Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
a cura di Filippo Miserocchi
Uno di un milione
Intervista a Sca


Come hai cominciato a fare attivismo per la liberazione animale?

Quasi per caso. In un certo senso potrei dire quando da bambina davo dell'assassino a mio padre perché schiacciava le zanzare, non avevo mai riflettuto però sul contributo quotidiano che portavo alle pratiche di sfruttamento e tortura, ad esempio mangiando animali o assumendo farmaci.
Lavoravo per una salumeria, quando sono diventata vegana. Portavo nelle caselle volantini in cui venivano pubblicizzati corpi di animali "biologicamente" seviziati e trasformati in cibo. Non li avevo mai visti in questo modo, fino a quando mi è capitato di darne uno ad un ragazzo che, dopo averlo letto, mi ha chiesto se non avessi mai pensato al fatto che dietro ad ognuno di quei salami, prosciutti e bistecche ci fossero stati due occhi, due occhi pieni di sofferenza. Quattro zampe atrofizzate, costrette a movimenti ripetitivi, avanti e indietro in una minuscola gabbia. Un essere vivente, senziente, che spogliato della sua dignità, non era stato considerato altro che un numero, fatto nascere al solo scopo di venire ucciso, per soddisfare lo sfizio di qualcuno e la sete di denaro di qualcun'altro. Un essere unico ed irripetibile, proprio lui. Non milioni, miliardi di animali, ma lui, quello con una macchia nera vicino al naso... lui, nato per volontà della produzione, vissuto per un tempo determinato e deciso fin da prima della sua nascita, morto in mezzo ad altri mille e diventato soltanto uno dei mille, pronto ad essere immediatamente rimpiazzato da qualcun'altro. E come lui un altro, anche lui unico e diverso da tutti gli altri. E un altro ancora... e così fino ad arrivare a milioni...
Mentre gli rispondevo, annaspando nel tentativo di sostenere le mie "ragioni da carnivora", non riuscivo a fare a meno di guardare il mio cane e pensare che mai avrei potuto mangiarlo, o accettare che gli venisse fatto del male. Mai avrei potuto giustificare il suo maltrattamento, mai avrei potuto guardarlo in mezzo a migliaia di altri cani e considerarlo uno dei migliaia, mai avrei potuto pensare che il fatto che venisse reificato in modo "biologico" avrebbe potuto fornire un'attenuante, chiedendomi perché trovassi una mucca, un pesce o un pollo tanto diversi da lui, o da me.
Non riuscivo a trovare delle risposte che mi soddisfacessero, tuttavia era difficile dare ragione al ragazzo, ribaltando completamente tutte le mie convinzioni fino a quel momento. Lì per lì non dissi niente, ma quando arrivai a casa e mi trovai di fronte alla "cena", la guardai negli occhi e mi passò completamente la fame...

Hai appena compiuto 18 anni e stai per essere giudicata da un tribunale in cui ti accusano di aver fatto un rapina in un supermercato. E' l'unico capo di imputazione? Ci vuoi raccontare cosa è successo, cosa rischi e come affronterai il processo?

