Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 

L'arca di Noè, il colabrodo dell'animalismo

Abbiamo deciso di dar vita a questa rivista per esprimere il corso di idee stimolato dai nostri anni di militanza nei movimenti di liberazione animale in Italia. Un'esperienza che ci ha gettati spesso nell'amarezza, nella frustrazione, nella disillusione, come è accaduto a tanti altri che, come noi, hanno tentato di viverla conservando il loro idealismo e la loro coerenza. Ma abbiamo deciso di non arrenderci a questo senso di impotenza, di non accettare il caos inconcludente in cui consiste oggi l'animalismo in Italia, di non rassegnarci.
Ci siamo posti delle domande. Abbiamo sentito l'esigenza di rimettere in discussione tutto. E ci siamo accorti che ci sono ancora troppi spazi vuoti, troppe zone oscure, troppi anelli mancanti.

La prima, fondamentale domanda è: perché la lotta per la liberazione dei non umani in Italia si mantiene del tutto separata dalle altre forme di critica sociale e di lotta politica? E dobbiamo accettare come un dato di fatto l'indifferenza degli altri movimenti, la loro convinzione che la questione animale sia secondaria in priorità e dignità? Non dovremmo invece tentare di interessarci a loro, di stringere dei legami concettuali tra le loro rivendicazioni e le nostre, di imparare dalle loro strategie, che hanno dovuto affrontare problemi organizzativi simili e nemici analoghi ma hanno avuto più tempo per consolidarsi?
Ogni tanto si leggono cose come "la liberazione animale e quella umana vanno di pari passo": dichiarazioni che vorrebbero essere autoevidenti, ma non lo sono, come dimostra il fatto che la maggior parte di coloro che lottano per la liberazione animale non sono affatto toccati dalla sofferenza, dalla miseria, dall'oppressione politica dei loro simili. Si tratta spesso di semplici risposte strumentali all'accusa, altrettanto strumentale, di chi dice che impegnarsi per la salvezza degli animali non umani equivale a disinteressarsi degli umani. E anche quando non lo sono, quelle dichiarazioni sono inutili finché non vengono precisate e specificate (non basta il solito appello all'ingiustizia distributiva delle risorse alimentari causata dall'alimentazione carnea): bisogna mettere in luce dei legami costitutivi tra le rivendicazioni umane e quelle a favore dei non umani (per esempio, ricostruire insieme agli altri movimenti una genealogia dell'assoggettamento o individuare lo spazio dello sfruttamento degli animali all'interno delle strutture oppressive della globalizzazione liberista).
Invece, molte persone ritengono che l'animalismo sia un fenomeno "apolitico" (ne esistono?), che la difesa degli animali sia un'idea che va al di là dell'orientamento politico, che occorra creare un movimento di pressione trasversale, che i politici si dividano in "buoni" da votare e "cattivi" da non votare a seconda che abbiano appoggiato o meno qualche leggina contro il maltrattamento dei cani, ignorando la loro appartenenza a partiti che, nella loro politica generale, esprimono gli interessi dei capitali che fanno guerra indiscriminatamente a tutti.
Qualcuno dice che "il sacrificio ideologico vale la vita di milioni di esseri senzienti". In questa logica, bisognerebbe accontentarsi delle briciole ottenute con il compromesso piuttosto che aspirare al cambiamento reale, totale e profondo della società. Questo è il punto di vista di Noè, che salva quei pochi animali che entrano nell'arca e non fa nulla per impedire il verificarsi del diluvio che ucciderà tutti gli altri .
Sono chiacchiere inutili, le nostre? Disquisizioni astratte, conversazioni da salotto, sottigliezze metafisiche inconsapevoli della bruta realtà dell'agonia di milioni di esseri? No. Tutto il contrario. Il pensiero non può, da solo, cambiare la realtà, ma è necessaria premessa dell'azione: solo analizzando con lucidità la situazione in cui si vuole operare si può dar vita ad un'azione realmente trasformativa.
Sono invece le azioni isolate, prive di strategia e di consapevolezza, in cui si esprime oggi il frammentato movimento animalista in Italia che, pur apparendo buone sul momento, possono causare dei danni grandissimi proprio nel concreto .

