Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Marco Maurizi
Osservazioni sull'antispecismo della Nemesi

L'articolo "Il nostro antispecismo" pubblicato sul primo numero della rivista Nemesi presenta alcune ambiguità che lo legano all'orizzonte di ciò che altrove ho definito "antispecismo metafisico" (www.liberazioni.org/ra/ra/officina035.html). Il saggio è, in linea generale, corretto e senz'altro più approfondito di altre "analisi" che circolano sull'argomento. Esso però non sfugge ad alcuni errori che lo rendono facilmente falsificabile dallo storico e, dunque, difficilmente spendibile a livello di prassi politica. Preciso che le osservazioni critiche che propongo qui riguardano esclusivamente l'analisi storica dello specismo, quindi le premesse del discorso proposto della Nemesi, non le sue conseguenze etico-politiche e la visione d'insieme che ne deriva. Condivido, anzi, interamente queste conseguenze e questa visione d'insieme e intendo solo dare un contributo a che le premesse del discorso abbiano un fondamento storico adeguato. Perché sono convinto che una cultura veramente antispecista sia qualcosa che è ancora in fieri, qualcosa alla cui elaborazione siamo chiamati tutti a collaborare teoricamente e praticamente. Con questo intervento spero di fare almeno un po' la mia parte.

Antispecismo metafisico e antispecismo storico

In un testo apparso su Rinascita animalista intitolato "Tesi sull'antispecismo" (www.liberazioni.org/ra/ra/officina035.html), ho cercato di chiarire sintenticamente la distinzione tra "antispecismo metafisico" e "antispecismo storico". Ho definito l'antispecismo metafisico l'errore fondamentale di Singer, errore che ha essenzialmente quattro caratteristiche:

  1. lo specismo viene definito "l'ideologia della nostra specie" intendendo che esso è solo un'idea di cui l'uomo si convince nel corso dei millenni.

  2. lo specismo viene definito "l'ideologia della nostra specie", intendendo con ciò che esso è andato e va comunque indiscriminatamente a vantaggio di tutti gli esseri umani;

  3. una struttura mentale come l'ideologia viene considerata causa dell'assoggettamento reale degli animali;

  4. lo specismo viene posto come origine del sessismo e del razzismo.

Praticamente tutte le forme di antispecismo finora teorizzate sono in un modo o nell'altro metafisiche; ad esse voglio opporre una nozione storicamente e filosoficamente fondata dello specismo che chiamo, per comodità, antispecismo storico. Cosa significa questo in concreto?

(1) Significa ritenere che la percezione della propria differenza rispetto al mondo animale si formi insieme alla coscienza umana, ne sia un attributo essenziale, costituisca l'uscita stessa della coscienza umana dalla sua originaria condizione animale (un processo che non si è mai concluso e non può per definizione compiersi, visto che l'uomo è a tutti gli effetti un animale). La coscienza umana si forma nel corso dei millenni attraverso l'educazione e la repressione degli istinti, dunque grazie al dominio. Ciò significa che mentre per me lo specismo include il dominio dell'uomo sull'animale-uomo, per l'antispecismo metafisico lo specismo indica solo la lotta dell'uomo contro il restante mondo animale, come se l'uomo non avesse dovuto anche addomesticare sé per poter addomesticare gli animali.

(2) Significa che, conseguentemente, considero lo specismo una violenza perpetrata sull'uomo oltre che sugli animali, una violenza che è costitutiva della cultura (religione, arte, filosofia, scienza) e della società umane. Ma poiché la cultura e la società sono state fin dai primordi funzionali al dominio di aristocrazie guerriere e caste sacerdotali, il dominio sull'animale umano e non umano è stato anche una forma di controllo sociale, il suo effetto è andato principalmente a vantaggio delle classi dominanti. Parlare di "ideologia della specie" lascia intendere che ci sia un vantaggio, se non equamente distribuito, per lo meno unitario nell'edificazione della società umana. Questo vantaggio unitario di cui parla l'antispecismo metafisico non è però mai esistito.

(3) Significa che mentre l'antispecismo storico definisce lo specismo come la conseguenza dell'azione storica di assoggettamento degli animali da parte dell'uomo (assoggettamento che solo in seguito viene giustificato in nome di una presunta "superiorità" della nostra specie), lo specismo metafisico definisce lo specismo la causa sovrastorica di questo assoggettamento (ovvero: "l'uomo ha dominato gli altri animali perché si sentiva superiore").  

