Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Aldo Sottofattori
Verso una pratica antispecista

1) – Per iniziare: una nota sui movimenti odierni

Molti problemi del movimento antispecista sono i problemi di tutti i movimenti. Non è insensato, perciò, considerare brevemente le difficoltà incontrate dagli “altermondisti” per cogliere alcune problematiche generali di un fenomeno tipico dei nostri tempi. I movimenti sono entità relativamente recenti che si inseriscono in una zona intermedia tra le architetture istituzionali liberali e la volontà popolare classicamente intesa. Essi non sono portatori di semplici “interessi” bensì di problemi di natura globale già strutturati sulla base di logiche alternative e di cui chiedono la messa in agenda e la soluzione. Queste nuove espressioni sociali non pongono dunque il problema della rappresentanza degli interessi aggregati dei cittadini e non rappresentano degli interessi “diretti”. I movimenti chiedono al sistema della politica di raccogliere e gestire una pluralità di problematiche sociali, ambientali, politiche con caratteri di universalità.

C’è qualcosa di paradossale in tutto questo. Da una parte si manifesta l’ambizione di conquistare una parte significativa dell’opinione pubblica e di spingere le donne e gli uomini alla resistenza contro il modello economico, sociale e culturale del neoliberismo. D’altro canto la condotta si presenta palesemente riformista ed esprime una relativa fiducia in quello Stato che incessantemente viene esposto agli strali della critica. Infatti, se la politica diventa il luogo deputato a raccogliere le istanze forti dei movimenti, significa che riceve una legittimazione di fatto. Alla politica viene così riconosciuta l’autonomia necessaria per compiere delle scelte conformi a giustizia qualora sia spinta dalla “forza delle cose”. Insomma si ritiene che lo spazio della politica possa essere conquistato alla causa giusta se sottoposto a pressione adeguata.

Naturalmente questo non accade. Gli indirizzi ingessati della politica rimangono inalterati dipendendo da logiche sovrastanti. I legami forti risultano quelli che implicano un totale rispetto dei meccanismi di riproduzione del capitale, il vero burattinaio (impersonale) della situazione. Così la politica filtra le domande dei movimenti: accetta qualcosa, mette in quarantena quanto è accettabile in via di principio, ma non può esserlo di fatto, cancella – in nome del realismo – le istanze incompatibili. E’ proprio in seguito a questo diabolico meccanismo che i movimenti perdono periodicamente energia. Può essere richiamata una immagine. Quella del fiume che, pur ricevendo costante contributo dagli affluenti (vivaddio nessuno può eliminare le contraddizioni reali), evapora prima di aver raggiunto la sua funzione naturale, quella di raggiungere il mare.

Ne deriva un andamento sterile che rimane il problema dei problemi; alla fine i portatori di istanze alternative non possono far altro che tentare di circoscrivere un terreno privato, una specie di riserva indiana in cui si sperimentano forme di vita anticonformiste sotto aspetti determinati e molto limitati. Occorre osservare che la contraddizione principale consiste proprio nel definitivo riconoscimento dell’autorità politica così come si configura nella società moderna. Si assiste perciò alla stranezza di aggregazioni sociali agguerrite sul piano delle convinzioni e della determinazione, ma incapaci di farsi strumenti politici essi stessi e perciò destinati, in assenza di qualche mutazione genetico-sociale, a rimanere succubi delle proprie illusioni.

Il movimento per i diritti animali conserva intatte le contraddizioni accennate. Anch’esso custodisce un’immagine del sistema politico come spazio di riferimento al quale viene rivolta una domanda che non è semplice aggregato degli interessi dei suoi componenti: tutt’altro! Il movimento presenta una specie di progetto, appena abbozzato nelle sue linee generali, ma sufficiente per prefigurare un altro “mondo possibile”, un mondo che bandisce lo specismo e che, per ciò, si presenterebbe trasformato al massimo grado. Purtroppo per gli antispecisti nasce un’aggravante.

