Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Questo testo è comparso in versione parzialmente diversa sul n. 14 della rivista Erre. Resistenze, Ricerche, Rivoluzioni.
Marco Maurizi
Per una critica dello stalinismo

1. Sui problemi di una definizione dello stalinismo

Cos'è lo stalinismo? Gli ideologi liberali sono ben felici di porlo sotto la rubrica dei totalitarismi del '900, identificandolo spesso e volentieri con il comunismo. In tal modo mostrano ancora una volta con quali misere astrazioni si dilettino (notare il problematico plurale: "totalitarism i. e il discutibile singolare: " il comunismo"). Ma anche in area marxista si tende a sottovalutare il problema di una esatta definizione dello stalinismo. La concezione volgare che talvolta se ne dà (cioè un misto di burocratismo e autoritarismo dovuto ad una non meglio identificata "arretratezza" russa) è anch'essa insufficiente e astratta. Le manca, per così dire, il sale dialettico.
Il problema appare più evidente se ci chiediamo cosa intendiamo oggi quando usiamo l'epiteto "stalinista". Ed appare evidente che usiamo il termine in due accezioni diverse che possono sì coincidere, ma che non necessariamente lo fanno. Lo stalinista non è infatti solo chi – magari in nome di una presunta lotta al "revisionismo storico" – pretende richiamarsi all'eredità dell'intera tradizione del movimento operaio, includendovi quindi anche Stalin. Lo stalinista è anzi soprattutto chi pensa e agisce in un determinato modo, anche se magari a parole dice di ripudiare l'eredità staliniana.
Questa distinzione, apparentemente solo formale, risponde invece ad una necessità oggettiva. Una comprensione adeguata dello stalinismo deve infatti avere una base sia storica che teorica.
1) Storica: deve focalizzare lo stalinismo come un fenomeno legato ad una fase determinata e anche ad aspetti ed eventi "contingenti" della storia del '900 (la personalità di Stalin, l'arretratezza culturale e tecnica della Russia etc.).
2) Teorica: deve riuscire anche ad elevarsi al di sopra dei fatti storici e comprendere lo stalinismo come una degenerazione del marxismo. una teoria e una prassi politica che si è cioè autonomizzata e ha continuato a produrre i propri effetti anche dopo la morte di chi lo aveva originato.
Questo secondo punto è essenziale per chi pensa che solo con strumenti concettuali marxisti è possibile una comprensione vera – non filistea, non opportunista – dello stalinismo. Lo stalinismo è infatti legato a questioni teoriche e pratiche che ineriscono senz'altro al marxismo fin dall'inizio. Senza tuttavia voler nemmeno per un minuto dare ad intendere che la degenerazione staliniana sia una inevitabile conseguenza di questo (come invece pretendono gli ideologi borghesi), è necessario mettere in luce come esso costituisca una risposta sbagliata – tragicamente sbagliata – a delle questioni che sorgono spontaneamente dalla stessa prassi rivoluzionaria.

