Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
 
Aldo Sottofattori
Due pensieri a confronto: Martin Balluch vs. Gary Francione

I - Introduzione: termini e sostanze
II - Martin Balluch, il “riformista”
III - Gary L. Francione, il “movimentista”
IV - Nuovi sviluppi per l’antispecismo

I – Introduzione: termini e sostanze

Sono le circostanze a dettare agli umani la natura delle discussioni. La scoperta (o, meglio, la riscoperta dopo il lavoro dei pionieri dell’’800) della problematica animale, non poteva che rivestire i panni di una questione strettamente teorica con effetti sulla prassi molto indiretti, se non addirittura ininfluenti. I rivestimenti deontologici o utilitaristi della teoria si prestavano malamente a determinare le opzioni pratiche degli attivisti i quali, alla fine, si trovavano a scegliere il proprio riferimento culturale, ma ad agire in modo del tutto indipendente da esso. Oggi, il movimento incomincia ad interrogarsi su come si possa incidere in un’impresa dai contorni difficili, ma capace di aprire prospettive nuove. Dunque, affievolitosi ormai da tempo il contrasto tra Peter Singer e Tom Regan, sul panorama dell’animalismo mondiale si affaccia un nuovo confronto portatore di potenziali dissidi: quello tra Martin Balluch e Gary Francione.

La disputa, piuttosto recente, dovrebbe/potrebbe essere foriera di sviluppi promettenti per il movimento. Il motivo per il quale ciò dovrebbe/potrebbe accadere è semplice: questa volta, il dibattito garantisce implicazioni dirette sulle modalità con le quali gli antispecisti ritengono di dover operare. Errori di valutazione nella prassi dovranno di necessità retroagire sul pensiero, esigendo le necessarie correzioni, così come i successi non potranno che confermarlo. Siamo cioè di fronte a quella che potremmo definire come una “filosofia della pratica” idonea a dimostrare ai militanti delle organizzazioni antispeciste l’inefficacia di quel cieco attivismo messo in atto “tanto per fare” (purtroppo tutt’oggi ancora operante) che spesso nasconde soltanto la risposta intensa e frenetica, ma non ragionata, ad una realtà che non si vuole accettare.

I due modelli che verranno posti a confronto sono piuttosto elaborati. Non si può, senza il necessario approfondimento, dare giudizi a priori. È possibile che i contributi che si presenteranno contengano entrambi sia parti di verità, sia incertezze ed errori. Del resto non si deve dimenticare di essere di fronte ad un pensiero ancora in evoluzione ed è naturale che vi siano concetti fortemente indeterminati sui quali sarà ancora necessario lavorare.

Martin Balluch, attivista austriaco caduto recentemente nelle maglie della repressione del suo Paese, ha scritto un corposo saggio dal titolo Abolitionism versus Reformism apparso il 25-3-2008[1]. Ad esso, dopo la confutazione delle sue tesi da parte di Gary Francione, è seguito l’articolo Reply to Francione's comment to ‘Abolitionism versus reformism’ in data 14-4-2008. Il pensiero di Balluch emerge con chiarezza da questi due importanti contributi e, come vedremo, si inscrive nel novero delle impostazioni riformiste o neowelfariste. Indicheremo questi articoli rispettivamente con le sigle B1 e B2

Gary Francione, famoso avvocato animalista americano e fautore dell’orientamento abolizionista, ha reagito con una certa durezza alla mossa di Balluch rispondendo il 9-4-2008 con un saggio dal titolo: A “Very New Approach” or Just More New Welfarism?[2]. Indicheremo questo articolo con F1. Inoltre, per accostarci al suo pensiero faremo riferimento anche al capitolo 7 del libro Rain Without Thunder The Ideology of the Animal Rights Movement[3] in cui egli tenta di individuare i criteri mediante i quali è possibile caratterizzare l’approccio abolizionista. Indicheremo questo testo con F2. Infine, per completare il suo modello teorico, considereremo anche un’intervista assai significativa. Essa è apparsa il 30-5-2005 sul sito Promiseland.it sotto il titolo un poco approssimativo Protezionisti, animalisti, vegan. Indicheremo questo articolo con F3. Altri riferimenti utili rilevati dal suo sito saranno opportunamente indicati in nota.

Prima di inoltrarci nello studio dei due autori occorre un chiarimento preliminare senza il quale la trattazione potrebbe indurre a fraintendimenti. L’equivoco principale potrebbe sorgere a proposito dei due termini abolitionism e reformism che compongono il titolo del saggio di Balluch. Affrontiamo il problema partendo dalla seguente tabella:

Tabella 1[4]
La concezione... zoofila protezionista liberazionista
persegue un metodo

riformista (1) riformista (2) ?
... e un obiettivo riformista (1) ? abolizionista

Come è noto, le prime manifestazioni e azioni ottocentesche in favore degli animali hanno avuto una natura zoofila. L’ideologia supportata da tale visione era caratterizzata, in estrema sintesi, da un riconoscimento del diritto degli umani a servirsi degli animali per gli usi più diversi. L’unica condizione che veniva richiesta alle autorità del tempo era una legislazione adeguata che consentisse l’“uso” dell’animale ma evitasse di infliggere forme eccessivamente dolorose di trattamento. Insomma, si chiedeva una cura dettata dalla pietà, ma niente di più.

Con l’evoluzione di questo pensiero, “animalista” solo in senso lato, si è giunti al riconoscimento dell’autonomia dell’animale e quindi alla visione animalista in senso proprio. L’animale non è fatto per gli umani, ha una vita indipendente, esigenze proprie e fa parte della realtà del mondo esattamente come l’umano. La nuova visione ritiene inaccettabile la prosecuzione delle pratiche di dominio affermatesi storicamente con la domesticazione. Il protezionismo ha parzialmente accolto questa idea. Pur riconoscendo, infatti, la necessità di un salto evolutivo nella relazione umano/animale, è rimasto tuttavia impigliato nella difficoltà dell’impresa e ha sviluppato una prassi riformista e minimalista collocata su una ricerca di piccoli passi legislativi accompagnata da un minuzioso lavoro di informazione. Questo atteggiamento permane tutt’oggi. Il mondo animalista è saturo di personaggi e associazioni che assumono la liberazione dal giogo umano un sogno talmente lontano (anzi, del tutto utopistico) da diventare tremendamente irreale, cosicché l’unica cosa che ritengono di dover fare consiste in una generica opera di sostegno ogni volta che si presenta la possibilità di agire. In tal modo il riformismo associazionista diventa veramente una pratica fine a se stessa che assomiglia molto (anche se ne costituisce un’evoluzione) alle iniziative zoofile ottocentesche dalle quali ha preso vita. Il punto interrogativo nella riga finale della colonna 2 sta a indicare che il protezionismo non è mai riuscito a superare l’impostazione pragmatica sulla quale ha impostato la sua identità. Ha insomma lasciato vacante un approfondimento sugli obiettivi di lunga prospettiva ritenuti troppo lontani per essere pensati, sondati, dichiarati.

Il liberazionismo rappresenta una risposta radicale all’orientamento precedente. Una parte del movimento registra la scarsa efficacia degli interventi protezionisti. In effetti sembra che, passando il tempo, la condizione animale peggiori a vista d’occhio imponendo una generale riconsiderazione delle pratiche fin qui seguite. La risposta determina una riflessione profonda proprio sul tema che i protezionisti hanno lasciato cadere: l’obiettivo dell’abolizione dell’uso degli animali da parte degli umani. L’insistenza da parte di alcuni teorici degli animal rigths sulla intangibilità etica dei diritti animali (Regan e altri) radicalizza questa parte del movimento che si raccoglie soprattutto in gruppi informali molto combattivi. Il diritto degli animali a non essere sfruttati diventa il fulcro del nuovo discorso e intorno a questo assioma si cerca di stabilire le vie adatte per realizzarlo, pur non sottovalutando la durezza e la lunghezza della via. Ma è proprio in questa ricerca che si arena. Se un testo come The case for animal rights[5], dopo più di 500 pagine di trattazione sulla legittimità dei nuovi diritti, cade in piena afasia sui metodi da intraprendere per la loro affermazione, significa che qualcosa si è interrotto, sia pure nella direzione inversa rispetto al caso del protezionismo. Lì c’era il regno del pragmatismo senza teoria, qui la teoria con un deficit sorprendente di pragmatismo. Nel tentativo di superare lo stallo, la parte del movimento liberazionista si lancia in un’attività conflittuale e aggressiva basata su liberazioni, ovvero attacchi ad allevamenti e centri di sperimentazione a cui poi si aggiungono energiche campagne di boicottaggio. La tradizionale attività informativa rivolta alla popolazione è ancora perseguita ma viene radicalizzata nei toni e nei messaggi. Non è il caso di discutere adesso sulla validità di tali pratiche. Giova solo considerare che il liberazionismo esprime una pratica spuria ampiamente indipendente dalle sue conclusioni teoriche. Insomma, il liberazionismo ha formalizzato la necessità dell’abolizione dell’uso dell’animale da parte dell’umano, ma ha lasciato sospeso il giudizio su come realizzarlo[6]. Ecco il significato del punto interrogativo nello spazio della colonna 3.

Qui giunti possiamo riprendere il confronto Balluch – Francione nel punto in cui l’avevamo lasciato. L’importanza dei due autori è stabilita dal fatto che entrambi portano un contributo fattivo al completamento della tabella consentendo di riempire le celle vuote. Il saggio di Balluch si impegna a restaurare, quell’obiettivo abolizionista che nell’alveo protezionista non è mai riuscito ad affermarsi. Francione, di converso, svolge da anni un notevole lavoro nella ricerca di una prassi non riformista (dunque abolizionista) nell’ambito della teoria degli animal rights. Si può dire, dunque, che i due autori perseguano l’abolizione dello sfruttamento umano sugli animali attraverso due strade diverse. Ecco come essi potrebbero completare la Tabella precedente:

Tabella 2
La concezione... zoofila protezionista
(secondo Balluch)

liberazionista
(secondo Francione)
persegue un metodo riformista riformista abolizionista
... e un obiettivo riformista abolizionista abolizionista

Occorre affermare con marcata insistenza che non tutti i protezionisti accettano il radicalismo finalista di Balluch, così come non tutti i liberazionisti accettano l’impianto di Francione relativo a una specie di pragmatismo abolizionista. Insomma Balluch e Francione non rappresentano i cardini su cui si riconoscono rispettivamente tutti i protezionisti e tutti i liberazionisti. Infatti i due autori costituiscono due esempi abbastanza isolati. In particolare, la maggior parte dei protezionisti continua a sostenere visioni ampiamente pragmatiche e rifiuta qualsiasi tipo di proiezione teorico-immaginativa verso un domani più o meno lontano. Rimangono cioè in una situazione di sospensione che si traduce in una esclusiva pratica di perseguimento “qui e ora” del minor male, ricadendo, nei casi più gravi, in prospettive zoofile. D’altro canto, non tutti i liberazionisti accettano le idee di Francione. Basti pensare alla rotta di collisione tra questo autore e Peter Singer, il quale, essendo un utilitarista, non può approdare né de jurede facto all’abolizionismo e, a rigore, non può nemmeno trovare posto nella tabella 2. Possiamo affermare che entrambi questi autori perseguono l’obiettivo di completare impianti teorici interrotti in altri ambienti. L’importanza dei loro contributi, a prescindere da eventuali difetti di ragionamento di cui si cercherà di dare conto, consiste proprio nella percussione argomentativa con cui tentano di aprire nuove strade.

Ora siamo in grado di evitare l’equivoco nel quale è facile imbattersi per via di un titolo infelice. Il saggio Abolitionism versus Reformism richiama due termini che si riferiscono al metodo e non agli obiettivi. Perciò non siamo di fronte a un autore che persegue l’abolizionismo (Francione) e uno che lo rifiuta (Balluch). Ma a due antispecisti che perseguono entrambi l’abolizionismo. L’oggetto del contendere è un altro. Ognuno accusa il suo antagonista di usare un metodo sbagliato con il quale l’abolizione dello sfruttamento degli animali nella società degli umani non sarà mai raggiunto.

Nello sviluppo della trattazione saranno impiegati termini quali: neowelfarismo per indicare le pratiche di matrice protezionista; welfarismo per indicare le pratiche zoofile finalizzate ad ottenere vaghi miglioramenti senza pretese abolizioniste da parte di chi se ne fa portavoce. Infine una precisazione relativa alla priorità da assegnare nello studio dei due autori. Poiché il neowelfarismo ha  una tradizione più vecchia dell’abolizionismo, la scelta si impone da sola, indipendentemente da chi possa aver per primo iniziato la discussione.
 

II – Martin Balluch, il “riformista”

Assegnare l’attributo di “riformista” ad un autore che fa gran dispendio della parola reformism sembrerebbe una banalità. In realtà, alla fine del percorso analitico si vedrà come tale termine vada oltre le odierne banalizzazioni e riprenda ben più profondamente una certa tradizione, almeno per alcuni tratti. Nel valutare le caratteristiche del pensiero di Balluch, si passeranno in rassegna:

  1. l’ipotesi dottrinale relativa alla validità del riformismo (o neowelfarismo);
  2. lo schema che pone in relazione i vari attori sociali secondo le loro particolari caratteristiche;
  3. il modello antropologico per mezzo del quale l’autore giustifica la necessità del riformismo;
  4. la convinzione della conferma storica del successo del riformismo e la critica all’abolizionismo inteso come metodo, e al veganismo come strumento per indurre i cambiamenti nelle abitudini degli individui.

1) La visione del riformismo come procedura per giungere all’abolizionismo

Accennando a frammenti di storia del movimento animalista, Balluch ammette lo scarto inequivocabile che esiste tra welfarismo e abolizionismo (v. B1). Tuttavia afferma che tale scarto appartiene al mondo dei concetti. In quanto concetti, essi sono irriducibili l’uno all’altro, ma una serie di osservazioni suggeriscono che ciò che è vero nel mondo delle idee non rende conto di quanto avviene sul piano storico. Le idee stazionano dentro la mente umana, ma i processi reali si manifestano al di fuori di essa. E processi reali inducono a pensare che le formalizzazioni razionali dei concetti relativi ai diritti animali passino attraverso una precedente assunzione di fattori di compassione ed empatia che sono poi i fattori con i quali entriamo direttamente in quello stato psicologico che ci fa accettare il principio che gli animali hanno diritti. E queste nuove idee non hanno le radici nel motore primo del welfarismo? Intanto Balluch osserva che è la storia stessa a parlare in vece sua. Sul piano cronologico non si può negare – dice – che il welfare venga prima degli animal rights e che proprio dall’addensarsi di piccoli incrementi di attenzione verso gli animali nascano sia una progressiva legislazione a loro favore (neowelfarismo), sia la consapevolezza, in alcuni strati di attivismo militante, della necessità di andare oltre. Balluch rileva come la filogenesi delle idee antispeciste si rifletta nell’ontogenesi dello sviluppo animalista individuale. Così come si arriva al veganismo solo dopo aver superato tutta una serie di difficoltà interiori, così come un individuo diventa un antispecista radicale attraverso un processo di crescita progressiva basata su un accumulo di motivazioni psicologiche, così accade per la società, la quale un giorno si ritroverà antispecista e integralmente vegana attraverso un processo di riforme progressive.

Si tratta di considerazioni che poggiano su una visione fortemente deterministica, come se gli attori umani, non spogli completamente della libertà di scelta, rispondessero comunque a un fine quasi ineluttabile una volta avviate alcune spinte iniziali. Tali spinte sono nate nell’’800 in Inghilterra attraverso le prime associazioni welfariste e si sono trasferite all’estero, in America e in Europa continentale raggiungendo, con il tempo, risultati imprevisti e dando luogo alla dottrina degli animal rights. Si tratta di un processo ramificato in cui il determinismo generale non viene contraddetto da processi più o meno accelerati o ritardati in ambiti locali. Così Balluch fa risalire i successi neowelfaristi austriaci al generale movimento per i diritti animali storicamente affermatosi, ma essi, una volta avviati, hanno incominciato a vivere di vita propria e, anzi, a retroagire sugli altri Paesi europei potenziando le spinte animaliste. In un passo colmo di fervore Balluch, commentando i successi austriaci contro l’industria della pelliccia, descrive come tali risultati abbiano esercitato potenti influenze anche altrove. Da ciò passa a ipotizzare una politica comune da parte dell’UE, e di qui, agli altri continenti fino all’estinzione dell’uso generalizzato della pelliccia[7].

Balluch non rinuncia a portare, in appoggio alle sue tesi, alcuni risultati ottenuti dalle battaglie animaliste condotte in Austria, ma per quanto riguarda il futuro, sembra inscrivere tutta la sua convinzione in una passione ottimistica che francamente si ritrova a fatica nel movimento. Frasi del tipo “non c’è ragione per cui ciò non possa accadere” si trovano nel suo saggio. Così, l’attivista austriaco giunge a prefigurare un processo prima locale e poi universale in cui, attraverso vari stadi a partire dall’assenza totale di restrizioni nell’uso degli animali, si giungerebbe a un riconoscimento di un uguale valore della vita di tutti gli animali[8].

Come ultima annotazione possiamo fornire una considerazione espressa alla fine del saggio ma che ne costituisce il basso continuo: laddove esiste un welfare avanzato, gli animal rights sono sviluppati al massimo grado. Dove non c’è welfare, nessuno si immagina neppure cosa siano i diritti degli animali[9]. Argomento che corona il causalismo balluchiano.

2) Un modello “economicista” e conflittuale per gli attori sociali

Il pensiero di Balluch può essere inquadrato in uno schema caratterizzato da quattro settori. L’originalità del modello non consiste però nella sua ovvia quadripartizione, quanto piuttosto nelle relazioni che l’autore stabilisce tra i suoi componenti.

