Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Christoph Türcke è filosofo e teologo "eretico". Feroce critico della svolta "comunicativa" che Habermas ha impresso alla teoria critica adorniana è uno strenuo difensore del significato inconciliabile della Scuola di Francoforte con l'attuale sistema politco-economico e della persistente insostituibilità delle categorie marxiane per la comprensione del presente. Insegna alla Hochschule für Graphik und Buchkunst e all'Università di Lipsia. Questo articolo, successivamente ampliato e pubblicato come volume a sé, è apparso originariamente nella raccolta di saggi Gewalt und Tabu. Philosophische Grenzgänge (tr. it. Violenza e Tabù. Percorsi filosofici di confine, Garzanti, Milano 1991).

Traduzione di U. Colla.
Christoph Türcke
Sesso e spirito. Breve storia critica della lotta dei sessi  (Parte prima)

La capacità razionale, che distingue gli esseri umani dagli animali, spetta indubbiamente tanto agli uomini quanto alle donne [N.d.R.]. Ma con questo non è ancor detto che entrambi i sessi partecipino di essa nella stessa maniera. «II grado e la specie della sessualità di un essere umano giungono fino alle estreme vette del suo spirito», dice Nietzsche [1], e sembra porci di fronte a una problematica alternativa. O la ragione è assolutamente determinata dal sesso, e allora essa è sempre o solo virile o solo femminile ma non è mai universalmente valida; oppure è universalmente valida, e allora il sesso di un essere umano è privo d'importanza rispetto ai contenuti e ai modi del suo pensiero. Si vuol dimostrare quanto questa alternativa sia mal posta, e quanto rappresenti la falsa conseguenza dell'affermazione di Nietzsche.

- I -

Tra le grandi scoperte di Freud figura quella per cui le cosiddette deviazioni sessuali – delle quali l'onesto borghese si indigna – si discostano solo di una sfumatura dalla vita sessuale ritenuta normale, e sono tutte quante contenute in essa. [2] Esse dimostrano che l'istinto sessuale umano non è fissato in modo univoco dalla natura. Il particolare modo di esplicarsi che via via manifesta dipende dalle esperienze vissute dagli individui nella loro crescita, ed è spesso già un prodotto culturale. A una natura istintiva confusa corrisponde una vita sessuale assolutamente sregolata, e di conseguenza dobbiamo pensare che fosse così lo stato di natura, dal quale la specie umana si è elevata mediante la rinuncia agli istinti. Gli istinti non sono soliti limitare se stessi. Dove opera la rinuncia all'istinto è già al lavoro l'istanza che rende l'uomo in grado di modificare la natura: quella esterna, mediante la produzione di viveri, e quella interna, mediante la creazione di tabù. Questa istanza è lo spirito. Per quanto debole possa essere stato all'inizio, esso va comunque oltre la natura e non si lascia dedurre logicamente da questa. Perciò non si troverà mai una spiegazione esauriente per i primi tabù. [3] Ma dove i tabù sono in vigore e vietano il rapporto sessuale con determinate persone, si deve anche sapere con chi e secondo quale grado si è imparentati, e a questo scopo esiste un solo punto di riferimento chiaro: la madre. Infatti il padre è assai incerto, e il nesso tra l'atto della procreazione e la nascita era sconosciuto nei tempi più remoti. Quando, dalle orde primitive caratterizzate da una sregolata promiscuità sessuale, si formarono stirpi umane con rapporti di discendenza regolati, senza dubbio furono le donne a determinarne la coesione, così come la naturale funzione femminile dell'allattamento ha originato la divisione del lavoro.
Ma chi determina la coesione della stirpe è anche destinato a determinare il senso della vita, appena si inizi a riflettere su di esso. La madre, in quanto partoriente, non è forse simile alla terra fertile?
