sostituisce il pensiero non c'è laicismo che tenga: si è già nel campo del dogmatismo.

Per molti, sostenere il Sì significava evidentemente opporsi ad una opzione ideologica antimoderna, antiscientifica e antidemocratica. Eppure questa intenzione è stata strumentalizzata e trasformata in un assenso acritico ad una generica idea "progressista" che, in realtà, sosteneva una Weltanschauung scientista e interessi economici non trasparenti. Il fronte del Sì faceva infatti appello a quella parte della società sensibile al valore storico dell'impresa scientifica moderna come fattore di emancipazione sociale e culturale; ma la scienza come fatto storico e come istituzione non coincidono: anzi, il valore della scienza viene contraddetto e si riduce a mera copertura, nel momento in cui è sbandierato da istituzioni che perseguono in realtà interessi personali (di tipo carrieristico ed economico).

Un esempio eclatante del modo in cui i sostenitori del Sì hanno ignorato la necessità di una corretta informazione è stata la questione della cosiddetta "clonazione terapeutica": nei materiali divulgativi essa non è stata mai focalizzata e spiegata nel modo opportuno ma occultata dietro allo slogan demagogico della ricerca di nuove cure per gravi malattie. La verità è che tali cure, nel caso arrivassero a venir praticate con successo, comporterebbero l'autoclonazione del malato, attraverso la produzione di un suo embrione-clone, dal quale far riprodurre le cellule staminali necessarie alla sua guarigione. Nessun testo, nessun volantino, nessuna sintesi dei quesiti referendari ha affrontato questo tema; nel corso di un dibattito pubblico, ad una nostra richiesta esplicita di un chiarimento in proposito, ci è stato risposto semplicemente che "la clonazione terapeutica è diversa dalla clonazione riproduttiva" e che l'abrogazione della legge non avrebbe comportato la produzione di nuovi embrioni. La prima risposta veniva offerta come autoevidente nonostante sia chiaramente problematica; la seconda era parzialmente falsa, cosa che abbiamo scoperto a referendum concluso. In definitiva, di fronte alle accuse dei sostenitori della legge 40 di voler aprire la strada alla clonazione umana, i promotori del referendum non hanno saputo fare altro che occultare le doverose spiegazioni relative all'abrogazione dei commi della legge che avrebbe permesso la clonazione terapeutica, preferendo invece la scorciatoia dello slogan della libertà di ricerca e dello scontro di civiltà.

Per chi poi come Liberazioni lotta anche contro il pregiudizio di specie, il referendum ha reso ancora una volta evidente la difficoltà, se non l'impossibilità, di operare delle scelte etiche e politiche significative all'interno di una società specista che condiziona e distorce alla radice tutte le alternative: l'ideologia della "libertà di ricerca" sostenuta dai comitati per il Sì implicava infatti la prosecuzione dell'utilizzo indiscriminato di soggetti non umani nella pratica sperimentale e la messa a tacere di ogni possibile critica al riguardo; d'altra parte, i difensori della legge 40 propugnavano una ideologia della "vita" che, lungi dal preoccuparsi realmente della vita in tutte le sue forme, si preoccupava degli interessi della sola vita umana. Molti antispecisti hanno deciso di astenersi in nome di una posizione realmente e sinceramente biocentrista. Ora, non solo dal punto di vista dell'eguaglianza animale, è ozioso preoccuparsi della vita di embrioni umani di fronte al quotidiano massacro indiscriminato di milioni di esseri non umani già formati, adulti e senzienti. Ma soprattutto, il biocentrismo nella sua versione aspecista ha esso stesso sovente assunto una veste antimoderna analoga a quella specista. Fondandosi su una distinzione astratta e arbitraria tra ciò che è "naturale" e ciò che è "artificiale" -- dunque tra ciò che è lecito fare e ciò che non lo è in quanto contro natura -- il biocentrismo sia nella versione specista che antispecista guarda con sospetto alla tecnologia come intervento di manipolazione di un presunto ordine naturale. Ciò ha comportato, anche da parte di antispecisti, prese di posizione retrive e censorie da un punto di vista sociale, ovvero repressive nei confronti delle coppie sterili, in particolare delle donne che ricorrono alla procreazione assistita (per non parlare del pericolo latente in ogni presa di posizione biocentrista, ovvero la messa in discussione del diritto all'aborto).