Schema 1: Il modello di Balluch
movimento animalista

a
Indicatore Relazioni primarie (a)
industria che sfrutta gli animali
Indicatore Relazioni Secondarie (b) b
Indicatore Relazione Secondaria (d)
Indicatore Effetti indiretti forti (c) c
opinione pubblica
e
Indicatore Effetti indiretti deboli (e)
istituzioni politiche
  Legenda[10]
Indicatore Relazione primaria Relazioni primarie: sono esercitate direttamente dal movimento animalista su altri soggetti sociali; secondo l’autore, sono fondamentali e caratterizzano il modello.
Indicatore Relazioni Secondarie Relazioni secondarie: sono esercitate dal movimento animalista direttamente su altri soggetti sociali; secondo l’autore, sono sussidiarie e agiscono debolmente rispetto ai precedenti.
Indicatore Effetti indiretti deboli Effetti indiretti deboli: non sono prodotti direttamente dal movimento animalista, ma da altri soggetti da esso influenzati.
Indicatore Effetti indiretti forti Effetti indiretti forti: come i precedenti, ma agenti con maggiore efficacia.

Secondo Balluch, la relazione [a] (ripetutamente dichiarata di natura conflittuale) è quella più importante e si stabilisce tra il movimento animalista e l’industria che sfrutta gli animali. Lo scopo dichiarato è quello di sviluppare degli obblighi normativi per tale industria al fine di costringerla ad alzare il prezzo per unità di prodotto. Proseguendo incessantemente su questa strada si presume che, uno per volta, i vari segmenti di tale industria vadano in bancarotta e abbandonino il mercato. Alla fine del processo si registrerebbe il raggiungimento dell’obiettivo abolizionista. Secondo Balluch, l’attuale periodo storico in Europa avrebbe imboccato, grazie alle lotte del neowelfarismo, lo stadio iniziale di tale processo e i successi ottenuti in Austria (sempre secondo l’autore) avvalorerebbero tale tesi. Vengono portati vari esempi in proposito, primo fra tutti, il divieto di allevare le galline ovaiole  in batteria. Il trasferimento delle galline a terra alza il prezzo delle uova e predispone il movimento a successive battaglie per eliminare completamente l’allevamento[11]. Un altro esempio su cui Balluch insiste molto è quello dell’industria delle pellicce che in Austria è stata completamente sgominata da una legislazione che non consente eccezioni. Infine, l’annosa questione circense è approdata a un divieto assoluto di impiego di animali non domestici. Dunque si possono usare ancora animali come cani o cavalli, ma circhi che posseggono tigri o elefanti non possono attendarsi in terra austriaca. Siamo di fronte ad un approccio reso sicuramente nuovo dalla natura economicista su cui si basa, e Balluch lo dichiara apertamente. L’enfasi viene posta su una battaglia aggressiva verso le istituzioni economiche viste come il vero nemico da battere attraverso una continua e incessante battaglia tesa a porre argini e difficoltà. Lo scopo è sempre quello: spingere un’industria verso una bancarotta strisciante fino al punto in cui l’interesse a rimanere sul mercato venga a cessare. L’esempio delle pellicce rappresenta un caso giunto a conclusione. Quello del circo è, probabilmente, un caso valutato come un successo di mezza via. Il caso delle galline ovaiole, l’inizio di un processo più impegnativo, considerando che investe interessi decisamente più ampi.

Le istituzioni politiche nazionali e locali svolgono ovviamente un’importante funzione nel modello. Devono legiferare e produrre le norme necessarie per mettere in crisi l’industria che sfrutta gli animali (relazione [c]). Ma come si collocano rispetto agli altri attori? Non viene negato un ruolo dei politici a supporto all’industria animale. Ci possono essere personaggi ad essa legati che dunque, si opporranno alle lotte del movimento e alle sue richieste. Balluch però individua nel sistema della politica una dimensione di fatto neutrale, tutto sommato interessata alla propria sopravvivenza attraverso il riconoscimento dei suoi membri da parte degli elettori. Il progressivo smantellamento dell’industria animale sarà dunque garantito solo se, insieme alle richieste esplicite del movimento (relazione [d]), quest’ultimo sarà stato in grado di esercitare un’influenza sull’opinione pubblica (relazione [b]), a sua volta capace di indurre le istituzioni (relazione [e]) a seguire linee normative evolutive che perfezionino sempre più il neowelfarismo del movimento. Viste in questi termini, le istituzioni politiche possono apparire esageratamente “di parte”. È evidente che la relazione [c] in realtà viene considerata dall’autore bidirezionale, ovvero capace di esercitare risposte, talvolta anche molto forti, dal sistema dell’industria animale sul sistema politico. L’industria ha grandi mezzi per farlo. Ma Balluch crede che il saldo direzionale della freccia abbia l’andamento rappresentato nello schema, in parte per la visione deterministica e ottimistica che sta alla base delle sue idee, in parte per la risolutezza e la forza dichiarata “storicamente crescente” del riformismo animalista. In ultima analisi, Balluch ritiene che la politica svolga una funzione limitante e in prospettiva distruttiva sull’industria animale. Le condizioni che sostengono il suo modello sono dunque tre: 1) un’idea essenzialmente passiva della politica e delle istituzioni pubbliche che svolgono una specie di arbitrato nella costellazione delle forze sociali, 2) un movimento animalista con ampie capacità di mobilitazione in grado di generare iniziative confrontative, energiche e conflittuali pur contenute entro l’ambito della legalità, 3) ... e che, in pari tempo, sia in grado di esercitare una certa influenza sull’opinione pubblica per promuovere, su base storica, il processo di riconoscimento dei diritti degli animali. Il punto (2) è molto importante. Per quanto si inscriva nel campo protezionista, l’orientamento presentato si differenzia molto da gruppi e associazioni, anche italiane, che si limitano a generare campagne costituite da semplice raccolte di firme. Senza il conflitto contro l’industria animale i risultati non esisterebbero e tutto si ridurrebbe a pura testimonianza. E, ovviamente, il conflitto deve possedere la capacità di influenzare la popolazione portandola dalla propria parte contro gli interessi dell’industria animale[12]. Ma, si badi bene, la situazione che si crea assomiglia a quella di un teatro in cui il pubblico viene coinvolto solo indirettamente mentre le parti conflittuali si confrontano sul palcoscenico. La rilevanza etica della posizione animalista accompagnata da una sottile battaglia psicologica tendente a fare emergere il lato crudele del trattamento degli animali e, quindi, a sollecitare il lato compassionevole nascosto nelle persone, determinerà, in questo teatro sociale un rafforzamento della posizione animalista e un indebolimento di quella dell’industria. Per cui, alla fine della rappresentazione la prima riceverà gli applausi, la seconda i fischi e, quando da dietro le quinte giungerà l’ultimo personaggio, la politica con le sue istituzioni, questo dovrà prendere atto dell’andamento della battaglia e sancire la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro. Certo è auspicabile che una parte dell’opinione pubblica si trasferisca nel movimento per rafforzarlo incrementando le fila degli attivisti, ma Balluch sostiene che esiste un limite sociale fisiologico di tipo quantitativo che non può essere superato. Per cui è inutile forzare oltre misura un’azione diretta sul pubblico nel tentativo di creare un coinvolgimento totale in ognuno dei suoi componenti. Sarebbe uno spreco di risorse che verrebbero sottratte alla battaglia vera. L’importante è che si stabilisca un alone di simpatia verso le battaglie del movimento. Al limite non è nemmeno necessario che la maggioranza della popolazione sostenga una certa disposizione. Approfittando della tipica struttura a compartimenti stagni della società sistemica, è sufficiente che una parte dell’opinione pubblica la appoggi mentre l’altra, magari maggioranza, se ne disinteressi completamente e non appoggi l’industria. Anche questa sarà una condizione favorevole. Questo approccio è davvero sorprendente e, richiamando ripetutamente la funzione fondamentale del conflitto, Balluch eleva questo concetto fino a farlo diventare elemento centrale del suo pensiero[13]. Qui giunti occorre compiere un altro passaggio per guardare meglio dentro la categoria “opinione pubblica”. L’interpretazione dell’attivista austriaco aiuta a comprendere meglio quale ruolo secondario, se non addirittura passivo, venga da lui attribuito a questo attore sociale.

3) Un modello antropologico per interpretare le masse

Balluch ridisegna un’antropologia basata in ampia misura su comportamenti irrazionali, dunque canalizzabili verso determinati obiettivi soltanto se si tiene conto della loro natura. Egli non esibisce questa tesi laddove è accettata o quantomeno tollerata, per esempio in un’aula universitaria o in una conferenza per adepti dove potrebbe essere ammessa o rigettata, ma ritenuta legittimo oggetto di discussione. La esibisce in un documento pubblico attraverso il quale crede (spera) di indicare al movimento riformista antispecista le linee di intervento utili alla battaglia abolizionista. Occorre sottolineare il coraggio di tale operazione. Negare in pubblico una visione dell’umano come essere che padroneggia pienamente i suoi comportamenti significa esporsi a tre pericoli: alle critiche, al ridicolo, all’indifferenza[14]. Ovvero a quei pericoli che abbassano pericolosamente la stima sociale e conducono all’isolamento e quindi alla perdita di qualsiasi ruolo pubblico.

L’osservazione topica è di una semplicità sorprendente e in grado (anche in casi in cui l’animalismo non c’entri nulla) di far tremare le basi teoriche della democrazia rappresentativa. Può accadere che ragguardevoli maggioranze della popolazione siano nettamente a favore di qualcosa che pubblicamente non riesce ad affermarsi o contro qualcosa che invece possiede una stabilità formidabile. Egli porta l’esempio di una popolazione, quella austriaca, che sottoposta a sondaggio, si è dichiarata a schiacciante maggioranza contro la produzione delle uova prodotte in batteria e, ciononostante, ha continuato con regolarità ad acquistare tali uova[15]. Situazioni analoghe accadono regolarmente in molteplici ambiti della vita sociale. Accade, cioè, che vi sia una discrasia tra il comportamento ritenuto giusto e quello realmente praticato. Ciò che emerge è dunque un ente atomico i cui comportamenti non possono essere spiegati sulla base di quelle due astrazioni su cui l’Occidente ha creato il suo modello di individuo pubblico: la razionalità e l’autonomia. La razionalità, lo strumento con il quale l’individuo giustifica il suo comportamento, è sempre una giustapposizione a posteriori tesa a dare conto di qualcosa solamente dopo che il comportamento è avvenuto[16]. L’autonomia, d’altro canto, si rivela niente di più di un fantasma condizionato da fattori ambientali e sopraffatto da costellazioni di pulsioni  interiori. Queste ultime, poi, frequentemente in contrapposizione fra loro, sono abilmente occultate dalla natura in una forma (l’individuo) solo esteriormente unitaria. Tale osservazione, afferma Balluch con buone ragioni, «è così ovvia che non merita alcuna dimostrazione empirica» [B2]. Se l’individuo è sede di una così evidente instabilità morale, degli outsider (come gli animalisti) saranno impossibilitati a dirigere, verso ambiti pur ritenuti collettivamente giusti, i comportamenti individuali di persone soggette a tempeste pulsionali e incapaci di relazionarsi su basi razionali. Solo il dato di fatto, ottenuto per via normativa, il quale esercita un’efficace trasformazione della realtà, consente alle persone di adattarsi tutto sommato agevolmente in una nuova situazione. Ritornando all’esempio più volte citato, Balluch osserva che quando in seguito alle battaglie animaliste la legge austriaca ha eliminato le uova prodotte in batteria, sostituendole con quelle degli allevamenti a terra, la popolazione che prima automaticamente dirigeva la mano negli scaffali verso le uova incriminate, adesso non avverte alcun problema acquistando le nuove. Analogamente, egli stima, nel giro di poco tempo, una generazione o due, gli spettatori dei circhi troveranno assolutamente normale l’assenza di tigri o di elefanti, al punto che si stupirebbero di vederli (re)introdotti nelle piste. Da questi ed altri esempi, Balluch fa derivare una naturale propensione delle persone ad adattarsi alla situazione data. La sua è una visione politicamente non corretta. Infatti l’ipocrisia spesso diffusa nel politically correct presuppone una persona razionale, ben conscia di se stessa e animata da una coerenza al massimo scalfita dall’interesse, ma mai soggetta alle imprevedibilità delle pulsioni. Che Balluch se ne renda conto o meno, la sua concezione appare debolmente democratica oltreché realista (perché sembra interpretare la dinamica sociale come l’effetto della dialettica di gruppi strutturati, mentre la cultura tradizionale e ufficiale, si ostina a mettere al centro del mondo l’individuo) e forse, approfondendola, potrebbe portare a considerazioni politiche imprevedibili. Nel suo saggio iniziale [B1], Balluch inserisce questa visione in un abbozzo di teoria fisicalista dell’individuo, paragonato a una sfera condizionata da forze ambientali a cui è difficile sottrarsi e solo lievemente modificabili[17]. Ora si intuisce perché Balluch ritenga che il movimento debba dirigere l’azione (conflittuale) contro l’industria animale[18] e sia piuttosto freddo rispetto all’azione di propaganda verso gli individui per convincerli a cambiare quelle abitudini che danneggerebbero l’industria: semplicemente (e saggiamente) non crede a quest’ultima possibilità. Poiché ampia parte del movimento animalista si consuma in questa tendenza, si comprende la novità del suo orientamento.

Tuttavia, se avvicinare il pubblico per indurlo a fare scelte individuali radicali ha dimostrato di non funzionare, determinando, anzi, un’enorme perdita di energia e una distrazione di risorse importanti, il pubblico stesso può essere investito di un ruolo non trascurabile, un ruolo che la psicologia sociale definisce “di atmosfera”. L’atmosfera sociale, opportunamente creata dal movimento, agisce sul pubblico –inteso dunque come entità globale e non come somma di persone – inducendolo a sostenere in modo più o meno intenso, ma essenzialmente generico, le iniziative contro l’industria animale. L’esempio sopra riportato relativo alle uova può, con buone probabilità, descrivere l’idea di Balluch: se il movimento intraprende lotte contro l’industria e se la politica si rende conto che la popolazione supporta questa idea, essa promulgherà norme atte a bandire gli allevamenti in batteria risolvendo il problema. Se invece il movimento si batte per convincere le persone al consumo alternativo, queste, anche quando ritengono giuste le ragioni animaliste, ricadono in abitudini troppo dure da superare.

Rimane da chiarire un’ultima cosa. Come possa essere indotta dal movimento la simpatia del pubblico alle sue battaglie. La sensibilità empatica verso gli animali presente in larga parte della popolazione e, nello stesso tempo, la sua scarsa propensione ai ragionamenti teorici sono due condizioni che fanno sì che la prima debba essere stimolata e la seconda evitata. Per Balluch, parlare di diritti animali significa produrre scarso effetto sul pubblico, mentre mostrare il taglio del becco dei volatili destinati all’affollamento nelle gabbie può sortire l’effetto desiderato. Inoltre, il modello fisicalista-energetico che l’autore propone determina la regola di impegnarsi in piccoli spostamenti in avanti, obiettivi parzialissimi che possano indurre la popolazione a pensare che siano raggiungibili. Ogni tendenza ad esibire subito i grandi obiettivi dell’abolizionismo vorrebbe dire attingere a una metodologia abolizionista già destinata al fallimento per via della grandiosità di una visione ritenuta dal pubblico utopistica e sognatrice[19].

4) Successi del neowelfarismo in Austria e critiche all’abolizionismo come metodo e al veganismo come strumento di propaganda

Balluch ritiene di poter offrire la dimostrazione empirica della validità dei suoi argomenti. Egli esibisce la sequenza di quelle trasformazioni delle leggi sugli animali che, a suo dire, hanno trasformato l’Austria in soli 10 anni. Cita le restrizioni sulla produzione delle pellicce seguite successivamente da un bando completo. Prosegue con la normativa sui circhi, sul divieto di sperimentazione sulle scimmie, sui metodi di detenzione delle galline e dei conigli. Cita altresì modifiche del codice civile, leggi generaliste e articoli costituzionali in direzione di una maggiore attenzione verso la condizione degli animali. L’entusiasmo con cui snocciola i risultati è la dimostrazione più evidente della sua convinzione rispetto all’efficacia del neowelfarismo, convinzione che si traduce in una critica via via più pesante alle nuove tendenze che perseguono metodi liberazionisti e abolizionisti. Se nel primo saggio [B1] mantiene un tono assertivo/descrittivo abbastanza corretto, commette verso la fine l’errore di criticare alcuni passaggi del libro Rain Without Thunder di Gary Francione provocando la reazione di quest’ultimo. Cosicché l’articolo di risposta [B2] alle obiezioni di Francione assume un tono più polemico che permette di valutare quell’intensa ostilità contro l’abolizionismo come metodo che nel saggio iniziale viaggiava sottotraccia. Dunque possiamo disporre di un’argomentazione critica verso le tesi abolizioniste.

In primis, Balluch – riprendendo la sua visione fiscalisto-energetica – osserva che è possibile che qualcuno diventi vegan in virtù di particolari condizioni, ma ragionevolmente sostiene che non è plausibile che la gente normale faccia questa scelta. Le condizioni ambientali lo impediscono e molti che passano al veganismo senza una ferrea convinzione, regrediscono nel giro di un certo tempo in ragione dei condizionamenti cui sono sottoposti[20]. Poiché l’umano è un animale sociale, tende ad adattarsi alla condizione dei più; così non potremmo sorprenderci se, pur criticando l’allevamento delle galline in gabbia, alla fine le sfrutta comprando al supermercato i loro prodotti. Perciò la stabilità del comportamento vegan può manifestarsi soltanto in due modi: o la società diventa vegan essa stessa, oppure il vegan si adatta a vivere in una piccola comunità relativamente indipendente, da cui, quotidianamente, riceve rinforzo comportamentale grazie all’omogeneità del gruppo in cui è inserito. Oltre a questi casi c’è solo l’attivista per gli animal rights, il quale però non è un individuo standard. Ora, la società vegan integrale non esiste e l’isolamento in comunità piccole e omogenee non comporta la capacità di influenzare l’esterno. La conclusione è dura: gli attivisti che tentano come scelta strategica di incrementare i consumi vegan delle persone per danneggiare l’industria animale sprecano semplicemente le loro energie e il loro tempo. A ciò, Balluch aggiunge una considerazione tanto ovvia quanto importante su cui spesso si sorvola: la popolazione cambia in numero e in persone a causa di morti, nascite, immigrazioni. Perseguire il tentativo di cambiare le menti una per una significa davvero condannarsi ad un eterno lavoro di Sisifo. Rovesciando lo stesso argomento che Francione gli rivolgerà contro, osserva che le tendenze vegan – vegetariane in Austria sono vecchie di 130 anni, ma sono sempre rimaste circoscritte a pochi iniziati o comunque a piccoli numeri di individui. E allora? E allora rimane soltanto una via: quella di operare dei cambi strutturali di sistema che agisca per piccoli, ma irreversibili passi successivi attraverso un conflitto totale con l’industria animale[21].

