Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Come ama definirsi, Anna Mannucci è giornalista, filosofa e gattara. Da decenni si occupa del rapporto tra gli esseri umani, in particolare le donne e gli animali. Ha ideato e curato La città degli animali, (Guerini, Milano 1990) e, in collaborazione con Mariachiara Tallacchini, Per un codice degli animali (Giuffrè, Milano 2001). Ha scritto Il nostro animale quotidiano (Il Saggiatore, Milano 1997).
Ci è parso importante ripubblicare il presente saggio (lievemente modificato rispetto all’originale per questioni meramente editoriali), anche se non condividiamo la rigida contrapposizione tra “maschile” e “femminile” e l’idea di un “antropocentrismo umile”, perché ricco di spunti di riflessione che anticipano di più di un decennio i recenti sviluppi di quel pensiero antispecista che si richiama alle nozioni di “corpo” e “differenza”.
Anna Mannucci
Gli universali nella comunicazione con gli animali[1]

Abstract

La comunicazione tra esseri umani e animali è basata solo in minima parte sul linguaggio verbale. Alcune specie di animali domestici capiscono il linguaggio umano, per esempio i comandi e i richiami. La domesticazione stessa si fonda sulla possibilità e sulla capacità di comunicare. In generale, però, la comunicazione tra esseri umani e animali passa attraverso espressioni, gesti, atteggiamenti del corpo e comportamenti quali dare e ricevere cibo (l'offerta di nutrimento è espressione di una disponibilità amichevole al contatto in tutte le culture umane), accudire, coccolare, proteggere, giocare e così via. È una comunicazione multisensoriale. Non è una comunicazione irrazionale, è anzi molto ragionevole. Gli universali di essa sono nell’evoluzione biologica e nelle cure parentali (che sono all’origine della socialità e del senso morale sia negli umani che negli altri animali). È una comunicazione prevalentemente "femminile". Queste modalità di comunicazione possono anche essere i presupposti di un metodo scientifico non violento, che non uccide e che non nega il rapporto tra soggetto umano e "oggetto di studio", l'animale.

Per scrivere sugli animali bisogna essere ispirati da un affetto caldo e genuino per le creature viventi.
Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone

Personalmente sono convinto di aver appreso dell'etica, anche della psicoanalisi, più dal mio gatto che da uno psicoanalista della psicoanalisi precipuamente interessato all'etica.
Sergio Finzi, in «Il piccolo Hans» n. 46, Aprile/Giugno 1985



1) Introduzione
In questo lavoro si dà per scontato che qualche forma di comunicazione tra gli esseri umani e gli animali esista. Verrà fornita la definizione di comunicazione, obbligatoriamente stringata e rapportata a questo contesto. Un altro termine che verrà chiarito è "animali".
     La mia tesi è che fondamentalmente la comunicazione è basata sulla simpatia (che forse è meglio chiamare empatia)[2]. Un'empatia che non è astratta, non è un archetipo ideale e nello stesso tempo non è oscura, irrazionale né casuale, ma è basata sull'evoluzione, ovvero su tratti fisiologici e comportamentali che si sono evoluti in modo analogo o perlomeno nello stesso mondo in varie specie animali. Il logos è la storia evolutiva più o meno comune delle specie (ma, dato che parliamo solo del pianeta Terra, è facile che ci sia qualcosa, anche se lontano o antico, di comune tra molte specie). Gli apriori sono biologici (ma non riduzionisti).

2) Definizione di comunicazione
Non è facile dare una definizione rigorosa e univoca di comunicazione. Spesso, tra l'altro, la parola comunicazione è usata come sinonimo di linguaggio, ma questa è una confusione da evitare. Qui, per esempio, non si discuterà dei linguaggi degli animali, tra cui il più famoso è probabilmente quello delle api. Non si parlerà, inoltre, di tanti argomenti relativi al rapporto tra uomini e animali, come la funzione fondamentale degli animali nella costruzione della nostra civiltà, dalla domesticazione in poi, né dell‘importanza dei simboli animali, per esempio nei miti e le leggende di origine. Questo, per limitare un argomento - il rapporto tra esseri umani e animali - che è vastissimo.
Secondo il Dizionario di Etologia diretto da Danilo Mainardi (1992): «Nell‘accezione quotidiana comunicare significa trasmettere informazioni, convogliare un messaggio mediante un linguaggio verbale o scritto». Continua il Dizionario:

Ogni organismo vivente, in qualche momento del proprio ciclo vitale, deve instaurare relazioni di tipo sociale con altri individui, pertanto sono necessari segnali che informino i conspecifici, ad esempio, su specie di provenienza, sesso, stato motivazionale, ecc. Anche nelle specie più solitarie, come ad esempio molte specie di anellidi marini, seppure per un periodo brevissimo del loro ciclo vitale, sono necessari segnali per coordinare l‘attività riproduttiva e garantire così la fecondazione.
 

Lascia un po' perplessi la locuzione «ogni organismo vivente», che indica anche protozoi e vegetali, e questo riporta a un problema fondamentale, ovvero il rischio di dare una definizione troppo generica e ampia di comunicazione. Per esempio, si parla anche di "comunicazione" tra cellule o di "comunicazione" tra parti di un computer. Inoltre, non c‘è dubbio che alcune piante si siano evolute "insieme" ad alcune specie animali e sembrano dunque comunicare con esse. Un esempio di un possibile fraintendimento viene raccontato dall‘etologo Enrico Alleva (1990): la fragola, che, con il suo vivace colore, "comunica" con molti animali. La fragola, infatti, è rossa per attirare e ingolosire anche da lontano i suoi possibili predatori, porcospini, topi, volpi, ramarri e soprattutto umani e uccelli migratori che la mangeranno. In questo modo i semi verranno dispersi (tramite le feci degli animali) sicuramente lontano e le nuove piantine non saranno in competizione con la pianta madre. «La fragola è divenuta evolutivamente rossa e profumata perché si sono evoluti assieme ad essa occhi per vedere e nasi che sono in grado di percepirne l‘odore», spiega Alleva, ricordando che appunto, secondo certe definizioni di comunicazione troppo ampie, anche animali e piante si trasferirebbero informazioni. Dunque è necessario ridefinire questo termine, per esempio introducendo qualche criterio che tenga conto dell‘intenzionalità, che di certo la fragola non ha[3]. Anche Aubrey Manning (1985) parla del concetto di "intenzione" per restringere la definizione di comunicazione, riconoscendo però che a sua volta questo termine non è facile da definire rigorosamente. Oltre tutto spesso l‘intenzione di trasferire informazioni non è conscia, continua Manning (1985, p. 188) «ma descrive piuttosto un rapporto tra animali che comunicano, rapporto che si è evoluto a loro reciproco vantaggio». Manning cita S. A. Altmann (A field study of the sociobiology of rhesus monkeys, Macaca mulatta. Ann. N. Y. Acad., 102, 338-435) che definisce la comunicazione sociale come: «Un processo per mezzo del quale il comportamento di un individuo influisce sul comportamento di altri». Manning (op. cit., pp. 116-117) ricorda che gli animali ricevono dagli altri un gran numero di informazioni e fa l'esempio degli stimoli provenienti da un maschio di scimmia Rhesus dominante a cui rispondono gli altri membri del branco:

La postura generale del corpo e il modo di camminare convoglieranno informazioni assolutamente indipendenti da qualsiasi segnale, come i movimenti di minaccia, che eventualmente esso possa fare. Quasi ogni caratteristica del suo corpo, in moto o in stato di riposo, contrasta fortemente con quella di un maschio subordinato. Nello stesso tempo è evidente che questo maschio comunica molte cose sul suo rango, le sue intenzioni ecc. In questi casi può essere difficile decidere se vi è o no l'intento di comunicare.
 
Gli stessi etologi dunque non sono concordi sul significato di "comunicazione". Alcuni, tra cui E. O. Wilson (noto come fondatore della sociobiologia), considerano che ci sia comunicazione quando un animale modifica il comportamento di un altro in modo adattativo per uno o per entrambi. Per David C. Harper (1991) il beneficio invece dovrebbe essere soprattutto di chi emette, rispetto a chi riceve il segnale. Scrive Harper (1991), nell'articolo per me più interessante a proposito di comunicazione: «Animals need to be good ethologists so that they can predict what other individuals are about to do» e ricorda il termine suggerito da Krebs e Dawkins «mind-reading», per descrivere l'abilità degli animali di prevedere il comportamento altrui, indispensabile per vivere e per sopravvivere. (Come si può intuire da queste brevi citazioni, si parla di mente e di capacità mentali degli animali). Una definizione succinta ed efficace è fornita da Daniel Q. Estep e Suzanne Hetts (in Balfour Dianne, Hank Davis, ed., 1992, The inevitable bond, Cambridge University Press, p. 7): «Communication can be defined as an action performed by one organism that alters the behavior of another». Un caso ambiguo è rappresentato dalle interazioni preda-predatore. È certamente vero che la presenza della preda altera il comportamento del predatore; il predatore deve saper "leggere" il comportamento della preda, per riuscire a catturarla e, a sua volta, la preda in qualche modo deve capire il predatore per cercare di nascondersi, di fuggire, o anche per reagire con la lotta (come fanno alcuni erbivori africani assaliti da leoni o altri carnivori). In queste situazioni però non tutti identificano una vera comunicazione. Analoghe difficoltà si ripropongono anche nel caso di interazioni di questo tipo tra esseri umani e animali.