Immaginate per un attimo di essere sdraiati in una scatola di vetro, a pancia in giù sul ghiaccio, con mani e piedi legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. E’ ormai una giornata che siete in quella posizione, o forse cinque minuti, in effetti vi è difficile dirlo con precisione. Siete legati in mezzo a centinaia di giganteschi pacchetti di tetrapak, sacchetti di plastica, bottiglie di Lemonsoda, elastici e spazzole per capelli. Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. Quante ore, o giorni, o minuti saranno passati? Qualcuno si ferma, vi osserva, dice qualcosa in una lingua incomprensibile. Un'altra voce risponde da dietro la vostra testa, che è ormai talmente infreddolita da non pensare nemmeno di poterla provare a girare. Da quanti anni, o giorni, siete chiusi lì dentro? Ogni secondo dura un minuto, ogni minuto un'ora, mentre contate il tempo secondo dopo secondo, e ad ogni secondo vi chiedete quanti altri ne dovranno seguire. Un guanto enorme si protende verso di voi, vi solleva. La prima voce parla un'altra volta e voi vi ritrovate di nuovo con la pancia sul ghiaccio. Qualcuno di fianco a voi viene sollevato a sua volta e chiuso in un pacchetto di cellophane. Due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. Tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse. Voi li guardate senza capirli e vi chiedete perché siete chiusi li dentro... e forse è un bene che di questa domanda non possiate conoscere la risposta...
Entrando in un supermercato mi sono trovata davanti a questa scena. Ero con un amico, anche lui attivista per la liberazione animale. Cinque astici stavano là, sulla ghiacciaia, chele legate da un elastico, pronti ad essere comprati per qualche decina di euro e ad essere bolliti vivi. La legge italiana vieta di tenere i crostacei vivi sul ghiaccio, così abbiamo chiamato i vigili per denunciare la cosa. Ho aspettato un'intera giornata davanti al supermercato, richiamando ogni ora per sollecitare l'intervento, che non ha mai avuto luogo.
L'indomani mi sono presentata al banco del pesce, chiedendo cinque astici, che mi hanno impacchettato, pesato e messo in un sacchetto. Poi ho finto di continuare la spesa, mentre mi avvicinavo alla porta. Nessuno mi stava guardando, così mi sono lanciata fuori correndo. Ci sarei riuscita, se in quel momento non fosse arrivato un camion di rifornimento del supermercato che, vedendomi correre col sacchetto, mi ha tagliato la strada e tre scaricatori sono saltati giù a bloccarmi. Mi hanno chiusa nel magazzino fino all'arrivo della polizia, denunciandomi per rapina. dopo una giornata in questura, mi hanno spedita al carcere minorile Beccaria, dove sono rimasta per tre giorni, in attesa dell'udienza di convalida dell'arresto. Il giudice ha stabilito, trattandosi secondo lui di rapina impropria ed avendo già altri precedenti ricollegabili alla liberazione animale, come prescrizione gli arresti domiciliari preventivi. Dopo un mese sono riuscita ad ottenere un'udienza di riesame, nella quale la permanenza in casa è stata sostituita dall'affido ai servizi sociali e altre prescrizioni. La data della prossima udienza, che probabilmente sarà questa primavera, non è ancora stata fissata.

Come già fatto nelle scorse udienze, continuerò a rivendicare il mio gesto come non solo legittimo ma doveroso, contestando per altro le accuse che mi vengono rivolte (rapina e furto), facendo leva su una contraddizione della legge, che da una parte "regolamenta il maltrattamento" animale (quindi in qualche modo riconosce gli animali come individui e soggetti di diritti), mentre dall'altra li considera proprietà privata (quindi oggetti), fino al punto di poter definire "furto" o "rapina" una restituzione della libertà. La legge, riconoscendo in qualche modo  individualità  e diritti agli animali,  dovrà rendere conto del fatto che non riconosce loro i tre diritti fondamentali intrinsecamente propri di ogni individuo (libertà, vita, integrità fisica). Quello a cui voglio arrivare è affermare che un animale non può essere "rubato", ma al limite liberato, e che la legge italiana prevede il reato di furto, ma non quello di liberazione!

Come stanno cercando di riabilitarti/rieducarti i servizi sociali? Sarebbe bello parlassi del fortuito e fortunato connubio fra la tua vena teatrale e l'importanza della comunicazione visiva per veicolare in modo creativo il messaggio antispecista.