2. La critica alla burocrazia prima della rivoluzione Russa
(R. Luxemburg)


Per mostrare quanto il pericolo dello stalinismo sia connaturato ad alcuni problemi scottanti della prassi rivoluzionaria, basta rivolgersi – per sommi capi, nel breve spazio concesso da un intervento di questo genere – alla teoria marxista in uno stadio precedente alla degenerazione staliniana e cercare in essa i primi barlumi di una critica al burocratismo e all'autoritarismo. Intendiamo qui fare riferimento a Rosa Luxemburg e in particolar modo a quei passi della Rivoluzione Russa in cui l'incubo dello stalinismo viene previsto in modo quasi profetico.
Sia chiaro: qui non si tratta utilizzare Rosa Luxemburg in funzione antileninista. Il dibattito Luxemburg/Lenin è infatti molteplice e articolato; non è cioè possibile fissare un momento storico "classico" delle posizioni dei due autori, senza operare grossolane semplificazioni. D'altronde a voler impostare i temi del dibattito usando la coppia generica spontaneità-organizzazione non si andrebbe molto lontano. Nessuno dei due ha mai sacrificato l'una a dispetto dell'altra. Lenin sottolinea, come noto, l'importanza dell'organizzazione non contro la spontaneità, ma contro la sottomissione allo spontaneismo.[1] Rosa Luxemburg, da parte sua, sottolinea l'importanza della spontaneità non contro l'organizzazione ma contro la burocratizzazione. La Luxemburg aveva visto l'effetto reazionario (e in realtà "disorganizzante" da un punto di vista rivoluzionario) della burocrazia già nei sindacati e nella SPD e ne generalizza l'esperienza. È dunque sul valore generale delle osservazioni di Rosa Luxemburg che occorre concentrarci, lasciando sullo sfondo la correttezza o meno delle sue critiche a Lenin.[2] L'uso strumentale che si è fatto della Luxemburg ha sempre posto l'accento sulla critica ai bolscevichi – dunque sulla giustezza della sua negazione della prassi leninista – ma a nostro avviso è molto più importante e significativo sottolineare l'aspetto propositivo del suo pensiero, ovvero ciò che essa non si stancava mai di valorizzare e porre al centro dell'azione politica: la creatività delle masse rivoluzionarie nella lotta per il socialismo sia prima che dopo la rivoluzione (ovvero sia nella lotta al capitale quanto nell'edificazione del socialismo).
Anzitutto Rosa Luxemburg offre – in Questioni organizzative della socialdemocrazia russa e in Sciopero di massa, partito e sindacati – una critica ante litteram del "centralismo burocratico", cioè del sistema delle decisioni prese dall'alto su una massa disciplinata ma resa incapace di influire, agire e pensare autonomamente; una condizione i cui effetti nefasti ella aveva già visto all'opera nel grigio conservatorismo dell'apparato sindacale rispetto alle spinte verso nuove rivendicazioni e conquiste che provenivano dal basso. I tratti caratteristici del "ceto di funzionari sindacali" che la Luxemburg elenca (il "burocratismo e una visione angusta delle cose", "l'ottimismo illimitato", la conseguente incapacità di ammettere la "critica" e, infine, la ricerca "a tastoni [di] una 'nuova teoria' che corrisponda ai loro bisogni, alle loro vedute" in contrasto con l'analisi marxista[3]) suonano sinistramente familiari se lette col senno di poi.
La Rivoluzione russa, come noto, critica invece aspramente la restrizione delle libertà civili dovute allo stato d'emergenza in cui versava la Russia rivoluzionaria. Pur comprendendo l'urgenza e l'inderogabilità di alcune "misure draconiane", la Luxemburg ammonisce continuamente e accoratamente i capi del partito bolscevico a "non fare di necessità virtù", a non trasformare in principio ciò che deriva dalle necessità immediate della prassi.

La realizzazione pratica del socialismo come sistema economico, sociale e giuridico è una faccenda completamente immersa nelle nebbie del futuro. Nel nostro programma noi possediamo soltanto poche indicazioni generali, che segnalano la direzione, nella quale i provvedimenti devono esser cercati, per giunta di carattere prevalentemente negativo. Noi sappiamo, così all'incirca ciò che prima di tutto dobbiamo eliminare per liberare la strada all'economia socialista... Questa non è una mancanza, bensì proprio il vantaggio del socialismo scientifico su quello utopistico. Il sistema sociale socialista sarà e può solo essere un prodotto storico, nato dalla scuola stessa dell'esperienza, nell'ora della realizzazione, del divenire della storia viva... Il negativo, la demolizione, li si può decretare; la costruzione, il positivo, no. Terreno vergine. Mille problemi. Solo l'esperienza è in grado di correggere e aprire nuove strade. Solo una vita fermamente senza impedimenti immagina mille nuove forme, improvvisa, emana una forza creatrice. corregge spontaneamente tutti gli errori.[4]

