Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Christoph Türcke
Sesso e spirito. Breve storia critica della lotta dei sessi (Parte terza)

- III -

L'idealismo è non-verità patriarcale; ma esso è anche, potenzialmente, tutta la verità. Criticarlo correttamente significa tradurre in atto questa potenza. Ogni critica diversa comporta un arretramento rispetto alle sue conquiste. E importante che anche il femminismo lo sappia. Il sistema dei generi e delle specie, ad esempio, i cui contorni furono delineati dalla concezione platonico-aristotelica delle idee, struttura effettivamente la natura così come appare. Nessuna appropriazione della natura può fare a meno di orientarsi su di essa, nemmeno un'appropriazione femminile. Qualcosa di simile vale per le leggi della logica. Che sia stato il maschio Aristotele il primo a formulare il principio di non contraddizione non ha nessuna importanza: tale principio è cogente anche per le donne. Le donne che lo denunciano come strumento del dominio maschile sono più patriarcali di quanto l'idealismo abbia mai osato essere: negano la loro stessa capacità razionale e si escludono cosi dall'umanità. Le posizioni dell'idealismo invece si riferiscono alla totalità degli esseri umani, anche quando non pensava affatto a tutti. L'idealismo non può impedire che ciò che è vero in sé lo sia anche per il sesso femminile. Il suo pathos di verità sotterra le implicazioni patriarcali. Le forme oggettive del pensiero e della natura che porta alla luce sono sessualmente neutre. La sua conoscenza è pegno di libertà per entrambi i sessi. Soltanto la penetrazione spirituale dell'essere immateriale schiude la possibilità di liberare l'esistenza umana dal funesto irretimento nel meccanismo del ricambio materiale. L'idealismo favorisce tale possibilità anche dove la impedisce. Lo spirito, l'istanza che ha dato fondamento a tutti i domini di classe e a quello maschile, è anche l'unica istanza che può dissolverli. Tra i due sessi, è quel terzo elemento nel quale soltanto potrebbe riuscire un loro accordo non coatto, che corrisponderebbe perfettamente alla sua essenza. La sua legge fondamentale – contro la quale non esistono obiezioni ragionevoli – è quella della libertà dalle contraddizioni. Il processo violento, e quindi apparente, per cui lo spirito si rende autonomo rispetto alla natura contravviene a questa legge, che richiede invece la concordanza integrale col diverso, quindi la conciliazione di spirito e natura, e con essa quella dei sessi.
 L'idea della conciliazione significa rinuncia alla finzione secondo cui lo spirito sarebbe autarchico. Essa è quindi intimamente antiidealistica. Eppure è stato l'idealismo che l'ha formulata per primo, e che non ha consentito che vi si rinunciasse. Il cristianesimo l'ha ipostatizzata ancora una volta come una essenza ideale autarchica e l'ha considerata come garanzia che anche le strutture della natura e della società siano essenze puramente autosufficienti, basate solo su se stesse, che Dio avrebbe gerarchicamente articolato e ordinato in funzione del compimento della propria opera salvifica. Così la società medievale divisa in caste, che attribuisce a ciascuna di esse e a ogni sesso un compito specifico per onorare Dio, sembra ancora una volta rendere sensibile la verità dell'idealismo e offrire allo spirito umano un solido appiglio nell'oggettività dell'ordine del mondo.
 Tanto maggiore è lo shock quando quest'ordine va in pezzi, e con esso la fede nell'autarchia delle essenze. Questo fatto non scuote soltanto l'autorità papale e imperiale, ma anche l'intima autocertezza dello spirito. Se quello autarchico non esiste, è concepibile un qualsivoglia altro mondo ideale? Oppure è soltanto un costrutto mentale mediante il quale l'intelletto cerca di conferire alla confusa varietà dei fenomeni naturali un minimo di ordine, che tuttavia non è affatto insito nella natura? Se le cose stanno così – e il nominalismo del Trecento non è che l'espressione filosofica di tale convinzione -viene finalmente alla luce ciò che l'idealismo non voleva ammettere: che l'elevazione dello spirito al di sopra del ricambio materiale, per divenire la verità in sé, era illusoria tanto quanto l'elevazione del sesso maschile su quello femminile. La natura torna ad essere l'elemento di sempre che partorisce e inghiotte, al quale lo spirito non si sottrae e di cui scorge la sostanza nuda e cruda non appena ne rimuove l'intonaco delle essenze. E che cosa vede? L'antica duplicità dell'elemento femminile, ma con una nuova intensità: la natura come il materiale amorfo e malleabile della sua fantasia, e contemporaneamente come l'incontrollato ricambio materiale che, non più ingabbiato da idee oggettive, riacquista la propria antica forza mitica. E così, nella nuova era, lo slancio sperimentale illuministico cresce sullo stesso terreno spirituale della più oscura credenza nelle streghe, che non a caso diviene un fenomeno di massa solo con la decadenza dell'ordinamento medievale del mondo e che sembra sfidare i maschi alla battaglia definitiva contro una universale minaccia dalle diaboliche e femminee sembianze.[39] Quanto poi realmente accadde non fu naturalmente una battaglia ma uno spietato terrore rivolto contro il sesso comunque già sottomesso, al quale i terroristi poco alla volta si assimilarono. I persecutori delle streghe si ritengono essi stessi perseguitati dalle streghe, e la battaglia che pensano di condurre virilmente contro una superiore potenza demoniaca è soltanto la liquidazione di tutto ciò che una volta era stato considerato virtù virile: coraggio, valore, cavalleria. Mentre per quanti cadono nelle loro mani non c'è via di scampo, essi stessi non rischiano nulla e sono esattamente quei codardi, insidiosi e vili, che credono di vedere nelle loro vittime straziate. Così essi ammettono, senza volerlo, che l'autarchia del sesso maschile non gode miglior salute di quella della sfera delle idee, e il crollo dell'ordine medievale annuncia anche quello della dominazione virile. Con le persecuzioni contro le streghe inizia l'agonia del patriarcato; solo per questo sono così crudeli.