La comunicazione si può classificare in vari modi; una differenza fondamentale è tra comunicazione verbale e non verbale, soprattutto occupandosi di animali (ricordo però che questo tipo di comunicazione si usa con i bambini, con certi handicappati, tra innamorati e che tra le esperienze non verbali c‘è anche l‘arte). Un'altra classificazione, più usata dagli studiosi di comportamento animale, è secondo i sensi, dunque ci può essere comunicazione tattile, chimica, acustica e visiva. Alcune specie animali usano inoltre campi elettrici. «Il tatto ha possibilità limitate di trasmettere informazioni, ma per molti versi è il più importante tra i canali di comunicazione, perché qualsiasi organismo vivente risponde al contatto fisico» (Manning, op. cit., p. 118). Negli invertebrati il tatto, strettamente associato ai sensi chimici, domina le interazioni sociali in molte specie (si pensi alle operaie cieche di alcune colonie di termiti o ai lombrichi). La comunicazione tattile resta importante in molti vertebrati e particolarmente nei mammiferi. In inglese, gli animali d'affezione, soprattutto cani e gatti, vengono chiamati pets (un vocabolo ormai normalmente usato anche in italiano, almeno tra gli addetti al settore), dal verbo to pet, carezzare, coccolare, a ribadire l‘importanza del contatto fisico. Su questo si basa anche la pet-therapy, l'uso di animali nella cura di situazioni di disagio fisico o sociale, (cani per i sordi, cani o gatti negli ospizi per anziani, cani o gatti nelle scuole per i bambini difficili e così via). Gli animali domestici in alcuni casi riescono a instaurare una comunicazione anche con le persone umane (adulti e bambini) che hanno difficoltà nei rapporti con altri esseri conspecifici o che non raggiungono certi standard sociali.
La comunicazione chimica è ben sviluppata negli insetti e nei mammiferi. Uno degli svantaggi di questa comunicazione è la difficoltà di cambiare segnale rapidamente. Molti mammiferi marcano il territorio con l'odore secreto dalle loro ghiandole. L'odore è utilizzato dalle femmine in estro per segnalare la loro disponibilità all'accoppiamento, sia nei mammiferi che in molti insetti. Sostanze chimiche sono usate da alcune formiche come segnali d'allarme e così via. Da questo tipo di comunicazione gli esseri umani sono praticamente esclusi, data la scarsa rilevanza che l'odorato ha per noi. Ma i nostri odori sono percepiti dagli animali, per esempio dai "cani da catastrofe" che cercano le persone sotto le macerie.
A proposito di comunicazione acustica, tutti conoscono i canti degli uccelli e la loro varietà; in più, gli uccelli hanno segnali di allarme. Anche molti primati usano richiami vocali di vario tipo per segnalare eventi diversi. La comunicazione acustica delle marmotte è basata sui fischi. I segnali sonori sono adattati all'ambiente in cui devono agire (pianura, foresta ecc.). L'ippopotamo, per esempio, ha due tipi di segnali, per quando sta sulla terraferma e per quando sta in acqua. Il suono viaggia bene nell'acqua e infatti viene utilizzato da molti animali acquatici; famosi sono i "canti" delle megattere.
 La comunicazione visiva è caratteristica dei vertebrati e dei molluschi cefalopodi, due gruppi dotati di buoni occhi, ma è praticamente universale. La maggior parte dei mammiferi, però, non percepisce o forse non dà troppa importanza ai colori; la spiegazione di ciò sta nella loro storia evolutiva, che comprende milioni di anni in cui erano insettivori notturni e dunque la visione dei colori offriva pochi vantaggi. E, infatti, la maggior parte dei mammiferi sono grigi, neri, marroni, non possiedono i colori brillanti e vari che hanno invece uccelli, rettili e pesci. Solo alcuni scoiattoli e i primati (tra cui gli umani) "vedono", nel senso che per loro sono rilevanti, i colori. Gli uccelli invece vedono bene i colori e sono colorati (il colore è per loro dunque un mezzo di comunicazione).
Gli animali fanno tutto questo per comunicare tra di loro, in modi anche complessi. Tra l'altro, usano pure forme di comunicazione che abbisognano di apprendimento o che risentono di tradizioni locali (i dialetti), cioè di trasmissione culturale.
La comunicazione può essere intraspecifica (tra membri della stessa specie) o interspecifica (tra specie diverse); di questo secondo tipo è, evidentemente, la comunicazione tra l'uomo e gli animali. A questo punto però è necessario chiarire chi sono gli animali. Con "animali" definiamo un ampio insieme non solo di individui, ma di specie - milioni e milioni di specie, basti pensare anche solo agli insetti - che ha come unico tratto comune il non appartenere a quella umana. Scrive Peter Singer, nell'introduzione a Liberazione animale:

Per la mentalità comune il termine "animale" congloba esseri così diversi come le ostriche e gli scimpanzé, ponendo al contempo un abisso fra gli scimpanzé e gli umani, sebbene la parentela tra noi e le scimmie antropomorfe sia molto più stretta di quella tra queste ultime e le ostriche.
 
E Mary Midgley, nella premessa a Perché gli animali (1985):

Una precisazione è necessaria riguardo alla parola "animale". Conformandomi al comune uso linguistico, l'ho utilizzata in tutto questo libro per designare gli animali di specie diverse dall'uomo. Non mi è sembrato il caso di ripetere ancora una volta che anche gli uomini sono animali (e non vegetali o minerali, angeli o fate), e che questo particolare uso linguistico può aver contribuito alla confusione su ciò che essi sono.
 
Con la parola "animali" si apre dunque una vertiginosa prospettiva: moltitudini e moltitudini di specie, ognuna delle quali comprende a sua volta moltitudini di individui[4]. Ogni individuo ha - in modi molto diversi - bisogni, desideri, coscienza, autocoscienza; è un "punto di vista" sul mondo, almeno sul suo mondo. La talpa non ha gli occhi, ma il suo scavare sotto terra non è cieco, la talpa sa cosa cerca e cosa desidera.