Prendiamo un esempio specifico dalla storia recentissima per notare come questo animalismo che si vuole testardamente apolitico si presti facilmente proprio a strumentalizzazioni politiche, causa la mancanza di coscienza del movimento: la nuova proposta di legge sulla vivisezione risultata dal lavoro congiunto di Marina Berati e Massimo Tettamanti insieme al parlamentare Giulio Schmidt.
Sono già state fatte abbondanti critiche al riguardo, ma tutte vertevano sui contenuti ("è la pdl effettivamente migliorativa?") e nessuna sulla strategia (per chi non conosca la questione, testi di legge e commenti sono reperibili su www.novivisezione.org). Proviamo a considerare l'operazione da un punto di vista diverso, premettendo che la nostra analisi è del tutto aliena dal voler accusare di malafede i promotori della pdl: si tratta di una critica che si colloca sul livello delle scelte dei mezzi e dei fini, non su quello della purezza di intenzioni.
Berati e Tettamanti sono trincerati dietro la dichiarazione "questa non è la legge che sognavamo, ma non si poteva fare di più". Supplicano il "popolo" animalista di non proporre nuove modifiche migliorative per evitare una risposta peggiorativa da parte dei vivisettori. In nome dei – pochi – animali in più che sarà possibile salvare, ci chiedono l'assenso. E di fronte all'idea di quei – pochi – animali che eviteranno l'orrore dei laboratori, immaginando i loro volti, i loro sguardi, i loro corpi risparmiati, come potremmo dir loro di no? Siamo o non siamo di fronte ad un ricatto morale ? Ma chi ne è responsabile?
Di certo non Berati e Tettamanti, la cui responsabilità sta nell'aver accettato la logica del ricatto, non nell'esserne all'origine.
Questo ricatto è l'esito di un'operazione puramente politica. Gli effetti della legge sulla vivisezione non consisteranno solo nel miglioramento o peggioramento della situazione per le due parti in causa (vivisettori ed antivivisezionisti), ma soprattutto in un enorme vantaggio propagandistico per chi ha lanciato l'iniziativa: l'idea di questa proposta di legge è nata, molto probabilmente, dall'esigenza di un partito di conquistare una fetta di elettorato non ancora politicizzato (grazie appunto alla logica di chi sostiene che salvare gli animali è una priorità rispetto all'"ideologia") e di ripulire la propria immagine fingendo un impegno in tematiche genericamente definite sociali. Attenzione: non stiamo criticando la collaborazione con l'on. Schmidt semplicemente perché trattasi di deputato di Forza Italia. Sarebbe troppo semplice, è stato già fatto. La questione sarebbe stata esattamente la stessa se si fosse trattato di un deputato DS: i DS esprimono gli interessi dei grandi capitali italiani, la loro politica liberista e guerrafondaia lo dimostra, collaborare con loro non avrebbe fatto molta differenza. Ma, guarda caso, è stata Forza Italia a proporre di lavorare sulla vivisezione, e il motivo è semplice: mentre i DS hanno già una facciata (e sottolineiamo facciata ) di impegno civile ben consolidata (vedi tutte le sarabande veltroniane sull'Africa.), Forza Italia ha ancora bisogno di un grosso lavoro di propaganda per convincere l'elettorato di avere qualche nobile scopo oltre alla protezione dei portafogli dei suoi accoliti.
La presunta legge antivivisezione che venne approvata in Germania nel 1933 è ancora ricordata nella vulgata storica come una testimonianza dell'impegno dei nazisti nella protezione degli animali e, ancora in tempi recenti, c'è chi ha sostenuto che questa legge aprì le porte alle orribili sperimentazioni sull'uomo dei lager nazisti: in realtà, si trattava di una legge che non innovava nulla e non proteggeva nessuno, ma era uno dei tanti frutti della propaganda nazista (dedicheremo presto uno spazio nella rivista alla confutazione del mito dei nazisti amanti degli animali). Di nuovo, attenzione: non stiamo assolutamente insinuando accostamenti superficiali ed impropri ("i promotori della legge sono nazisti"), ma stiamo notando quanto sia facile utilizzare in modo strumentale queste tematiche se esse vengono sradicate da altri contesti di lotta. La storia si fa con poco, basta avere i giusti mezzi di propaganda: è facile convincere chi non conosce i testi di legge (vecchi e nuovi) di aver prodotto una "nuova legge su.". I giudizi si cristallizzano nel tempo ed ecco consolidarsi una falsificazione: qualcuno, che ha saputo manovrare le meccaniche giuste, diventa per l'opinione pubblica il paladino degli animali.
