Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Traduzione di Massimo Filippi.
Barbara Noske
Alienazione animale: de-animalizzazione[1]

[…], Marx individua quattro aspetti interrelati dell’alienazione: l’alienazione dal prodotto, dall’attività produttiva, dalla natura e dai propri simili. È possibile guardare agli animali inseriti nella catena produttiva da una prospettiva analoga.

Alienazione dal prodotto
Gli animali sono alienati da quanto producono che consiste o della loro stessa progenie o di (parti del) loro corpo. Nella catena produttiva, gli animali sono forzati ad avere quanti più piccoli possibili, che vengono loro sottratti immediatamente dopo la nascita. Sia la madre che il cucciolo possono quindi essere definiti come individui socialmente deprivati. Nel caso dei vitelli, i piccoli sono relegati in sistemi di reclusione che li isolano quasi completamente, deprivandoli così anche dai contatti sociali tra loro stessi. La relazione tra gli animali da reddito e da laboratorio e il loro corpo è diventata grottesca. Il corpo medesimo dell’animale è la causa più profonda della sua stessa sofferenza. Non possiamo forse parlare del corpo come di “un potere alieno ed ostile che si contrappone all’animale”? Il corpo, che costituisce una parte importante del “sé” animale e che è governato in larga parte dall’animale stesso, è stato trasformato in una macchina nelle mani di chi lo gestisce e di fatto lavora contro gli interessi dell’animale stesso.

Alienazione dall’attività produttiva
Il sistema industriale si è appropriato del corpo e delle funzioni corporee che sono stati messi al lavoro sulla base di una sola delle loro caratteristiche. Tipicamente, l’enfasi su una sola delle abilità che possiede determina una disabilitazione dell’animale che investe quasi tutte le altre caratteristiche sue proprie. I vitelli, ad esempio, sono considerati solo come abilità-ad-ingrassare in gabbie individuali o su pavimenti di assicelle metalliche. Il fatto che i vitelli confinati nelle gabbie perdano completamente la capacità di stare in piedi o che i pavimenti di assicelle metalliche li rendano zoppi non preoccupano gli allevatori fintanto che non interferiscono con il processo di ingrassamento, cioè con il compito che è stato assegnato al vitello. Non solo l’animale è stato defraudato della sua attività produttiva, ma addirittura l’intero animale è stato subordinato a questa specifica attività. Questa “caratteristica” corporea in cui l’animale è costretto a specializzarsi, implica l’estorsione di una singola parte da quella totalità che è l’animale stesso. L’animale è deanimalizzato dal processo di suddivisione denunciato da Braverman[2].

Alienazione dai propri simili
La produzione industriale capitalista rimuove gli animali dalle loro stesse società o, quantomeno, ha profondamente distorto tali società ammassando insieme un gran numero di animali. Non ci si dovrebbe dimenticare che gli animali non sono solo degli organismi biologici – la gran parte delle specie addomesticate sono specie altamente sociali per le quali sia l’ambiente che la loro stessa organizzazione sociale sono essenziali. L’importanza della comunicazione, del contatto corporeo, del gioco e dell’apprendimento è ormai nota[3]. In assenza di membri della loro specie, gli animali sono in grado di entrare facilmente in rapporto con gli umani e questa è la ragione principale per cui abbiamo potuto addomesticarli. Negli allevamenti industriali e nei laboratori, però, il lavoro umano è progressivamente sostituito e controllato dalle macchine. Dove ciò non si è verificato, il rapporto uomo-animale è comunque diventato estremamente impersonale come conseguenza del numero di animali coinvolti e dell’organizzazione tecnica.