La propaganda vegan produrrebbe un danno piuttosto grande anche sulle donazioni. Un monte di denaro finanzia il riformismo austriaco. I finanziatori, gente normale spinta da molle psicologiche essenzialmente zoofile, qualora la propaganda animalista si radicalizzasse, chiuderebbero con ogni probabilità i finanziamenti, o, almeno, li ridurrebbero a livelli talmente bassi da danneggiare gravemente le attività e i progetti. In altri termini, l’azione animalista deve agire sull’atmosfera psicologica dell’opinione pubblica segnalando gli abusi e non gli usi. I primi fanno leva sul naturale senso di compassione che dimora nell’intimo delle persone, e perciò possono trovare un grande spazio di consenso, mentre i secondi sono troppo incastrati nella tradizione per poter essere cancellati con inviti segnati dal più arduo volontarismo. La propaganda del veganismo tendente a scardinare l’uso dell’animale costituirebbe una via assolutamente impraticabile ai più.

In ultimo, vale la pena di sottolineare il giudizio sul personale militante che riprende il giudizio dato sull’opinione pubblica. Così come il mutamento delle abitudini sul pubblico può avvenire per gradi, anche la permanenza dell’attività del militante animalista può mantenersi viva e operante se alimentata da piccoli e progressivi successi. Non c’è niente di più devastante di una condizione come quella dell’attivista che vede la situazione disperante dell’inferno per gli animali e, attraverso gli anni, non riesce a registrare il più piccolo dei miglioramenti. Frustrazione, rabbia e rischio di atti autodistruttivi minano il suo futuro; invece, i piccoli risultati svolgono quella funzione di rinforzo capace di dare un senso all’attivismo e di renderlo stabile nel tempo.

5) Conclusioni

È utile concludere questa sezione, richiamando in estrema sintesi gli aspetti che caratterizzano il percorso di Martin Balluch:

  1. il riconoscimento di una sostanziale neutralità dello Stato chiamato a svolgere una nozione di arbitrato tra interessi diversi;
  2. la pratica del conflitto mediante campagne contro l’industria animale per determinarne la messa in crisi con la chiusura progressiva di interi settori fino all’ottenimento della sua scomparsa globale;
  3. l’orientamento economicista, ovvero il riconoscimento della necessità di agire politicamente e conflittualmente a livello della struttura economica che gestisce animali anziché a livello culturale e sovrastrutturale (le abitudini degli individui);
  4. la ricerca del consenso dell’opinione pubblica da sfruttare nel confronto politico; consenso cercato non sugli obiettivi ultimi, bensì su obiettivi minimi e capaci di promuovere un senso di empatia verso gli animali;
  5. la convinzione che, storicamente, il riformismo neowelfarista condurrà all’abolizione definitiva dello sfruttamento animale.

III – Gary L. Francione, il “movimentista”

Anche al secondo autore è possibile assegnare una denominazione per descrivere lo schema con il quale si accosta alla questione animale. Con il termine “movimentista” si intende un atteggiamento diretto a conquistare consenso intorno a un tema etico e di giustizia con un assiduo lavoro di persuasione rivolto  alla popolazione. Nel valutare le caratteristiche del pensiero di Francione, si passeranno in rassegna:

  1. il punto di partenza: la critica al modello protezionista classico;
  2. l’alternativa quale unica strada da battere: il modello abolizionista;
  3. gli interventi possibili per alleggerire il peso della condizione animale, che egli contempla sotto l’espressione “approccio incrementale”;
  4. l’etica radicale dell’autore.

1) Il bersaglio delle critiche francioniane: il modello protezionista classico

Per comprendere la critica di Francione al protezionismo conviene partire da uno schema analogo a quello della precedente sezione.

Schema 2: Il modello protezionista classico
movimento animalista
a
Indicatore Relazioni Secondarie (a)
industria che sfrutta gli animali
Indicatore Relazioni primarie (b) b
Indicatore Relazione Secondaria (d) e Indicatore Effetti indiretti deboli (f)
Indicatore Effetti indiretti deboli (c) c
individui
e
Indicatore Effetti indiretti deboli (e)
istituzioni politiche
Legenda (vedi Schema 1)

Si nota subito la differenza sostanziale tra il modello protezionista classico e l’impostazione di Balluch. Lì, la relazione caratterizzante era verso l’industria e quella secondaria verso l’opinione pubblica. Qui la relazione verso l’industria è, come si discuterà, molto attenuata quando non inesistente. Inoltre le energie non vengono indirizzate verso l’“opinione pubblica”, ovvero al generico sentire comune della società, bensì agli individui singoli (notare nel box in basso a sinistra, la sostituzione di opinione pubblica con individui). Anche se ovviamente ci si rivolge collettivamente a gruppi allargati, l’idea è che questi gruppi siano costituiti da singoli da conquistare uno per uno. Sono i singoli che devono rispondere agli appelli e alle petizioni. Questa differenza è centrale e, se non viene compresa adeguatamente, comporta inevitabili fraintendimenti nel prosieguo.

In effetti, il movimento protezionista orienta le proprie attività alla popolazione per convincere gli individui a piccoli atti che, cumulandosi, dovrebbero condurre ad una “situazione migliore per gli animali”. La frase ripetuta in tante occasioni con piccole varianti, non viene mai sostanziata, proprio per l’incapacità del protezionismo di inserire ogni proprio atto in un piano strategico o, quantomeno, in un programma. Tali attività si compongono essenzialmente in: a) campagne (nome generico per indicare una problematica specifica posta all’attenzione del pubblico: ad es., “il randagismo”); b) banchetti informativi con la distribuzione di volantini e depliant; c) petizioni e proteste in cui si chiede una firma di adesione (su internet, per strada, ecc.).

A ben vedere si tratta, come nel “modello Balluch”, di azioni parziali, finalizzate ad obiettivi specifici, la cui prospettiva incrementale è considerata l’unica possibilità di attenuare un rapporto violento e il cui scopo è rivolto a far sì che, dopo un ciclo di azioni varie, tutto si sostanzi in piccole trasformazioni normative emanate dallo Stato. Solo che, per Balluch, l’azione è orientata all’industria e costituisce un fattore strategico di cambiamento radicale, mentre per il protezionismo classico – entità generica essenzialmente priva di fiducia in se stessa – è semplicemente l’unica pratica da attuare tentando di agire sulle “coscienze” (entità tipicamente individuali) e di promuovere la crescita della “sensibilità animalista”. Si pensa così che alla fine di un lungo processo, se tale sensibilità diventasse maggioritaria, qualche risultato si vedrebbe. Occorre insistere sulla discordanza: mentre Balluch dichiara la certezza che la propaganda sulle limitate capacità di assorbimento di un ascoltatore generico sia pura perdita di tempo, qui, viceversa si ritiene che, a parte qualche periodica richiesta di norme alle istituzioni, sia l’unica vera possibilità reale. Dunque il modello protezionista classico non è, a differenza di quello dell’attivista austriaco né drasticamente conflittuale (fatto da porre decisamente in primo piano) né rivolto all’industria verso la quale, semmai, si strizza l’occhio al fine di ottenere una parte di miglioramenti neowelfaristi con relazioni servili e ruffiane. Questo scambio di interlocutori (“industria” vs. “pubblico”) e di modalità di azione (“conflittuale” vs. “accomodante”) comporta una differenza talmente importante tra le due visioni che non deve assolutamente essere trascurata[22].

La relazione [a] è dunque di tipo debole se non inesistente. Di fatto i protezionisti confidano maggiormente nelle scelte dei consumatori: se questi abbandonassero progressivamente abitudini implicanti le forme più acute di sofferenza animale si sentirebbero gratificati. Il fatto che la gratificazione non si realizzi mai in termini significativi vuol dire che tali abitudini sono cementate dalla tradizione, ma questo non dissuade, semmai rafforza, i protezionisti nella loro convinzione che bisogna procedere per gradi scavando nell’insensibilità delle persone per far emergere un’innata compassione data per scontata. Perciò l’industria sarà al massimo soggetta a qualche richiesta fatta senza eccessiva convinzione; talvolta le richieste vengono inoltrate per mezzo di petizioni e raccolte di firme con il supporto del pubblico. Come si è visto, un po’ di attenzione viene rivolta verso le istituzioni (relazione[d]). Il protezionismo si è storicamente affermato nella forma di associazioni che, in alcuni casi, sono diventate piuttosto solide e questo ha comportato l’apertura di canali di tipo debolmente lobbistico. Ciò ha ancor di più svuotato di importanza le risorse umane di base rendendo tali organismi strutture essenzialmente burocratiche. Si osservi che il modello non presenta, al di là di [b], relazioni caratterizzanti. Tutta l’energia disponibile dei protezionisti viene rivolta verso il pubblico trasformato in un nugolo di “consumatori”, consapevoli che c’è da aspettarsi ben poco dallo Stato e dall’industria e fiduciosi soltanto negli individui, nella convinzione che questi rispondano positivamente alle sollecitazioni e agli inviti. Detto in altri termini, il modello protezionista è privo di “futuro” e anche questo dimostra la profonda differenza rispetto alla visione di Balluch in cui, si ricorderà, le azioni forti verso l’industria e quelle deboli verso il pubblico e verso lo Stato si traducevano poi in una normazione progressiva capace di condurre verso l’abolizionismo.

Siamo ora in grado di rilevare da vicino le critiche francioniane a tale modello. La prima osservazione mossa alle pratiche protezioniste è di una evidenza tale da apparire sconcertante: il protezionismo ha una lunga tradizione e non è riuscito a limitare i danni, né ad impedire che aumentassero vertiginosamente. La condizione animale è dichiarata in tragico peggioramento esponenziale[23]. Le leggi protezioniste solo apparentemente provvedono al benessere degli animali. In realtà, afferma Francione, sono il portato implicito della modernizzazione dei processi di smembramento e distruzione dei corpi degli animali. È evidente che l’olocausto di massa degli animali debba basarsi su tecniche che lo rendano più facile e meno pericoloso per gli operatori dei mattatoi. E poiché tali facilitazioni devono prevedere delle risposte meno pericolose da parte degli animali terrorizzati, il plauso dei protezionisti per una maggiore dolcezza nelle uccisioni si trasforma addirittura in un tanto sorprendente quanto equivoco sostegno all’industria animale[24].

Si crea così uno strano paradosso. Con l’intenzione di rendere meno cruenta l’uccisione dell’animale, cosa che avverrebbe senza i suggerimenti delle anime candide proprio in virtù della modernizzazione dei processi[25], i protezionisti non fanno che avallare il principio che gli animali possano essere utilizzati per gli scopi umani. Non solo. Come Francione frequentemente dichiara, il plauso protezionista ad ogni intervento istituzionale a favore del benessere degli animali non fa che alimentare la convinzione sociale che, essendosi sostituito il vecchio trattamento con uno più umano, tutto sommato si sia moralmente autorizzati a utilizzare prodotti animali[26].

Un’altra critica radicale e puntuale al protezionismo riguarda quello che potremmo chiamare “intervento atomistico” in opposizione all’“intervento olista” propugnato da Francione. Per i motivi descritti, i protezionisti sono sempre protesi ad evidenziare un problema per volta. Ora le foche della Norvegia, ora i cani della Corea, ora la macellazione islamica o ebraica, ecc. Si tratta di un sistema di procedere che, anche se i protezionisti non lo sospettano, assolve tutto un universo di nefandezze nel momento in cui ne rimarca una. È un’assoluzione sicura che naviga nell’inconscio del destinatario della comunicazione: “Questi coreani sono incivili perché mangiano i cani”, “Questi ebrei sono ignobili per la loro macellazione kosher”. E anche se le critiche sono indirizzate a situazioni nazionali, il succo non cambia: “Che bastardi questi tizi che abbandonano il cane sulle autostrade”. Insomma, la stimolazione dell’attenzione su microproblemi, oltre a possedere effetti deboli o inesistenti sulla questione in oggetto finisce anche per offuscare la questione animale nella sua essenza e di fatto alleggerisce il carico di responsabilità della persona a cui si rivolge la comunicazione la quale magari si lamenta del randagismo davanti a una bella bistecca di bue[27]. Questa puntuale riflessione si presta ad una falsa obiezione che, tuttavia, possiede un notevole effetto disturbante. Si può infatti obiettare che, allo stesso modo, non avrebbe senso protestare per la condizione dei palestinesi a Gaza, o per i cristiani del Darfur a causa dell’enorme numero di gravi ingiustizie perpetrate verso numerose comunità di questa terra. L’attivista americano sembra voler stoppare sul nascere l’obiezione, ma si limita a dire che non è la stessa cosa, senza tuttavia specificare in che consisterebbe la differenza[28]. Probabilmente la ritiene ovvia, ma non è detto che lo sia per tutti. È chiaro che ogni ingiustizia che si compie nel mondo dell’umanità interferisce con diritti universali già riconosciuti. Dunque ha senso intervenire su ogni singola questione perché essa non influenza tutte le altre. Altra cosa è adottare lo stesso metodo laddove non esistono diritti di alcun genere. Qui sostenere una causa significa effettivamente nascondere altre situazioni che appartengono alla stessa classe di problemi. Senza contare che, come Francione mette bene in evidenza, è anche possibile che la perorazione di una causa si tramuti in un danno per altri individui. Chiedere ai coreani di non mangiare cani o agli italiani di non mangiare carne di cavallo significa, nell’improbabile caso che la campagna abbia successo, dirottare i consumi verso la carne di altri animali e dunque, in definitiva, stimolare un cambiamento che contrasta con l’etica liberazionista. Chiedere la libertà per Gaza non significa barattare la libertà di un altro popolo con quella dei Palestinesi.

Finora si sono considerati solo aspetti di natura pragmatica. In effetti, Francione sostiene l’inefficacia delle azioni protezioniste, ma i veri motivi dei suoi affondi non riposano su tali argomenti. Anche se il protezionista potesse dimostrare di ottenere risultati progressivi, cosa negata da chiare evidenze, rimarrebbe sempre insolubile il problema fondamentale: il problema morale. Il protezionismo non si merita tanto di essere contrastato perché inefficace, quanto perché collide con le sue finalità etiche. Se vi sono attività umane giudicate immorali, è immorale anche la posizione di chi implicitamente le giustifica apportando o proponendo modifiche che convalidano, sia pure indirettamente, la legalità di quelle attività. In un regime schiavista, chi propone la diminuzione delle ore lavorative dello schiavo, per quanto sia riformista, di fatto riconosce la legittimità della schiavitù. A questo esempio, spesso si obbietta che, a fronte di un potere assoluto e temporaneamente imbattibile, un approccio riformista che prendesse tempo in attesa di momenti migliori e accettasse miglioramenti parziali potrebbe essere moralmente giustificato. Forse. Ma si potrebbe sostenere la logica riformista in altri casi diversamente ripugnanti? In caso di tortura, stupri, violenze sui bambini o su gruppi etnici, chi contratterebbe migliori condizioni per le vittime?[29] E non è proprio simile – per l’immane violenza subita – la condizione degli animali? Non è vero che in un bicchiere di latte c’è concentrata nascita forzata, tortura permanente, violenza sulle esigenze etologiche e morte violenta? Qui Francione dimostra di essere indenne da una forma infida di specismo che dimora nell’inconscio di molti “antispecisti”. Se essere antispecisti significa uguale rispetto per gli esseri senzienti indipendentemente dalla specie di appartenenza, negoziare le condizioni migliori di detenzione o di soppressione significa non affrancarsi dalla cultura specista. Una bella contraddizione!

Il nocciolo della reazione francioniana alla cultura protezionista sta proprio nella indelebile convinzione di una debolezza morale che deve essere sconfitta se si vuole dare una prospettiva all’abolizionismo animalista. In questo quadro si inserisce anche la polemica vegetarismo vs. veganismo. Spesso, per non dire sempre, i protezionisti aborrono propagandare il veganismo[30]. Se ne comprende la ragione. Il veganismo è qualcosa di più di una dieta ristretta (per quanto ampiamente sufficiente alle esigenze biologiche umane). È un sistema di vita che controlla, per quanto è possibile, di non danneggiare il mondo animale. È una via estremamente gratificante per chi la segue, ma di difficile proposta a un pubblico forzato da abitudini e da tradizioni. I protezionisti, nella loro ansia di assecondare con timidezza il pubblico si guardano bene dal pronunciare persino la parola vegan e accusano i liberazionisti – che propagandano tale pratica – di fanatismo e di allontanare il pubblico prima che questo possa essere avvicinato e sensibilizzato. Francione si oppone a questa scusa che ritiene un misto di opportunismo e pusillanimità. Sostenere anche solo il vegetarismo significa rientrare nella logica di quella parzialità che, mentre contratta, giustifica, in nome di un futuro incerto che non si avvicina mai. Non che il Nostro non si renda conto della difficoltà dell’impresa, ma è dimostrato – e Francione non si stanca di ripeterlo in articoli, libri, saggi – che abdicare ai principi, soprattutto quando sono assoluti, per ottenere piccoli vantaggi, significa perdere quelli senza ottenere questi. Si comprende quindi come la ripulsa del veganismo sia interpretata da Francione come un sorprendente regalo fatto dall’animalismo ai suoi avversari: se già i protezionisti si sentono in colpa a pronunciare la parola, il veganismo potrà mai affermarsi?