Nel caso di movimenti contro la TAV, contro la fame nel mondo o per la pace si può, in via di principio, ipotizzare una linea riformista e concepire la possibilità di una conquista progressiva degli obiettivi. Vari fattori di natura essenzialmente ideologica occultano l’erroneità di questa posizione e, d’altra parte, non è facile controbattere la teoria del rispetto delle maggioranze entro il corpo del “popolo sovrano”. Anche se l’argomento funziona come finzione, è pur sempre un nodo difficile da superare. La democrazia borghese è dura da smascherare finché la tragedia viene bandita dalle relazioni sociali e, bene o male, tutti hanno diritti riconosciuti, seppur parziali.

Ma l’antispecismo contiene in sé aspetti che non rientrano nello schema descritto, anzi, sembra incompatibile con la logica contrattualistica della società. L’antispecismo è il vettore di interessi fondamentali che vengono violati alla radice mediante assassinio e tortura da parte di istituzioni il cui esercizio criminale nei confronti dei deboli non appare in discussione. Perciò non si comprende come le istituzioni politiche possano essere riconosciute in quanto controparti. Insomma, nelle società degli umani (soprattutto in Occidente) tutto appare soggetto a patteggiamento. Invece rispetto alla questione animale il compromesso con lo Stato perde significato. Un diritto fondamentale non può essere frazionato e concesso in parte. Gli interessi degli animali alla vita e alla liberazione dalle torture non sono soggetti a mediazione. La loro soggettività o viene riconosciuta o viene negata. Non può essere riconosciuta perché, se ciò avvenisse l’economia capitalistica collasserebbe. E allora? Può il movimento antispecista rappresentare diritti irrinunciabili presso le istituzioni totalmente sorde?


2) – I modi nei quali il movimento antispecista si riconosce e si rappresenta

Spesso e in diverse sedi si è cercato di capire cosa non va nel movimento antispecista e per quale motivo esso stenti a decollare per diventare un vero soggetto nella realtà del Paese. Fatta salva la naturale difficoltà di azione su un terreno inedito e socialmente disconosciuto, ci si indirizza verso risposte che, se non sono errate, certo si presentano come gravemente insufficienti. In genere ci si limita a rilevare il carattere permaloso, ambizioso, autocentrato, “umano” degli individui che operano nell’attivismo animalista sia quando nascono conflitti, sia nella gestione “normale” delle relazioni. Si tratta di elementi spesso presenti anche se, per fortuna, non sempre; gli animalisti e le animaliste sono uomini e donne del nostro tempo e non c’è motivo di pensare che, a parte la loro specifica sensibilità, siano persone diverse dalle altre

Ma non sarebbe grave se il problema consistesse solo in questo. Il fatto è che gli  attivisti si portano dietro un paio di difetti sostanziali oggi piuttosto diffusi. Il primo attiene ai mezzi, il secondo ai fini. Per comodità di studio vediamoli separatamente anche se concorrono in modo talmente congiunto alla definizione delle difficoltà attuali da aprire dei dubbi sulla loro effettiva separabilità

a) I limiti nei mezzi: l’antispecismo moralista

Il moralista è una persona che pensa di poter intervenire sui valori invece che sulla società, ritenendo i primi come il fondamento della seconda. Si immagina che se tutti gli individui “prendessero coscienza” rispetto ai problemi da lui ritenuti primari ogni problema si risolverebbe. Un antispecista moralista tenderà allora a destinare tutte le sue risorse verso la persuasione del suo prossimo nella speranza che ciò comporti il progressivo, seppur lento, spostamento della popolazione in una nuova dimensione etica. Spesso si sottolinea la differenza tra le grandi associazioni protezioniste burocratizzate e i piccoli gruppi liberazionisti a cui si attribuiscono maggiore combattività e migliore purezza di cuore. Questo è abbastanza vero; ma osservando le attività più da vicino si scoprirà, che al di là di quelle che sono le ansie interiori e le disposizioni personali – fattori importantissimi e che debbono essere ben considerati – non si notano grandi differenze sul piano della prassi. Banchetti, feste, pranzi sociali, produzione e distribuzione di materiale, iniziative culturali, conferenze, pubblicità sui giornali, petizioni e proteste. Sono iniziative sicuramente utili ma complementari a qualcosa che ancora manca; da sole – è ampiamente dimostrato – non possono funzionare. Sono iniziative che all’atto della preparazione generano negli attivisti un atteggiamento iniziale fiducioso, ma poi ripiegano sempre nella frustrazione quando i risultati scarseggiano. Questa condotta, destinata come una maledizione a rinascere, dipende in gran parte da atteggiamenti mentali autoriflessivi.