Fra le tante proposte dei servizi sociali per la mia "rieducazione", mi è stata data l'opportunità di entrare a far parte di una compagnia teatrale, che stava in quel momento preparando uno spettacolo. Ho immediatamente colto l'occasione. Penso che il teatro sia una forma di comunicazione che ha il grande privilegio di fornire una circostanza in cui dare libero spazio all'espressione, sapendo che chi viene, viene proprio per ascoltare. Qualunque cosa può essere detta e viene generalmente accettata ed ascoltata senza arroganza né pregiudizio e con disponibilità ad una riflessione a mente aperta. Per lo spettacolo che abbiamo messo in scena, ad esempio, sono riuscita a convincere la compagnia a mettere su ogni poltrona un volantino in cui, partendo dalla scelta dei costumi, si è arrivati a parlare di pellicce, macelli e vivisezione. Mai avevo visto contemporaneamente tante persone mettersi a leggere e commentare un volantino! Addirittura una signora che indossava un centinaio di visoni, si è sentita in dovere giustificarsi col regista, sostenendo che la sua pelliccia provenisse dal riciclo. E quando alla fine dell'ultima replica ho letto il volantino, che parlava di antispecismo, tutta la sala ha preso ad applaudire.
Credo che queste forme di comunicazione siano di fondamentale importanza anche nell'ambito delle campagne, per accattivare ed attirare l'attenzione attraverso un gesto, un simbolo, un'immagine, un'associazione di idee o un'icona che trasmetta il messaggio in modo immediato, senza che necessiti di spiegazioni. Durante alcuni presidi contro La Rinascente, ci siamo sdraiati, con una pelliccia addosso, ricoprendoci di vernice rossa. Moltissime persone si fermavano ad osservare incuriosite, chiedendo volantini e guardando i cartelloni, recependo certamente l'accostamento delle pellicce al sangue e alla morte. Oppure, nelle proteste contro la vivisezione, vengono spesso usati camici sporchi di rosso, associando così la figura del ricercatore al sangue degli animali.
In un'iniziativa della campagna "offensiva all'Uninsubria", una befana antivivisezionista si è presentata in piazza a distribuire caramelle e volantini, riservando al sindaco di Busto Arsizio (responsabile dello stanziamento di soldi pubblici alla ricerca con animali) un sacchetto pieno di carbone.
Un'altra volta, durante uno sciopero della fame volto ad ottenere il patrocinio per una conferenza pubblica contro la vivisezione, una "cameriera animalista" ha fatto visita al ristorante del primo cittadino, mentre stava mangiando, per consegnargli un piatto vuoto in cui era scritto "e la conferenza?", col taccuino delle ordinazioni pronto per segnare una data. Questo episodio si è rivelato decisivo per l'ottemperamento della nostra richiesta.
Credo che in una lotta sia fondamentale dare spazio alla creatività e alla fantasia. Iniziative di questo tipo sono di enorme comunicatività e rappresentano un nodo importante per il coinvolgimento delle persone, offrendo uno stimolante invito alla riflessione.

 L'azione diretta di cui ci parli è l'unica che ti ha consegnato nelle mani della polizia?

No. Quando sono stata arrestata per la liberazione dei cinque astici, avevo già altri tre processi in corso. Nel primo, ora archiviato, mi contestavano di aver preso parte ad "un'ingiuria collettiva" nei confronti di giudici e polizia, al termine di un processo che ha visto dare tre anni di condanna ad un ragazzo accusato di aver distrutto una macelleria. Nel secondo l'accusa è di danneggiamento aggravato per un'azione in cui sono state danneggiate diverse decine di macchine nel parcheggio degli uffici dirigenziali del grande magazzino La Rinascente, all'epoca primo obiettivo della campagna A.I.P. (Attacca l'industria della pelliccia), e tre furgoni DHL (obiettivo della campagna SHAC). Nel terzo, anche questo archiviato, ero accusata di avere danneggiato dei capi in pelliccia, sempre nello stesso grande magazzino La Rinascente.

Passare all'azione diretta quando ci sono altri mezzi più "leggeri" è dovuto all'impulsività o c'è un motivo più profondo, una strategia? Il tuo percorso di attivista per la liberazione animale ha attraversato momenti di maggior e minore coinvolgimento, di gioia e delusione, di sofferenza e speranza, ma anche di riflessione e maturazione personale, che ti fanno tuttora desiderare di contribuire alla diffusione del messaggio antispecista. Quale percorso ritieni migliore per ottenere quel cambiamento culturale, in cui trovi libero spazio la tua sensibilità?