2) L’alternativa: l’abolizionismo metodologico di Francione

Proviamo ora a riprendere, con le opportune modifiche, lo schema che ci ha fin qui accompagnato.

Schema 3: Il modello abolizionista di Francione
movimento animalista   industria che sfrutta gli animali
Indicatore Relazione primaria (b) b
Indicatore Relazione Secondaria (d) e Indicatore Effetti indiretti forti (f)
Indicatore Effetti indiretti deboli (c) c
individui
e
Indicatore Effetti indiretti deboli (e)
istituzioni politiche
Legenda (vedi Schema 1)

Da un punto di vista formale, lo schema di Francione assomiglia sorprendentemente molto più a quello protezionista puro che a quello di Balluch, in virtù della relazione caratterizzante verso gli individui, ma come si vedrà, questa somiglianza è apparente e scompare se si considerano i contenuti. La relazione [a] verso l’industria animale non è rappresentata. Francione ritiene che l’industria animale, nel suo complesso, non sia direttamente condizionabile con negoziazioni o conflitti e in questa proposizione si misura tutta la sua distanza sia da Balluch che dal protezionismo classico. Egli cita alcune situazioni che contraddicono quelle tesi. Quando si riesce a tagliare un tentacolo dell’industria, ecco rispuntarne un altro gemello, magari all’estero e, quindi, non condizionato dalle battaglie del movimento di un determinato Paese. Talvolta il miglioramento della condizione animale ottenuto combattendo contro l’industria comporta modernizzazioni dei processi di produzione: in questi casi si assiste paradossalmente all’aumento della produzione e dei profitti dell’industria, dunque ad un rinforzo del quadro specista. Quando ciò non accade, perché una battaglia alza effettivamente i costi di un prodotto, il consumatore si rivolgerà a una produzione più economica della stessa industria. Se poi si esclude la relazione conflittuale (balluchiana) per optare a favore delle opzioni collaborative tipiche del protezionismo, si aprono nuovi problemi morali di notevole portata: l’abolizionista non può negoziare nulla sulla pelle delle vittime, pena il concorso morale in una pratica rivoltante che apre un rapporto equivoco con i carnefici. Perciò nel modello di Francione la relazione con l’industria è molto debole, se non inesistente, e per questo non è stata rappresentata.

La relazione verso le istituzioni [d] risulta debole. Nonostante ciò, l’autore ha compiuto un certo sforzo per tentare di mettere a fuoco alcune possibilità in questa direzione. Perciò quel poco che l’industria farà, lo farà soltanto dietro l’obbligo della normazione (assai ridotta) dello Stato. Francione ha dedicato molta cura a questa analisi che, tuttavia, richiede un trattamento a parte per valutare le esili possibilità di manovra (Cfr. paragrafo successivo).

La relazione verso un pubblico composto di individui è, dunque, la relazione principale, il che rende il modello di Francione apparentemente simile a quello del protezionismo classico. La somiglianza dipende dal fatto che Francione, secondo l’approccio moderno, non crede in un’opinione pubblica impersonale atta a produrre una semplice atmosfera favorevole a un determinato attore sociale. Per lui, se questa espressione ha senso, significa nient’altro che la somma degli individui che la compongono. Un’entità scomponibile, frazionabile e conquistabile per parti. Infatti, anche per Francione l’azione diretta sulle coscienze appare l’unica azione possibile. Da questo punto di vista, ha fatto propria l’impostazione tipica dei movimenti moderni. Che si tratti di battaglie per la pace, per l’ecologia, per i diritti sociali, o per qualsiasi altro obiettivo parziale o generale, i movimentisti hanno scarsa fiducia nelle istituzioni e ritengono che le battaglie debbano essere condotte tramite una presa di coscienza di massa sul problema per il quale invitano alla mobilitazione. Lungi dallo svalutare il concetto di “politica”, ne stravolgono tuttavia la natura tradizionale: non più partiti e organizzazioni strutturate per conquistare il potere e gestirlo nello spazio pubblico. Piuttosto la ricerca di uno svuotamento del potere delle istituzioni attraverso la conquista del consenso dei cittadini. Si tratta di una posizione che contemporaneamente è frutto di una incapacità e di una teoria. I movimenti – composti da individui che un sistema totalitario non è riuscito ad irreggimentare – sono infatti attanagliati da due ganasce: la prima è costituita dall’incapacità di dare luogo a strutture permanenti organizzate per il raggiungimento dei propri fini; la seconda dalla giustificazione pseudorazionale che traduce tale incapacità in scelta razionale[31]. Cosa rimane? Non può che rimanere la possibilità di raggiungere l’individuo nella sua solitudine. L’individuo che può essere conquistato da una minoranza attiva e portatrice di un’idea diversa e che, per mezzo di relazioni costruite su base democratica, viene invitato a contrastare le politiche istituzionali con scelte individuali finalizzate alla soluzione di un determinato problema. Il continuo riferimento lessicale dei movimenti a termini come coscienza, consapevolezza, responsabilità degli individui che si cerca di condurre dalla propria parte strappandoli dalle coartazioni ideologiche del potere esprime l’essenza di una pratica sociale basata sulla conquista di microcomportamenti che superino lo stato vigente delle cose. La sommatoria di questi microcomportamenti qualora si realizzasse, alla fine non potrebbe che condurre al mondo nuovo.

Francione appartiene a questo universo di discorso. Naturalmente il piano comunicativo che propone non prevede l’approccio debole (protezionista) costituito da campagne parziali che possano più o meno incontrare il favore del pubblico. L’attacco di Francione alla questione animale è olista e permeato da principi forti. Esiste solo un problema animale nel suo complesso: la proprietà che reifica l’animale e lo sottrae ai suoi diritti naturali i quali, semplicemente, coincidono con le esigenze etologiche di specie. Finché l’animale è soggetto a vincoli giuridici di proprietà, i suoi interessi saranno sempre confrontati con quelli del proprietario e, dunque, destinati a essere ignorati esattamente come gli interessi degli schiavi in una società schiavista. Ma la liberazione dell’animale dai vincoli giuridici di proprietà ha un’implicazione rivoluzionaria: qualsiasi uso a vantaggio umano dovrebbe essere abolito e dunque la stessa domesticazione dovrebbe scomparire “riportando indietro” l’umanità, almeno da questo punto di vista, di 10 mila anni[32]. Il movimento dunque ha un unico scopo che riassume tutte le singole campagne condotte dai protezionisti. Non a caso Francione, qualsiasi intervista rilasci, riesce sempre a sottrarsi dalla specificità del caso proposto dall’intervistatore. Sollecitato a dare un parere, ad es., sull’abbattimento di un cavallo azzoppato, riuscirà a colpevolizzare il suo interlocutore ricordandogli di cosa era fatta la sua ultima colazione. Un atteggiamento irritante per il protezionista, il quale lo riterrà come minimo improduttivo, se non addirittura indisponente e offensivo verso colui che gli offre l’occasione di parlare almeno di una situazione (il cavallo abbattuto).

Secondo la logica di Francione, il movimento dovrebbe condurre campagne intense e globaliste. Il cittadino dovrebbe essere investito da informazioni inerenti il trattamento generale che gli umani riservano agli altri animali e indotto ad una scelta vegan: l’unica capace di tradursi in un effetto diretto sull’industria[33]. Ora si comprende la natura della relazione [f]. Essa è una relazione forte e, anche se indiretta, ritenuta importantissima perché in grado di esercitare effetti molto superiori rispetto a quelli che può esercitare lo Stato con le sue normative (relazione [c])[34]. Non c’è nulla che possa mettere in ginocchio l’industria animale (e quindi salvare animali) come disertare l’acquisto dei prodotti che essa stessa offre al consumatore. Di qui l’insistenza assoluta sulla proposta del veganismo con argomenti difficilmente confutabili[35]. Anche Francione, come tutti i movimentisti, propone azioni per trasformare un consumatore in un cittadino, un individuo inerte in una persona cosciente, perché solo questa trasformazione replicata innumerevoli volte permetterà l’abolizione dell’uso degli animali per scopi umani. Solo che non può accettare che il progetto abolizionista debba essere diluito a livelli omeopatici, sperando che la rinuncia a principi forti possa permettere miseri obiettivi che, oltre a non realizzarsi mai, comportano degradanti corresponsabilità morali. Tale progetto deve inscriversi su principi forti se vuole perseguire la conquista progressiva delle coscienze: quando il crimine dell’inizio della storia sarà interiorizzato dagli umani, allora, soltanto allora, potrà interrompersi il fiume di sangue. Infine, è bene sottolinearlo, Francione mutua dal movimentismo una sviluppata attenzione verso tutte le categorie umane svantaggiate ed è molto impegnato a criticare il movimento protezionista quando si mostra così strabico da ignorare evidenti similitudini tra le diverse manifestazioni di dominio[36].

3) L’approccio incrementale: gli interventi possibili

Come accennato, occorre approfondire la natura della relazione [d], cioè il rapporto del movimento con lo Stato e le istituzioni promulgatrici di norme. Nello schema 3 la relazione [d] è stata rappresentata come debole. Francione non può sottrarsi alla considerazione che questo rapporto è stato segnato storicamente dalle “azioni centralizzate degli enti nazionali e dei ‘summit’ di dirigenti [animalisti, N.d.R.] che decidono le politiche” [F3] e perciò non è conquistabile ad una logica antispecista e abolizionista. Tuttavia, non vuole escludere la possibilità che la contrattazione con le istituzioni possa generare qualche piccolo progresso nella direzione dell’abolizionismo. Nel suo importante testo, Rain Without Thunder,egli dedica un intero capitolo, il settimo, alla natura di richieste potenzialmente non confliggenti con l’antispecismo e, perciò, non esposte alle critiche agenti sui provvedimenti di natura protezionistica. Tali interventi si basano su cinque criteri. Prima di affrontarli sarà bene mettere in chiaro un paio di questioni.

Una prima questione riguarda il valore di assolutezza o meno attribuito dall’autore alla sua analisi. Occorre sottolineare che prima di avventurarsi nel suo disegno, Francione dichiara di offrire i cinque criteri per «aprire e non chiudere la discussione». Affermazione che, accompagnata da altre dello stesso tenore nelle pagine seguenti[37], testimonia la volontà di aprire un discorso nuovo che appare ancora offuscato dalla difficoltà dell’obiettivo. I cinque criteri sembrano, quindi, delle sonde costruite per compiere dei tentativi (per quanto ritenuti ben ponderati) piuttosto che per costruire uno schema definitivo.

La seconda questione è ancor più pregnante. I cinque criteri vengono presentati per definire un livello di mediazione sotto il quale il movimento abolizionista non può permettersi di negoziare con le istituzioni senza tradire i suoi principi e senza danneggiare la sua azione. Ma sorge una domanda: le richieste abolizioniste inquadrabili nei cinque criteri sono de facto e/o de jure incompatibili con la cultura e le istituzioni speciste, oppure hanno qualche possibilità di trovare accoglienza? Perché nel primo caso potrebbero costituire un abile strumento di propaganda nel quadro della strategia generale rivolta alle persone (“vedete, abbassiamo le nostre richieste fino al punto di procrastinare i nostri obiettivi finali, ma non ci viene neanche concesso quel poco che chiediamo”). Nel secondo caso, invece, costituirebbero un effettivo spazio di confronto sul piano istituzionale. Leggendo il testo non si riesce a dare una risposta certa a tale domanda. In certi punti sembra valida la prima ipotesi[38]. In altri passaggi sembra che l’autore non escluda la possibilità di ottenere qualche risultato parziale nel confronto con le istituzioni[39]. In altri ancora si cita esplicitamente il doppio binario[40]. Dunque, non è escluso, ma nemmeno certo, che esista un ambito piuttosto sottile in cui il movimento abolizionista possa disporre di qualche spazio di manovra per vedere realizzati piccoli miglioramenti senza cadere nelle trappole in cui è caduto il protezionismo. Così si giustifica di nuovo lo schema 3 nel quale ad una relazione forte tra il movimento e la popolazione si affianca la possibilità di una relazione debole tra il movimento e le strutture istituzionali. Del resto, lo si è visto, è la prima relazione quella deputata al ruolo di grande trasformatrice. Senza un’assunzione netta e diretta di responsabilità e di dimensione etica da parte della popolazione che comporti l’abbandono dell’alimentazione e dei consumi tradizionali non ci sono speranze, perché «l’apparato politico e giuridico» è pregiudizialmente «dalla parte degli sfruttatori» [F3]e non si muove di certo naturalmente verso misure che portino progressivamente verso l’abolizionismo.

Il punto precedente è importante anche per delineare il profilo del movimento così come Francione lo concepisce. Un profilo che si gioca tutto sulla dialettica outsider – insider. Quando l’attivista sceglie lo stato di insider per tentare di modificare leggi o regolamenti – scelta che può anche essere ricusata orientando la sua attività esclusivamente verso iniziative educative destinate al pubblico – sa che si pone su un terreno scivoloso e sempre esposto a rischi notevoli. È la posizione in cui si richiedono cambiamenti non negoziabili ad un avversario forte, la cui concessione può nascondere scopi non preliminarmente chiari. Una posizione di forte rischio che può essere accettata a condizione di particolari attenzioni. In ogni caso, il propugnatore dei diritti animali sa bene che la sua posizione naturale è di outsider, perché gli stessi diritti animali sono outsider rispetto alla legge, alla politica, alla società e, in definitiva, al paradigma specista. Dopo questi chiarimenti, è possibile finalmente considerare i cinque criteri che definiscono l’approccio incrementale della teoria dei diritti animali secondo Francione.

Primo criterio – Un cambiamento incrementale deve stabilire un divieto.
Questa prima regola viene posta per contrastare una tendenza tutta protezionista protesa a richieste di trattamento umano nella detenzione e nell’uso degli animali. Mentre la logica protezionista è orientata a consentire l’uso dell’animale, purché ad una condizione migliorativa rispetto alle condizioni precedenti, la logica abolizionista lo esclude risolutamente. L’obiettivo consiste nel sottrarre qualcosa dalle attività umane, anziché regolamentarlo. Vale la pena di sottolineare come Francione rilevi l’anomalia del termine diritti quando applicato agli animali. Qui diritti sta unicamente a significare “sottrazione dalla condizione di proprietà umana” e dunque si comprende la differenza di sostanza rispetto al dominio umano del termine che prevede in genere necessità di obblighi. Rispetto agli altri, questo primo criterio apparentemente non pone particolari complicazioni interpretative[41].

Secondo criterio – Il divieto deve operare su un’intera istituzione di sfruttamento.
Francione si serve di questa seconda regola per perfezionare la prima e porta due esempi. Nel primo ipotizza il divieto di mantenere più di tre galline nelle gabbie dove ve n’erano quattro. Nel secondo ipotizza il divieto di esperimenti con animali sulla farmaco-dipendenza. Si tratta di due divieti. Ma, mentre il primo non sopprime una “intera istituzione di sfruttamento” (gli allevamenti in batteria) e in qualche modo si riconduce alle tendenze migliorative protezioniste, il secondo elimina un’intera pratica di sfruttamento. Dunque, il secondo divieto si inquadra nella visione abolizionista, il primo no. Infatti, secondo l’autore, togliere una gallina dalla gabbia significa apportare «un cambiamento (per mezzo di un divieto), ma non determinare la fine di qualcosa che si dovrebbe chiamare attività». A prima vista il criterio dovrebbe essere chiaro. Invece Francione stesso riconosce che modifiche quantitative possono trasformarsi in trasformazioni qualitative, cosicché non sempre è semplice stabilire se ci si trova in un caso del primo tipo o del secondo[42].

Terzo criterio – Il divieto deve riflettere un interesse dell’animale e non dell’industria.
La preoccupazione dell’autore diventa, qui, quella di non giustificare interessi funzionali allo sfruttamento, benché dichiarati a favore degli animali. L’esempio portato è quello delle linee guida di Temple Grandin per il trattamento dei bovini fatte proprie dall’American Meat Institute, accettate da McDonald e, purtroppo, anche da alcune grandi associazioni protezioniste. L’adozione di questi standard è ritenuto da Francione un rinforzo dello sfruttamento degli animali e pertanto egli ritiene che sia paradossale il sostegno offerto dai protezionisti i quali, in tal modo, confermano il paradigma dell’animale come mezzo per soddisfare scopi umani. Francione pensa invece di poter individuare le alternative in divieti che si indirizzino al riconoscimento degli interessi propri dell’animale. Affinché essi possano essere accertati, Francione offre due modalità di riconoscimento. La prima consiste nel rilevare quando i costi imposti all’industria per applicare i benefici agli animali superano i vantaggi che l’industria stessa può ricavare da tali applicazioni. In tal caso, pur rimanendo gli animali sotto condizione di proprietà, si presume che siano riconosciuti alcuni loro interessi. È però vero che l’industria può caricare tali costi sul consumatore aumentando il prezzo del prodotto e quindi riportando la misura introdotta per l’animale sotto il controllo dell’interesse dell’azienda. A questa obiezione Francione risponde dicendo che, essendo la domanda del prodotto elastica rispetto al prezzo, il consumatore si rivolgerà ad altri prodotti con effettiva perdita di profitti dell’industria. A parte il fatto che la questione non è così semplice, potendo il consumatore tagliare la spesa su altri tipi di beni[43], questa considerazione sembra ambigua perché soggiace a quelle contestazioni che Francione rimprovera a Balluch, quando quest’ultimo impiega gli stessi argomenti. Risulta più produttivo fare riferimento alla seconda modalità di riconoscimento? Seguiamo il suo ragionamento. Se immaginiamo che l’animale non sia di proprietà, avrebbe di certo degli interessi, per esempio il diritto alla mobilità o alla integrità fisica. Se le galline fossero spostate dalle gabbie e liberate in spazi che consentissero loro di muoversi, esse non sarebbero nemmeno soggette al taglio del becco per evitare i conflitti da stress. Si può dire che tale misura, pur mantenendo gli animali in condizione di proprietà, eliminerebbe una specifica istituzione di sfruttamento: quella degli allevamenti in batteria. Questa seconda modalità di riconoscimento del terzo criterio forse risulta più convincente della precedente, ma, come quella, non si sottrae a una domanda essenziale: perché criticare Balluch quando presenta l’eliminazione degli allevamenti in batteria in Austria come una tappa importante verso l’abolizionismo?