L’attivista fa autocoscienza e percepisce il suo sentire come ovvio, forte, inconfutabile. Egli pensa: “non è possibile che chi venga messo nelle condizioni di scoprire la verità sui macelli o sulla vivisezione possa continuare a vivere come prima”. Ebbene possiamo chiederci come sia possibile che un approccio morbido indirizzato a conquistare l’intimo delle persone, una per una, non offra delle prospettive reali e anzi si riveli chimerica.

In primo luogo stiamo parlando di una strategia che tenta di mettersi in concorrenza con strumenti ben più potenti. Poiché la “coscienza” non è altro che una produzione sociale, è naturale che le emittenti di segnali forti riescano con poco sforzo a creare, anzi, a mantenere delle condizioni tradizionali, mentre chi vuole sovvertirle dovrebbe possedere capacità di emissione di segnali che non possono certo essere espresse con i banchetti o con le mostre.

Una seconda ragione trova fondamento in alcune caratteristiche della psicologia umana. Spesso mostre e banchetti ottengono interessanti risultati. Purtroppo vengono mantenuti per un tempo brevissimo. La ragione? Potremmo fare degli esperimenti prendendo in esame delle persone già parzialmente sensibilizzate e stordirle con alcuni filmati come quelli che usiamo su noi stessi quando vogliamo soffrire. Vedremmo persone sconvolte sulle quali lo stimolo genera una risposta che tende ad estinguersi con rapidità impressionante. E’ facile fare esperimenti su se stessi. Spesso non si vuole sapere. Non sapere quello che si sospetta o dimenticare quello che si è saputo placa il dolore e lo trasforma in una inquietudine che si può tenere a bada. Un bel vantaggio. Insomma, l’estinzione dello stimolo molesto corrisponde a una necessità psicologica primaria. Anche per questo motivo le iniziative animaliste tradizionali ottengono scarsissimi successi.

Ma oltre ai motivi citati, occorre distinguere tra coscienza individuale e coscienza collettiva. La coscienza individuale si sviluppa secondo le leggi del caos, può svilupparsi in menti predisposte, e presentare trasformazioni davvero impressionanti. La coscienza collettiva segue le condizioni oggettive di ferree leggi sociologiche, le quali, a loro volta, esprimono le modalità con le quali la società umana riproduce se stessa. La prima rimane circoscritta al caso e può, effettivamente, essere pionieristica. La seconda, sviluppandosi a posteriori, è solo il metro di un'avvenuta trasformazione di abiti sociali. Quando la coscienza collettiva si manifesta il problema è già bell’e risolto. Si può dire che quando la coscienza collettiva comprende che gli animali non vanno abbandonati o mangiati o scuoiati, già da un pezzo non sono abbandonati, mangiati, scuoiati. La coscienza collettiva è il frutto di un’organizzazione sociale che permette certe cose e non ne permette altre. E’ la pietra miliare di una meta conquistata. Perciò aspettare che si manifestino certe convinzioni comuni per osservare miglioramenti concreti significa davvero guardare il mondo alla rovescia.