Come ho già detto, prima di passare all'azione diretta, ho fatto un tentativo con i mezzi più leggeri. Ho aspettato per un'intera giornata l'arrivo dei vigili, continuando nell'attesa a richiamare per sollecitare l'intervento. Non è arrivato nessuno! Le leggi che regolamentano lo sfruttamento animale vengono continuamente violate e sempre più raramente, e solo nei casi più eclatanti, è possibile intervenire in questo senso. Inoltre i vigili non avrebbero potuto fare altro che imporre di tenere gli animali nell'acqua anziché sul ghiaccio, senza però possibilità di intervento sul loro destino di essere bolliti vivi.
Quando ho deciso di liberarli ho seguito, più che l'impulso, l'istinto di porre fine a quella tortura, a cui ho pensato di dover dare ascolto. Dopo aver visto quegli animali ho sentito una responsabilità nei loro confronti, la responsabilità della scelta fra lasciarli in balìa del loro destino di piatto prelibato, o rischiare per cercare di restituirgli la vita di cui erano stati derubati. Anche alla luce di come sono andate le cose, credo sia valsa la pena di correre questo rischio, così come potrebbe valere la pena di seguire l'istinto di buttarsi in mezzo alla strada per impedire che un cane venga investito. La strategia è qualcosa di fondamentale nell'ambito di una lotta, ma non credo debba diventare motivo per non seguire il proprio istinto davanti ad una situazione di emergenza. Penso che anche una sola vita possa valere lo scambio col rischio di un pezzettino della propria libertà.
Tuttavia, se al momento è stata la scelta di seguire l'istinto a muovermi, ora vedo la possibilità di fare rientrare questo processo nell'ambito di una strategia. La difesa che sto preparando mira a creare un precedente in cui un'azione di questo tipo venga rivendicata a pieno titolo come legittima, anzi, come un dovere morale. Il fatto che la cosa sia avvenuta in pieno giorno e rivendicata, credo possa diventare un messaggio forte per chi ha a cuore la liberazione animale, ma anche per coloro che non si pongono il problema. In tutte la azioni, il fatto che una persona sia disposta a mettere a rischio la propria libertà per la vita di un animale, penso abbia un forte valore dal punto di vista del messaggio dell'antispecimo, che purtroppo spesso non viene recepito perché la concentrazione si focalizza sull'illegalità del gesto e sul volto del liberatore coperto da un passamontagna. Il fatto che io abbia agito in pieno giorno, esponendomi più direttamente al rischio e rivendicando personalmente la cosa, credo possa dare modo di concentrarsi di più sulla vera natura del gesto e che comunque gli dia una valenza più comunicativa. Inoltre intendo, come già detto, mettere la legge di fronte alle sue contraddizioni, togliendole per un attimo la sua facciata perbenista e caritatevole.

Credo che un percorso volto ad ottenere un reale cambiamento culturale, sia certamente lungo e fatto di piccoli passi tutt’al più impercettibili. Trovo fondamentale cercare delle "leve" per coinvolgere le persone, richiamandole alla necessità quantomeno di riflettere su un problema dalle dimensioni gigantesche, finora sempre accantonato e sotterrato, ma che ha l'esigenza di emergere.
Credo ci siano diversi livelli su cui è necessario muoversi, nessuno dei quali può essere trascurato o messo in secondo piano rispetto agli altri: uno è puramente teorico, se vogliamo filosofico, indispensabile per dare una base solida all'idea antispecista ed anche un riferimento per capire in che direzione camminare. Poi c'è il piano del cambiamento culturale, nel quale credo sia importante mantenere un livello non di scontro ma di riflessione. Insomma, portare alla luce il problema e "costringere" quantomeno alla consapevolezza che un problema c'è e che va in qualche modo affrontato.
Altrettanto importante il piano della pressione diretta, che però, a mio avviso, non deve escludere un'apertura al confronto. Non trascurabile, e secondo me da non reprimere, anche il piano dell'empatia e della spinta emotiva individuale, di cui parlavo prima, fatto di gesti spontanei che possono [rientrare] anche in una strategia. Credo sia importante non rinunciare alla propria meravigliosa spontaneità!
È difficile dire quale sia il percorso migliore per raggiungere un cambiamento. Certamente ogni metodo va sperimentato nella pratica per poter essere valutato in modo completo, ma penso sia fondamentale la ricerca di un equilibrio fra questi quattro livelli di lotta.

Fra le tue esperienze c'è anche uno sciopero della fame. Quando è stato? Cosa hai ottenuto? Pensi che quella forma di protesta abbia portato dei risultati diversi? In che modo pensi che si debbano combinare le varie forme di protesta?