2) Le scimmie preferiscono le donne
Parlare con gli animali è un sogno antico, succedeva nella mitica età dell'oro, in alcune utopie, per esempio nella Princesse de Babylone di Voltaire, e nelle fiabe (nell'età dell'oro e nelle utopie, inoltre, gli esseri umani spesso erano vegetariani). Molti hanno desiderato l'anello di Re Salomone, che appunto permetteva di capire il linguaggio delle bestie e che è diventato il titolo italiano di un noto libro di Konrad Lorenz. Più recentemente alcuni studiosi hanno provato a comunicare scientificamente - ovvero con l'avallo della comunità scientifica - con gli animali (comunicazione non codificata ufficialmente c'è sempre stata, per esempio, tra il mandriano e le sue mucche, il pastore e le sue pecore, il cacciatore e il suo cane, il conduttore mahout e il suo elefante, la massaia e le sue galline, la gattara e i suoi gatti, ecc.).
 Molto spesso l'intento è stato quello, fin dal '700, di far parlare agli animali (di solito scimpanzé e altri antropoidi, comunemente chiamati scimmie) il linguaggio umano, preso come paradigmatico e universale (anche se spesso, oltre tutto, si trattava della lingua inglese). La già presupposta inferiorità degli animali era così dimostrata dalla loro incapacità ad aderire a questa richiesta. Il passo successivo fu accorgersi che i primati non possiedono gli organi indispensabili alla fonazione di tipo umano[5] e si cominciò a insegnare loro a comunicare in altri modi, tramite oggetti di forme diverse (simboli), il computer e soprattutto il linguaggio americano dei segni (ASL), quello usato dai sordomuti (già La Mettrie, ne L'homme machine, parlava della possibilità per le scimmie di esprimersi con i gesti dei sordi). In questa forma espressiva ebbe molto successo e notorietà negli anni scorsi la gorilla Koko, che comparve più volte alla televisione e sui giornali, per esempio quando pianse perché le era morto il gattino da lei stessa chiamato "Tuttapalla". Il progetto Koko, iniziato nel 1972, è raccontato dai suoi educatori nel libro L‘educazione di Koko (1984) di Francine Patterson ed Eugene Linden. I progressi raggiunti da Koko colpirono non solo l'opinione pubblica, ma lo stesso mondo scientifico. Qui non è possibile raccontare tutto, mi interessa mettere in evidenza un solo aspetto: Francine Patterson adottò Koko, che era molto piccola, come una figlia e instaurò con lei un fortissimo legame affettivo (che le fu pure rimproverato perché "poco scientifico"[6]. Nell'introduzione a L'educazione di Koko, commenta però Danilo Mainardi: «Perché un giovane apprenda socialmente da altri individui è essenziale che abbia con questi ben consolidati e stabili rapporti affettivi».
La psicologa Patterson non è stata la prima ad allevare un primate come un figlio a fini scientifici. A Mosca, Nadezha Kohts, del Museo Darwin, aveva tenuto in casa dal 1913 al 1916 uno scimpanzé maschio, Ioni, confidando che imparasse qualche parola di russo. Vent'anni dopo scrisse un libro in cui confrontava lo sviluppo di Ioni e quello di suo figlio Rudy (nato successivamente all'esperienza con Ioni), trovandovi molte somiglianze. Il confronto tra giovani animali e bambini è un topos di una certa ricerca scientifica; lo sviluppo dell'umano è preso come paradigmatico e, inevitabilmente, il non umano si ferma prima, non arriva ai traguardi di una strada che non è la sua. Carlyle e Marian Jacobsen, due giovani psicologi statunitensi, allevarono per non molto tempo Alpha, una scimpanzé, cercando di non umanizzarla troppo e nel '32 scrissero una monografia sulla sua crescita confrontandola con quella umana. Negli anni '40 ci fu Viki, cresciuta dai coniugi Hayes, che imparò faticosamente a dire "mamma", "papà" e "tazza". Sarah invece, allevata dai Premack, comunicava tramite una lavagna magnetica su cui attaccava forme di plastica simboliche. Il metodo era più scientifico, ma chi si occupava di lei quotidianamente era Anna, la moglie di Premack, che prima si era interessata di bambini handicappati. I Kellog studiarono Gua, giovane scimpanzé femmina, con un bambino coetaneo come controllo. Poi ci furono i Gardner, che educarono come un figlio lo scimpanzé Washoe  (che a sua volta ha insegnato il linguaggio dei segni ad altri suoi simili più giovani). Al Language Research Center di Atlanta (Usa) Sue Savage Rumbaugh ha insegnato con passione a parlare a Kanzi, un bonobo (una specie scoperta solamente negli anni '20, chiamato anche "scimpanzé nano", e già quasi estinta perché uccisa dai cacciatori e usata nella sperimentazione).
C‘è insomma una lunga tradizione di allevamento in famiglie umane di piccole scimmie. Anzi, per essere precisi, di adozioni da parte di donne. E c'è una tradizione femminile di studio e difesa delle scimmie: Dian Fossey (uccisa nel 1985) per i gorilla; Jane Goodall (ancora attiva) per gli scimpanzé; Biruté Galdikas (che vive in Borneo) per gli oranghi. Scelte nei primi anni '70 dal paleontologo e antropologo Louis Leakey proprio in quanto donne e in quanto non specialiste, non rovinate dall'approccio cosiddetto scientifico (sulla definizione di scientificità grava una parte spuria di retorica e di ideologia in realtà molto poco scientifica). Queste donne cambiarono il modo di percepire il rapporto tra scienziato e oggetto di studio. Dal loro lavoro e dalla loro passione prese spunto la "primatologia al femminile", che ebbe negli USA un grande sviluppo. Si trattava di rivedere criticamente il rapporto tra "soggetto" e "oggetto", il ruolo delle donne nella ricerca scientifica e il ruolo delle femmine, umane e non, nell'evoluzione[7].
Il livello di comunicazione che mi interessa è dunque quello meno intellettuale, più vicino al corpo, apparentemente più basso, ma essenziale alla sopravvivenza dell'individuo e della specie.

4) Un logos di carne
Fino a qui, il logos sembra lontano, smarrito tra donne che, come madri, accudiscono scimmie e insegnano loro a parlare. Mi è sembrato però necessario ricordare, sebbene in modo riassunto e approssimativo, questa ricerca sulla comunicazione tra esseri umani e animali che tra i non specialisti è poco conosciuta; mi è sembrato inoltre necessario mettere in evidenza che è stata quasi sempre condotta da donne e in quale modo è stata condotta. Oltre all'esperimento scientifico, tra queste donne e i loro animali c'erano, ci sono, familiarità, vicinanza, convivenza, affetto, empatia, che, in quanto componenti essenziali del rapporto, portano alla comunicazione. Uno degli esperimenti non riusciti, infatti, fu quello condotto da Herbert Terrace con lo scimpanzé Nim, raccontato in "Nim: A Chimpanzee Who Learned Sign Language" (New York, 1979). Nonostante il titolo, Terrace sostiene che Nim non apprese il linguaggio, ma egli evitò, probabilmente in nome dell'approccio "scientifico", il rapporto affettivo con Nim (e inoltre, oserei dire, era un maschio).
Dice ancora l'etologo Mainardi (1980, pp. 75-77) a proposito di un esperimento sull'apprendimento nei gattini:

Evidente dunque è l'importanza di un dimostratore [la gatta insegnante, N.d.R.] ed altrettanto della necessità che vi sia o si instauri un legame sociale o affettivo tra questo e l'osservatore  [i gattini che dovevano imparare, N.d.R.]. Vi è, infatti, da sottolineare che, nell'esperimento, anche quando la gatta dimostratrice era un'estranea non rimaneva tale che per poco tempo. Essa, infatti, dopo poco tempo adottava il gattino, gli offriva parte del cibo guadagnato, lo leccava teneramente. [...] È possibile che sia proprio un rapporto di sottomissione affettuosa quello maggiormente facilitante il passaggio di informazioni [...] la "via di minor resistenza" per l'apprendimento osservazionale passa dalla madre ai figli, mentre la strada opposta, tentata sperimentalmente, ha dato frutti ben più modesti.
 
A questo punto il (presunto) logos della comunicazione tra esseri umani e animali comincia a comparire (spero) e lo evidenzia ancora meglio una citazione dell'etologo umano Irenäus Eibl-Eibesfeldt (1992, p. 25), che mi sembra fondamentale:

L'evoluzione degli uccelli e dei mammiferi ha introdotto nuove potenzialità a livello di vita sociale, sul cui significato e sulla cui importanza dobbiamo ammettere di sapere ancora troppo poco. Con l'"invenzione" delle cure parentali sono nati i comportamenti di assistenza e i segnali infantili che li scatenano, insieme ai connessi meccanismi motivanti della premura, della simpatia [sottolineatura mia, N.d.R.] e del soccorso reciproco. Tali azioni e appetenze hanno potuto allora diventare strumenti al servizio dei vincoli tra gli adulti, dimostrando di essere validi preadattamenti per forme superiori di socialità, caratterizzate dall'amicizia e dai legami interindividuali, dunque dall'amore. Se si studiano i rituali di corteggiamento degli uccelli e dei mammiferi ci si accorge che molti dei moduli comportamentali utilizzati derivano da quelli propri dei rapporti madre-figlio.
 
(Qualcosa di molto simile, in fondo, dice anche Freud). E ancora (pp. 25-26):

Con le cure parentali è nata la familiarità come nuovo livello organizzativo e ciò ha aperto nuove potenzialità sociali. È stato possibile lo sviluppo di un'etica della famiglia che viene poi trasmessa al gruppo, perfino ai grandi gruppi anonimi dell'umanità moderna.
 
Le cure parentali però non sono esclusive dei mammiferi, anche gli uccelli ne hanno, anzi, in questa classe spesso i maschi si occupano della prole (anche perché i nidiacei non hanno bisogno del latte materno). Succede nelle specie monogame, dove il dimorfismo sessuale non c‘è o è minimo. Questo indebolisce l'idea di un logos che raccorda una genealogia di madri, mammifere. Mi piace immaginare questo logos come l'intrecciata catena di cordoni ombelicali che si dipana da genealogie e genealogie di femmine, quasi senza interruzioni umane e animali. Una spirale di cordoni ombelicali, che va avanti, ma che ha un'origine, che lega corpi e progetti. «Una struttura c‘è - scrive Luisa Muraro (1991, p. 54) - quella del continuum materno che, attraverso mia madre, sua madre, sua madre..., mi riporta dall'interno ai primordi della vita. È però una struttura ancora troppo misconosciuta nelle sue caratteristiche originali, che fanno da ponte tra natura e cultura [sottolineatura mia, N.d.R.], come nei suoi effetti».
Andando indietro nella genealogia delle madri si arriva alle madri animali, se ne accorge Adriana Cavarero - con una certa preoccupazione, direi - nelle ultime pagine di Nonostante Platone (1990), dove inizia parlando del simbolismo donna-animale:

In una prospettiva che guardi alla nascita come all'umana scaturigine da un continuum materno dipanantesi all'indietro in infinite madri, la soglia tra animale ed umano balza agli occhi come ciò che in un giorno lontano, nel passato indecidibile dell'umano genere, ha impercettibilmente consumato nel continuum materno stesso il suo tacito apparire [...]. Si tratta in fondo di una radicalizzazione dello sguardo sull'origine che, in una direzione prospettica rivolta alla nascita, vede una creatura umana femminile e, dietro di lei e mediante lei, una preistoria animale fattualmente esperita e sedimentata nella memoria della carne [pp. 113-114, Nd.R.].
 