In questa prospettiva è allora possibile apprezzare anche i rilievi sull'importanza del dibattito e della democrazia dentro e fuori il partito. Essi sono centrali per l'autoeducazione politica delle masse rivoluzionarie; c'è in Rosa Luxemburg un rifiuto deciso del paternalismo, l'ammissione del diritto delle masse rivoluzionare a commettere i propri errori (errori che possono rivelarsi anche tragici, come la stessa morte di Rosa Luxemburg ha testimoniato). Ora, è vero, sui limiti della capacità di autocorrezione da parte delle masse in una fase rivoluzionaria si possono esprimere mille dubbi, specialmente dopo il fallimento della rivoluzione tedesca. Ma da qui non si può certo inferire che questa capacità debba essere necessariamente assente e manchevole anche nella fase di costruzione del socialismo. Al contrario, qui più che mai il pensiero di Rosa Luxemburg sembra essere stato confermato dall'esperienza storica. Il socialismo, scrive la Luxemburg, non può essere "decretato, autorizzato dal tavolo di una dozzina di intellettuali. È incondizionatamente necessario un controllo pubblico. Altrimenti lo scambio di esperienze stagna nel cerchio chiuso dei funzionari del nuovo governo... La prassi del socialismo esige una completa trasformazione spirituale nelle masse degradate da secoli di dominio di classe borghese. Istinti sociali al posto di quelli egoistici, iniziativa delle masse al posto di ignavia, idealismo che elevi sopra ogni sofferenza etc.".[5]
Da ciò deriva anche la concezione luxemburghiana della dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato deve essere infatti intesa come "applicazione della democrazia".[6] Essa consiste essenzialmente nella rimozione degli ostacoli che la società borghese frapponeva alla partecipazione delle masse al potere decisionale; consiste cioè nel trasformare la democrazia formale in democrazia sostanziale. L'opposizione tra democrazia e dittatura è, dunque, astratta e adialettica.[7] La dittatura del proletariato non deve solo differenziarsi dalla dittatura tradizionalmente intesa ("di un partito o di una cricca") ma anche dalla democrazia di tipo borghese. Nel fare ciò essa butta via la superficie metafisica e ingannevole di questa per mantenerne il nocciolo; è cioè realizzazione di ciò che nel regime borghese è al massimo mera aspirazione ideale e in realtà ingannevole illusione. L'essenziale nell'espressione "dittatura del proletariato" è, dunque, la sua natura di classe. non il riferimento tecnico-giuridico alla dittatura.
Se si dimentica questo si confonde il mezzo con il fine, mentre per Rosa Luxemburg una tale distinzione tra mezzo e fine non esiste: "la democrazia socialista non comincia soltanto nella terra promessa, una volta costruite le infrastrutture economiche socialiste, come dono natalizio bell'e fatto per il bravo popolo, che nel frattempo ha fedelmente sostenuto un pugno di dittatori socialisti. La democrazia socialista comincia contemporaneamente alla demolizione del dominio di classe e alla costruzione del socialismo".[8] È chiaro allora che dibattito aperto e libertà di critica costituiscono l'etere in cui unicamente questa costruzione "dal basso" può farsi strada.[9]