Nelle feste natalizie del 2007, io ed un altro attivista della campagna A.I.P., abbiamo deciso di smettere di mangiare, piazzandoci permanentemente davanti a La Rinascente di Milano per ottenere un colloquio con l'amministratore delegato, fino a quel momento mai concessoci. Volevamo anche creare l'occasione per usare (per la prima volta in tre anni in modo diretto) la stampa come mezzo di pressione verso il grande magazzino. Siamo stati intervistati, infatti, da diverse radio e giornali che hanno pubblicato la notizia in modo abbastanza approfondito, cosa che ha certamente influito sulla decisione de La Rinascente di concederci l'incontro. In quei tre giorni di astensione dal cibo passati in piazza duomo di Milano, ho avuto la sensazione che le persone ci guardassero con occhi diversi e si approcciassero a noi in un modo nuovo. Non avevano più quell'atteggiamento chiuso di difesa di chi si sente semplicemente accusato, ma una maggiore disponibilità all'ascolto, data forse anche dalla curiosità di capire cosa avesse portato due persone ad essere disposte a rinunciare al cibo e perché. Così come le azioni, anche lo sciopero della fame penso sia una pratica di lotta che, implicando una rinuncia personale, un sacrificio che si è disposti a fare solo perché si dà alla vita animale lo stesso valore che si dà alla propria, trasmette un forte messaggio di antispecismo, non solo come idea ma come esperienza sentita vissuta sulla propria pelle.
Successivamente all'incontro, La Rinascente si è impegnata a diventare fur-free.
Credo che lo sciopero della fame, dopo tre fondamentali anni di pressione costante, abbia determinato il momento di apertura al dialogo che ci ha portati alla conclusione della campagna.

Che campagne segui al momento?

Ora sto seguendo la campagna "offensiva all'Uninsubria", nata come la prima del progetto "coalizione contro la vivisezione nelle università", che vorrebbe creare una serie di campagne locali indipendenti, ma analoghe negli obiettivi e nelle modalità, che prendano di mira le varie università italiane per far cessare le pratiche di tortura nei loro laboratori.
La scelta dell'obiettivo è tutt’altro che casuale: le università, così come i politici che stanziano loro i fondi, sono sensibilmente soggetti al danno d'immagine e devono rendere conto, trattandosi di ricerca pubblica pagata coi soldi dei contribuenti, delle scelte di finanziamento. Questo fornisce anche un fondamentale aggancio per coinvolgere le persone, che si trovano direttamente implicate pur magari non volendo. Inoltre c'è l'aspetto dell'uso di animali nella didattica, che rappresenta un addestramento alla freddezza e all'indifferenza nel torturare un animale ed un'introduzione graduale nel mondo della vivisezione. Non dimentichiamoci che gli studenti sono i futuri ricercatori!
Nel caso dell'Uninsubria poi, è in progetto l'ampliamento di una delle sue cinque sedi, quella di Busto Arsizio (Varese), che consiste nell'assegnazione di un intero stabile comunale da adibire a stabulario, che ovviamente ci prefiggiamo di fermare. La concentrazione è quindi tutt’al più focalizzata su questa sede e sulla città di Busto Arsizio. La campagna, nata solo nel dicembre 2007, ha già attraversato diversi fasi. Inizialmente la ricerca di un dialogo con il sindaco, il quale non ha però mostrato disponibilità né correttezza. Abbiamo quindi dato inizio ad una fittissima serie di iniziative, molte delle quali originali e di coinvolgimento (come la befana o la cameriera di cui parlavo prima) che ci hanno dato modo di esercitare una fortissima pressione mediatica, fra cui uno sciopero della fame conclusosi con l'ottenimento di una conferenza di confronto pubblico fra campagna ed università (in data ancora da fissare).
A questo punto abbiamo spostato la pressione dal comune all'università, cominciando con un'insolita richiesta: quella di aprire i laboratori e sottoporre gli esperimenti al giudizio dei cittadini, costretti a finanziarli, ai quali la ricerca con animali viene presentata come pulita e legittima, come un "sacrificio necessario", senza però dare la possibilità di valutare vedendo con i propri occhi. Chiaramente quello che ci aspettavamo da questa richiesta non era né l'apertura dei laboratori né una risposta di qualunque genere, ma proprio un silenzio a prova del fatto che la vivisezione per essere accettata ha bisogno di nascondersi, argomento che porteremo alla conferenza, chiedendo di darne pubblicamente spiegazione.
Nella campagna "offensiva all'Uninsubria", stiamo sperimentando un metodo che vuole provare ad uscire dalla logica noi-contro-di-loro, comprendendo la ricerca del consenso e del coinvolgimento delle persone (aspetto che viene spesso trascurato nelle campagne antivivisezioniste) mettendo per esempio in luce le modalità fortemente antidemocratiche della scienza.
Sono convinta che il consenso sia un passaggio indispensabile per preparare alla comprensione dei contenuti dell'antispecismo.