Del resto cosa induce certi umanisti a pensare che la coscienza sia un bene in sviluppo? Non è forse vero che le tensioni nel mondo si aggravano? Che l’aggressività sociale aumenta? Che le guerre proliferano? Che la devastazione della Terra procede nonostante gli inviti pressanti a invertire la direzione nella gestione delle risorse? Bisogna aspettare che la coscienza arrivi dal cosmo e investa tutti gli esseri umani? La crescita della coscienza collettiva inscritta “inevitabilmente” nel nostro futuro di specie è un’autoillusione che certi soggetti sensibili nutrono per esorcizzare il problema del male. Essa nasce dall’incapacità di capire dove battere la testa e, dichiarata in modo ossessivo, diventa una formula rituale per sgravarsi dall’angoscia dell’impotenza. In definitiva: gli antispecisti possono ringraziare le circostanze che hanno dato loro la coscienza dei diritti degli animali, ma non possono pretendere che gli stessi processi mentali si possano ricreare in serie nella mente degli altri per mezzo di semplici strategie comunicative basate esclusivamente sulla presentazione della verità. E’ vero: agendo sui grandi numeri possiamo attingere nuove forze. Ma si conquistano risorse umane marginali che a mala pena sostituiscono le perdite fisiologiche. Perciò, perseguendo unicamente questa strada non si vedranno mai risultati.

b) I limiti nei fini: l’antispecismo antipolitico

Il secondo aspetto è in rapporto con i fini. Qui il problema è più complesso. Grosso modo potremmo ragionare così: la soluzione della questione animale, essendo una delle manifestazioni del “dominio” non potrà mai essere risolta se non nel quadro della dissoluzione della società che attualmente detiene e alimenta la rete delle relazioni di dominio, cioè la società capitalistico-borghese. In essa non abbiamo alcuna possibilità di determinare qualsiasi tipo di attenuazione dello specismo. E’ possibile che la società specista rinunci a particolari politiche d’uso aggressivo verso certi animali che non corrispondono più ai suoi interessi. Non è forse vero che non si usano più i buoi per tirare gli aratri? Ma questo significa forse che la società sia meno specista di prima? Il movimento antispecista deve pur partire dalla considerazione che allo stato attuale non ha possibilità concrete di ottenere risultati tangibili in questo contesto storico-sociale. La sua condizione assomiglia al rifiuto dello schiavismo; non dello schiavismo dell’inizio del 19° secolo, altrimenti la situazione non sarebbe poi così critica, ma a quello di epoca precristiana. Tanto è lontana la possibilità di trasformare il vivente in un essere con dei diritti (espressione che comunque richiederebbe ulteriori precisazioni), quanto era impossibile parlare di libertà degli schiavi alcune migliaia di anni fa senza apparire individui farneticanti. Perciò un movimento antispecista dovrebbe incominciare a modificare le sue categorie interpretative per aggredire in termini diversi la realtà che ritiene di dover trasformare. Marco Maurizi che attualmente mi pare uno dei critici più interessanti della visione dell’antispecismo ancor oggi prevalente, scrive:

“Un’ulteriore riprova del fatto che la visione singeriana non può oltrepassare i limiti dell’esistente ma che, anzi, consideri la società attuale qualcosa di ultimo sta nel fatto, abbastanza curioso, che l’antispecismo di Singer non implica affatto [...] l’elaborazione di nuovi valori morali: Singer afferma semplicemente che la società attuale si contraddice se rifiuta di estendere i valori già dati agli animali non-umani”

In effetti la teoria singeriana, se da un lato, grazie all’origine anglosassone, ha potuto beneficiare di una certa distanza da un cristianesimo impiccione, ha dovuto fare i conti con i limiti dei luoghi di provenienza e non è mai riuscita a dare un tono politico alla cultura antispecista. Limiti a cui non si sottrae nemmeno il “nemico” storico di Singer: Tom Regan. Leggiamo un passo del suo libro “Gabbie Vuote”. Egli, per prendere le distanze dalle frange più estremiste del suo paese, afferma:

“Se c’è qualcosa che ho imparato in tutti questi anni di attivismo per i diritti animali è che gli ARA [difensori dei diritti animali, n.d.r.] che rispondono a questo stereotipo [di violenti, n.d.r.] sono l’eccezione, non la regola. La grande maggioranza degli ARA è gente comune: vicini di casa e soci d’affari; la famiglia che gestisce la copisteria o la tintoria del quartiere; il ragazzo che si allena vicino a te in palestra; studenti e insegnanti della scuola locale; la solista del coro della chiesa; adolescenti appartenenti a qualsiasi congregazione religiosa; la coppia di volontari che milita in un’associazione di beneficenza; muratori, infermiere e medici; avvocati e assistenti sociali; bianchi, neri, marroni, rossi, gialli di ogni forma e dimensione [...]”