3. La critica "da sinistra" allo stalinismo (L. Trotsky)

L'importanza di questa critica luxemburghiana al burocratismo e all'autoritarismo risalta in modo particolare se la si confronta con la critica che Trotsky muoverà alla dirigenza sovietica nel periodo di ascesa di Stalin. Ci concentreremo brevemente su due momenti nodali di questa critica che riprende, come detto, alcuni dei temi già posti da Rosa Luxemburg.
(1) Il primo momento è il biennio 1923-24 che coincide con il ritiro di Lenin dalla vita politica e l'apertura del "nuovo corso" nel Pcus sul problema della democrazia di partito. L'apertura di un dibattito pubblico sulla Pravda su questo tema – in cui si esprime una forte spinta popolare nel senso di una riforma dell'apparto – produce, non senza malumori e incertezze, una risoluzione approvata all'unanimità dal Politbjuro e dal Presidium della Commissione Centrale di Controllo.[10] Pochi giorni dopo Trotsky scrive un breve testo in cui chiede che la risoluzione non resti lettera morta. Trotsky riprende la critica di Rosa Luxemburg all'opposizione dittatura-democrazia, riformulandola in senso leninista e dal punto di vista interno, cioè della "vita di partito": almeno qui, scrive Trotsky, non deve e non può essere compiuta nessuna scelta tra centralismo e democrazia. La democrazia "pura" e il centralismo "puro" sono astrazioni irrealizzabili e non costituiscono dei fini assoluti. "La democrazia ed il centralismo rappresentano due aspetti della costruzione del partito. Il compito consiste nel bilanciare questi due aspetti nel modo più giusto, cioè nel modo più adeguato alla situazione. Durante l'ultimo periodo questo equilibrio non c'è stato. L'iniziativa del partito è stata ridotta al minimo. Ciò ha dato luogo a procedimenti e metodi di direzione che contraddicono radicalmente lo spirito del partito rivoluzionario del proletariato".[11]
Trotsky sottolinea poi come il burocratismo costituisca un problema strutturale e non un "residuo" del periodo di guerra come veniva invece sostenuto dalla linea ufficiale.[12] C'è anzi il rischio – scrive Trotsky puntando l'indice su una di quelle pratiche che le burocrazie staliniste non mancheranno di attuare negli anni successivi – che il riconoscimento formale dell'esistenza del problema costituisca in realtà un modo per aggirarlo. "Prima della pubblicazione della risoluzione del Comitato Centrale sul nuovo corso, i rappresentati burocratizzati dell'apparato consideravano la sola menzione della necessità di mutare la politica interna di partito, eresia, frazionismo e rottura della disciplina. Oggi essi sono altrettanto formalmente pronti a 'prendere atto' del nuovo corso, cioè ad annullarlo burocraticamente".[13] La soluzione al burocratismo non può quindi essere un atto amministrativo, la burocrazia non può cioè togliere se stessa. La soluzione burocratico-pedagogica adottata dalla dirigenza stalinista ("spiegare, spiegare e ancora spiegare"[14]) costituiva l'esatta antitesi della soluzione vera che passava per una comprensione dei presupposti oggettivi (economici) della crisi del partito e nella ripresa dell'attività cosciente, dunque politica. della base del partito. Proprio le masse – alla cui impreparazione culturale si imputava la necessità di una direzione dall'alto – dovevano tornare per Trotsky al centro della scena politica.

Ricorre con insistenza l'idea che il mezzo principale per rivitalizzare il partito sia l'elevamento del livello culturale dei suoi membri di base; tutto il resto, cioè la democrazia operaia, seguirà del tutto naturalmente. Che noi dobbiamo elevare il livello ideale e culturale del nostro partito, tenuto conto dei compiti giganteschi che ci stanno dinanzi, è assolutamente incontestabile; ma proprio per questo, una simile impostazione pedagogica, cattedratica della questione è assolutamente intollerabile e di conseguenza errata... è necessaria un'impostazione non pedagogica ma politica. Non si può porre la questione come se l'applicazione della democrazia operaia dovesse essere realizzata (da chi?) a seconda del grado di "preparazione" dei membri del partito a questa democrazia. Un partito è un partito. Si possono predisporre i più rigidi requisiti per coloro che desiderano entrare e restare nel nostro partito, ma una volta diventati suoi membri, si partecipa per ciò stesso nel modo più attivo a tutto il lavoro di partito.[15]