Il rischio nell'attuale fase storica è che il cattolicesimo funga da catalizzatore per forze che si pongono invece potenzialmente in contrasto con lo stato di cose attuale, che esso appaia come fonte di "valori", che si faccia paradossalmente paladino della critica alla società approfittando dell'appiattimento del laicismo sull' american way of life . E non si può nascondere che l'idea della procreazione assistita come soddisfacimento di una libertà sfrenata e priva di vincoli e valori sia passata in primo piano nell'immaginario collettivo rispetto alla questione dei diritti e dell'autonomia di scelta. Non pochi anarchici e simpatizzanti di sinistra hanno espresso contrarietà rispetto alla prospettiva di una filiazione eccessiva e "facile": se da una parte questa posizione rifletteva una giusta preoccupazione rispetto alla sostenibilità della crescita demografica in termini di impatto sul pianeta, dall'altra manifestava i tratti inquietanti di una forma mentis repressiva e censoria nei confronti dell'individuo e della sua capacità di effettuare scelte responsabili.

L'analisi del voto impone però di distinguere tra la strategia dell'invito all'astensione e il significato più ampio del risultato elettorale effettivo. Occorre cioè contrastare l'operazione mistificatoria dei fautori dell'astensione, che si sono impossessati del risultato facendone una vittoria del "fronte cattolico". Non è così. Noi distinguiamo tra coloro che hanno invitato all'astensione e coloro che si sono effettivamente astenuti. L'invito all'astensione ha costituito un ulteriore imbarbarimento della nostra vita politica, una ulteriore restrizione degli spazi di democrazia, inscrivendosi con perfetta tempistica nel progressivo svuotamento della carta costituzionale operato dall'attuale governo. Dunque un invito illegittimo, autoritario nei mezzi e reazionario nei fini. L'astensione, al contrario, non è conseguita automaticamente da questa direttiva dall'alto. Essa è stata il risultato di fattori complessi. Tra essi, sicuramente, una oggettiva difficoltà a comprendere le questioni in gioco che i sostenitori del Sì non hanno saputo gestire e conseguentemente si sono limitati a minimizzare e, a volte, anche a banalizzare. In secondo luogo, ha avuto il suo peso una diffusa tecnofobia, che in una certa misura può essere annoverata tra le componenti retrive dell'astensione. Ma entrambi questi fattori non devono essere esclusivamente letti come manifestazione di un antimodernismo conservatore (men che meno "cattolico"), quanto come espressione immediata e spontanea di un disagio reale. Ci si è rifiutati di dare il proprio assenso a questioni che non si riusciva a comprendere pienamente e si è opposta resistenza ad una scienza sempre più percepita come onnipotente e invasiva.

C'è forse più illuminismo in questo disagio che nell'obbedienza passiva alle parole d'ordine dello pseudo-laicismo della borghesia illuminata. Questo rifiuto immediato è destinato però ad essere assorbito dalla reazione nella misura in cui rimane cieco e muto: cieco perché non pienamente consapevole di sé e privo dei necessari strumenti teorici per esserlo; muto perché privo della possibilità di esprimersi, schiacciato com'è tra false alternative, prodotte dal sistema e ad esso funzionali. Nel mezzo di una controffensiva cattolica sempre più agguerrita e in vista delle questioni sempre più sofisticate che l'evoluzione delle tecnologie mediche ci riserverà, un radicale ripensamento del laicismo è un compito che non può essere più procrastinato. Perché, quando privato della sua carica critica e rivoluzionaria, il laicismo si riduce a connivente copertura degli attuali assetti di potere.