Mi sembra quasi spaventata, la Cavarero, perché vede nell'animale l'a-loghia, la ferinità sconvolgente, l'opposto della divinità. Io vedo nell'animale (quale? tendenzialmente un mammifero), nel singolo animale che fa la sua vita (reale e non ridotto a simbolo[8], una creatura non statica, un vicino di pianeta, dotato, in modo diverso a seconda delle specie, di intelligenza, etica, ordine sociale e così via.
Esiste una preferenza delle donne per i mammiferi, sia negli affetti (basti pensare alle tante zoofile) che negli studi; se ne accorge anche Enrico Alleva in Consigli a un giovane etologo (1994) nel breve capitolo "Più etologi che etologhe" dove appunto nota che ci sono più etologi che etologhe ricordando però anche lui le tante e importanti primatologhe:

L'interesse delle donne, a quanto pare, sarebbe più orientato verso animali che, per via di antiche convivenze o per analogie fisiche, sono vicini all'uomo, almeno, albergano da vicino nella sua "casa" evolutiva. Senza voler arrivare a ipotizzare qualche sciocca "sindrome dell'orsacchiotto", nel lavoro con i primati c'è  - verosimilmente - più forte un problema di relazione, di comunicazione, che convive con la stretta necessità professionale dell'osservazione etologica.
 
Di ciò ha parlato anche la psicologa Carol Gilligan nel libro Con voce di donna (1987; il titolo dell'edizione originale è In a Different Voice, che mi sembra più significativo). La Gilligan critica la teoria classica psicoanalitica dello sviluppo umano, in cui «L‘esperienza maschile continua a definire la norma del ciclo di vita», per mettere in evidenza come la personalità femminile giunge a definirsi in rapporto agli altri più di quanto non accada alla personalità maschile. La Gilligan cita Nancy Chodorow. Anche se questa autrice non fa nessun riferimento agli animali (d'altra parte l'attaccamento di cui parla si riferisce rigidamente ai parenti stretti, neanche agli amici o a rapporti sociali più ampi), alcune sue riflessioni possono essere utili per il nostro discorso: «La bambina emerge da questa fase della vita [le prime fasi di individuazione e di rapporto, N.d.R.] con una riserva di "empatia" incorporata nella sua definizione di sé, come non accade invece al maschietto» e ancora: «La bambina emerge con una più solida capacità di esperire come propri i bisogni e i sentimenti dell'altro». Da questo (e da altro, come «Il contrasto tra un io definito attraverso la separazione e un io descritto attraverso il contatto»), la Gilligan deriva una teoria etica (e infatti il sottotitolo del libro è "Etica e sviluppo della personalità") che si basa sui legami, sulla responsabilità, sul contesto, opposta a una morale (maschile) dei diritti e della non ingerenza. Inevitabile il riferimento a Hans Jonas e al suo "principio responsabilità" (1990). Secondo Jonas (p. 128): «La responsabilità dei genitori costituisce davvero, filo- e ontogeneticamente, l'archetipo di ogni responsabilità (in quanto è, a mio avviso, anche geneticamente l'origine di ogni predisposizione a essa)». Qui Jonas si ricollega a Eibl-Eibesfeldt e alle teorie etologiche; in comune c‘è anche il credere a una (per quanto complessa e difficile da definire) "natura umana", in opposizione al comportamentismo.
La visione della Gilligan è interessante, anche se non completamente condivisibile. Ella non si occupa del profondo, dell'inconscio - per cui, per esempio, "crede" nelle dichiarazioni che le fanno le donne nelle interviste - né delle radici materiali dei comportamenti femminili e non indaga, per esempio, la riproduzione e il successo riproduttivo. L'accudimento materno o almeno di una balia è indispensabile per la sopravvivenza della prole e, soprattutto nella specie umana, i figli sono molto "costosi", biologicamente, psichicamente ed economicamente, dunque l'apporto del padre è pressoché indispensabile, questo vincola non poco le donne. Questi aspetti materiali sono trascurati dalla Gilligan.
Jonas, invece, non considera abbastanza la differenza tra ruolo femminile e ruolo maschile nella cura dei figli nella riproduzione umana. Il rapporto della madre con il figlio è immediato, "viscerale" dice il luogo comune, azzeccando la metafora; quello del padre invece è comunque mediato, dalla cultura, dalla società ecc. per quanto riguarda sia la certezza della paternità sia l'accettazione di questo ruolo.
La madre, prendendosi cura dei piccoli, nutre e nello stesso tempo insegna, trasmette cultura ("Nature & Nurture"). Succede in molte specie, in quella umana è la madre che insegna a parlare. "La parola, dono della madre" è il titolo del terzo capitolo del libro di Luisa Muraro citato in precedenza:

Quasi tutti pensano, e io sono fra questi, che l'esperienza di gran lunga più importante che facciamo nella vita sia quella dei primissimi mesi e anni di vita, incentrata sulla relazione con la madre [...]. La creazione del mondo [...] non è opera dell'individuo, bensì della coppia che lui/lei faceva con la madre [p. 40, N.d.R.]. Il punto su cui occorre tornare a riflettere riguarda, chiaramente, l‘esperienza creatrice delle origini. Non è riferibile a un soggetto in senso ordinario. È l'esperienza di un soggetto in relazione con la matrice della vita, soggetto distinguibile dalla matrice ma non dalla sua relazione con essa. Non si tratta propriamente di una relazione fra due. È una relazione dell'essere con l'essere, così propongo di pensarla. Ma è una relazione dinamica, non tautologica né autoriflessiva, che mi pare di poter correttamente concepire secondo la relazione dell'essere parte.
 
E ancora:

Nella nostra cultura c‘è grande difficoltà a tenere fermo il punto di vista di un soggetto in relazione costitutiva con un altro [nota p. 125, N.d.R.].
 
La critica al solipsismo riporta a Cartesio, il teorico dell'animale macchina, il "nemico numero uno" degli animali secondo una consolidata tradizione animalista. Il senso di questa relazione può venir ritrovato, secondo la Muraro, «nello specchio offertoci dall'esperienza mistica». Neanche la Muraro parla di animali, ma mi sembra inevitabile notare che in questa esperienza - forse appunto la più importante della vita - abbiamo molto in comune (e dunque possiamo comunicare) con molte specie animali.
Da un altro punto di vista, mi piace vedere gli animali - alcuni animali, soprattutto i gatti - come figli. Nel libro di Silvia Vegetti Finzi Il bambino della notte (1990), alcune bambine raccontano di gravidanze da cui nascono appunto gattini (fantasia o sogno che mi piace immaginare comune) e della loro pancia come rifugio per tanti piccoli animaletti. La Vegetti Finzi parla de «il mito che sta prima della coppia coniugale e che viene soppiantato dal suo modello generativo è quello di un corpo materno che genera da sé» (p. 108). Forzando il testo della Vegetti Finzi, interpreto i gatti - molto comunemente - o i gorilla della Dian Fossey come i veri "bambini della notte", figli che non hanno bisogno di un padre, che non vengono iscritti nelle regole maschili (da cui, anzi, bisogna difenderli). «Se Antigone rinascesse, sarebbe una gattara», ha detto Adriano Sofri[9].
In una nota a p. 109, la Muraro ricorda le critiche al logocentrismo formulate dal pensiero debole, postmoderno, «che, in versione femminista, diventano critiche al logofallocentrismo». Una parola mi attrae particolarmente nella frase seguente riferita alla sua esperienza intellettuale ed esistenziale: "logoeccentrica". Nello stesso tempo però non c‘è, nel libro della Muraro (e neanche in me) nessun desiderio o intento di irrazionalità o illogicità. L'ordine logico esiste, «non è dato a priori né si inventa convenzionalmente ma si forma con l'obbedienza alla necessità» (p. 51). Questa definizione mi va bene e mi sembra superi certi dualismi: il logos è nelle cose, nei corpi, è un logos di carne, è nel mondo, ma non è contingente; è descrittivo e nello stesso tempo normativo; è nel sistema nervoso centrale, ma non potrebbe essere diverso e non è una proiezione dell'uomo; è conoscibile, credo anche se non completamente e comunque di sicuro non completamente dalla scienza.