Trotsky identifica quindi il superamento della stasi burocratica interna al partito con una attiva ripresa del dibattito politico e una maggiore dialettica tra la "vecchia guardia" (testimone storica dell'esperienza rivoluzionaria) e le nuove masse di giovani che cominciavano allora ad affacciarsi alla vita politica. Le parole di Trotsky contro i pericoli della gerontocrazia e sull'insufficienza di mezzi "formali" per prevenire deviazioni controrivoluzionarie sono forti: non esiste alcuna "ortodossia" marxista che possa essere salvata dal pericolo di degenerare in opportunismo se non si apre alla dialettica storica, concreta, al confronto con assetti politici ed economici mai uguali a sé stessi: "Non è necessario parlare dell'enorme autorità della generazione più anziana, non solo in Russia ma anche su scala internazionale: questo è universalmente noto e riconosciuto. Ma sarebbe un errore grossolano valutarne l'importanza come un assoluto. Solo una costante azione concorde della generazione più anziana con quella più giovane, nell'ambito della democrazia di partito, può conservare alla vecchia guardia il suo carattere di fattore rivoluzionario... Nel corso della storia si è constatata più di una volta la degenerazione della 'vecchia guardia'".[16] Trotsky parla quindi dei Liebknecht, dei Bebel, degli Adler, dei Kautsky e dei Bernstein che pur essendo stati "discepoli diretti di Marx ed Engels... hanno degenerato nell'opportunismo, nella situazione di riforme parlamentari e di sviluppo di un apparato di partito e sindacale a se stante". Sottolineando la necessità della partecipazione – soprattutto dei giovani – all'esperienza collettiva di costruzione del socialismo, Trotsky riprende accenti che erano già stati della Luxemburg:

È del tutto insufficiente che la gioventù ripeta le nostre formule. È necessario che la gioventù tragga le proprie formule dalla lotta, le assimili, elabori un pensiero proprio, una propria fisionomia e sia pronta a combattere per il proprio pensiero con il coraggio che dà una convinzione radicata e l'indipendenza del carattere. Fuori dal partito l'obbedienza passiva, il servilismo, il carrierismo! Un bolscevico non è un uomo di disciplina; no, è un uomo che va al fondo delle cose, si forma una solida opinione in ogni singola circostanza, la difende in modo coraggioso ed autonomo non solo nella lotta contro i nemici ma anche dentro la propria organizzazione. Oggi egli si trova in minoranza nella propria organizzazione. Si sottometterà, perché è il suo partito. Ma questo, certamente, non sempre significa che egli non abbia ragione.[17]

L'accentramento di potere nelle mani di Stalin aveva invece lentamente imposto metodi e fini diametralmente opposti a quelli su cui si impuntava la critica trotskiana. Il sistema delle nomine dall'alto si affermava in base al criterio organizzativo dell'efficienza a tutto discapito dell'elemento politico, ovvero della consapevolezza dei compiti rivoluzionari imposti dalla situazione di grave crisi. Il diffondersi di quella che Trotsky chiama "psicologia segretariale"[18] dovuto a un sistema gerarchico di selezione dei quadri è dunque un ostacolo alla trasformazione della coscienza burocratica in coscienza rivoluzionaria e si concreta in una autonomizzazione dell'apparato.
Di questo potere autonomo e incontrollato di manovra Stalin si servirà sia nell'organizzazione delle cruciali assisi di partito del dopo-Lenin (XII e XIII congresso, XIII conferenza) quanto, concretamente, nella "normalizzazione" del partito rivoluzionario bolscevico. Si pensi alla creazione della "Leva leninista" in cui – secondo i dettami di una risoluzione adottata dalla XIII conferenza - si spalancavano le porte del partito ad una massa priva di esperienza politica e si diffondeva un indottrinamento dogmatico attraverso la creazione della dottrina "ufficiale" del marxismo-leninismo.[19]
(2) È però solo a posteriori, nella Rivoluzione tradita, a controrivoluzione cioè ormai avvenuta, che Trotsky produce un'analisi materialista della burocrazia sovietica, non limitandosi a denunciarne i limiti e le deviazioni dal punto di vista della coscienza rivoluzionaria, ma mostrandone anche la genesi a partire da fattori oggettivi. La Rivoluzione tradita mostra infatti il profondo paradosso insito nei pronunciamenti ufficiali della dirigenza stalinista laddove la pretesa di aver già realizzato il socialismo si lega all'esigenza di un inasprimento della dittatura del partito.