E quest'ultima non è la madre primigenia di ogni vita? Noi non sappiamo quando questa riflessione fu fatta per la prima volta: certo non nella fase più remota, in quanto presuppone una coscienza che consideri già la stirpe come un complesso ordinato e che non veda più la realtà come una caotica molteplicità di forze naturali e demoni minacciosi, ma sappia dare un fondamento unitario alla varietà della natura organica. Lì dove la discendenza matrilineare – e in un primo tempo non se ne conobbero altre – viene riportata a una madre primigenia di ogni vita, c'è già una vaga intuizione della causalità e dell'unità della natura. Certo, tale intuizione è oscura nel senso più letterale. Essa santifica la palude o la terra come grembo e sepolcro di ogni vita, come la misteriosa oscurità dalla quale ogni vita sorge e nella quale essa di nuovo scompare. La prima concezione del principio di ogni vita è quella del mistero, rappresentato come un'oscurità che partorisce e poi di nuovo inghiotte ogni cosa. Suo emblema è il sesso femminile, al quale tocca così il compito di conciliare tutto ciò che viene alla luce con la sua origine e la sua fine altrettanto oscure. E ciò passa necessariamente attraverso un sacerdozio femminile per il quale la notte è sacra in quanto tempo del culto, ed il cui astro è la luna che illumina la notte e scandisce il tempo delle mestruazioni. Un simile culto incentrato sulle donne, che «non appartiene a un popolo determinato, ma a uno stadio della civiltà», [4] era certamente diffusissimo nell'età mesolitica, ma non conobbe mai l'esclusività propria del monoteismo. Il suo concetto del principio della vita è ancora troppo confuso per contestare l'esistenza di altre divinità, e il fatto che esso sia pensato al femminile non impedisce affatto l'adorazione di divinità collaterali maschili.
La predilezione dei gruppi umani matricentrici per l'oscurità della terra e della notte non è semplicisticamente identica con ottusità e pochezza spirituale. Il culto di Cibele-Demetra dell'Asia Minore, ad esempio, che aveva le sue basi nella coltivazione dei campi, mostra piuttosto che la venerazione della terra come dea suprema può senz'altro continuare a esistere in rapporti sociali in cui la divisione del lavoro, le relazioni di parentela e la conoscenza della natura si sono talmente differenziate da rendere possibile la coltivazione pianificata dei campi con l'aiuto dell'aratro e di animali addomesticati. Ma proprio qui c'è una contraddizione. Nella terra come madre primigenia la quintessenza della vita viene venerata in quanto soggetto femminile, ma la quintessenza della vita è quintessenza dell'assenza, il soggetto è mero metabolismo, cieco vegetare. Gli esseri umani sono invece soggetti soltanto grazie allo spirito, che si eleva oltre il vegetare delle piante e degli animali. Finché venerano come sommo principio e profondissimo mistero il parto, appannaggio naturale del sesso femminile, essi non hanno ancora compreso se stessi come esseri spirituali, che oltrepassano la natura. E, viceversa: là dove agli esseri umani comincia a profilarsi la differenza fondamentale tra natura e spirito, deve anche iniziare la loro resistenza a tributare ogni onore alla Gran Madre Terra in quanto grembo e sepolcro di ogni vita e considerare il sesso femminile come emblema di quanto vi è di più sacro.