5) Per una storia naturale della mente
In un paio di punti del suo scritto, la Muraro cita lo scienziato che riusciva a farsi considerare come l'anatra madre da una nidiata di anatroccoli, ovvero Konrad Lorenz. Per lei questa immagine è solo una metafora della capacità di accettare sostituti della madre; in realtà si tratta del fenomeno dell'imprinting. I piccoli di alcune specie di uccelli accettano come propria madre l‘essere che vedono appena usciti dall’uovo (l'imprinting è stato studiato soprattutto negli uccelli, ma fenomeni analoghi esistono anche nei mammiferi e negli insetti). Da questo restano più o meno condizionati ("imprintati") anche nel riconoscimento della specie di appartenenza e, da adulti, nella scelta del partner per l'accoppiamento. L'etologo Lorenz si occupò anche di teoria della conoscenza nel libro L'altra faccia dello specchio (1982) il cui sottotitolo è "Per una storia naturale della conoscenza".
L‘impostazione di Lorenz mi sembra utile per collegare il problema comunicazione (che ha a che fare con la conoscenza) con le sue basi materiali, naturali. Queste basi sono comuni anche ad altre scienze perché situate nel corpo e nella storia del corpo. La premessa di Lorenz è l'oggettività del mondo, e, infatti, le prime parole sono una citazione da Il caso e la necessità di Jacques Monod: «La pietra angolare del metodo scientifico è il postulato dell'oggettività della natura». Lorenz però definisce il suo realismo gnoseologico "critico", perché si rende conto dell‘impossibilità di un punto di vista assolutamente valido:


L‘esigenza di oggettività [...] non potrà mai essere soddisfatta interamente, ma soltanto nella misura in cui riusciremo, in quanto naturalisti, ad approfondire la nostra visione dei rapporti interattivi esistenti tra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto [p. 21, sottolineatura mia, N.d.R.].
 
Il punto cruciale è «adottare una visione naturalistica dei processi cognitivi interni al soggetto conoscente stesso».

La conoscenza e i suoi organi si sono sviluppati nel corso dell'evoluzione, e dunque «anche le prestazioni della conoscenza umana verranno analizzate qui alla stregua di altre capacità dell'uomo, sviluppatesi nel corso della filogenesi, la cui funzione è quella di assicurare la conservazione della specie» (p. 21). Gli a priori insomma sono biologici e nello stesso tempo storici. Lo stesso si può dire della comunicazione e delle sue forme. L'analisi che Lorenz fa della conoscenza è dunque realista, materialista, direi, ma non riduzionista; in altri momenti infatti l'etologo fa una distinzione tra riduzionismo metodologico, utile strumento di ricerca e comprensione, e riduzionismo ontologico, che è invece un modo per rendere povera la realtà e per non capirla. Lorenz parla di valori, di etica, di estetica e crede nello spirito umano, ovvero in «quell'unità sovraindividuale di conoscenza, potenza e volontà che deriva dalla capacità umana di accumulare nozioni tramandate» (p. 23). Anche questa unità superiore però è, e rimane, un sistema vivente «fondato e costruito su prestazioni elementari del mondo vivente» (p. 23). Le caratteristiche e prestazioni umane, dunque, sono un prodotto dell'evoluzione, comprese la capacità di conoscere e quella di comunicare. Mi sembra dunque importante riportare alcune considerazioni di Lorenz su cosa è la conoscenza, considerazioni materialiste, basate sul corpo, su corpi che nascono, vivono e muoiono in un contesto sociale e naturale.
 Ogni adattamento è un processo di conoscenza, infatti "adattarsi a" un dato di fatto della realtà esterna indica che «una certa quantità di "informazioni su" è stata acquisita dal sistema organico» (p. 25). Lorenz cita Goethe: «Se l‘occhio non fosse solare, mai potrebbe guardare il sole», e continua «Anche nel corso dello strutturarsi del corpo, cioè nella morfogenesi, si formano delle immagini del mondo esteriore: le pinne e il modo stesso di muoversi dei pesci riproducono le caratteristiche idrodinamiche dell‘acqua». Oppure, sul rapporto tra mano e intelligenza: «L'attività dell'afferrare, guidata dal discernimento, che in sostanza è un tastare con la punta delle dita e soprattutto con la punta dell'indice destro, costituisce molto probabilmente una delle premesse del comprendere[10]. Questa ipotesi è avvalorata anche dalla grande estensione dell'area che nella corteccia cerebrale è preposta all'attività sensoria e motoria della mano e delle dita» (p. 188). Gli animali arboricoli si muovono servendosi di mani prensili nel loro itinerario "fluido" attraverso i rami. Le scimmie e le proscimmie (tranne alcune lente proscimmie notturne) fanno questo movimento velocemente, «anche in questo troviamo uno dei motivi per cui l'uomo è disceso proprio da questo gruppo di esseri viventi» (p. 189).
Anche i modi di comunicare - che dipendono da dati fisici, interni ed esterni - si formano, in centinaia di migliaia di anni e più, in questo modo. Mi sembra allora che per noi umani è più facile comunicare con animali che si sono evoluti in modo analogo a noi (i vertebrati e soprattutto i mammiferi) o in ambienti simili. Lorenz parla brevemente anche della comunicazione: «La situazione che in un essere superiore risveglia in modo più immediato la necessità di comunicare con un suo simile è sicuramente quella in cui ha bisogno del suo aiuto» (p. 353). Mette dunque alla base del comunicare il bisogno e l'aiuto, e anche questo è in assonanza con quanto voglio dire. Il suo primo esempio è quello di un cane che chiede da bere al suo affidatario, mettendo le zampe sul lavabo e nello stesso tempo guaendo. Si tratta di comunicazione interspecifica, dunque, anche se aveva parlato di "simili", e di comunicazione in un contesto non naturale, civilizzato (il lavabo). Il secondo esempio è quello di Helen Keller[11], la bambina cieca e sordomuta il cui caso divenne famoso per la commedia Anna dei miracoli, che aveva vegetato fino a sette anni, ma era in grado di chiedere cibo e acqua. La prima (primitiva?) comunicazione avviene su bisogni primari, bere e mangiare, sopravvivere, che sono quelli caratteristici dei neonati, dei bambini e senza alcun dubbio anche degli animali.

6) L'antropocentrismo umile
Quello umano è "un" punto di vista sul mondo, con i limiti e le possibilità dovute alle caratteristiche della specie umana[12]. Sfuggire all'antropocentrismo dunque non è possibile, quello che io allora propongo è un antropocentrismo "umile". Apparteniamo alla specie umana, una dei milioni di specie che vivono su questo pianeta, e le nostre possibilità di comprensione (comunque ampie) sono limitate dalla struttura del nostro sistema nervoso, dalla nostra storia evolutiva e così via. Bisogna avere la consapevolezza, soprattutto quando si cerca di instaurare una comunicazione con qualche animale, che il nostro linguaggio, i nostri sistemi di comunicazione non sono universali. Lo scimpanzé Washoe - che sa “parlare” l'ASL e lo usa anche con i suoi simili - è capace di prendere da un distributore automatico una lattina di Coca Cola e di aprirla perché il suo ambiente è ormai diventato quello umano[13]. Nel suo ambiente naturale, a cosa gli servirebbe cavarsela con la Coca Cola?
Di umiltà parla anche Franco Cassano nel bel libro Approssimazione (1989) il cui sottotitolo è "Esercizi di esperienza dell'altro". L'esercizio è proprio quello di mettersi nei panni dell'altro, riconoscendo nello stesso tempo l'impossibilità di fare ciò; provarci è un gesto di fiducia, unilaterale. La differenza va mantenuta, evitando sia la demonizzazione che l'omologazione. Questo esercizio può anche essere rischioso perché «l'altro con le sue forme, con i suoi suoni, con i suoi riti ci mette in discussione ad un livello di profondità che non è retorico definire "radicale", ci rinvia la terribile sensazione della nostra contingenza, la possibile accidentalità di ciò che siamo, di ciò cui teniamo, ci ricorda, nel pieno della nostra vita, anche quando la fine è lontana, la nostra insuperabile finitezza di specie, collettiva, individuale» (p. 8). L'"altro", per Cassano, sono gli animali, le età, i sessi, le culture, i caratteri, in quest'ordine, con gli animali al primo posto. L'esercizio consiste nel riesaminare la percezione del mondo attraverso i sensi - i cinque, antropocentrici sensi - chiedendosi cosa invece provano creature diverse come i pesci o le meduse. Ogni specie animale percepisce e agisce un mondo diverso. Una conseguenza possibile è, di nuovo, la messa in crisi della visione ascendente, la presunta scala dell'evoluzione. Un'ostrica potrebbe essere convinta dei vantaggi biologici della fissità, un papero (qui la citazione è da Montaigne) potrebbe considerare il mondo "paperocentrico". Torna anche in Cassano la critica dell'antropocentrismo, anzi della presunzione antropocentrica, ma nello stesso tempo si riconosce l'inevitabilità del punto di vista antropocentrico. La conclusione di Cassano è l'autolimitazione, ovvero la necessità di fare un "passo indietro" (e anche questo si accorda con il mio antropocentrismo umile). L'uomo deve trovare una limitazione al proprio potere nel riconoscere i diritti altrui, nel «cedere di fronte all'uguale dignità di altri esseri, ad altri modi di guardare (ancora la metafora dello sguardo) il mondo, si tratti dello sguardo di un'aquila o dello scavare buio e polveroso della talpa», che non ha occhi.
Ogni affidatario di cane si rende conto che il suo animale lo capisce più di quanto egli stesso capisca lui. I cani sanno antropomorfizzare? I cani sono più capaci di universalizzazione degli umani? Molto più probabilmente, il vinto si adegua alle condizioni del vincitore. I gatti capiscono il loro nome e spesso "parlano" con i loro affidatari. A proposito delle manifestazioni di sentimenti dei cani, rispetto ai loro "parenti" selvatici, i lupi, scrive Lorenz (in E l'uomo incontrò il cane, 1994, ma l'edizione originale è del 1950):