Se il socialismo ha "definitivamente e irrevocabilmente" trionfato, non come un principio ma come un regime sociale vivente, allora un "rinforzo" della dittatura è ovviamente un nonsenso. E, al contrario, se il rinforzo della dittatura è evocato dalle stesse esigenze del regime, ciò significa che il trionfo del socialismo è ancora remoto. Non solo un marxista ma qualsiasi pensatore politico realista dovrebbe comprendere che la vera necessità di un "rinforzamento" della dittatura – cioè della repressione da parte del governo – testimonia non del trionfo di un'armonia senza classi, ma della crescita di nuovi antagonismi sociali.[20]

La ricostruzione che Trotsky fa della progressiva restrizione del dibattito politico prima all'esterno (nei soviet) poi all'interno del partito (con la proibizione delle frazioni al X congresso) è guidata dalla convinzione secondo cui la negazione della libertà politica è "in conflitto con lo spirito della democrazia dei soviet e che i capi del bolscevismo la considerarono non un principio ma un atto episodico di autodifesa". A partire dalla rivolta di Kronstadt del '21, però, la proibizione delle frazioni "trasferì il regime politico presente nello stato nella vita interna del partito".[21] In assenza di una struttura rappresentativa pluralistica e in presenza di forti contrasti sociali era inevitabile che le frazioni del partito riverberassero le tensioni sociali esterne. Da questo punto di vista la proibizione permanente delle frazioni e le affermazioni trionfalistiche sul socialismo realizzato (dunque sulla definitiva scomparsa degli antagonismi sociali) era perfettamente consequenziale. In entrambi i casi è la negazione del conflitto che porta al "monolitismo" o, che è poi lo stesso, al "totalitarismo".[22]
"Cosa c'è al fondo di tutto questo? " si chiede Trotsky. La risposta, l'unica che offra una vera spiegazione materialistica del fenomeno endogeno della burocrazia sovietica, è: "la mancanza di mezzi di sussistenza dovuta alla bassa produttività del lavoro". È la spirale che viene a crearsi tra bassa produttività e crescita degli antagonismi sociali a produrre la necessità di un rinforzo della dittatura di partito.

La giustificazione per l'esistenza di uno stato sovietico come un apparato di coercizione risiede nel fatto che la struttura transitoria presente è ancora piena di contraddizioni sociali che nella sfera del consumo... sono estremamente tese e che minacciano sempre di esplodere nella sfera della produzione... La base del dominio burocratico è la povertà della società per quanto riguarda gli oggetti di consumo, con la conseguente lotta di tutti contro tutti. Quando ci sono abbastanza merci in un negozio i clienti possono venire quando vogliono. Quando ci sono poche merci i clienti sono costretti a fare la fila. Quando le file sono molto lunge è necessario piazzare un poliziotto per mantenere l'ordine. Questo è il punto di partenza del potere della burocrazia sovietica. Essa "sa" chi deve ottenere qualcosa e quanto deve aspettare.[23]

La burocrazia, proponendosi come "arbitro" del conflitto tra le classi, tendeva spontaneamente a rendersi autonoma rispetto ai conflitti sociali. In tal modo essa si imponeva gradualmente come un regime "normale", autonomo e permanente non solo all'esterno ma all'interno del partito.
Alla fine di questo breve excursus speriamo di aver mostrato perché la comprensione storica e teorica della degenerazione staliniana non sia una mera questione di "archeologia" marxista. Se lo stalinismo è legato ad alcuni problemi teorici del marxismo esso rappresenta anche un pericolo costante, da tenere sempre presente e non può essere semplicemente archiviato come un errore del passato. Né basta una mera dichiarazione di principio, una denuncia pubblica dello stalinismo che non faccia seguire alle parole i fatti. La denuncia tardiva dello stalinismo da parte delle gerarchie sovietiche fu del resto condotta in modo prettamente stalinista: si condanna Stalin e il "culto della personalità" proprio per poter salvare e perpetuare l'apparato. Non è forse esagerato dire che la comprensione adeguata dello stalinismo è possibile solo da un punto di vista veramente marxista e rivoluzionario.