Il tradizionale ruolo della donna quale erede e mediatrice del mistero naturale viene messo in discussione non appena lo spirito umano scopre se stesso e suppone che gli esseri umani siano destinati a qualcosa di più alto che alle mere funzioni del metabolismo. Tale presagio era alla portata di entrambi i sessi, in quanto dotati entrambi di capacità razionale: non è quindi escluso che abbia cominciato a germinare contemporaneamente e di comune accordo nell'uno come nell'altro sesso. Ciononostante, esso instaura una potenziale carica conflittuale nel rapporto tra i sessi. Il bisogno di sottrarsi all'onnipotenza della cieca natura si può trasformare fin troppo facilmente in aggressione contro il sesso femminile, quale rappresentante della natura all'interno della società umana, e così il desiderio dell'elevazione dello spirito sulla natura, molto prima di giungere all'autoconsapevolezza, trova espressione nel desiderio di sottomettere le donne. E, di fatto, è accaduto proprio questo. L'energia aggressiva che il profilarsi dell'autocoscienza ha generato nel sesso maschile contro quello femminile si è affermata storicamente sia come motore della violenza bruta, sia come motore dell'autodispiegamento dello spirito. Che cosa sia stato decisivo – se cioè le donne siano rimaste troppo attaccate alla loro posizione di autorità divenuta ora priva di senso; o se il calo della loro autorità abbia tolto agli uomini l'inibizione a utilizzare senza riguardi la propria superiorità in termini di forza fisica o di uso delle armi; o se siano entrati in gioco altri fattori completamente diversi – non lo sapremo mai, come non sapremo quale sia stato il corso preciso di questa escalation . L'unica certezza riguarda il fatto che c'è stata, oltre, naturalmente, al suo esito. Se un tempo le donne erano considerate le vere e proprie rappresentanti della specie, che stabilivano la continuità delle generazioni e continuavano a vivere nei loro figli, mentre ai maschi toccava solo un'esistenza personale che con la morte cadeva presto in dimenticanza, ora il rapporto è rovesciato. Quegli che prima era l'ospite al focolare femminile diventa il proprietario della donna, per conto del quale lei deve ora custodire il focolare e partorire gli eredi, e la venerazione della donna come mediatrice del mistero naturale cede il passo alla sua duplice reificazione : da un lato per la demistificazione razionalizzata delle sue capacità di partorire, dall'altro per la sua riduzione a mero oggetto che, privo di un proprio diritto e di una propria volontà, deve sottostare al potere maschile. Quale autentico rappresentante della specie emerge ora il maschio, e inoltre pare che la natura stessa gli abbia assegnato questa posizione. Non si può negare che il sesso maschile partecipi in minor misura al processo della riproduzione. Non è neppure legato in modo immediatamente evidente con il momento del parto, ed è, in quanto fattore di discendenza, incomparabilmente più astratto della prole che genera. Paragonato al frutto che fa nascere, è qualcosa di pressoché immateriale, la cui affinità all'elemento spirituale sembra palese e pare indicare il maschio come il vero rappresentante della specie dotata di spirito. Questa plausibilissima parvenza è tra i pilastri portanti del patriarcato. Grazie a essa è stato possibile cancellare per tanto tempo il ricordo che solo un lungo conflitto ha instaurato il dominio maschile, e spacciare l'esito di tale conflitto come superiore necessità naturale. L'intento riuscì così bene che fu necessario il lavoro pioneristico di un Bachofen per poter prendere sul serio i miti che narrano della vittoria di un Bellerofonte e di un Teseo, di un Eracle, su arcaici mostri femminili e selvagge schiere di Amazzoni: non come cronache storiche, ma come eco fantastica di una reale ed epocale battaglia fra i sessi, di enorme portata per lo sviluppo dell'umanità.