Quarto criterio – Gli interessi degli animali non sono commerciabili.
Il quarto criterio sembra il più problematico della serie. Con questa regola, Francione immagina che lo stato di persona, che egli non esita ad attribuire all’animale, sia un “assemblaggio” di frammenti che possano essere sottratti, uno a uno, al diritto di disporre dell’animale in quanto proprietà, e quindi sottratti alle forche caudine del commercio. La decostruzione progressiva dello stato di proprietà sarebbe l’altra faccia della medaglia di una costruzione incrementale  che alla fine del processo configurerebbe lo stato di persona per gli animali. Dunque, l’animale rimarrebbe sempre un ente soggetto a proprietà, ma da essa potrebbero essere scorporati dei protodiritti (termine coniato in proposito da Regan e assunto da Francione)[44] non basilari[45] che potrebbero essere difesi da qualche rappresentante legale[46]. Come già detto, il quarto criterio appare abbastanza nebuloso. Innanzitutto per la dubbia possibilità di scorporare lo status di persona nei suoi frammenti, giacché essere “persona” pare configurare uno stato integrato i cui elementi non sembrano scindibili. Ma soprattutto perché appare del tutto inimmaginabile (come pure sembra trasparire dalla trattazione dell’autore) che il sistema giuridico, possedendo un’intima natura specista[47], possa accettare tali protodiritti all’interno dei suoi codici.

Quinto criterio – Il divieto non deve essere sostituito con una forma di sfruttamento alternativa e ipoteticamente più “umana”.
Giustamente, Francione attribuisce notevole importanza al quinto criterio, il quale, entro la logica abolizionista, ha un ruolo primario. In sostanza afferma che «è incoerente con la teoria dei diritti, trattare alcuni animali esclusivamente come mezzi per fini altrui, o come proprietà, allo scopo di garantire qualche beneficio che si spera garantirà eventualmente in futuro uno status morale più elevato per altri animali».[F2 – p. 207] L’autore osserva che gli abolizionisti che praticano metodi protezionisti (come Balluch) si trovano in contraddizione quando accettano lo sfruttamento istituzionalizzato – che implica la soggezione allo stato di proprietà – per perseguirne l’abolizione. In realtà, si tratta di una pratica che, senza rendersene conto, rinforza gli aspetti che vuole abolire. Francione sostiene che il quinto criterio possiede anche la caratteristica di precisare e, contemporaneamente, restringere l’ambito di applicazione del secondo. Se un divieto cancella completamente un’attività costitutiva di sfruttamento, non può farlo sostituendo una classe di animali con un’altra. Il lettore può rimanere perplesso rispetto a questa affermazione. Infatti se venisse eliminata, poniamo, la sperimentazione delle armi da guerra sugli animali, essa avverrebbe su tutti gli animali, e perciò il secondo criterio sembrerebbe sufficiente. Il fatto è che Francione concepisce come «attività istituzionalizzata di sfruttamento» non solo ambiti sperimentali ma anche classi di animali. Se si escludesse, ad es., l’impiego di una specie di scimmie da una sperimentazione specifica, questa sarebbe, per Francione, un’attività costitutiva del più generale sfruttamento istituzionale. Dunque, se lo Stato vietasse l’impiego di determinati animali consentendo ai vivisettori la sostituzione con altri, l’abolizionista non dovrebbe sottoscrivere un tale accordo, pena la violazione del «veto fondamentale contro lo specismo» [F2]. Vale la pena di osservare che il testo relativo al quinto criterio si conclude con un’osservazione degna della massima attenzione. L’autore ragiona su un tema già toccato precedentemente: quello relativo all’alleggerimento dell’affollamento delle galline ovaiole nelle gabbie. Evidentemente, anche se la natura della misura è di tipo protezionistico, un eventuale intervento sulla quantità delle prigioniere può mettere in imbarazzo l’abolizionista, non solo per l’evidente preferenza a vedere le galline in spazi più ampi, ma anche per considerazioni di tipo logico e argomentativo. Perciò Francione si prodiga in un’analisi stringente e, pur ammettendo che «qualsiasi sostituzione di sfruttamento solleva importanti questioni per il sostenitore dei diritti animali» e che sono molte le condizioni in cui «la sostituzione di sfruttamento solleva problemi di conflitto morale con la teoria del diritto» [F2], giunge nuovamente a ribadire la sua impostazione generale permeata di pessimismo sulla possibilità di condizionare le istituzioni speciste[48].

A conclusione di questa breve esposizione dell’approccio incrementale della “teoria dei diritti” possiamo riprendere le domande iniziali e dare ad esse una risposta più puntuale. Le incertezze disseminate lungo la trattazione dei cinque criteri e le ammissioni dell’autore circa la consapevolezza di operare su un terreno difficile e inesplorato, dimostrano che la relazione [d], ovvero l’attribuzione alle istituzioni di un ruolo significativo che provveda ad alleggerire la questione animale con piccoli passi in direzione abolizionista risulta assai dubbia. Inoltre, gli argomenti relativi all’offerta di un programma propagandistico di lungo periodo ad uso degli attivisti[49] prendono il sopravvento in molti punti rispetto a possibili contrattazioni con lo Stato che rimane, fondamentalmente, una sorda istituzione specista. Infine, il fatto che dal ’96 (anno di pubblicazione di Rain without Thunder) ad oggi non ci siano stati sostanziali aggiornamenti dei cinque criteri con ulteriori puntualizzazioni sembra confermare quanto detto e dimostrare che la strada dell’abolizionismo metodologico potrebbe costituire soltanto una specie di mappa euristica per gli attivisti (sempre che ne riconoscessero la validità), ma non uno strumento serio di confronto con il potente avversario. Purtroppo Francione non risolve formalmente la questione e il lettore rimane nell’incertezza che esistano pur esili possibilità di contrattazione abolizioniste con le istituzioni.

4) Conclusioni: un approccio etico

L’importanza di Francione nel panorama dell’attivismo antispecista è primaria. Egli, osservando la catastrofica inutilità di un movimento che non riesce a cogliere il minimo risultato, sposta decisamente l’attenzione su un terreno dal quale il movimento stesso, timoroso di vedere le cause della sua nullità, ritrae sempre lo sguardo. Questo terreno consiste nella ricerca delle condizioni che devono verificarsi affinché l’antispecismo possa trovare un terreno fecondo per la sua battaglia. Perciò egli sposta il discorso dagli animali – ambito nel quale quasi tutti si annidano o con furbizia o con mestizia – agli animalisti per tentare di individuare la strada migliore per l’affermazione dell’antispecismo e aprire un discorso teorico che ritiene fondamentale[50]. Ma non si tratta più di girare intorno alle grandi questioni prettamente teoriche spesso ammantate di astrattezza, bensì di ragionare sulle modalità specifiche con le quali il movimento si è sempre mosso senza ottenere risultati. È in gioco la chiave per possibili successi futuri.

Francione ritiene di individuare questa chiave in quella egemonia educativa che alla fine dei tempi specisti soffochi, per via culturale, gli interessi dell’industria animale. Affinché ciò avvenga, la questione animale va posta nella sua terribile drammaticità senza compromessi e tutta intera. Il primo aspetto da prendere in considerazione consiste nell’abolizione del principio della proprietà sugli animali che rende possibile il loro sfruttamento istituzionalizzato e li rende mezzi per soddisfare fini umani. Il secondo è la dichiarazione dell’obbligo – per chiunque rifiuti di vedere negli animali un mezzo per realizzare fini umani – di abbracciare il veganesimo come pratica di riferimento. Niente di meno. Viceversa, lo spezzettamento in campagne convergenti su un problema specifico possiede vari difetti. Convince, quando riesce, su un problema distogliendo l’attenzione dagli altri. Perde la forza che potrebbe avere se presentasse la dimensione universale dell’olocausto. Si presta a quella tendenza che induce il timido animalista a far leva sbadatamente sugli assunti indiretti[51].

È logico che l’autore entri in durissima collisione con l’animalismo protezionista e che faccia volare parole grosse[52]. La sua è una visione etica a tutto tondo, senza sbavature e compromessi. Chi sostiene che il compromesso è la regola fondamentale della società democratica può facilmente immaginare la risposta dell’attivista americano: il compromesso deve salvaguardare i diritti fondamentali di entrambe le parti in causa, lasciando alla contrattazione – che in genere subisce evoluzioni basate sui rapporti di forza – la distribuzione di vantaggi che non vanno a intaccare i precedenti[53]. Il datore di lavoro e il lavoratore potranno contrattare il salario, l’orario di lavoro, gli straordinari, ma la vita del secondo, non potrà de iure essere messa in discussione. L’insistenza con cui Francione richiama esempi estremi (tra gli umani) come la violenza sui bambini o sulle donne per sottolineare l’impossibilità di trattare con chi l’esercitasse e la profonda immoralità di chi eventualmente trattasse, non sta a testimoniare una purezza astratta, ma un incontro solidale dell’etica con la razionalità a prescindere dall’invocazione protezionista di un pragmatismo che comunque ha mostrato di non funzionare.

Da tutto questo scaturisce il profilo di un personaggio assolutamente originale nel panorama dell’animalismo radicale. Se invitato ad una radio a dire la sua su un equivoco personaggio, un certo Michael Vick che combatte con i cani e che per ciò scandalizza l’America benpensante, Francione sposta il discorso e dichiara che il 99,999% del nostro impiego degli animali in questa società è dello stesso tipo, se non peggio[54]. Se un bracconiere abbatte un famoso cervo bianco (protetto perché tale) e un certo Pat Carey – il cui compito è quello di abbattere regolarmente cervi nella sua zona di competenza – si mostra smarrito per l’atto violento del bracconiere senza cuore, egli lo ridicolizza sottolineando come il tal Carey non consideri se stesso senza cuore quando prende la mira con il suo fucile telescopico per uccidere un cervo di un altro colore[55]. Atteggiamento opposto a quello protezionista che pensa di sfruttare eventi marginali per tentare di mendicare un briciolo di attenzione dai media, dimenticando semplicemente che essi sono disposti a parlare solo di cervi bianchi o di stravaganti assassini che lottano all’ultimo sangue con i cani pensando di essere ancora nelle arene romane.

Riprendendo parole di Donald Watson, il fondatore del movimento vegan, Francione ricorda: «Una critica comune è che i tempi non sono ancora maturi per la nostra riforma. Ma i tempi potranno essere mai maturi se non vengono resi maturi dalla determinazione umana?»[56]. Queste parole si riferiscono specificamente alla possibilità di diffondere a livello significativo il veganismo, azione che Francione ritiene quantomeno di tentare, convogliando tutte le risorse animaliste. Ma è evidente che egli dà alla frase di Watson un significato più esteso ritenendo che i grandi obiettivi abbiano la possibilità di realizzarsi proprio perché posseggono la capacità di presentarsi tutti interi e spezzare in tal modo la forza negativa della tradizione. In effetti, i grandi cambiamenti sono avvenuti per il messaggio dirompente di parole che hanno spostato la prospettiva in termini repentini. In genere, quelle grandi trasformazioni possedevano un motore interno basato sulla sofferenza di moltitudini che aspettavano, senza esserne perfettamente consce, i grandi messaggi che poi hanno sostenuto. Perciò l’atteggiamento invocato da Francione e Watson, data la specificità della questione animale, può obiettivamente adombrare il limite negativo del volontarismo, cioè della pretesa soggettiva che le cose vengano forzate a seguire i nostri desideri. Però è altrettanto vero che l’antispecismo mai potrà decollare se nessuno deciderà di portarlo all’attenzione dell’opinione pubblica nel suo portato globale. Nessuno lo ha fatto finora più di Francione.
 

IV –Nuovi sviluppi per l’antispecismo

1) Confronti diretti

A prescindere dalla validità degli argomenti di Balluh e Francione e dalla correttezza  dell’analisi condotta in questo studio (ogni analisi si porta dietro l’inevitabile punto di vista dell’analista), il dialogo aperto dagli autori possiede un indubbio valore: costringe il movimento antispecista a riflettere su se stesso ed a rompere una tradizione fatta di movimentismo disordinato. Tuttavia è innegabile che le due impostazioni aprono dei problemi inediti e non certo rassicuranti.

Poniamo a confronto i due modelli per tentare di vedere quali problemi nascano dalla loro interazione. Il modo migliore consiste nel confrontarli in termini sintetici per mezzo di una tabella che tenga presente i soggetti principali di riferimento e gli stili di relazione con l’esteno.

Tabella 3
  Balluch   Francione
Soggetti di riferimento l'industria (da colpire) (confutazione)
(confutazione) il pubblico (da persuadere)
       
Stili di relazione con l'esterno conflittuale informativo
atomistico olistico

Questa tabella sintetizza il contrasto tra i due autori sotto due aspetti:

  • quello dei soggetti di riferimento che sono, come si è visto, per l’uno l’industria (da colpire), per l’altro il pubblico (da informare/educare) e...
  • quello degli stili di relazione nei quali un autore (B) ritiene di vedere nel conflitto su singole parti della questione animale la chiave del successo mentre l’altro (F) ritiene di dover affrontare la questione animale nella sua globalità e con modalità discorsive verso un pubblico costituito da individui.

Come si può notare, i due attivisti non sono d’accordo su nulla e, anzi, ognuno confuta energicamente le tesi dell’altro. In altri termini, non si verifica la condizione, virtualmente possibile, in cui uno assegni alle tesi alternative una validità almeno parziale. Francione ritiene che si debba agire sul pubblico, ma nega che l’azione verso l’industria possa portare a qualche risultato; da parte di Balluch si registra analoga chiusura sia pure con argomenti invertiti. Allora, poiché i due modelli sono in ampia misura opposti, è evidente che non si può scegliere totalmente l’uno senza escludere l’altro. Possiamo, invece, chiederci se sia possibile costruire un terzo modello, fondendo i lati positivi di entrambi.

Costruire un modello caratterizzato da interventi conflittuali verso l’industria e, nel contempo, spingere la popolazione verso il veganismo con interventi educativi potrebbe essere molto allettante e di fatto è la strada che la punta avanzata del movimento ha intrapreso, soprattutto nei Paesi nei quali l’animalismo antispecista è più effervescente. Purtroppo con risultati non troppo buoni. La spiegazione del motivo per il quale tale intervento a tutto campo non è in grado di produrre grandi conseguenze è ben chiarita nei testi dei due attivisti.

Francione descrive con ragione perché l’attacco all’industria non funziona. In Austria la popolazione non consuma meno uova di prima, i maiali possono prendere il posto dei leoni nei circhi (ricordiamo il 5° criterio...), le pellicce continuano a essere vendute potendo provenire dall’estero. Inoltre è del tutto astratta e fuori di ogni logica la possibilità che i risultati neowelfaristi – anche ammesso che siano pragmaticamente validi e non confliggano pericolosamente con principi morali – possano accumularsi storicamente. In un periodo in cui si registrano regressioni senza fine per i diritti che gli umani avevano stabilito per se stessi, non si comprende per quale ragione un governo, col supporto della relativa maggioranza parlamentare, non possa ripristinare passate modalità di sfruttamento. Sulla presunta e illusoria neutralità della politica ci sarebbe poi da discutere ed è possibile che Balluch, dopo la pesante esperienza che l’ha visto protagonista, abbia incominciato a riflettere sulla dura verità secondo la quale lo Stato specista è troppo condizionato dagli interessi dei poteri forti, tra i quali quelli sostanziali delle industrie alimentare, farmaceutica, armiera.

Ma anche l’idea francioniana di profondere energie verso il pubblico per spostare progressivamente i consumi e risucchiare l’umanità nella civiltà vegana per mezzo di una specie di apostolato sembra priva di prospettive. Secondo Francione ciò dipende dal fatto che il movimento non è convinto di battere questa strada. Se venisse battuta – afferma – pur non conquistando la libertà piena degli animali dai rapporti giuridici di proprietà, permetterebbe di notare un indebolimento dell’industria sulla base della diminuzione di consumi basati sullo sfruttamento. Qui sembra che Francione confidi troppo su un elemento evanescente quale la capacità dell’individuo di determinarsi spezzando abitudini consolidate e rinforzate quotidianamente da persuasori ben più potenti degli animalisti. In questo caso, è Balluch che sfodera argomenti illuminanti sull’impossibilità di agire su soggetti, giacché la categoria dell’autonomia dell’individuo è costantemente smentita dalla realtà. Balluch ha il merito – eccezionale di questi tempi – di aver messo in rilievo l’irragionevolezza di chi si ostina a pensare che gli individui siano soggetti autonomi, razionali e operanti secondo una dimensione morale; purtroppo il loro comportamento non è informato dalla razionalità, né dall’autonomia delle scelte e gli argomenti esibiti da Balluch sono chiarificatori perfino nel descrivere la debolezza delle spinte morali sui comportamenti[57].