(4) Significa che, laddove io pongo all'origine di ogni forma di dominio il sorgere in seno alla coscienza umana della distinzione tra spirito e natura (cosicché la dominazione su animali, donne, popolazioni straniere etc. è, di volta in volta, giustificata in quanto i dominati vengono identificati con il principio "inferiore" della natura), l'antispecismo metafisico propone una descrizione pseudo-storica del sorgere delle diverse forme di dominio: " prima l'uomo ha assoggettato gli animali, poi ha assoggettato le donne, poi le altre razze" etc.

L'antispecismo della Nemesi

"Il nostro antispecismo" comincia con una definizione abbastanza classica (e formalmente ineccepibile) dello specismo:

Tra le ideologie discriminatorie e suprematiste, lo specismo é quella più vecchia e radicata nella specie animale che l'ha ideata, quella classificata come homo sapiens sapiens. Una discriminazione basata sulla specie, pressoché sempre in favore della specie umana.

Questa definizione è corretta nella misura in cui chiarisce ciò che lo specismo è oggi. È però falsa e cade nello stesso errore commesso da Singer nella sua "breve storia dello specismo" [1], laddove viene utilizzata come criterio per una analisi delle "origini" dello specismo (come si afferma di voler fare nell'articolo) e dei suoi rapporti col sessismo e il razzismo. Quest'ultima questione è particolarmente delicata e costituisce il banco di prova di ogni teoria antispecista che voglia superare le astrazioni singeriane. Per questo l'affronteremo per prima.
Che cosa vuol dire che sessismo e razzismo costituiscono forme di discriminazione che si innestano sullo specismo, la loro forma originaria? Significa che sessismo e razzismo derivano dallo specismo. Tale derivazione può però essere o concettuale o storica. Nel primo caso si vuole semplicemente dire che lo specismo è un concetto "più generale" del razzismo e del sessismo (è una discriminazione che coinvolge un numero maggiore di soggetti), ma questo non significa granché. Per comprendere perché basta immaginare una forma di discriminazione chiamata "zooismo" secondo cui gli animali si arrogano il diritto di sfruttare, uccidere e mangiare le piante e i minerali: a nessuno verrebbe in mente di dire che specismo, razzismo e sessismo "derivano" dallo "zooismo". Molto più interessante – ed è questo il punto – dire che tra specismo, sessismo e razzismo c'è un rapporto di implicazione tale che questi ultimi due derivano storicamente dal primo.

1. Spirito e natura

Ora, che legame sussiste tra specismo, sessismo e razzismo per gli autori dell'articolo? Il primo "legame" proposto è pienamente condivisibile e descrive queste forme di dominio come tutte implicanti l'idea di una "natura inferiore" da soggiogare:

Queste tre forme di discriminazione sono strettamente interconnesse per due ordini di ragioni. In primo luogo tutte fanno affidamento sull'idea di una natura diversa e sicuramente inferiore. Una natura che sancisce l'inferiorità degli animali rispetto agli umani, della donna rispetto all'uomo e dei popoli barbari rispetto a quelli civilizzati.

Anche qui però occorre chiedersi se si tratti di un legame solamente concettuale tra le tre forme di discriminazione o di un legame storico, effettivo. Per capirlo bisogna però andare alla radice del problema e chiedersi: in nome di cosa la natura supposta inferiore viene assoggettata? Se la natura è vista come il "negativo", occorre a questo punto l'elaborazione del polo "positivo" di questa opposizione, polo che io definisco, genericamente, "spirito". Parlare di "natura inferiore" ha senso solo laddove viene pensato un principio spirituale che su di essa ha potere, che è posto al di là delle cose visibili, eppure è immaginata agire dentro i corpi (anima etc.): tale principio superiore è perciò inteso come forza creatrice, motrice e reggitrice del cosmo. Nell'uomo, questa forza spirituale si manifesterebbe in massimo grado nell'intelligenza: grazie ad essa l'uomo può comprendere, concettualizzare la natura. È allora a partire dall'opposizione spirito/natura – la cui percezione costituisce l'evento storico primordiale costitutivo della coscienza umana in quanto distinta dall'animale – che è possibile analizzare e descrivere le varie fasi storiche del dominio su animali, donne e popoli "barbari".
Qualora manchi però l'elaborazione di questa opposizione tra spirito e natura e del suo installarsi nella coscienza umana come forma primordiale di questa stessa coscienza, la descrizione del sorgere delle diverse forme di dominio è costretta a ricorrere al mito pseudo-storico dell'antispecismo metafisico. Ed è ciò che l'articolo della Nemesi rischia di fare, ad esempio quando tratta il secondo "legame" tra specismo, sessismo e razzismo:

L'altro legame tra queste discriminazioni è la nascita di quelle tra umani come conseguenza di quella adoperata contro gli animali: avendo accettato lo sfruttamento degli animali come parte naturale delle cose, si cominciò a trattare in modo analogo gli altri esseri umani. Così dopo aver iniziato la pratica dell'allevamento degli animali, gli uomini addomesticarono le donne.E così, esattamente come la specie umana nella sua interezza aveva dimostrato la propria superiorità sugli altri animali dominandoli e soggiogandoli, a molti europei sembrava chiaro che la razza bianca aveva dimostrato la propria superiorità sulle razze inferiori tenendole sotto il proprio dominio.

Questa descrizione non assomiglia in nessun modo (o solo in minima parte) a ciò che è storicamente avvenuto. Ma non si tratta di un'inadeguatezza storica dovuta alla stringatezza dell'esposizione. Si tratta della conseguenza inevitabile dell'aver accettato il mito dell'antispecismo metafisico: quello secondo cui l'assoggettamento degli animali dovuto alla superiorità dell'uomo è la causa delle altre forme di dominio. Non è vero, infatti, che le "discriminazioni tra umani" sono una "conseguenza di quella adoperata contro gli animali"; per due motivi: in primo luogo, perché lo sfruttamento animale non ha significato affatto originariamente una forma di "discriminazione" sugli animali e, in secondo luogo, perché è molto probabile che il dominio sugli umani preceda il dominio sugli animali e preceda quindi anche il sessismo e il razzismo.

2. Uccisione e squalificazione simbolica dell'animale

Vediamo il primo punto. L'articolo della Nemesi parla di "un'amicizia tradita" tra uomo e animale. Questo tradimento viene ricondotto al Neolitico: "si può individuare una fase della storia umana in cui iniziò l'edificazione di quella barriera fra uomini e animali che oggi sembra invalicabile: il passaggio da un'alimentazione basata sulla raccolta e sulla caccia ad una basata sulla coltivazione delle piante e sull'addomesticamento degli animali". Ora, che vuole dire che nel Neolitico "inizia l'edificazione" della barriera di specie? Che l'uomo comincia a considerarsi "diverso" e "superiore" agli altri animali? E che, quindi, in base a quanto detto sopra, considera gli animali rappresentanti di una "natura inferiore" da soggiogare e sfruttare? Effettivamente, l'articolo della Nemesi suggerisce che sia stata l' abitudine alle pratiche violente dell'allevamento a produrre il distacco emotivo tra l'uomo e l'animale:

Le comunità divenute sedentarie costrinsero anche gli animali ad una vita stanziale e impararono a controllarne la mobilità, il ciclo riproduttivo e l'alimentazione attraverso 1'impiego della legatura delle zampe, della castrazione, della marchiatura e della mozzatura delle estremità del corpo. Gli uomini furono sempre più coinvolti in pratiche che provocavano crudeltà, uccidendo prima di tutto la loro sensibilità per scacciare i sensi di colpa. Per fare ciò si distanziarono emotivamente dai loro prigionieri verso i quali, un tempo, sentivano un senso di comunanza che presto fu dimenticato e sostituito con una volontà di prevaricazione. Il principale meccanismo usato dagli esseri umani fu il ricorso al concetto secondo il quale essi erano una specie separata e moralmente superiore a quella degli altri animali.