 Lutero sembra presagire tutto questo, quando qualifica come puttana[40] proprio quella ragione dalla quale esige la persecuzione delle streghe, la repressione della rivolta dei contadini e in genere il soffocamento di ogni scintilla di sommossa, definendo così quintessenza della scostumatezza il mezzo per antonomasia per la elevazione dei costumi umani e indicando come femminile quello spirito che era prima abitualmente considerato maschile. Ciò che egli in tal modo palesa è l'indifferenza qualitativa tra spirito e natura, tra maschile e femminile, che era sempre stata il recondito rovescio della loro differenza imposta con la violenza. Con un sol colpo la formula della ragione puttana mette a nudo la nonverità dell'idealismo: ma solo per rafforzarla. Sia ciò che di fatto è: la prostituzione sia l'essenza, non il mostro della ragione. Così Lutero, senza saperlo, preannuncia profeticamente la tendenza obiettiva di quella società che ai suoi tempi inizia appena lentamente a emergere dalle rovine del feudalesimo e che non acquisterà saldezza prima del XIX secolo, per conservarla poi, con effetti fatali, fino ad oggi. La legge motrice di questa società, della società capitalistica, mira di fatto all'indifferenza tra spirito e natura, tra maschile e femminile. Degrada la ragione a mero strumento dell'auto-conservazione, che è poi però soltanto il principio vegetativo dell'umanità. Così la ragione scivola interamente dalla parte di uno sfrenato ricambio materiale la cui figura concreta è il mercato. Qui infatti per amore dell'autoconservazione essa deve vendersi e diviene davvero puttana, piegandosi con tanto di contratto di lavoro all'appagamento di fini altrui del cui senso non deve occuparsi. Mentre esaurisce la propria capacità di dominio scientifico, tecnico o organizzativo della natura, promuove il ricambio materiale, cieco e indifferenziato, del capitale, ed è tanto strumento di disciplina quanto motore di una sfrenata naturalità.