Si osservi che sono proprio i lati positivi dei modelli ad essere debolissimi, mentre acquisiscono notevole rilevanza le confutazioni reciproche. Entrambi gli autori posseggono punti di forza nelle critiche che l’uno rivolge all’altro, prima ancora che nelle proposte. In altri termini, le componenti dei due discorsi che dovrebbero fondersi non sono quelle positive, ma quelle negative. Poiché è difficile pensare di costruire un modello basato sull’assunzione delle due tendenze positive – azioni congiunte sia sull’industria che sul condizionamento culturale degli individui – si può allora immaginare di partire da dove, stranamente, il movimento animalista non ha mai pensato di incominciare: dalla presa d’atto che l’industria non è un soggetto sostanzialmente attaccabile come sostiene Francione e che le persone non sono produttivamente “condizionabili” come afferma Balluch. Ma allora cosa rimane? Sembrerebbe che i due autori, dimostrando ognuno le debolezze dell’altro, abbiano individuato i motivi per i quali il movimento antispecista si trova in una impasse insuperabile e sia costretto a vivere in un ambiente marginale, magari oscillante per numero di sostenitori e capacità di influenza sociale, ma destinato ad essere fortemente limitato dalle barriere invalicabili della società specista.

Purtroppo il movimento abolizionista riceve in sorte una peculiarità: a differenza di tutti gli altri movimenti emancipazionisti, non può contare sulla presa di coscienza dei diretti interessati i quali, dunque, non possono essere coinvolti e organizzati. Di contro la società specista può contare sulla tradizione e sugli interessi della maggior parte dei singoli e della totalità dei potentati economici, istituzionali e culturali. Chiese, centri di ricerca, politici, allevatori, categorie professionali e semplici abitudini concorrono alla giustificazione dello sterminio legalizzato. A fronte di essi si erge una piccola frazione di popolazione che ha allargato il cerchio degli enti destinatari di considerazione morale. È importante, perciò, che l’antispecismo sia consapevole di dover percorrere un tunnel oscuro in fondo al quale ancora non si vedono barlumi. Probabilmente la ricerca della buona via non può essere legata a risultati immediati e tangibili[58], ma al lento perfezionamento degli strumenti per mezzo dei quali il movimento abolizionista possa affermarsi e conquistare posizioni.

2) Fondamenta comuni

Le soluzioni offerte da Balluch e Francione incontrano difficoltà insuperabili e la dimostrazione empirica è riposta nei sostanziali fallimenti che le varie componenti animaliste raccolgono in ogni luogo del mondo. Con questo non si vuole negare l’importanza di proseguire il confronto con il pubblico o con l’industria, ma piuttosto che tali iniziative possono soltanto avere una funzione accessoria rispetto a qualcos’altro che a tutt’oggi è indisponibile[59]. Prima di tentare di individuare una nuova prospettiva, ritorniamo ai nostri autori i quali, pur non essendo d’accordo su nulla dispongono le loro argomentazioni su un fondo comune. L’analisi di questo substrato – caratterizzato da quattro elementi – può aiutare a mettere a fuoco una possibile alternativa.

1° elemento: incapacità di uscire da schemi supererogatori
Balluch riconosce come controparte l’industria da contrastare con iniziative conflittuali. Il vivisettore, l’allevatore, il circense possono sempre rispondere con una banale osservazione: l’attività che svolgono è contemplata dalla Legge. In quanto tale è eticamente approvata dalla popolazione e, essendo un’attività legale, lo Stato se ne fa garante. Al massimo lo sfruttatore di animali può riconoscere nell’attivista una morale che confligge con l’etica sociale dominante, ma nessuno può obbligarlo a condividerla. Il contesto configura una pretesa supererogatoria che viene rigettata essenzialmente per motivi di interesse (economico, ludico ecc.). Nel caso proposto da Francione la natura supererogatoria della richiesta risalta con altrettanta, se non maggiore, evidenza. Chiedere al pubblico di adottare l’approccio vegan per combattere progressivamente gli interessi dell’industria significa esporsi a un rifiuto che è nell’ordine delle cose invocando la difficoltà a cambiare abitudine, la tradizione, il principio del piacere o chissà cos’altro. La richiesta dell’attivista è indebolita all’origine giacché egli non può esigere che il riconoscimento delle sue categorie morali. Concludendo, il soggetto di Balluch (l’industria tramite i suoi rappresentanti) e quello di Francione (il pubblico) possono ritrarsi sotto la protezione normativa ed etica dello Stato. In entrambi i casi, le controparti possono svincolarsi – o per interesse o per una serie di altri motivi – senza essere costrette a pagare alcun prezzo. Ciò che è legale, può essere esercitato.

2° elemento: incapacità di inserire la questione animale nel contesto esterno
Sorprende, apparentemente, come i due attivisti presentino le loro idee a prescindere dall’ambiente sociale che dovrebbe accoglierle. Apparentemente, appunto. Infatti questo errore – riscontrabile non soltanto in loro, ma in tutto l’animalismo e finanche nelle aspirazioni di tutti i movimenti – invade in forme clonate tutto il pensiero postmoderno e postmarxista. Sembra di poter dedurre facilmente la natura di questo errore. Poiché lo sfruttamento animale è caratteristica tipica di tutte le società umane, pare che la liberazione animale possa darsi come problema morale risolvibile in qualsiasi tipo di società[60]. In altri termini, purché gli umani di una determinata società decidano di riconoscere il diritto degli animali a vivere indipendentemente dai loro interessi, quella società diventa abolizionista. Ma è così? Se tentassimo l’(inutile) esperimento mentale di immaginare richieste abolizioniste in epoche storiche diverse, vedremmo che le soluzioni probabilmente non esisterebbero. È difficile immaginare il medioevo, o anche il secolo XIX privi dell’energia fornita dagli animali senza vedere scomparire le relative società. L’abolizionismo universale potrebbe invece realizzarsi oggi, grazie agli sviluppi tecnologici raggiunti dall’umanità, purché questi venissero estesi anche laddove fanno fatica ad affermarsi[61]. Tale considerazione dovrebbe essere sufficiente per comprendere come l’antispecismo, così come altri anti, sia una categoria storica. Ma una volta riconosciuto questo fatto bisogna andare oltre e capire che l’abolizionismo, pur essendo oggi possibile, può affermarsi soltanto in un contesto determinato. Ha senso parlare di liberazione animale in una situazione in cui l’umanità si espande in ogni angolo del globo fino a saturarlo? Ha senso parlare di questo obiettivo senza definire quale tipo di consumi umani soddisfare e quali ostacolare? O in un contesto di sviluppo illimitato? A differenza del passato, la liberazione animale sarebbe oggi possibile, ma richiederebbe imponenti trasformazioni perché l’eliminazione dell’animale non umano, come materia e energia per fabbricazioni e servizi, presuppone la ricostruzione di una società radicalmente diversa dall’attuale. Basti pensare che questa nuova realtà non potrebbe che connotarsi in termini di società stazionaria e, perciò, impossibilitata a sostenere i rapporti di produzione capitalistici, con tutte le implicazioni conseguenti. Poi, la distruzione del rapporto di dominio umano/animale non può che nascere a seguito della distruzione di tutte le altre forme di dominio. È difficile immaginare il contrario. In una logica a-specista, persino l’esistenza degli Stati-nazione, che con i loro confini perimetrano tutto il territorio terrestre, è motivo di discussione. Non si vuole insistere troppo su aspetti che, sia sul piano empirico sia su quello teorico, dovrebbero essere approfonditi. Si vuole soltanto affermare che la rivoluzione abolizionista implica un impegno pluridirezionale che non si può ridurre né nel confidare in un’impossibile estinzione di un ramo dell’industria (quella che sfrutta gli animali), né nell’ipotizzare una crescita progressiva dei livelli di coscienza che la faccia sparire per esaurimento naturale. Oltre a ciò, l’abolizionismo reclamato dalla liberazione animale richiede una struttura psicologica collettiva adeguata a questa rivoluzione; quasi una trasformazione antropologica che, a sua volta, deve derivare da rapporti di produzione e di proprietà incommensurabili rispetto agli attuali: così diversi che, qualora si realizzassero, gli umani futuri si stupirebbero di come i loro padri abbiano potuto accettare i precedenti[62]. Senza la preparazione di una culla adeguata, il neonato (la società umana a-specista) non potrà mai venire alla luce. Insomma assistiamo a due proposte decisamente incompiute. La prima sembra scaturita dal determinismo economicista secondo il quale, abbassando il saggio di profitto di un ramo particolare dell’industria, si giunge a renderla non remunerativa e, dunque, obsoleta. L’altra, prettamente volontaristica, ritiene l’abolizionismo raggiungibile attraverso la somma di comportamenti individuali. Le reazioni della società capitalistica, che più di ogni altra ha bisogno di macinare carne animale (umana e non) per sopravvivere e che è in grado di condizionare in ben altri modi e con i ricatti più spregevoli le tradizioni (alimentari e non), sono assolutamente trascurate o ignorate. Se intuite, rimangono sospese in un “vedremo, ma intanto facciamo così perché per ora non sapremmo cos’altro fare”. Credere che l’abolizionismo sia compatibile con qualsiasi organizzazione sociale gli umani si possano dare, costituisce un errore inemendabile.

3° elemento: incapacità di assumere una posizione rigorosamente politica
Questo terzo limite è strettamente collegato con i precedenti. Vedremo a breve perché. Ma prima ritorniamo agli schemi 1 e 3. Poniamo l’attenzione alla relazione [d], quella inerente al movimento rispetto alle istituzioni politiche. In entrambi i casi si configura come debole e se ne comprende la ragione. Nell’uno (B) essa ha il ruolo di ratificare i risultati di conflitti che avvengono tra altri attori. Nell’altro (F) la funzione delle istituzioni politiche è ancora più problematica in virtù dell’incerta possibilità di venire incontro alle pur minime richieste del movimento abolizionista. Si tratta di relazioni che evidenziano – nella ricerca di altri interlocutori privilegiati – una tendenza ad evitare confronti forti con le istituzioni politiche. Qualora la relazione si instauri, essa assomiglia molto a quella prevista dall’art. 50 della Costituzione italiana (ma esistente con altre dizioni in tutte le carte dei Paesi cosiddetti democratici) che prevede: «Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità». Niente, invece, che assomigli al dettato dell’art. 49 (anch’esso disponibile in versioni diverse in altri Paesi occidentali): «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». È evidente che il potenziale dell’art. 50 è minimo e riguarda fatti marginali, per quanto importanti, che possano coinvolgere gruppi diversi di cittadini. Si presume che se una popolazione locale si trova in una situazione di difficoltà che trascende le possibilità di intervento delle istituzioni territoriali di riferimento, qualora identifichi nel Parlamento la capacità (almeno potenziale) di risolverla, possa servirsi di questa norma sperando che la petizione venga accolta. È evidente che, qualora riguardi la richiesta di abbandono di aspetti connaturati al sistema, la petizione appare un atto privo di senso. Chiedere ad un governo o ad un parlamento di ritirare la quota nazionale da un progetto di costruzione di un cacciabombardiere di nuova generazione è assurdo. Chiedere politiche ambientali, diplomatiche, culturali, economiche incompatibili con la struttura di un potere politico-economico ossificato nelle sue rigidità sistemiche significa mostrare una natura di anime candide. Tornando all’ambito prettamente animalista, le associazioni protezionistiche potrebbero chiedere alle autorità un riordino della politica gestionale dei canili. Ma pensare che vi sia qualche possibilità, anche remota, di vedere accolti obiettivi liberazionisti è pura follia. Eppure si notano petizioni anche in questo senso. Né a Balluch, né a Francione (né, tantomeno ad altri) viene in mente che la questione animale possa avere sviluppi significativi solo se viene assunta come categoria politica operante entro la sfera della politica e non esternamente e con funzioni di interlocuzione verso di essa. Se esiste qualche possibilità di far crescere un movimento reale per la liberazione degli animali, questa può sussistere soltanto in una assunzione diretta del problema che conduca i cittadini che vi aspirano ad associarsi per determinare in autonomia le linee dei loro obiettivi. Non certo questuare verso chi, nell’intimo, deride una visione del mondo che non può nemmeno comprendere. Ora è chiaro il nesso tra questo aspetto e i precedenti. Poiché il movimento animalista rinuncia ad essere un soggetto politico, non può collocare la questione dei diritti degli animali se non nella sfera del supererogatorio. Può solo appellarsi a questioni morali che non dispongono della conseguente traduzione in quel disegno politico che può dare corpo a una effettiva questione di diritti. Ovviamente, dire a Tizio (o anche a una serie infinita di tizi) che è immorale mangiare animali, oppure candidarsi ad assegnare per legge l’attributo di persona agli animali non umani non modifica la condizione animale nel breve o nel medio termine. Tuttavia i due atteggiamenti non si equivalgano aprendo prospettive distinte e potenziali diversi[63]. Analogamente la diserzione dalla sfera della politica non può che restringere la questione animale alla questione animale stessa, impedendone la collocazione su quel piano globale che può potenzialmente risolverla. Ciò detto, rimane da precisare un aspetto importante per non ingenerare dubbi che la proposta politica avvenga all’interno di un catastrofico sistema di cooptazione secondo il dettato dell’art. 49 della Costituzione italiana o degli equivalenti delle Carte degli altri Paesi. A questo scopo contribuisce il prossimo punto.

4° elemento: incoerenza con le “implicazioni dell’Eterna Treblinka”
L’Eterna Treblinka è il titolo di un libro di successo che ha posto il problema del parallelismo tra lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti e lo sterminio quotidiano che avviene in tutti i mattatoi del mondo. Indipendentemente dall’accettazione di tale parallelismo (non tutti i difensori degli animali sono d’accordo), decidiamo di indicare, con l’espressione “implicazioni dell’Eterna Treblinka”, sia la tragedia complessiva della condizione animale, sia la percezione che di tale fenomeno si manifesta nei propugnatori degli animal rights. Tale percezione pone l’attivista in una situazione incerta. Sebbene, come animale umano in una società democratica, non abbia (almeno in apparenza) alcuna possibilità di abbracciare tesi sovversive in quanto la società stessa gli riconosce i diritti fondamentali, egli, in quanto rappresentante di soggetti violati, torturati, uccisi, si trova nella condizione di dover ripensare il suo rapporto con le istituzioni della società. È semplicemente obbligato a farlo. Francione, in virtù di riflessioni meno speculative e decisamente orientate all’azione rispetto ad altri teorici dei diritti, si avvicina a una visione corretta del problema, ma non compie l’ultimo passo. Quando, criticando il lavoro di Balluch, richiama il parallelismo tra il trattamento degli animali e le forme più odiose di violenza esercitate sugli umani[64], egli si trova nella spinosa situazione di dover descrivere quale sarebbe il comportamento di un gruppo di umani che si opponesse a certi trattamenti in una società che li legalizzasse. È evidente che non sarebbe possibile alcuna forma di negoziazione con le istituzioni di quella società, essendo intollerabile l’istituzionalizzazione di stupri, di torture o di violenze efferate su umani di “seconda categoria”. Ma è altrettanto evidente che non è possibile fermarsi a questa constatazione perché lascia in ombra la definizione del rapporto con tali istituzioni. Di certo non sarebbe credibile la scrittura di un capitolo settimo parallelo a quello che è stato commentato perché sarebbe evidente una qual forma di inaccettabile sudditanza verso le istituzioni violente. Ma allora nel settimo capitolo di Rain Without Thunder non si intravvede una violazione del veto fondamentale contro lo specismo? Sembrerebbe illogico negarlo. In altri termini Francione ci informa sui motivi per i quali non è possibile accettare contrattazioni compromissorie, ma non sulle risposte che devono essere promosse verso le istituzioni politiche che emanano norme fondamentali inaccettabili. Insomma, le “implicazioni dell’Eterna Treblinka” dovrebbero prevedere, in via di principio, le stesse risposte che sono dovute a un regime totalitario e dispotico. La dimensione conflittuale propugnata da Balluch dovrebbe dunque essere mantenuta, ma reindirizzata verso le istituzioni politiche.

Possiamo finalmente giungere a nuove conclusioni e valutare un modello alternativo a quelli di Balluch e Francione. La questione animale va ricondotta:

  1. all’abbandono del tentativo di mettere in scacco soggetti sociali pretendendo che si distacchino da comportamenti normali regolati e protetti dalle istituzioni pubbliche, per dirigere, invece, la contestazione direttamente verso quest’ultime;
  2. all’ipotesi che può darsi soltanto in una civiltà  radicalmente diversa da quella esistente;
  3. alla elaborazione di un programma strettamente politico condotto da una struttura politica che possieda le caratteristiche di rappresentatività, stabilità, organizzazione, continuità di azione;
  4. all’assunzione assoluta del veto fondamentale contro lo specismo, che impedisce di negoziare le tre libertà (dalla morte provocata, dalla tortura, dallo sfruttamento).

I quattro punti configurano un soggetto che modula l’azione movimentista con quella della rappresentanza politica[65] (3), per obiettivi globali (2), identificando nelle istituzioni politiche speciste la controparte (1) verso cui indirizzare pratiche di conflitto (4). Fondamentale deve essere la concentrazione del conflitto verso quelle istituzioni pubbliche storicamente identificate col nome di “Stato” (specista). Ci sono più ragioni per insistere. Da un punto di vista formale lo Stato risulta l’ente che emana le norme, le fa applicare, le difende. Da un punto di vista simbolico lo Stato rappresenta la (illusoria) “volontà generale” che supporta l’etica specista[66]. Da un punto di vista sostanziale, lo Stato fornisce la forza legale che protegge lo specismo.

La natura del rapporto problematico tra gli attivisti per i diritti degli animali e l’ente generatore delle norme è piuttosto interessante anche dal punto di vista teorico e dovrebbe essere convenientemente affrontata negli ambiti della filosofia politica, giacché la spinta propulsiva della filosofia morale si è probabilmente esaurita avendo detto tutto quanto c’era da dire[67]. È molto forte il sospetto che ci si trovi storicamente di fronte alla possibilità di un salto concettuale simile a quello di cui Rousseau è stato portatore, ma la filosofia politica è ancora muta, probabilmente perché l’attivismo animalista non ha ancora prodotto azioni sufficientemente eclatanti da indurre adeguate riflessioni. Inoltre, per quanto sia intuitivo pensare che la natura totalitaria dello Stato specista possa consentire ai suoi antagonisti qualsiasi azione di resistenza, è evidente che l’attuale sproporzione delle forze in campo consiglia moderazione e attenzione a convenienze tattiche e strategiche.