In realtà, la pratica dello sfruttamento sistematico delle risorse animali non implica affatto, né presuppone, l'idea che gli animali siano esseri inferiori. L'uccisione dell'animale a fini alimentari non ha mai significato o implicato in origine una "squalificazione" dell'animale ucciso. Tutto il contrario. Così come l'attività venatoria nel Paleolitico (e ancora oggi in molte popolazioni "primitive" di cacciatori) era legata a forme di divinizzazione dell'animale, accompagnate da riti in cui a questo si chiedeva perdono e se ne glorificava l'anima "immortale", così la concezione sacrale dell'animale non sparisce semplicemente nelle società stanziali. [2] Non è che questi esseri, considerati dapprima portatori di potenze oscure e pericolose divengano oggetti privi di significato simbolico quando vengono allevati.
È possibile però che la crudeltà inflitta agli animali allevati abbia prodotto alla lunga, come "meccanismo difensivo", l'idea di una superiorità dell'uomo su di essi e, dunque, la loro squalificazione simbolica? È difficile crederlo. La crudeltà perpetrata sugli animali dai cacciatori paleolitici ben si accompagnava alla credenza nella loro natura divina e addirittura, in una certa misura, nella loro "superiorità" nei confronti dell'uomo. E tale crudeltà si esplicava non solo nell'uccisione vera e propria a fini alimentari ma, probabilmente – come accadeva ancora in tempi recenti in alcune tribù di cacciatori – anche in sanguinosi riti propiziatori (è proprio questa strana contraddizione che una teoria antispecista storicamente orientata deve cercare di spiegare).
Nemmeno il fatto che gli animali divengano "risorse" disponibili per l'uomo costituisce una differenza essenziale da questo punto di vista. Ben prima che l'allevamento assumesse carattere sistematico, la caccia aveva assunto un carattere sistematico e le prede occasionali erano divenute prede abituali, selezionate in ragione di un loro possibile sfruttamento "intensivo": ma già per alcune popolazioni acheuleane, comunque, gli animali costituivano delle risorse da sfruttare nella loro totalità (carne, ossa, pelle). [3]

3. Sessismo e razzismo

Veniamo ora al secondo punto. È vero che l'allevamento degli animali ha permesso la domesticazione della donna e giustificato il dominio su popolazioni esterne? Anche qui non è possibile ammetterlo che con grosse riserve.

3.1 Il dominio sulla donna e la nascita dell'agricoltura

Secondo La Nemesi "gli uomini addomesticarono le donne controllandone la capacità riproduttiva attraverso la castità e la repressione sessuale. Le donne vennero spinte ai margini di una società maschile che deteneva un potere assoluto. La donna faceva parte dei diversi, la sua vita divenne irrilevante e valutata solo in base alla sua utilità per l'uomo". C'è qualcosa di vero nel fatto che questa trasformazione della donna sia cominciata nel Neolitico (anche se si è compiuta – e in forme e modi diversi, soprattutto per quanto riguarda la repressione sessuale – in tempi più recenti) e quindi in corrispondenza della domesticazione animale; ma anche qui la corrispondenza non è di tipo causale.
Il punto nevralgico della domesticazione della donna non sembra essere stato l'allevamento degli animali, quanto la nascita dell'agricoltura come attesta la trasformazione ideologica del mito matriarcale della madre-generatrice in quello patriarcale del sole-fecondatore. Un tale percorso di assoggettamento – ma lo stesso è possibile dire anche degli altri – non è stato comunque lineare e univoco (e questo è senz'altro il limite più grande di ogni tentativo di costruire una genealogia progressiva dei diversi rapporti di dominio). Da un lato occorre dire che la divisione del lavoro sociale tra uomini e donne inizia già nelle società paleolitiche di caccia e raccolta; dall'altro va sottolineato come le società neolitiche basate sull'agricoltura non nascano all'insegna dell'assoggettamento della donna. Sembra, anzi, che proprio grazie a quella divisione del lavoro originata dal Paleolitico che la escludeva dalla caccia, la donna abbia avuto una funzione centrale nella domesticazione delle piante e che, conseguentemente, la sua importanza sociale ne sia risultata – almeno all'inizio – accresciuta. Il sorgere e lo svilupparsi di una "sacralità femminile" e dei culti della madre-terra starebbero a testimoniarlo. Solo in seguito, accresciuto il proprio potere sociale, il maschio sigilla la propria posizione di dominio rovesciando questo culto a proprio favore: la terra non offre più i propri frutti ma è costretta a farlo dal lavoro dell'aratro che la feconda. Il lato attivo passa dalla parte del lavoro maschile e si impone sulla passività femminile, considerata il vuoto ricettacolo della sua potenza fecondatrice.