Appartengono intellettualmente a un piano superiore: sono molto più indipendenti dall'elemento innato e l'‘animale le ha in gran parte apprese o, addirittura, liberamente inventate! Non c‘è alcun preciso istinto che obblighi un cane a esprimere il suo amore posando la testa sulle ginocchia del padrone. Appunto per ciò questo modo di esprimersi è in realtà più strettamente imparentato con il nostro linguaggio umano di tutto quello che gli animali selvatici hanno da dirsi fra di loro. Ancora più vicino al patrimonio del linguaggio è l'uso di mosse insegnate all'animale per esprimere un sentimento. [...]. Anche i cani che nei confronti dei padroni dispongono di una ricca gamma di moduli espressivi individualmente acquisiti, quando "parlano" con i loro simili usano soltanto la mimica innata della corrispondente forma selvatica. Si può dire che in molti cani la capacità di ricorrere a espressioni libere, acquisite o inventate, è in diretto rapporto con il venir meno della mimica tipica della forma selvatica.
 
Gli animali rinchiusi nei laboratori, isolati dai loro simili e dal loro contesto, vengono costretti al linguaggio degli uomini. Varie scimmie hanno dovuto imparare a usare il computer, per potersi dimostrare intelligenti quasi quanto l'uomo (ma non quanto lui!). Il primatologo Duane Rumbaugh nei primi anni '70 eseguì una serie di test per stabilire l' intelligenza relativa di un gruppo di scimpanzé, oranghi, gorilla e un bonobo; il gorilla otteneva sempre il punteggio più basso, perché interrompeva spesso la prova e alla fine sfasciava l'apparecchiatura. Era davvero il più stupido? Il grande primatologo Robert Yerkes sospettava già nel 1925 che la mancanza di collaborazione da parte dei gorilla fosse in realtà un sintomo di intelligenza, un "trucco" per non prendere il posto dello scimpanzé nei laboratori scientifici. (Qui si potrebbe ricordare per analogia il dibattito, tipicamente americano, sul Q.I. degli esseri umani, con le critiche ai suoi presupposti e ai metodi di misurazione). Molti esperimenti, nel tentativo di far fare agli animali cose umane, nonostante la pretesa scientificità, ricordano gli sforzi un po' squallidi degli ammaestratori da circo. Sembra quasi che gli animali, per ottenere un qualche riconoscimento, debbano adeguarsi alla ragion pura kantiana. A questo proposito, è importante la riflessione di Antonio Damasio (1995) che giudica la ragione pura malata, malata di mente: «La strategia fredda sostenuta da Kant (fra gli altri) ha molto più a che vedere con il modo in cui pazienti colpiti da lesioni prefrontali si adoperano per decidere che con il modo di operare dei soggetti normali» (p. 244) perché «nel cervello umano vi è una regione (le cortecce prefrontali ventromediane) la cui lesione compromette sia il ragionamento/decisione sia l'emozione/sentimento» e «una riduzione dell'emozione può costituire una fonte ugualmente significativa di comportamento irrazionale» (p. 96, in corsivo nel testo). E continua Damasio, nella sua polemica antidualistica: «I sentimenti hanno voce in capitolo sul modo in cui il resto del cervello e la cognizione svolgono i propri compiti. La loro influenza è immensa».

Damasio non si occupa di animali, anzi, riporta senza ombra di compassione esperimenti atroci su scimmie, ma mi sembra potenzialmente fruttuoso anche per gli animali il suo ricollegare sentimenti e ragione in modo materialistico. Su Kant, ancora Luisa Muraro (nel libro Maglia e uncinetto) cita Alfred Sohn Rethel (Lavoro intellettuale e lavoro manuale, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 82-83): «A proposito dell'intelletto separato, Kant afferma chiaramente: "Nella ragione teoretica non vi è alcun motivo per dedurre l'esistenza di un altro essere" dove l‘altro essere può significare Dio, il padre e la madre o tutti i nostri simili. .. Ma dal punto di vista dello spirito individuale, la società si è così trasformata in un agglomerato di uomini singoli che non hanno alcuna necessità reciproca».
Un esempio storico della relatività dei criteri di misurazione dell'intelligenza animale è la storia dei cavalli sapienti, che turbò la pubblica opinione dell'inizio del secolo scorso. Nel 1904 Hans, cavallo sapiente berlinese, rispondeva con un alfabeto convenzionale a base di colpi di zoccolo a domande varie. Sempre a colpi di zoccolo faceva conversazione e risolveva astrusi quesiti matematici. Alcuni anni dopo, il secondo padrone di Hans riprese l'esperienza con altri cavalli, che divennero anch'essi famosi come "i cavalli pensanti di Elberfeld". Questi episodi, apparentemente folcloristici, furono molto discussi, anche dagli scienziati e per molti anni. Persino Padre Agostino Gemelli nel 1913 si sentì in dovere di prendere posizione contro l'intelligenza dei cavalli. La spiegazione del comportamento di questi animali che ebbe più successo fu quella dei "segni involontari": essi azzeccavano le risposte giuste perché sapevano leggere segni involontari negli atti e nei volti delle persone presenti agli esercizi. Dunque, si concludeva, non erano veramente intelligenti. I cavalli usavano la loro vista finissima, il loro udito acuto o addirittura l'olfatto e questa, secondo molti studiosi dell'epoca, ignari di etologia e colmi di idealismo, non è vera intelligenza, perché l'intelligenza non dipende dal corporeo. Questa idea dell'intelligenza astratta, slegata dal contesto e dal valore di sopravvivenza, ha ancora molto successo. Guardando le cose in modo diverso si potrebbe invece commentare che certo tra questi cavalli e i loro addestratori c'era una notevole comunicazione.
Ovviamente Lorenz non è il solo a parlare delle radici materiali della conoscenza. Anche Gerald M. Edelman, premio Nobel 1972 per la fisiologia e la medicina (1993), vuole «Reintegrare la mente nella natura» e «Completare il programma di Darwin», come dicono i titoli di due capitoli. Non è possibile studiare la mente senza la biologia, scrive Edelman, che critica molta filosofia e molti filosofi, primo tra tutti, ancora una volta, Cartesio, che «fece sì che la biologia venisse messa da parte in maniera radicale, assieme al restante ordine fondato sulla materia» (p. 63). E continua:

Peraltro, egli non analizzò in maniera esplicita il fatto che, per essere consapevole e in grado di guidare le proprie riflessioni filosofiche, egli aveva bisogno del linguaggio. E, affinché una persona possa avvalersi del linguaggio, è necessario che sia coinvolta almeno un'‘altra persona [sottolineatura mia, N.d.R.] - anche solo il ricordo di qualcuno nel passato, un interlocutore interiorizzato [p. 63, N.d.R.].
 
La relazione con l'altro è, dunque, fondamentale e la contestazione di Cartesio inevitabile, come nella Muraro e in Damasio, anche se nessuno di loro pensa agli animali[14]. Una parte del discorso di Edelman è contro l'analogia tra cervello e computer: «Il cervello non è un calcolatore e il mondo non è un nastro magnetico» (p. 111).
La differenza tra comprensione umana e intelligenza artificiale è ribadita anche da Achille Ardigò nella presentazione a L'empatia di Edith Stein (1992): «Le macchine intelligenti non potranno mai pensare in modo empatico» (p. 19, sottolineatura mia). Le ricerche di intelligenza artificiale cercano di andare in questa direzione, ma la comprensione empatica è «irrangiungibile per artefatti umani pur dotati di potentissime "memorie"» (p. 19). La Stein parla di animali, dell'empatia con un cane, in un unico, brevissimo paragrafo, riconoscendo possibile «una certa immedesimazione: posso per esempio "entrosentire (ein-empfinden) un dolore quando l'animale viene colpito, ma altre cose - certe posizioni e movimenti - mi sono date solo come rappresentazioni vuote senza la possibilità di un "riempimento". Quanto più mi allontano dal "tipo uomo", tanto più piccolo diventa il numero di possibilità di "riempimento"» (p. 128). È interessante che in questo accenno emerga come significativo il tema del dolore. La capacità di soffrire è la discriminante morale per gli utilitaristi, tra cui si trovano i più attivi difensori degli animali (da Bentham a Singer). La sensibilità in senso più ampio è presa come caratteristica che differenzia gli esseri umani dai computer, dall'intelligenza artificiale, e li avvicina agli animali da Luigi Lombardi Vallauri ("Teodicea e condizione animale", in Terre, Vita e pensiero 1990). E la sensibilità - al dolore, al piacere, ma anche alla bellezza, ricordando l'etimologia di estetica - potrebbe essere tra le cose che si hanno in comune e dunque permettono la comunicazione.