3) Il nuovo modello

Ora è possibile proporre il modello che, in base all’analisi condotta, dovrebbe essere assunta dal movimento animalista abolizionista e antispecista.

Schema 4: Il modello politico
movimento animalista
a
Indicatore Relazioni Secondarie (a)
industria che sfrutta gli animali
Indicatore Relazioni Secondarie (b) b
 
individui   istituzioni politiche
Legenda (vedi Schema 1)

La relazione [d], la relazione fondamentale, si sostanzia in azioni che interpretano lo Stato come il soggetto da contrastare con iniziative che ne mettano in evidenza il carattere specista. I riferimenti all’industria (relazione conflittuale) e alle persone (relazione formativa) non sono relazioni annullate, ma da ritenersi secondarie. Il nuovo modello abolizionista sembra destinato a relazionarsi con una dimensione sorda, l’ambiente politico, e quindi a perdere tempo. Ma se la società è sostanzialmente specista è inutile sperare di ottenere risultati significativi per gli animali non solo a breve, ma anche a medio termine. L’esperienza mostra che non si ottengono né con metodi balluchiani, né francioniani, né protezionisti classici, men che meno welfaristi. Il modello proposto non ottiene risultati per gli animali, ma presuppone che il movimento abolizionista lavori per trasformare la sua natura e irrobustire progressivamente se stesso. In effetti, la relazione [d] è, non solo insensata, ma persino impossibile se il movimento abolizionista mantiene la sua attuale natura composta di miriadi di gruppi e associazioni costruite allo scopo di convincere il pubblico ad abbracciare la dieta vegan o/e contrastare in vario modo le manifestazioni periferiche della società specista. Ciò significa che l’approccio politico al problema animale dovrebbe comportare una trasformazione dell’identità debole del movimento in una forma forte, partitica o simile, capace di sviluppare organizzazione, propaganda, approfondimenti teorici e le forme di lotta adatte per svolgere azioni finalizzate a innalzare all’attenzione generale un’entità che oggi, a occhi esterni, appare molto vaga, persino inesistente o riducibile alla avvilente etichetta che si pronuncia “animalisti” e che, mentalmente, rimanda a “zoofili”. L’abolizionismo acquisterebbe quindi un ruolo, un’identità, un riconoscimento sociale – non nel senso di “essere elogiato”, ma nel senso di “essere riconosciuto” – e sicuramente diventerebbe soggetto ad un’attenzione molto particolare da parte delle istituzioni. Pertanto, dovrebbe agire con cautela occupando quella sottile striscia di terra che oscilla tra la legalità e la non illegalità sviluppando forme creative di contestazione e di disturbo efficaci e tuttavia immuni da possibili provvedimenti legali. In questo processo, il movimento avrebbe quella possibilità di crescere che, con i metodi attuali, non è immaginabile.

Per quanto il modello proposto si distanzi dalle indicazioni di Balluch e Francione, occorre rilevare come esso sia debitore dei loro contributi molto più di quanto non sembri a prima vista, perché nasce dalle pregnanti argomentazioni di critica incrociata che i due attivisti hanno sviluppato. Inoltre vi sono altri contributi importanti relativamente agli stili di relazione che dovrebbero essere assunti nel modello politico. Balluch propone uno stile di relazione basato sul conflitto e non sulla mediazione. Il motivo è che con l’industria che sfrutta animali non può essere condotta alcuna opera di mediazione. Tale approccio può e deve essere esportato nella relazione con lo Stato specista. L’assioma secondo il quale da esso non può derivare alcuna ammissione alle richieste del movimento abolizionista fa sì che tra le richieste impossibili del movimento e il diniego delle istituzioni speciste si formi un dissidio perenne. Su questa relazione conflittuale e sul complesso di colpa collettivo che può comportare (ricordiamo l’analisi di Balluch sulle caratteristiche dell’opinione pubblica), il movimento abolizionista potrebbe costruire una forza inedita. Lo stile comunicativo di Francione rivolto agli individui come interlocutori si presenta invece debole se esportato verso lo Stato. E’ chiaro che nella nuova condizione non c’è spazio per la democrazia deliberativa di tipo habermasiano perché qui non si è in presenza di preferenze politiche divergenti entro un’arena comune (le istituzioni democratiche) in cui si può giungere alla risoluzione del conflitto. Viceversa, deve essere assunta la visione olistica di Francione perché affronta la questione animale nella sua globalità. Non solo: in Francione vi è una sensibilità che, pur focalizzandosi sul tema animale, contiene i semi di un’attenzione a tutte le logiche del dominio. Non a caso vengono spesso citate in modelli omeomorfici. Invece Balluch, con l’ansia dei piccoli passi, trasporta il messaggio su questioni settoriali. Nel modello proposto è inimmaginabile che allo Stato vengano poste questioni settoriali e particolari capaci di minare la forza del messaggio e la natura abolizionista del movimento. Francione ha dimostrato in modo inequivocabile in quali problemi si incorre quando si devia dai principi fondativi del movimento.

L’aspetto negativo della proposta del modello politico sembra consistere nella messa in ombra di tutte le prassi animaliste radicali fin qui seguite ed è noto come sia elevata la resistenza al cambiamento quando le abitudini si presentano cristallizzate. D’altra parte la resistenza ad adottare il modello politico è abbastanza comprensibile poiché l’attivista per gli animal rights riceve facilmente l’impressione di perdere qualcosa per non ottenere niente[68]. Il qualcosa consiste nella speranza che battendo e ribattendo su richieste specifiche si riesca a spuntare minimi risultati anche nelle società speciste. Il niente è, nel modello politico, addirittura dichiarato, giacché il suo scopo non consiste tanto nell’ottenere condizioni migliori per gli animali, considerato che la società specista mai le concederà, ma nel rinforzare la condizione strutturale di una forza politica, per un futuro che, per essendo imperscrutabile, è comunque aperto e pertanto portatore di imprevedibili riconoscimenti.

Oltre alle tipiche resistenze al cambiamento, si erge un’altra difficoltà: la proposta viene fatta, in controtendenza, proprio in un momento in cui si teorizza la lontananza dalla politica e il perseguimento di forme movimentiste a dispetto dei ripetuti fallimenti nella generalità degli ambiti in cui tali forme si esprimono[69].
Eppure è proprio questa la strada da battere. Occorre dire che a tutt’oggi il movimento antispecista – movimento ancora giovane – non si è curato di sé stesso. È frantumato, velleitario, spontaneista e non sembra ancora consapevole della necessità di doversi organizzare al di là delle forme debolissime attualmente adottate. Inoltre è largamente autarchico e per ora non è molto interessato a saldare il suo pensiero con quello degli altri movimenti. Questa necessità è strategica. L’umanità oggi si trova in un drammatico punto di passaggio e ancora non riesce a comprendere se riuscirà a trovare un nuovo punto di equilibrio o se sprofonderà in un orrendo cataclisma economico/ecologico. Nella prima ipotesi, l’antispecismo corre un ulteriore pericolo: quello del prolungamento dello specismo e dell’antropocentrismo in forze che emergerebbero dalla Storia nel quadro di un umanesimo egualitario e progressista. Diventa perciò urgente, pur mantenendo l’autonomia politica del pensiero antispecista, tentare di influenzare il migliore pensiero antagonista con le proprie categorie concettuali. Anche questo è un impegno difficile che non può essere condotto se non da una entità organizzata, che prescinda dai paesi di appartenenza (e dunque internazionale) e fortemente connotata a tutt’oggi inesistente. Solo con il raggiungimento di questo nuovo punto di inizio si potrà immaginare di ripartire per conquistare rinnovate istituzioni pubbliche veramente democratiche e liberate dallo specismo.