Per quanto riguarda i contenuti della proposta di legge, ci limitiamo a due osservazioni:
1. alcuni dei campi di sperimentazione di cui la nuova legge prevede l'abolizione sono regolati da normative europee che scavalcano le leggi nazionali e dunque non verranno fattualmente aboliti: ciò era noto fin dall'inizio della trattativa. Berati e Tettamanti avvisano preliminarmente che per questo motivo il raggio d'azione della nuova legge sarà "minimo" e che per allargarlo occorre agire con progetti a raggio europeo, già in corso. Ci domandiamo: perché allora perdere tempo – e, cosa non secondaria, alimentare le spaccature del mondo animalista – se il livello di azione che può portare a risultati consistenti è quello europeo? Perché non dedicarsi solo alle collaborazioni internazionali, perché non preoccuparsi di cosa sta avvenendo in Europa, sopra le nostre teste (e non solo in materia di animali)? La riposta è una sola, prevedibile: perché così è possibile salvare un po' di animali in più. La logica di Noè. Che si presta benissimo al ricatto politico: una volta entrati nel gioco della collaborazione, non si può chiedere di più per paura di ottenere di meno .
2. la nuova legge offre la possibilità di adottare e ricollocare alcuni animali sottoposti a sperimentazione: ma le risorse degli animalisti, in Italia, in termini di spazio, tempo ma soprattutto denaro, sono tali da potersi sobbarcare una tale, ulteriore fatica? Abbiamo forse un avanzo di mezzi? È chiaro che dedicare risorse agli animali sottratti ai laboratori implica sottrarre risorse ad altri ambiti di intervento. Anche a livello individuale, la questione è molto semplice: chi adotta un cane di laboratorio non adotterà un cane di canile. Ma quest'ultimo in canile c'è già, e se non adottato ci resterà per tutta la vita, mentre il cane da laboratorio, che finora avrebbe terminato la sua triste vita grazie all'eutanasia, va invece ad aumentare il numero dei cani in attesa di sistemazione "grazie" a questa legge. Anche questa scelta obbedisce alla logica di Noè. Che qui, oltre ad essere inconcludente, diventa una logica suicida.
A questo punto, possiamo dire che chi promuove questo tipo di iniziative non solo si presta perfettamente – ed inconsapevolmente – alla strumentalizzazione ricattatoria, ma collabora – sempre inconsapevolmente – con forze che vogliono neutralizzare ed esaurire la potenzialità dei movimenti di contestazione: dare a quei cittadini italiani che sono già impegnati oltre le loro possibilità nella cura degli animali lasciati al loro buon cuore e al loro portafogli, altri animali da salvare ed assistere significa farli sprofondare in situazioni sempre più disperate fino al collasso. Risultato: spingerli ad abbandonare tutto.
Cosa bisogna fare, dunque? Accettare magari i soldi di qualche casa farmaceutica che, per ripulirsi il nome, donerà qualche spicciolo agli animali "vittime della scienza"? Accettare il compromesso, la collaborazione, i soldi sporchi, per salvare quei pochi che possono essere salvati nella situazione attuale?
Oppure pensare un mondo diverso? Pensare ad esempio che le risorse necessarie per avviare un progetto ampio, stabile e significativo di recupero degli animali sottoposti a sperimentazione dovrebbero essere garantite dallo Stato. Pensare che le forze animaliste dovrebbero prendere coscienza della necessità di unirsi a tutti coloro che lottano per la salvaguardia di quelle politiche sociali che la maggior parte delle forze politiche italiane ed europee stanno facendo di tutto per estinguere. Pensare un mondo in cui i diritti degli esseri umani e non umani non siano solo scritti sulla carta ma garantiti attraverso delle istituzioni non fondate sulla "libera competizione", che arricchisce i più forti, bensì sulla uguale partecipazione di tutti alle risorse produttive.

Pensare un mondo senza sfruttamento umano, l'unico in cui può trovare posto la cessazione dello sfruttamento dei non umani.