La mitologia rappresenta il cammino percorso dalla coscienza durante tale conflitto come un'ascesa dal regno oscuro della terra verso la luce del cielo. Che anche l'elemento partoriente abbia bisogno della fecondazione, e che la terra senza irrigazione e senza i raggi del sole non produca vegetazione, proprio come una donna senza l'assistenza maschile non produce bambini, è certamente riconosciuto molto presto, ma questo non significava ancora patriarcato. Quando però acqua e luce cessano di essere considerati assistenti subalterni della terra, che godono di una limitata venerazione in questa fonte o in quell'astro, quando invece si conferiscono loro caratteristiche divine in quanto elementi universali e vengono innalzati a un rango più elevato di quello della terra in quanto più fluidi e immateriali allora si scatena davvero la «liberazione dello spirito dai fenomeni naturali», [5] e con essa la battaglia dei sessi. Di fatto gli dei dell'acqua, della luce, del cielo – che pervengono al potere, ad esempio, nelle figure di un Poseidone, di un Apollo o di uno Zeus – sono ancora divinità naturali, e però rappresentano una natura ampiamente smaterializzata, nella quale si preannuncia ciò che è davvero immateriale, lo spirito. Quest'ultimo è ancora troppo immerso nel mondo dei sensi per potersi dare un'espressione puramente concettuale. La mitologia lo riveste di un velo sensibile, che ha sembianze maschili. Zeus, il padre degli dei, assoggetta al proprio governo celeste tutte le potenze naturali particolari in qualche modo legate alla terra. Le antiche divinità materne come Era, Demetra, Artemide e Afrodite divengono discendenti di padri divini, e se le dee rappresentano qualcosa di spirituale ciò avviene sempre in quanto sono riflessi di dei: Atena, la divinità della sapienza, è creatura di Zeus, che egli stesso partorisce dalla propria testa, e Dike, la personificazione del diritto, è sua figlia.[6] La tendenza è univoca: la conquista dell'autocoscienza coincide con quella del dominio virile, ed entrambe vengono celebrate unitamente come ascesa dalla sfera buia della materia terrena a quella trasparente dell'aria e della luce. E però la mitologia non lascia dubbi sul fatto che questa vittoria non è stata veramente completa, che le divinità della preistoria sottomesse da quelle dell'Olimpo continuano ad agitarsi senza pace nelle loro carceri infere, e che anche il sesso femminile non si è lasciato affatto reificare a mero oggetto privo di diritti e di volontà come l'elevazione dello spirito sopra la natura pareva esigere. Lo rivelano personaggi fantastici come la dea Echidna in Esiodo: «Per metà giovinetta dal vivido sguardo e dalla bella guancia, per metà mostro invece, serpente smisurato, terribile e immenso, agile e sanguinario, che sta nei recessi della terra divina». [7] Questi sono i due archetipi della femminilità che il patriarcato produce e la mitologia mostra variamente intrecciati: il tipo dolce, pudico e aggraziato, tutto sottomesso alla volontà virile, e quello impudico, recalcitrante, la cui affascinante e minacciosa violenza naturale lo spirito patriarcale deve temere in ogni donna, dopo che ha relegato il sesso femminile dalla parte della natura che deve essere soggiogata.

Note
1. Cfr. Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, af. 75, in Opere, vol. vi/2, Adelphi, Milano 1968, p. 72.
2. Cfr. il primo dei Tre saggi sulla teoria sessuale, in Sigmund Freud, Opere, vol. 4, Boringhieri, Torino 1970.
3. La motivazione addotta da Freud stesso da un lato è un mito, dall'altro non si differenzia da ciò che deve essere spiegato. L'ambivalenza di sentimenti che egli vede espressa nel tabù dovrebbe essere il risultato dei parricidio, ma è anche ciò che conduce a esso: cfr. Sigmund Freud, Totem e tabù, in Opere, vol. 71, Boringhieri, Torino 1975, pp. 145 seg.
4. Cfr. Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato, Einaudi, Torino 1988, p. 6.
5. Cfr. op. cit., pp. 44-45.
6. Cfr. Esiodo, Teogonia, vv. 887 sgg.
7. Esiodo, Teogonia, in Opere , UTET, Torino 1977, p. 79 (vv. 297 sgg.)
N.d.R. In questo testo Ch. Türcke non affronta il nodo del rapporto uomo-animale – cosa che invece farà su questa stessa rivista con un prossimo contributo sul tema dello specismo. Ad ogni modo avvertiamo, a scanso di possibili incomprensioni, che la lapidaria affermazione con cui inizia questo saggio è da intendersi nel senso del "sentire comune" ed è del tutto strumentale all'argomentazione del saggio stesso (in parole povere la questione è: "se l'uomo e la donna si autodefiniscono esseri razionali rispetto agli animali, che ne è della loro razionalità in rapporto al sesso?"). Rimandiamo ai successivi interventi del Prof. Türcke per un'analisi più dettagliata del concetto di ragione che qui è in uso.