Note
1. Questo saggio e il seguente sono apparsi sul sito www.vgt.at e sono tutt’ora disponibili.
2. L’articolo in questione appare sul blog di G.Francione www.abolitionistapproach.com.
3. Gary Francione, Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement, ed. Temple University Press, Philadelphia 2004.
4. Avvertenza. Il termine “riformista” nella colonna 1 ha un significato diverso da quello della colonna 2. Sotto “zoofilia” il termine ha una accezione più moderna e significa il perfezionamento di una attività all’interno di un sistema di riferimento che non si vuole modificare nelle sue linee fondamentali. In questo senso l’attività di riforma si presenta sia come metodo che come obiettivo. Nella seconda colonna, riformista conserva il suo significato originario di azione indirizzata a una rivoluzione per gradi che conduce a una trasformazione di sistema attraverso piccole modificazioni successive. Nel prosieguo, il significato di riformismo sotto questa accezione apparirà molto chiaro.
5. Tom Regan, The Case for Animal Rights, The Regents of the University of California, 1983.
6. È interessante rilevare una tendenziale diversità tra le psicologie degli attivisti liberazionisti rispetto ai protezionisti. Inclini alla contestazione di sistema e decisamente politicizzati e dunque orientati a vedere la problematica animale in un contesto molto ampio, i primi si distinguono marcatamente dai secondi, i quali sono molto rispettosi dell’autorità e delle istituzioni traducendo tali tendenze nei loro comportamenti. Interessante in proposito lo studio di Sabrina Tonutti, Diritti animali: storia e antropologia di un movimento, Forum, 2007. Consultare anche Uomini, animali, animalisti (seconda parte), a cura del Collettivo Rinascita Animalista, 13 febbraio 2008, www.liberazioni.org/ra/ra/qa/indice.html.
7. «The Austrian animal rights movement can only directly change things in Austria. But the Austrian fur farm ban indeed was an example to follow for a number of other countries, and now we have some form of bans at least in England, Scotland, Wales, Italy, Croatia, Holland and Sweden. If the fur farm bans are being picked up in ever more countries and one day in the whole of the EU, then an import ban could be introduced, like today’s import ban on cat and dog products, or possibly seal products in the near future. That would be a system change so that all EU citizens would stop using fur at all. There is no reason why other continents could not follow suit, so that their animal rights movements master enough political pressure to get fur farm bans there too. Eventually, fur production could end in the whole world. In that sense, a ban on fur farming in Austria is no doubt a first step towards the end of fur as a consumer product altogether, i.e. the end of the exploitation of any animal for their fur». [B1]
8. L’autore fornisce questa scala evolutiva: «1) no restriction of the use of animals; 2) indirect protection (a ban on abusing animals if that upsets humans); 3) minimal direct protection (a ban on beating animals„ too much); 4) relevant protection of economically irrelevant animals (“pets”); 5) relevant restriction of economic use of animals (e.g., cage ban); 6) radical restriction of economic use of animals (only free range); 7) ban on killing; 8) “weak rights” according to Mary Midgley; 9) the only right: to have animal laws executed; 10) basic rights for some animals (e.g., The Great Ape Project); 11) basic rights for all animals; 12) equal value of life and suffering for all animals (incl. humans)». [B1]
9. «European countries like England, Sweden or Austria have high animal welfare standards and a thriving animal rights movement. On the other hand, countries with very little animal welfare like China seem quite disinterested in all animal issues and veganism as an ethical choice is unknown». [B1]
10. Legenda valida anche per la lettura degli schemi successivi.
11. Qui il termine “riformista” proietta una luce più vivida. Il riformismo di Balluch sembra derivare, oltreché da una insistente richiesta di riforme, dalla scelta di azioni conflittuali sul terreno economico, cioè sulla struttura. Sembra di essere di fronte a una trasposizione animalista dell’economicismo della socialdemocrazia tedesca di stampo kautskiano.
12. «Hence, system changes only come through conflicts in society. It starts with a segment in society being decidedly unhappy with the status quo in a certain issue and kicking up a fuss. If the fuss increases to a fully blown conflict, government will have to react. They need to keep the lid on it so that it does not escalate and eventually remove them from office. That means, in a conflict between two sides, the government will side with those, who are more capable of deepening the conflict, of kicking up more fuss, of producing more political pressure. If the public takes the side of one or the other party in the conflict that can obviously also be of vital importance. A fuss kicked up by one side will create much more political pressure, if in the eyes of the public there is a just cause». [B1]
13. «We see: solely the political conflict in society between the animal rights movement and animal industries determines the laws and their execution. The side, which can muster more support and political pressure on an issue, wins. The corresponding law determines the system in society, which eventually defines how people behave and how animals are being treated. The opinion of the majority or of single people in society is of secondary importance. Even a large majority against battery eggs did not ban battery farming or stop them from being sold. It was only political pressure and the system change that followed, which changed society and how animals are treated» [B1]. Nella risposta alle obiezioni di Francione, Balluch ribadisce il concetto rimarcando anche la novità del suo approccio: «The many empirical examples I quote in my essay, and the analysis there, clearly point towards the fact that a system change in society only happens through struggle, and this struggle is between the animal rights movement and animal industries. This, again, is a very new observation in the debate on abolitionism versus reformism. A political struggle like this is not a direct confrontation, but it has a political dimension, i.e., politicians in power and the public are watching it and will possibly intervene. That means, this struggle is also a struggle for the sympathy of the public. The more sympathy the animal rights movement can raise on a certain issue, the more radical their actions can be on this issue to fight animal industries». [B2]
14. Il primo pericolo è quello più rischioso. Tra le critiche può emergere persino quella di sostenere una visione totalitaria.
15. «There is a study commissioned in 2004 with the IFES institute in Austria that supports this observation. When people were asked whether they agreed with a ban on caging laying hens for egg production, 86% said that they want a ban on this practice. But at the same time, 80% of eggs being bought in Austria were from exactly such battery farms. Clearly, while most people were already persuaded that caging hens is animal abuse and unethical, they kept buying exactly those products they apparently disapproved of». [B1]
16. «The central idea in my approach is the observation that humans are much more social than rational creatures. In everyday life on average, people try to merge into society, behave correspondingly, and afterwards rationalize their behaviour, i.e., find “rational” reasons why they act as they act». [B2]
17. Per interessanti approfondimenti di questa parte si rimanda a B1.
18. «There is only one enemy: animal industries». Titolo di un paragrafo di B2.
19. «1) - Centre your campaign material on presenting suffering and stimulate compassion and empathy in people. Abstract-rational phrases using terms like rights or personhood should play no significant role. 2) - The goal of the campaign should be presented to the public in a way that it seems to them that if it was achieved, a certain clearly distinguishable aspect of suffering of animals will be totally alleviated. 3) - The aim of the campaign must be to change society, the social system in which people live, and not individual peoples’ minds. 4) - The campaign should not demand huge changes in society. The goal must be realistic and should not lead into the unknown. The whole development of society must be slow and continuous, the changes incremental». [B2]
20. «In a society as strictly speciesist as ours, it takes a lot of energy to live vegan. There is the psychological pressure of not being considered “normal” anymore, of sticking out in society. Suddenly you run into conflict with your peer-group and your family. On the one hand, they will consider you complicated or even fundamentalist, when you suddenly watch carefully whatever you eat or buy, when you read every detail on the list of contents of a product. On the other, hand they might feel criticized by your mere behaviour: after all, you refuse to eat the same as they do for ethical reasons». [B1]
21. «I see no empirical evidence why the approach of persuading one person after the other to change their behaviour should ever work on a large scale. For no movement in history it has ever worked, all movements had to go through a phase of struggle and direct confrontation with the political enemy. The animal rights movement surely will be no exception. Imagine the anti-slavery movement as doing nothing but trying to persuade one slave owner after the other through friendly talk to voluntarily stop using slaves. What a ludicrous idea!». [B2]
22. Come si vedrà, nelle critiche rivolte da Francione a Balluch, il primo assimilerà erroneamente il secondo nelle file dei protezionisti generici. Operazione valida solo per aspetti ben circoscritti e, tutto sommato, secondari.
23. «We have had animal welfare laws for 200 years now and there is absolutely no evidence that animal welfare reform leads to the abolition of animal exploitation. Indeed, we are now exploiting more animals in more horrific ways than at any time in human history». [F1]
24. Per quanto riguarda il caso italiano e l’ambiguità delle leggi sul benessere degli animali si caldeggia la lettura di un fondamentale documento: Miseria di decreti e d’altro, a cura del Collettivo Rinascita Animalista e del Coordinamento Mucca 103, 4 luglio 2001,  www.liberazioni.org/ra/ra/t021.htm.
25. Sul sito dell’AIAV (Associazione Italiana Allevatori di Visone) si legge la seguente significativa conferma: «L’obbiettivo dell’allevatore è quello di dare il massimo benessere all’animale perché solo da questo ne deriva il suo profitto, la sua soddisfazione, e quindi l’orgoglio per il suo lavoro». Questo non significa che l’allevatore non possa soprassedere a questo principio sovrastato da stimoli compulsivi diversi, ma esprime quello che – come sostiene Francione – dovrebbe fare un allevatore qualora decidesse di comportarsi in modo razionale.
26. «...to the extent that the public believes that animals are being treated more “humanely,” that tends to encourage continued exploitation. At the current time, we are seeing media story after media story about how people who once did not eat flesh or some other animal product have once again started to do so because they believe that animals are being treated better as a result of supposed reforms in animal welfare». [F1]
27. Il cosiddetto “ordine simbolico” rende invisibile tutto ciò che, essendo costantemente sotto i nostri occhi, diventa per ciò stesso “normale”. È questa la sostanza fondamentale che rende totalitario qualsiasi sistema sociale. Francione, svolge la sua teoria a partire da questa considerazione assiomatica.
28. «This problem is inherent with single-issue campaigns in a society in which animal exploitation is regarded as normal. If X, Y, and Z are all considered as normal practices in a society and are closely related, then a campaign against X, but not against Y and Z, suggests that there is some relevant difference between X on one hand and Y and Z on the other. For example, we live in a society in which it is considered as normal or “natural” to eat animal flesh and other animal products. A campaign that focuses on flesh conveys the impression that there is a moral difference between flesh and other animal products, which is not the case. The proof of this is found in the fact that many animal advocates are vegetarians but are not vegans. If they draw a distinction, then what can we expect from the general public?» in Vegan Education Made Easy-Part 2, 8 maggio 2008, www.abolitionistapproach.com/?p=142.
29. «New welfarism is problematic morally because it involves animal advocates who claim to endorse abolition campaigning for supposedly more “humane” forms of exploitation. This is no different from opposing torture, rape, child molestation, or human slavery and campaigning for more “humane” versions of those forms of exploitation rather than working directly for their abolition. If animal exploitation cannot be morally justified, then animal rights advocates should not be promoting “better” ways of doing something wrong». [F1]
30. In molti casi non lo praticano nemmeno. Nei peggiori, non sono nemmeno vegetariani e così si dimostra come tale ambiente sia pervaso da una pluralità di interessi, non sempre cristallini.
31. Qui si riporta un giudizio di valore. Ma qualora la scelta dei movimenti fosse voluta e razionalmente giustificata, non cambierebbero le implicazioni descritte di seguito.
32. «Sostengo che tutte le creature senzienti dovrebbero avere un diritto: quello di non essere trattate come una nostra proprietà – il diritto di non essere valutate esclusivamente come strumento per finalità umane. Nel mio ultimo libro, Introduction to Animal Rights: Your Child or the Dog? [Temple University Press, Philadelphia, 1999], sostengo che se non assegniamo agli animali questo singolo diritto, allora, nonostante ciò che possiamo dire rispetto a quanto sul serio prendiamo gli interessi degli animali, tratteremo necessariamente gli animali come nulla più che dei beni mobili. Ed è precisamente ciò che avviene oggi. Tutti noi riteniamo di prendere sul serio gli interessi degli animali, ma in realtà la nostra società tratta gli animali nella stessa maniera in cui tratta qualsiasi altro tipo di proprietà. Se, invece, accordassimo agli animali questo singolo diritto - il non essere trattati come una proprietà - saremmo tenuti ad abolire, anziché a regolamentare, lo sfruttamento degli animali, perché l’uso che ne facciamo per produrre cibo, esperimenti, intrattenimento e abbigliamento presuppone invariabilmente che gli animali non siano altro che una proprietà. Se accettassimo il fatto che gli animali hanno il diritto di non essere trattati come una nostra proprietà, dovremmo cessare – completamente – di far nascere animali domestici». [F3]
33. Una scelta di lungo periodo, destinata ad ottenere risultati lontani, ma anche, forse, qualche vantaggio immediato: «Immagina cosa si otterrebbe se una parte significativa delle nostre risorse venisse indirizzata a rendere la gente consapevole del motivo per cui non dovrebbe mangiare alcun prodotto animale. Dopo cinque anni, non avremmo certo ottenuto il veganismo mondiale, ma probabilmente avremmo ridotto il consumo di prodotti animali molto più di quanto abbiano fatto le attuali campagne a favore del consumo di carne “biologica”. E cosa avremmo da perdere, seguendo un percorso di questo genere? Peter Singer sostiene che due centimetri di spazio in più nelle gabbie è quanto di meglio possa succedere, nell’arco di 25 anni, per gli animali allevati. Creare anche solo 100 nuovi vegan in 5 anni potrebbe “ridurre la sofferenza” molto di più». [F3]
34. «Nella maggior parte dei casi, la legge riflette le convinzioni sociali: non le forma. Questo è particolarmente vero quando il comportamento in questione è profondamente radicato nella cultura, come lo è sicuramente lo sfruttamento degli animali. Fino a quando la maggior parte delle persone troverà accettabile mangiare animali, usarli per esperimenti o per l’intrattenimento, la legge difficilmente sarà uno strumento particolarmente utile per aiutarli». [F3] Vale la pena notare come questa impostazione sia esattamente simmetrica rispetto a quella di Balluch, il quale sostiene che la norma agente sull’industria modifica le abitudini dei cittadini.
35. Infatti come si può confutare il seguente argomento? Alla domanda se il veganismo non possa allontanare persone di buone intenzioni, Francione risponde: «Molti animalisti ritengono che sia "elitario" sostenere che esistano dei principi guida etici, come il veganismo. Ma è come dire che è “elitario” ritenere che il femminismo debba rifiutare lo stupro. Sostenere che si rispettano i diritti animali è semplicemente incongruente, se si continua a mangiare animali. Sembra che molti animalisti ritengano che il veganismo sia un optional e che ad insistere a favore del veganismo siano soltanto alcuni fanatici. Non sarebbe diverso sostenere, nel contesto dei diritti dell’infanzia, che coloro che condannano la pedofilia sono dei fanatici. Se un sostenitore dei diritti dei bambini non condanna la pedofilia, non è un sostenitore dei diritti dei bambini». [F3]
36. «... E poi c’è la PeTA, che porta modelle di Playboy a Capitol Hill, per solleticare l’attenzione dei legislatori. La PeTA trivializza l’attivismo nello stesso modo in cui Peter Singer trivializza la teoria dei diritti animali. Insieme, queste persone sono riuscite a trasformare un’idea seria in uno spettacolo per guardoni. Penso che alcuni di questi leader abbiano bisogno di prendersi un periodo di vacanza per imparare come rispettare la personalità umana, prima di continuare le loro campagne. Anziché pensare alle sfumature intellettuali, la PeTA dovrebbe piuttosto prestare attenzione al fatto piuttosto ovvio che collegare i diritti degli animali alla filosofia di Playboy veicola un messaggio che disturba profondamente. Se i diritti animali possono offrire spazio alla pornografia, che genere di movimento animalista abbiamo di fronte? Alcuni critici hanno sostenuto che il movimento per i diritti animali è corroso dai comportamenti di persone a cui non piacciono gli altri esseri umani. È venuto il momento di considerare seriamente questa critica. Fondamentalmente, non c’è differenza tra l’idea di trattare con rispetto gli altri esseri umani e quella di trattare con rispetto gli altri animali. Le nostre campagne devono pensare in termini olistici». [F3]
37. «... as I stated at the outset, these criteria are not precise; they involve concerns and ideas that cross over various categories, and it is not difficult to think of examples that constitute hard cases. The point is not to provide criteria that will be clear-cut. Unfortunately, the resolution of difficult moral problems does not often work in such a convenient fashion. The point is to help identify values that are central to the gradual reduction of the property status of animals. Moreover, proposed incremental changes may be judged by how close they came to satisfying all the criteria, and these criteria can be used to focus discussion on possible difficulties with various proposals. [...] I am already aware of the imperfections of my approach. But [...] the goal in this chapter was not to establish some airtight set of categories but to introduce a system of rights-oriented values into the consideration of what incremental measures ought to be favored by those who claim to accept rights theory and who, unlike the new welfarists, regard rights theory as qualitatively different from animal welfare». [F2 pp. 217-8]
38. «The rights advocate may decide to remain an “outsider” altogether and not try to achieve incremental change in the form of legal or regulatory measures, and may instead confine her activities to educating the public about the need to abolish all institutionalized exploitation and to eschew animal exploitation on the micro level of personal behaviour». [F2 – p. 218]
39. «...any attempt to effect legal or administrative regulation will invariably involve the animal advocate’s seeking some sort of insider status». [F2 – p. 218]
40. «These incremental measures may be indirect; they may consist primarily in educating the public about the need to eliminate the property status of animals. Or they may be direct; they may consist in changing the institutions of exploitation through legislation and administrative regulation». [F2 – p. 219]
41. In realtà il passo seguente apre notevoli complicazioni teoriche. «According to moral theory’s ideal, animals rights is clearly “abolitionist” in that its long-term goal is the complete eradication of institutionalized animal exploitation. To say that the incremental means must themselves be “abolitionist” is correct if what is meant is that there must be a prohibition of same reasonably identifiable conduct and that engagement in that conduct would constitute a failure to respect a particular animal interest. But these incremental means are by definition not “abolitionist” in the sense that no one incremental prohibition will effect the long-term goal of ending animal slavery. In order to avoid confusion, I think it is better to reserve “abolition” for the long-term goal of rights theory and to use “prohibition” as one criterion of incremental measures that seek to realize that long-term goal». [F2 – p. 194]. Sembra riecheggiare una riedizione del paradosso di Zenone. Lì la freccia pur occupando spazi successivi, non raggiungerà mai il bersaglio. Qui incrementi di divieti non producono avvicinamenti verso l’obiettivo dell’abolizionismo.
42. «Many case fall into a gray area in which it is difficult to be certain whether a prohibition really does involve a significant activity that is part of the exploitation and there may very well be cases in which the prohibition may be said to affect a constitutive activity but the incremental change nevertheless violates salient aspects of rights theory». [F2 – p. 198]
43. In ogni caso, sarebbe necessario ragionare sulle serie storiche dei prezzi che, comunque, sarebbero soggette a diverse interpretazioni.
44. «These incremental measures may be seen, however, as recognizing pieces of the basic right not to be regarded as property. So, although these interests represent nonbasic rights in one sense, the interests are more properly regarded as “parts” of the basic right of animals not to be treated exclusively as means to humans ends. Tom Regan calls my normative notion a “protoright” because it functions like a right but runs to the benefit of a nonrightholder, properly speaking. I adopt Regan’s terminology here because it requires that we focus on the notion that this sort of norm is something different from a right and something very different from what now exists under legal welfarism». [F2 – p. 206]
45. Tali protodiritti non vengono ritenuti basilari perché ancora non configurano come persona il soggetto a cui si applicano. Per es. il diritto a potersi muovere, a poter scegliere quando dormire, all’integrità fisica ecc.
46. «This is, of course, not a new idea. In Should Trees Have Standings? Toward Legal Rights for Natural Objects, Christopher Stone argued the inherent value of nonhumans could be recognized and protected by guardians just as are the rights (basic and nonbasic) of children or the mentally disabled». [F2 – p. 206-7]
47. È proprio l’innaturalità di questa proposta che induce a valutare questi criteri come possibili strumenti per un programma ideale di azione e di propaganda ad uso del movimento piuttosto che richieste concrete dirette alle istituzioni.
48. «This discussion, however, demonstrates that as a practical matter certain campaigns will be difficult for animal rights advocates to pursue if they agree with this fifth criterion. [...] These considerations militate in favor of conducting the sort of educational campaign that may not succeed (at least initially) in overturning any particular exploitative practice but may have a powerful effect on the public. And such education, whether sought directly in the classroom or as part of a militant campaign, is in any event probably the best thing that animal rights advocate can do at this stage of history». [F2 – p. 211]
49. Cfr. note 37, 38, 39.
50. «Prima di intraprendere una qualsiasi pratica, dev’esserci una teoria che plasmi l’azione. Un movimento che interviene nel sociale deve avere una teoria, se vuole intraprendere azioni». [F3].«Thus far, the modern animal movement has ignored the connection between theory and practice in favor of a sort of pragmatism that defeats itself. Animal advocates, understandably frustrated, have wanted to “take action” and have avoided ideological discussion, fearing it to be a waste of time». [F2 – p. 190]
51. Per “assunti indiretti” si intendono quelle argomentazioni che mirano a indurre nell’interlocutore l’abbandono di azioni speciste attraverso la presentazione di interessi specisti. Per esempio, sottolineare il danno che gli allevamenti inducono sull’ambiente per convincere a abbandonare l’alimentazione carnea, o invocare l’antivivisezionismo scientifico per condannare la sperimentazione animale. Gli assunti indiretti costituiscono un problema aperto che non è stato ancora sufficientemente esplorato per vagliarne, se non la legittimità, almeno l’efficacia. È chiaro che nella logica francioniana costituiscono un elemento di inaccettabile deviazione dai principi abolizionisti. A titolo di esempio si può osservare come un argomento indiretto del tipo: “La sperimentazione X sull’animale è inutile perché non è predittiva sull’uomo” violi il principio antispecista perché, qualora fosse predittivo, ammetterebbe la sperimentazione stessa.
52. «È ironico come Singer e la PeTA abbiano sventrato il movimento per i diritti animali statunitense» [F3]. Poco dopo, alla domanda di rispondere all’accusa di creare divisioni nel movimento, Francione risponde: «Non essere d’accordo non significa “creare divisioni”. Io dissento dai protezionisti. Considero il protezionismo inefficace e controproducente. Penso che l’evidenza empirica dimostri chiarissimamente che il protezionismo non funziona. Nonostante tutte le campagne protezioniste dell’ultimo secolo, stiamo usando più animali oggi e in maniere più orrende, che in qualsiasi altro periodo della storia umana. Ma c’è un punto più importante: nel movimento animalista americano, non esiste una tradizione di dibattito. Se uno dei grandi gruppi annuncia una campagna, si suppone che tutti si aggreghino, o verranno definiti come dei “traditori”. Peter Singer e Ingrid Newkirk hanno recentemente sostenuto che avrei attaccato le loro posizioni, ma che siamo comunque tutti “dalla stessa parte”. Se c’è una cosa di cui sono certo, è che io non sono “dalla stessa parte” di Peter e Ingrid. Le nostre opinioni sono profondamente diverse. I nostri obbiettivi sono profondamente diversi. Abbiamo bisogno di più dibattito nel movimento, non di meno dibattito. E non dobbiamo aver paura di essere accusati di “creare divisioni”, che è un’etichetta usata da coloro che non hanno nulla di sostanziale da dire in risposta a critiche e osservazioni legittime».
53. Il fatto è che la “società democratica” funziona entro il recinto all’interno del quale i diritti fondamentali sono riconosciuti. Gli animali, equiparati a cose, sono fuori da quel recinto e, a questo punto, la posizione dei loro portavoce umani rispetto alla Legge risulta come minimo incerta.
54. Gary Francione on the O’Reilly Radio Factor, 7 agosto 2007, www.gary-francione.com/oreilly-radio-factor.html.
55. A classic of “Moral Schizophrenia”, 28 ottobre 2007, www.abolitionistapproach.com/?p=129.
56. Those who cannot remember the past are condemned to repeat it,  1 settembre 2007, www.abolitionistapproach.com/?p=107.
57. Per approfondimenti si rimanda alle pregnanti descrizioni contenute in [B1].
58. La ricerca di risultati immediati e tangibili è la prima ragione responsabile del fallimento dell’animalismo. Essa ha condotto il movimento a chiudere con tutte le riflessioni di teoria della prassi e a conferire al protezionismo classico la logica di un passo avanti e due indietro. È la logica che, come afferma Francione, ha sventrato il movimento animalista in America (e anche altrove).
59. Si consideri però che gli autori, confutandosi a vicenda, fanno entrambi riferimento alla “scarsità di risorse” umane e materiali con le quali il movimento deve fare i conti. Ovviamente, per condurre il discorso a proprio vantaggio e indurre a lasciar cadere la prospettiva dell’altro. Il problema delle risorse finite e scarse è comunque un problema reale.
60. L’antispecismo attualmente esistente, ha caratteristiche essenzialmente astoriche. P. es., lo si vede dalla insistenza, con la quale nel suo seno si sviluppano riferimenti a personaggi che obiettivamente dovrebbero essere letti secondo altre ottiche rispetto alla problematica animale dei nostri tempi: Buddha, Mahavira, Plutarco, Leonardo, ecc. Tentativi ancora pionieristici di ibridare l’antispecismo con il marxismo, dunque con categorie storiche, sono accolti in alcuni articoli e saggi disponibili in www.liberazioni.org.
61. Asini, buoi, elefanti e tante persone di altre specie sono purtroppo ancora schiavizzate in grandissima parte del mondo per mancanza di disponibilità energetiche di altra natura.
62. Potrebbe sembrare che Francione, insistendo sulla necessità di abolire i rapporti di proprietà sugli esseri senzienti, comprenda questa logica, ma in realtà ne è lontano. I rapporti di proprietà che devono cambiare perché si abbia la liberazione animale, non sono quelli tra uomini e animali, ma quelli vigenti tra gli umani. Non c’è speranza che gli umani concedano generosamente qualcosa a enti che, in assenza di imponenti rivolgimenti sociali, verranno sempre considerati cose.
63. È evidente che qui l’azione politica, a differenza di altri contesti politici degradati, non sancisce la cessazione dell’atteggiamento morale. Azione politica e atteggiamento morale non sono in contrapposizione: la prima trasforma in prassi il secondo per tentare di costruirne la necessità nella sfera degli obblighi sociali.
64. Cfr. n. 29.
65. Data la natura conflittuale del rapporto tra un soggetto politico antispecista/abolizionista e le altre forze politiche, la prassi del primo manterrebbe una natura movimentista, dovendosi muovere a lungo in uno spazio extraistituzionale. Ma solo sotto questo aspetto, poiché eserciterebbe la sua influenza sulla base di un indirizzo programmatico.
66. L’obiezione principale potrebbe consistere nell’affermazione tradizionale che lo Stato è una emanazione del popolo il quale, scegliendo i suoi rappresentanti, è il vero soggetto che opera le scelte. Questa dottrina si presenta ormai niente più che come una decrepita teologia capace di nascondere, con mirabile abilità, i sottili procedimenti di condizionamento di massa impiegati dalle elìte. Insomma una visione che la stessa vita pubblica si incarica di smentire. Interessanti, in proposito, le stesse considerazioni di Balluch [B1].
67. L’intangibilità delle tre libertà del proprietario del corpo animale sono state trattate con dovizia e difficilmente si può pensare che possano esserci ulteriori sviluppi, anche se la ricerca deve continuare ad operare. Ma oggi il problema vero consiste nella definizione dei rapporti che devono essere instaurati con ogni potere che li nega.
68. Tuttavia se si tratta di una impressione, è pur sempre una impressione errata. Il modello politico non pretende l’annullamento dell’esperienza dell’attivismo animalista radicale, ma guarda al suo innesto in una struttura politica dotata di una visione strategica e programmatica.
69. Per considerare le difficoltà di superare i limiti politici degli attuali movimenti è possibile consultare Uomini, animali, animalisti - § 36 in www.liberazioni.org/ra/ra/qa/cap6.html. Inoltre, Verso una pratica antispecista - § 1. in www.liberazioni.org/articoli/SottofattoriA-01.htm. Si tratta di ipotesi appena abbozzate che richiederebbero i necessari approfondimenti.