3.2 La schiavitù e l'asservimento al lavoro materiale

Per quanto riguarda il sorgere del razzismo è difficile trarre indicazioni precise dai pochi passi dell'articolo ma tutti sembrano far riferimento a periodi della storia ben successivi alla domesticazione animale e, dunque, il rapporto di dipendenza storico tra questa e il razzismo appare labile. Tutt'al più si tratta qui di giustificare una pratica di dominio sul diverso utilizzando le categorie che derivano dal dominio sugli animali:

L'osservazione di una natura bestiale dei popoli da assoggettare è servita a legittimarne la schiavitù, con i mercati, la marchiatura e il lavoro forzato. I colonizzatori sbarcati in America produssero volumi di grandiosa apologia razzista a giustificazione del genocidio da essi compiuto. Queste razze inferiori erano minacciose, peccaminose, carnali, disumane e non cristiane e pertanto pericolosamente vicine agli animali. Essi venivano trattati come era solito trattare gli animali. E così, esattamente come la specie umana nella sua interezza aveva dimostrato la propria superiorità sugli altri animali dominandoli e soggiogandoli, a molti europei sembrava chiaro che la razza bianca aveva dimostrato la propria superiorità sulle razze inferiori tenendole sotto il proprio dominio.

In realtà, però, quello che si vuole è trovare un rapporto di implicazione (non di mera "sovrapposizione" ideologica) tra lo specismo e il razzismo. Per fare ciò occorre ovviamente risalire ben più addietro delle forme moderne di razzismo e inseguire questo nesso agli albori della civiltà occidentale, così come si è tentato di fare con il sessismo. Gli autori dell'articolo, infatti, osservano giustamente che se la cultura cristiana ha espresso in forma molto sviluppata una visione sessista e maschilista dei rapporti di genere, la cultura pagana non è stata da meno: essa stessa era già "misogina". Con pari diritto si potrebbe dire che l'Europeo moderno non fa altro che universalizzare il disprezzo del barbaro proprio, ad esempio, della cultura greca. Basta questo però a stabilire un rapporto di causalità tra il dominio sugli animali e il dominio sulle razze inferiori? Perché qui si instauri un rapporto di implicazione tra lo specismo e il razzismo occorrerebbe sostenere che il greco sottometteva il barbaro perché lo vedeva come un animale (come i conquistadores sicuramente percepivano gli amerinidi). Ma la verità è che il greco vedeva il barbaro come un animale perché lo aveva di fatto sottomesso, costretto al lavoro materiale, riservando per sé il privilegio di una vita spirituale degna di essere chiamata "umana". Come la Politica di Aristotele mostra chiaramente, è la dominazione sul barbaro che permette al greco di definire l'esistenza propriamente umana come esistenza libera dal lavoro, volta alla contemplazione, intrinsecamente razionale, etica e non-animale. [4]

La contraddittoria evoluzione dello specismo: una barriera reale, materiale, ideale