Si noterà come, pur all’interno di un approccio indubbiamente democratico, il passo consegni l’antispecismo alla prospettiva denunciata da Maurizi, tutta interna alla società attuale, nella persuasione che sia possibile attraverso un convincimento basato su valori morali, ottenere quella liberazione animale sinceramente desiderata. Non sfuggirà come sia Regan che Singer non siano in grado di proporre un’autentica prospettiva di liberazione limitandosi, in perfetto stile moralistico, a predicarne la necessità etica. Il limite di questo procedimento è rintracciabile, del resto, nel testo appena citato: 284 pagine di descrizioni di uno specismo spietato e una sola pagina di proposte di massima, peraltro problematiche perché associate a un’unione generica di un movimento essenzialmente visto come uno “sforzo comune di molti singoli individui”, espressione ambigua che nega il principio stesso di organizzazione.

Qui si tocca con mano come mezzi piuttosto fiacchi e fini confusi siano aggrovigliati. Se si adotta una visione della crescita della sensibilità collettiva come sommatoria di illuminazioni individuali assegnandole il potere di liberare l’umanità dalla sua inumanità, si finisce poi per dimenticare come in realtà i temi che implicano grandi trasformazioni di valori presuppongano sempre rivolgimenti generali delle strutture profonde della società umana e che non possano materializzarsi nei panorami che oggi ci sono familiari. Neanche i più democratici.

Il fatto è che gli animalisti – ma di questi tempi sembra proprio una malattia collettiva – rifuggono dalla cultura politica per approdare ad una cultura della piccola azione individuale dalla natura senza dubbio atomista. Hanno un bel dire di possedere una cultura “olista” o globalista richiamandosi a certe stranezze come l’ipotesi gaia, l’unità dei viventi, eccetera. Il rimedio ai mali prodotti da una specie che certo non ha dimenticato la sua provenienza “naturale”, ma che ha incominciato a diventare distruttiva quando la sua componente “sociale” ha iniziato a prevalere, si gioca per forza sul piano politico. E’ su questa base che si deve ricostruire un’alternativa, e non basta teorizzare uno“sforzo comune di molti singoli individui” ognuno dei quali svolge la sua parte in modo indipendente ponendosi come esempio per gli altri.

Essere “olisti” significa inquadrare la propria azione in un piano collettivo dalla natura politica e non lasciarla appesa a se stessa. La condizione olista implica, prima di tutto, una visione d’insieme del terreno sul quale si opera. In altri termini, della società umana nelle forme materiali in cui essa si esprime nel momento in cui la si vuole combattere. Gli antispecisti hanno oggi tale visione di insieme?


3) – I modi nei quali il movimento antispecista dovrebbe riconoscersi e rappresentarsi

La costruzione di un movimento antispecista non può, lo si comprenderà bene, avvenire a tavolino, né esprimersi per “definizioni”. Va già bene se, individuati i limiti che ne impediscono la nascita, o almeno l’uscita da un rachitismo endemico, si mette in moto un processo di fondazione che si sviluppi “per negazione”, lasciando che la realtà, con le sue barriere e complicazioni, si incarichi di definire i tempi reali di realizzazione di una forza che può veramente costituire il valore aggiunto in un processo di civilizzazione pericolosamente distorto. Un movimento antispecista sarà tale soltanto se riuscirà ad abbandonare i vizi letali che lo hanno finora contraddistinto. Dunque, se riuscirà a chiudere con una visione moralistica della questione animale e comprendere che deve conquistare una dimensione politica basata su 1) visibilità, 2) riconoscibilità, 3) esercizio di conflitto.