Note
1. V. Lenin, Che fare?. in Id., Opere.I>scelte. vol. I, Editori riuniti, p. 270.
2. Sull'uso e l'abuso di Rosa Luxemburg in senso antileninista si era già espresso Trotsky in "Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale" in L. Trotsky, Difesa e critica di una rivoluzionaria. "Quaderni del centro studi Pietro Tresso", n. 19, 1996.
3. R. Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati. Newton Compton, Roma 1977, pp. 111-112.
4. R. Luxemburg, La Rivoluzione russa. Massari, Bolsena 2004, pp. 80-81.
5. Ivi.
6. Ibid., p. 86.
7. Ibid., p. 84.
8. Ibid., pp. 85-86
9."Lenin dice: lo Stato borghese è uno strumento per l'oppressione della classe operaia, quello socialista per l'oppressione della borghesia. Esso sarebbe semplicemente per così dire uno Stato capitalistico posto sulla testa. Questa concezione semplificata astrae dal più essenziale: il domino di classe borghese non aveva bisogno di alcuna istruzione ed educazione politica delle masse popolari, perlomeno non oltre certi ristretti confini. Per la dittatura proletaria essa è l'elemento vitale, l'aria senza la quale non può sussistere". Ibid., p. 78.
10. "Sulla costruzione del partito" in Democrazia e centralismo. Il dibattito nel Pcus 1923-1924. a cura A. Di Biagio, Il saggiatore, Milano 1978, pp. 120-133.
11. L. Trotsky, "Nuovo corso. Lettera ad un'assemblea di partito - 8 dicembre 1923" in Democrazia e centralismo. cit., p. 137. Sulla non contraddittorietà dei termini democrazia e centralismo e sull'irrinunciabilità della democrazia interna vedi anche L. Trotsky, La rivoluzione tradita. cap. 5, "Il termidoro sovietico", par. 2: "Come potrebbe vivere e svilupparsi una organizzazione genuinamente rivoluzionaria che si pone il compito di rovesciare il mondo e unire sotto le proprie insegne i più audaci iconoclasti, combattenti e gli insorti, senza conflitti intellettuali, senza raggruppamenti e la formazione temporanea di frazioni? ".
12. Cfr. G. Zinov'ev, "Nuovi compiti del partito", in Democrazia e centralismo. cit., pp. 71 e sgg.; J. Stalin, "I compiti del partito", ibid., pp. 92 e sgg.
13. L. Trotsky, "Nuovo corso", cit., p. 140.
14."Sui risultati della discussione e sulla deviazione piccolo-borghese nel partito", Risoluzione adottata alla XIII Conferenza del RKP - 16/18 gennaio 1924, ibid., p. 236.
15. L. Trotsky, "Nuovo corso", ibid., pp. 137-138.
16. Ivi.
17. Ibid., pp. 140-141.
18. L. Trotsky, "Lettera ai membri del CC e della CCC - 8 ottobre 1923", ibid., p. 49; cfr. Rosa Luxemburg: "con la psicologia di un sindacalista... non è possibile fare né rivoluzione né sciopero di massa", Sciopero di massa, partito, sindacati. cit., p. 72.
19. Le "conclusioni pratiche" della risoluzione indicano nell'aumento numerico "del nucleo proletario del partito" e nella diffusione dei "principi del leninismo" la soluzione alla questione democrazia/burocrazia aperta con la discussione sulla Pravda nell'autunno 1923. Ogni apertura nel senso di una ripresa della discussione interna veniva annientata dall'impegno a "salvaguardare la ferrea disciplina bolscevica, ovunque si tenti di scuoterla". "Sui risultati della discussione e sulla deviazione piccolo-borghese nel partito", cit., pp. 236-237.
20. L. Trotsky, La rivoluzione tradita. cap. 3, "Il socialismo e lo stato", par. 5.
21. Ibid., cap. 5, cit.
22. Il regime era divenuto 'totalitario' nel suo carattere diversi anni prima che questa parola giungesse dalla Germania". Ibid.
23. Ibid., par. 3.