7) L'espressione delle emozioni
«Nonostante il suggerimento venuto da Darwin (in L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, 1872), lo studio scientifico della comunicazione non verbale è praticamente rimasto in oblio per quasi cent'anni» scrive l'etologo Robert Hinde (1984, p. 235). Secondo Hinde, fu l'opera di Tinbergen sui meccanismi degli scatenatori sociali, negli anni '40, ad aprire la strada agli studi etologici sulla comunicazione. Continua Hinde:

Tinbergen dimostrò che gran parte della comunicazione sociale dipende da una reattività selettiva a segnali emessi da un altro individuo. Tali segnali possono interessare una qualsiasi delle modalità sensoriali [...]. Non di rado i segnali coinvolgono al tempo stesso una struttura morfologica, per esempio le penne pettorali rosse, e una componente comportamentale, per esempio la postura attraverso la quale viene esibita la struttura morfologica [...]. Alcune di queste generalizzazioni possono essere estese ad aspetti della comunicazione umana. Molti movimenti espressivi, come il sorriso e il pianto, si riscontrano in tutte le culture umane. Questo indica che, quanto meno, il loro sviluppo nell'individuo è indipendente da differenze culturali, e suggerisce che tali movimenti possono essere considerati dei moduli fissi d'attività specie-specifici, paragonabili a quelli delle specie non umane [pp. 235-236].
 
Hinde parla di ciò nel capitolo dedicato alla psicologia sociale, in cui si augura che i rapporti tra etologi e sociologi si irrobustiscano.
Il sorriso e il pianto, dunque, sarebbero degli universali della comunicazione tra umani (ma anche altri animali ridono e piangono). Hinde cita Lorenz, secondo cui le madri rispondono selettivamente a taluni tratti tipici dei bambini piccoli, «quali la fronte sporgente e l'andatura goffa, tratti che sono stati sfruttati dai caricaturisti e dai disegnatori di cartoni animati». Queste caratteristiche (che non sono proprio comunicazione, ma che la innestano) sono comuni anche a molti cuccioli non umani e sono quelle che scatenano risposte di protezione e riducono l'aggressività. Inoltre molti animali d'affezione - soprattutto cani e gatti - sono stati selezionati al fine di aumentare in loro questi tratti infantili. L'attenzione, soprattutto femminile, ai segnali infantili è considerata una delle cause della domesticazione[15].
   Indiscutibilmente i cuccioli lanciano un messaggio, chiedono aiuto, cibo, calore e protezione. Un messaggio che va oltre le barriere di specie. Con l'adozione, da parte più che altro delle donne, i cuccioli, magari rimasti orfani perché la madre è stata uccisa dall'uomo cacciatore, entrano a far parte della comunità umana (e questo viene considerato l'inizio della domesticazione). Non sempre la comunicazione poi, nella pratica, è corretta. Per esempio, molte persone che soccorrono i piccoli uccelli caduti dal nido danno loro pane e latte. In questo caso, il «mettersi nei panni degli altri» ottiene un risultato sbagliato, perché gli uccelli non sono mammiferi e con il latte muoiono.
   Torniamo al libro di Darwin L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali. Scrive nell'introduzione Gian Arturo Ferrari, curatore dell'edizione italiana (1982):

Nel quadro più generale degli studi di psicologia animale, di psicologia comparata, della nascente etologia, le cose andarono se possibile ancora peggio [ha appena detto che questa opera finì per apparire la più eccentrica e marginale tra quelle di Darwin, quasi una stravaganza, N.d.R.]. Il tema dell'espressione in quanto tale non fu più ripreso, l'opera di Darwin non inaugurò alcuna tradizione di ricerca, come il suo autore auspicava, ma anzi assunse in breve il malinconico aspetto di un binario morto [p. XI].
 
Secondo il curatore, Darwin fu frainteso. Il suo intento era inserire l'uomo e il suo mondo psichico e mentale «nella grande torsione evolutiva [...] questa è la prima volta che il mondo della mente, della psiche, si allunga e si distende in modo comprovabile nell'immenso passato dell'evoluzione [...]. Là dove aveva sede la nobiltà dello spirito, Darwin insedia un'ombra ferina» (p. XIV) e ancora «l'inconscio è il deposito più profondo dell'evoluzione» (p. XV)[16].

Credo che le resistenze, consce o inconsce, a questo tema abbiano contributo all'insuccesso di questa opera, che, inoltre, fu accusata di antromorfismo. Accusa che troppo spesso tende solo a ribadire le differenze tra uomini e animali[17]. Nel libro di Darwin (affascinante e pieno di intuizioni) le descrizioni delle emozioni - affetti, depressione, disprezzo, paura e così via - passano continuamente dall'uomo agli animali. Gli esseri umani di cui Darwin parla sono parenti, amici e persone di altre razze, le cui espressioni sono state viste in prima persona o raccontate da altri, viaggiatori o studiosi, in modo che sembra talvolta aneddotico e che adesso verrebbe considerato poco scientifico. Lo stesso vale per gli animali, che sono i cani, gatti, cavalli incontrati nella vita quotidiana e le scimmie dello zoo, insomma quelli che Darwin vedeva intorno a sé, tutti animali domestici.

8) Comunicare per sfruttare
A questo punto può sorgere una domanda: gli animali con cui si riesce a comunicare sono appunto quelli domestici, quelli che fanno parte della comunità umana allargata, "mista", come la chiama Mary Midgley?

In tutte le comunità umane sono stati presenti gli animali. In primo luogo e inevitabilmente il cane, il cui sodalizio con l'uomo incredibilmente antico, è quasi una simbiosi. Ma oltre al cane, nel corso dei secoli sono state addomesticate innumerevoli altre creature, dalle renne alle donnole, dagli elefanti ai cormorani. Sono state rese domestiche soprattutto perché erano utili all'uomo - aggiogate ai carri o cavalcate, per la carne, il latte, la lana o le pelli, per le piume e le uova, per distruggere i parassiti o per aiutare l'uomo nella pesca e caccia [...]. Gli animali divennero domestici non per paura, ma perché erano in grado di comprendere i segnali sociali loro rivolti e di istituire legami individualizzati con l'uomo. Impararono ad obbedire all'uomo all'interno di un rapporto personale. E furono in grado di farlo non solo perché gli uomini che li addomesticarono erano esseri sociali, ma anche perché lo erano loro stessi. Tutti gli animali che sono stati addomesticati con successo erano già in origine degli animali sociali. Essi hanno trasposto sugli esseri umani la fiducia e la docilità che allo stato selvatico avrebbero rivolto ai genitori, e in età adulta ai superiori nella gerarchia del branco o del gregge [Midgley, 1985, pp. 122-123].
 