Tre qualità attualmente inesistenti che significano rispettivamente: 1) una presenza continua nella società sulla base di un piano di intervento elastico, ma lontano dagli spontaneismi e dagli occasionalismi attuali; 2) un profilo che finalmente si stagli dallo sfondo stucchevole di zoofilie e protezionismi vari e sia in grado di presentarsi con idee chiare di obiettivi e di prospettiva; 3) la capacità di costituire una specie di “disturbo” sociale, costantemente collocato sul limite interno della legalità, ma abile a indisporre, contrariare, infastidire. La reazione della società specista alle iniziative di un movimento antispecista è il principale criterio di giudizio della sua efficacia.

Il punto (3), in particolare, acquista un valore essenziale. La presenza del movimento antispecista non può prescindere dalla conflittualità con le espressioni istituzionali e sociali che vengono riconosciute come chiaramente “speciste”. Ciò si traduce in un atteggiamento di rifiuto dell’atteggiamento della richiesta sommessa per approdare a quello della pretesa vigorosa. Una pretesa che certamente subito non otterrà nulla, ma che sancisce la discesa nell’arena della Polis di un soggetto nuovo e ostinato nel perseguimento dei suoi obiettivi. A questo punto troverebbero la giusta sistemazione anche le iniziative classiche che, poggiando su riferimenti ben diversi, avrebbero ben altra efficacia. Troppo spesso si vuole portare l’interlocutore a comprendere la natura della questione animale. Questo approccio deve finire perché rivela un pericoloso atteggiamento di sudditanza psicologica e culturale tipico di chi insiste nel collocare la questione degli animali e il problema dei loro diritti nella filosofia morale anziché nella filosofia politica la quale non ammette mediazioni quando vengono sottratti diritti fondamentali come l’integrità del corpo e il diritto alla vita.

Dunque, visibilità, riconoscibilità, esercizio del conflitto come strumenti di controllo dell’efficacia di una nuova pratica sociale. Ma prima ancora di questo passo occorre chiedersi quale soggetto possa sviluppare tali peculiarità. Un simile salto qualitativo è possibile senza una rivoluzione interna che ridefinisca anche sul piano organizzativo un riordino delle forze esistenti? Senza un soggetto che sia disposto a entrare in una logica raffinata di organizzazione, difficilmente si potrà entrare in una fase dinamica. Non è possibile dare segnali di vitalità nell’attuale condizione di frantumazione e di anarchia in cui versano i frammenti dispersi che raccolgono l’idea dell’antispecismo. La propensione a chiudersi in spazi angusti e a dirigere azioni sulla difensiva che non portano a nessuna trasformazione è tipica degli attuali segmenti del movimento ed è una delle concause di quella mancanza di visibilità e di riconoscibilità che sono conditio sine qua non per una vera svolta.

In conclusione. La dimensione politica dell’impresa non consente atti concreti ad un soggetto apolitico o antipolitico. Pretende anzi un soggetto che sia consapevole di agire in una lunga prospettiva nella quale i diritti animali si accompagnano alla liberazione degli uomini dalle strette delle relazioni di dominio. Il che vuol dire assegnare importanza strategica al collegamento con le realtà più radicali del proprio paese avendo la pazienza di sopportare le intolleranze dei potenziali interlocutori che per ignoranza, tradizioni e culture altre non sono ancora in sintonia con noi. Già, perché se è vero che tutto l’altermondismo è sostanzialmente sordo ai temi dell’antispecismo e mostra ancora di essere pericolosamente nella scia di una visione antropocentrica, è anche vero che noi commettiamo un errore simmetrico quando non riusciamo a concepire come i diritti degli animali possano essere dati solamente in strutture sociali che siano in grado di accoglierli. Parlare di diritti animali in modo astratto e astorico significa consumarsi in repliche defatiganti e vane.