I problemi che si pongono al pensiero antispecista sono molto complessi. Il sorgere della coscienza specista non coincide evidentemente con un movimento lineare e univoco. Tante sono le tappe che conducono alla squalificazione del vivente, tanto è stratificato il dominio che si impone su di esso.
Ciò su cui vorremmo porre l'attenzione è che se si va alla ricerca del modo in cui sorge la barriera reale tra uomini e animali, occorre distinguere il momento in cui questa barriera è saputa dall'uomo nella forma ideologica di una superiorità ontologica e morale (potremmo definirla: la barriera ideale) dall'inizio della sopraffazione sistematica della realtà non umana (quella che potremmo definire barriera materiale). Ora, lo specismo non inizia con la semplice uccisione sistematica dell'animale (né con la caccia, né con l'allevamento), poiché come si è detto, tale pratica coesiste con una apoteosi simbolica dell'animale stesso, considerato in sé qualcosa di divino, immortale e addirittura superiore all'uomo. Dunque non è l'erezione di una barriera materiale, di un oggettivo conflitto di interessi, tra uomo e animale a fondare lo specismo. Ancor meno però è la barriera ideale a costituire l'origine di esso: lo specismo in quanto forma ideologica della superiorità di specie è semmai l'estremo esito, il prodotto finale, il coronamento di un processo che affonda le proprie radici ben più in là nella storia.
La barriera reale, dunque, cioè l'atto originario che rende possibile e alla fine produce questo esito va cercato altrove, ovvero nel sorgere stesso della coscienza umana in quanto distinta dalla coscienza animale. La squalificazione simbolica dell'animale presuppone la costruzione di un ordine simbolico, di una realtà spirituale in cui l'uomo percepisce sé e il mondo circostanti come dotati di senso. Se si vuole cercare quindi l'atto di nascita di una barriera reale tra uomo e animale occorre risalire al momento stesso in cui nell'uomo sorge una coscienza che gli fa vedere la natura e se stesso come pervasi da potenze "animistiche". È a partire da questo fatto primordiale che lo estranea da un cosmo in cui tenta a fatica di reintegrarsi che inizia l'avventura umana e la percezione della propria "anomalia" rispetto al resto della natura. Si tratta allora, evidentemente, di una "barriera" che non nasce subito e tutta intera, ma si costruisce gradualmente a partire da questo impercettibile solco iniziale che è il primo barlume mitico di una coscienza umana che si fa progressivamente razionale. Ma, proprio per questo, il sorgere di questa coscienza di sé non ha immediatamente un carattere ideologico e violento. Tutti gli sforzi "rituali" dell'uomo – la coscienza religiosa dei primordi – sono tentativi di mettere in pratica un rientro simbolico nell'ordine della natura, un annullamento della propria coscienza di essere scisso e diverso. Per questo il rapporto tra l'uomo e gli altri animali è fin dall'inizio ambivalente: da un lato la divinizzazione, dall'altro l'uccisione cruenta. È sulle ragioni di questa ambivalenza che occorrerebbe soffermarsi per chiarire meglio cosa intendiamo con "pregiudizio di specie", "superiorità" e, dunque, specismo.
La storia dello spirito umano è tortuosa e contraddittoria: non da subito l'uomo stabilisce un divario tra sé e gli altri animali. Anzi, proprio questa coscienza animistica gli fa vedere ogni essere vivente pervaso da un potere divino e trascendente e, dunque, degno di rispetto. Il sorgere dell'opposizione tra spirito e natura è quindi solo l'inizio di un rapporto ambivalente con il mondo che è la conseguenza stessa della consapevolezza umana di costituire un fenomeno unico della natura eppur sempre interno alla natura. Prima che la percezione di questa "unicità" divenga autocelebrazione e ideologia, dovranno passare millenni: l'uomo ha cercato in tutti i modi di fare i conti con la propria inquietante diversità e l'impossibilità di venire a capo di essa costituisce ancora oggi il suo lacerante dramma interiore e la minaccia più terribile che egli rappresenta per il pianeta che lo ha partorito.


Note
1. P. Singer, Liberazione animale, ed. LAV, Roma 1987, pp. 189 e sgg.
2. Sulla divinizzazione simbolica dell'animale ucciso nelle società preistoriche vedi, ad es., M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose. I. Dall'età della pietra ai misteri eleusini. Sansoni, Milano 1999 3 , pp. 15 e sgg. Una panoramica su analoghi processi simbolici presso gli odierni popoli senza scrittura è possibile trovarla in: H-C. Puech (a cura di), Le religioni dei popoli senza scrittura, Laterza, Roma-Bari 1988.
3. L.-R. Nougier, L'economia prestorica, Editori Riuniti, Roma 1981, pp. 21 e sgg. L'acheuliano (da Saint-Acheul, nel nord della Francia) è un periodo piuttosto lungo (1.200.000 - 500.000 anni AC) ed è caratterizzato da un tipo particolare di scheggiatura degli utensili in pietra.
4. "Chi per natura non appartiene a sé ma ad un altro, pur essendo uomo, è uno schiavo per natura; ed appartiene ad un altro quell'uomo che, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà". Aristotele, Politica. I, 3. La domanda che ci poniamo è allora la seguente: non è più probabile che sia stata la pratica della schiavitù umana a desensibilizzare nei confronti della schiavitù animale, piuttosto che il contrario? Ciò che si ha il coraggio di fare all'altro uomo, non si ha alcuno scrupolo a perpetrarlo nei confronti dell'animale; laddove l'uomo diventa cosa, l'animale è già ridotto a una res nullius. Non ci vuole molta immaginazione a dire che l'uomo è diverso dalla renna e fondare su questo una gerarchia di valori. Molto più difficile è arrivare a concepire che tra uomo e uomo sussista una differenza altrettanto radicale. Si obietterà: ma proprio per questo sosteniamo che per arrivare a concepire la differenza razziale è necessario prima passare per la differenza di specie. Ma con eguale ragione si potrebbe dire: solo laddove l'uomo arriva a porre una differenza radicale tra esseri in tutto e per tutto simili ha gli strumenti concettuali per porre un abisso tra sé e il resto del mondo animale.