Alienazione dall’ambiente
Mentre in precedenza si interferiva semplicemente con l’ecosistema dell’animale, la domesticazione capitalistica è andata ben oltre rimuovendo l’animale in toto dal suo ecosistema. Oggi gli animali sono costretti a vivere in ambienti che non permettono loro alcun contatto con l’ambiente circostante. La relazione dell’animale con quella parte della natura che rappresenta il suo cibo dimostra chiaramente il livello dell’alienazione raggiunta. Il cibo industriale è per la maggior parte alieno e non adatto al sistema digestivo dell’animale. I bovini, che possiedono apparati digerenti selezionati per cibarsi di erba, steli e fibre, vengono invece alimentati con cereali ad elevato contenuto energetico con conseguenti danni alla salute. I vitelli sono alimentati esclusivamente con latte ad elevato contenuto proteico e privo di ferro, venendo così costretti a vivere in uno stato di anemia cronica.
L’ambiente artificiale e standardizzato degli allevamenti e dei laboratori offre scarsissimi stimoli visivi e uditivi e possibilità di esplorazione e di apprendimento altrettanto ridotte. Gli animali non hanno sollievo dalla monotonia e dalla noia e così i loro sensi si intorpidiscono. Ciò, a sua volta, li rende incapaci di fronteggiare situazione inattese o mai sperimentate in precedenza. Molti animali muoiono per lo stress conseguente all’esposizione alla luce naturale. I maiali sono soggetti ad una sorta di reazione da shock nota nell’industria suina come “sindrome da ipertermia maligna” [Porcine Stress Syndrome]. I maiali possono letteralmente cadere stecchiti quando vengono spostati dal loro recinto o se trasportati al mercato. I polli da carne possono soffrire della cosiddetta “sindrome della morte improvvisa” o “del rovesciarsi” [flip-over syndrome] a causa della quale l’uccello balza in aria e cade morto dopo aver emesso un aspro lamento. Le superfici artificiali sulle quali gli animali vengono tenuti causano squilibri articolari, tendinei e muscolari da iper- o da ipo-lavoro. Dal che consegue che la complessa struttura delle zampe si altera cusando dolori permanenti e zoppia.

Alienazione dalla natura
L’alienzione animale equivale all’alienazione dalla natura. La vita di specie dell’animale comprende pressoché qualunque altro aspetto: il prodotto, l’attività produttiva e la relazione dell’animale con l’ambiente e con la sua stessa società.

La domesticazione animale, che è iniziata introducendo modifiche al ciclo di sussistenza, sembra ora essere stata portata all’estremo. Mentre in precedenza il ciclo di sussistenza dell’animale veniva lasciato sostanzialmente immodificato, oggi si è raggiunto lo stadio in cui l’animale è quasi totalmente incorporato nella tecnologia umana. Con questo non si intende suggerire che in passato l’animale non veniva sfruttato, ad esempio sotto il feudalesimo, ma che il capitalismo odierno tende ad eliminare tutto ciò che dell’animale non può essere reso produttivo. L’animale è modificato per essere adattato al sistema di produzione con la conseguenza che le sue parti “illegittime” vengono semplicemente rimosse. L’animale viene inoltre deprivato dei suoi aspetti sociali che non sono in alcun modo sostituiti. Nelle prime fasi della domesticazione (vista dalla prospettiva animale) gli umani invadevano e diventavano parte dei loro sistemi sociali, sostituendosi spesso ai leader naturali. Al contempo, però, continuavano a sopravvivere un sistema sociale ed un ecosistema con i quali gli animali potevano relazionarsi. Al contrario, con il capitalismo industrializzato, tali sistemi non sono più integri e, quindi, gli animali sono stati trasformati in mere appendici di computer e di macchine.

Spero di aver mostrato che il confronto tra la condizione umana e quella animale nell’ambito del processo produttivo non è un’assurda bizzarria. È ovvio che umani e animali non sono identici, ma che esistono aspetti comuni e aspetti differenti. Per quanto sappiamo, gli animali non sono in grado di concettualizzare il loro ruolo all’interno della produzione umana nei termini di un conflitto di classe. È altrettanto certo, però, che essi possiedono una coscienza (collettiva) e possono persino sviluppare delle concettualizzazioni […]. La loro coscienza appartiene molto probabilmente alle loro società di cui gli umani possono anche non essere parte.


Note
1.Tratto da Barbara Noske, Beyond Boundaries: Humans and Animals, Black Rose Books, Montreal, Buffalo e Londra 1997, pp. 18-21 [N.d.T.].
2. Barbara Noske si riferisce qui a Harry Braverman, «Labor and Monopoly Capital: The Degradation of Work in the Twentieth Century», Monthly Review Press, New York e Londra 1974, laddove sostiene che la razionalizzazione del lavoro ha trasformato i lavoratori in macchine tramite la suddivisione delle abilità degli individui e la successiva valorizzazione di una sola su tutte le altre [N.d.T.].
3. Cfr. Konrad Lorenz, «The Functional Limits of Morality», in Arthur L. Kaplan (a cura di), The Sociobiology Debate: Readings on the Ethical and Scientific Issues Concerning Sociobiology, Harper & Row, New York 1978.