 Il capitale, come rapporto di produzione, è la cosa più astratta e al tempo stesso più concreta. In sé, non è che un movimento vuoto, immateriale, privo di sostanza propria; però ciò che tiene in movimento sono le masse materiali dell'intero processo economico. Tale movimento riduce l'uomo a forza-lavoro e cioè a merce, lo utilizza come strumento di produzione, poi offre i prodotti che ne derivano ai compratori, ritorna in sé rafforzato dal profitto e si cala nuovamente nella sfera della produzione. In questo continuo aumento di produttività il vaneggiamento patriarcale di una energeia pura e immateriale diviene realtà, e rimane però illusione. Anche questa energeia, infatti, è sottoposta a condizioni materiali. È legata alla natura, alla quale impone la propria legge economica, ma che non fonda affatto. In tal modo, essa è solo una particolare forma di movimento delle cose materiali, un determinato aspetto del loro ricambio materiale; partorisce, nutre e inghiotte esattamente come la Madre Terra e nel farlo ha un ritmo non meno naturale e insensato di questa. Come seconda natura, il movimento del capitale è tanto Grande Madre quanto Superpadre, ma solo perché li fa coincidere e stabilisce la loro indifferenza. Il soggetto privo di soggetto del processo sociale è un ermafrodito asessuato. Parimenti indifferente gli appare il sesso della merce forza-lavoro che assume al proprio servizio. I gruppi di lavoratrici a basso salario costituiscono per il capitale un gradito companatico, ma non la condizione della sua esistenza. È stato il capitalismo che per primo ha preso molto sul serio l'uguaglianza di tutti gli esseri umani, eliminando la servitù della gleba e tutti gli altri rapporti di dipendenza personale del feudalesimo, e ponendo al loro posto la libera disponibilità di ogni individuo sulla propria persona. Solo a questa condizione le donne sono state in grado di conquistare la parità politica e divenire a pieno titolo soggetti giuridici. Entro questi limiti, il capitale è un battistrada dell'umanità: sottrae ogni fondamento legale al dominio di esseri umani su altri esseri umani, e quindi anche a quello degli uomini sulle donne. Però la liberazione e la parificazione degli individui, che spezza tutte le catene feudali, scatena anche la concorrenza, e quest'ultima non è più una lotta particolaristica di un gruppo contro un altro, di un sesso contro l'altro, ma una lotta di tutti contro tutti la cui coazione economica è talmente forte da riuscire a impedire a tutt'oggi perfino l'unione del proletariato in una classe solidale e consapevole. La parificazione delle donne si realizza principalmente nel loro inserimento a pari diritti nella lotta della concorrenza, nella quale esse hanno nel complesso le peggiori condizioni di partenza. Così, gli effetti del patriarcato non sono più umani del patriarcato stesso. Come sempre, sono per lo più maschi a rivestire posizioni di potere all'interno della società, anche se tale potere è soltanto un'asessuato meccanismo di coazione economica e i maschi sono soltanto i suoi sbirri, non più patriarchi sovrani. In linea di principio anche le donne potrebbero occupare ognuna di tali posizioni senza che per questo il capitale debba circolare meno di prima; anzi, già da un pezzo esistono alcune ladies di ferro che battono esemplarmente questa strada. Ma, in generale, la parità giuridica in quanto merci forza-lavoro ha solo instaurato un nuovo tipo di sottomissione delle donne, privandole inoltre del sostegno che una volta le ricompensava comunque di questo destino: di essere cioè se non altro rispettate nella loro insostituibile funzione di provvedere al bene dei bambini e al governo della casa. Nel violento livellamento dei sessi la loro differente collocazione, frutto della violenza, continua a sussistere. Il femminismo non ha perciò davvero un compito facile. Esso corre continuamente il rischio di reagire a sua volta in modo falso al falso superamento della nonverità patriarcale operato dalla società esistente, e di rafforzare ciò che vorrebbe eliminare. Se reclama una completa uguaglianza di diritti, finisce soltanto col volere l'acutizzarsi della lotta concorrenziale comunque in atto. Se consiglia il ritorno alla femminilità naturale, quella del partorire e allevare la prole, ricade in quella sorte vegetativa della natura umana contro la quale il patriarcato insorse a buon diritto e che palesa quotidianamente quanto sia comoda e funzionale al processo di ricambio materiale del capitale, che sempre partorisce e nutre. Se denuncia la ragione come strumento del dominio maschile, si squalifica a priori come irrazionale, fraintendendo due volte – nel ritenerla patriarcale e razionale – il carattere della società esistente. Se postula una nuova logica femminile al di là di ogni dominazione, la formulazione stessa del postulato è assoggettata alle regole logiche che non dovrebbero più valere.
 Non è possibile determinare in termini positivi che cosa costituisca l'essenza del femminile e del maschile al di là della differenza anatomica. Le proprietà che tradizionalmente sono considerate maschili o femminili sono risultato della lotta fra i sessi, non d'un loro libero dispiegarsi. Questo, anzi, è tuttora escluso. Solo se si spezzasse la coazione economica che livella con la violenza i sessi potrebbe manifestarsi una loro non coatta differenziazione. Uomini e donne hanno lo stesso nemico asessuato, che trae profitto dai loro antagonismi. Allearsi contro questo nemico è un compito tanto teorico quanto pratico. Quello teorico consisterebbe nel riconoscere la menzogna patriarcale dell'idealismo e nel farne scaturire la verità. In tal modo gli uomini farebbero ammenda dei millenari torti compiuti a danno del sesso femminile, e le donne affermerebbero il loro diritto alla ragione: ed entrambi i sessi lavorerebbero ognuno a suo modo alla conciliazione, che sarebbe l'unica condizione ragionevole di coesistenza tra loro.

Note
39. Su questo punto in particolare cfr. Fredrich Wilhelm Pohl e Chri­stoph Türcke, Heilige Hure Vernunft. Luthers machhaltiger Zauber [Santa ragio­ne puttana. Il perdurante fascino di Lutero], Berlin 1983, pp. 27 sgg
40. Op. cit., pp. 46 sgg.