Il rapporto con i genitori come base dei rapporti sociali e dunque del rapporto anche fra gli umani è già stato citato da Eibl-Eibesfeldt. Midgley ricorda poi un'altra cosa importante: gli uomini hanno sempre vissuto, da millenni, con gli animali e con tante specie diverse di animali. A molti, purtroppo, la parola "animali" fa venire in mente solo cani e gatti urbani, ma tutte le civiltà hanno conosciuto la presenza di animali[18].
   Riguardo alla varietà delle specie, il rapporto e la comunicazione con i mammiferi e (meno) con gli uccelli è facilitata dal loro essere sociali e dall'avere rapporti parentali. E i rettili, animali che non hanno rapporti sociali (tranne la socialità minima indispensabile per riprodursi) né cure parentali? Qui sorge quella che ho chiamato "l'aporia della tartaruga Caterina" (le tartarughe sono rettili). Caterina era (è morta di malattia) una tartaruga marina della specie Caretta caretta che fu soccorsa molti anni fa da un ligure appassionato del mare perché ferita a una pinna. Curata, venne riportata in mare, ma tutte le volte non accettava di riprendere la libertà e seguiva il suo salvatore. Così rimase con il suo "padrone", che le costruì una piccola piscina come casa, facevano il bagno in mare insieme e insieme tornavano. Possibile che Caterina si fosse affezionata? Non mi tornavano più i conti, dato che c'era affetto senza cure parentali. Uno zoologo da me interpellato mi ha risposto che non era affezionata, semplicemente riconosceva chi la nutriva. A questo punto mi è venuto in mente che di molti animali si dice: "Non è affezionato, riconosce chi gli dà il cibo", quasi fosse una cosa irrilevante, anzi disprezzabile. L'aporia si è sciolta quando ho pensato invece che il nutrire è un messaggio fondamentale, primario, precedente all'affetto. Con il cibo si trasmette la sopravvivenza, che non è poco, e spesso anche altro.
  Il bacio, secondo Eibl-Eibesfeldt (1993) deriva dall'offerta di cibo bocca a bocca (secondo altri etologi, si tratta di un comportamento derivato dalle cure corporali, perché spesso i mammiferi si leccano l'un l'altro e le madri, in particolare, leccano i piccoli). In entrambe le interpretazioni, comunque, nel bacio si uniscono affetto e accudimento.
  Resta aperto il problema della comunicazione con i selvatici nel loro ambiente. Le predazione può essere considerata una forma di comunicazione? Se comunicazione è qualcosa che influenza il comportamento del ricevente, nei rapporti di predazione c'è comunicazione anche quando i predatori sono umani. Per riuscire a predare, bisogna capire le prede (per esempio, per fabbricare i richiami con cui attirare gli uccelli o le "mosche" con cui catturare le trote). L'antropologo Sergio Dalla Bernardina (in Il ritorno alla natura. L'utopia verde tra caccia ed ecologia Arnoldo Mondadori, 1996), a p. 189 così descrive un impianto di uccellagione: «Potremmo definire questa pratica come un dialogo con gli uccelli [sottolineatura mia, N.d.R.] che parte da una certa definizione della natura per concludersi con la loro cattura». Gli esseri umani hanno anche forme di predazione più raffinata, per esempio quella fotografica; forse persino lo studio, la conoscenza, sono una forma di predazione. Noi cittadini solitamente pensiamo a un rapporto individuale con un animale "prigioniero" (cane, gatto o canarino). Ma gli animali urbanizzati - passeri, merli, piccioni, ratti, volpi, tortore dal collare, procioni, cornacchie ecc. - capiscono gli umani e sanno tutto della loro spazzatura ricca di cibo. La spazzatura è una traccia, un messaggio, come le briciole di pane - appunto - di Pollicino. I ratti, per esempio sono ottimi etologi, conoscono a fondo la specie umana e le sue abitudini: «C'è dello stupefacente - scrive Alleva (1994, p.74) - in questo sagace spiare l'attività umana che i roditori commensali sanno fare da secoli, adattando i propri stili di vita che sono, in fondo, semplice studio dei nostri stili di produzione di spazzatura».
   La vivisezione (nel senso generale di sperimentazione sugli animali) è una forma di comunicazione "nera". Gli animali, costretti, torturati come la natura di cui parlava Bacone, "dicono" delle cose sulla loro anatomia, fisiologia ecc. Comunicazione nella sperimentazione c'è in un altro senso ancora: tra sperimentatore e "oggetto" di sperimentazione si crea un legame. Su questo legame solitamente ignorato o negato (ricordo che nelle ricerche anche etologiche solitamente gli animali vengono contrassegnati con sigle o numeri invece che con un nome proprio per evitare ogni parvenza di legame individuale, nella ricerca del distacco e di una impossibile oggettività, perché, appunto, il legame è inevitabile) è stato scritto un libro (The Inevitable Bond, già citato), in cui, tra l'altro, a p. 7 si dice: «This interaction between the scientist and the nonhuman animal (simply "animal" after this) is, by most definitions, communication».
  Con i mammiferi, anche selvatici, abbiamo in comune le cure materne e molte espressioni di sentimenti; il senso prevalente nel rapporto con loro è il tatto. Con gli uccelli invece prevale la vista e la dimensione estetica. Si potrebbe pensare prevalga il suono, considerando i loro canti, ma non ho trovato nulla sul rapporto tra questi canti e la musica (la musica è un linguaggio preverbale), se non come parti della generale musicalità della natura[19]. Molti uccelli sono colorati e per loro, come per noi umani (a differenza di quasi tutti gli altri mammiferi), i colori sono importanti; spesso gli uccelli sono considerati "belli", ma questo apprezzamento estetico li riduce a parti mobili del paesaggio naturale o a soprammobili canori. Gli uccelli chiamati "giardinieri" preparano, per attirare le femmine, opere artistiche utilizzando sassolini colorati, piume, fiori, foglie. Questi giardini appaiono belli anche a noi umani, dunque ci comunicano qualcosa. Alcune popolazioni tribali eseguono danze che sono state ispirate da quelle degli uccelli del loro stesso territorio: gli indiani d'America (che si mettevano anche le piume) imitavano il tetraone delle praterie; le danze delle gru hanno influenzato i popoli della Siberia e dell'Africa, e così via[20]. In questi casi, il comportamento dei tetraoni o delle gru ha influenzato quello dei popoli locali. Da parte degli uccelli manca l'intenzione di comunicare con gli umani (le danze sono rivolte ai conspecifici), ma gli indiani consapevolmente hanno copiato gli animali.
Esiste la comunicazione con gli insetti? Noi comunichiamo qualcosa a quelli che ci parassitano e capiamo abbastanza altri da parassitarli a nostra volta, essenzialmente le api, il cui linguaggio simbolico è stato studiato. Le "danze" delle api sono comunicazione intraspecifica, che però alcuni esseri umani specializzati, gli scienziati, hanno studiato e in parte capito, ma gli allevatori di api hanno sempre preso il miele anche senza conoscere il linguaggio delle api.
Restano fuori dal mio logos, tendenzialmente caldo e peloso, i pesci, freddi e glabri. E incomprensibili. Per esempio, il ciclo riproduttivo di moltissime specie di pesci, molto lungo e complicato, è ancora poco conosciuto; il ciclo delle anguille è ancora misterioso, ecc. L'allevamento dei pesci pone molti più problemi che quello di mucche, maiali e galline. Si tende a vedere questi animali ai "primi gradini" della "scala" evolutiva, ma la loro complessità scardina questa idea così diffusa della "scala ascensionale".

9) Noi non siamo soli
"Noi non siamo soli" era il sottotitolo di un film del 1977 di Steven Spielberg, "Incontri ravvicinati del terzo tipo", in cui si raccontava l'incontro tra extraterrestri ed esseri umani. L'incontro è con un bambino (maschio, perché purtroppo Spielberg non riesce a concepire per le donne che ruoli sessisti: mamme, mogli, forse amanti). La stessa espressione - "Noi non siamo soli" - viene spesso usata, soprattutto nei mass media, sempre a proposito di possibili forme di vita nello spazio, oppure della presenza di "altri" esseri intelligenti. Gli extraterrestri, i "marziani", hanno un fascino indiscutibile, basti pensare al ricco filone della fantascienza su questo argomento. Ma in realtà "noi (umani) non siamo soli" già su questa terra. Le altre forme di vita intelligenti sono qui, vicine. Sono gli animali.
L'analogia tra extraterrestri e animali gioca un ruolo importante, di fondo, anche se sommesso, nel romanzo Diario di un‘astronauta di Naomi Mitchinson (1988). La protagonista di mestiere fa l'esperta in comunicazione, l'interprete con creature di altri mondi, con altre forme di vita cosciente (che però assomigliano tanto ad animali di varie specie). Ella parla, comunica in vari modi, tramite le parole, la mente, il corpo, con marziani, volpi artiche, bruchi, e altri esseri più o meno strani. Ricordo che Naomi Mitchinson era una militante su vari problemi di giustizia sociale e per l'emancipazione della donna, ed era figlia di J.S. Haldane e sorella di J.B.S Haldane, e dunque era sempre vissuta in un ambiente di naturalisti. Nel libro, l'esplorazione oltre il pianeta Terra ha fatto scoprire mondi nuovi, con sistemi etici diversi, «ancora più complicati del nostro, specialmente in presenza non di una sola, ma di due o più specie dominanti». In questo modo, «ci si abitua ad assumere punti di vista bizzarri» (quasi inevitabilmente il pensiero corre a Giordano Bruno e ai suoi infiniti mondi). Gli esseri incontrati assomigliano a bruchi, stelle di mare, delfini e altro ancora. «Calarsi nella pelle del proprio interlocutore è una tecnica elementare di comunicazione» racconta l'astronauta, che comunica grazie all'empatia, qualità tipica delle donne: «Ho sempre pensato che la biologia e, ovviamente, la comunicazione sono essenzialmente lavori, e motivo di vanto, adatti alle donne». E ancora: «Il mio ruolo era quello di adattarmi all'interlocutore come una ballerina al suo cavaliere. Per questa ragione, come ho già detto, ritengo che la scienza della comunicazione sia essenzialmente femminile». Si tratta di un'empatia in parte innata, ma non rozza e spontanea, anzi, affinata e coltivata in anni di studio. «Chi è troppo sicuro di sé e troppo impermeabile non potrà mai essere un buon esploratore», dichiara la protagonista, ricordando che l'umiltà è uno stadio necessario da attraversare, per fare quel mestiere. La mia proposta è quella di accettare che esistono altri punti di vista intelligenti sull'universo, sulle cose, quelli delle varie, infinite specie animali. Si occupa di comunicazione anche con gli animali terrestri, l'astronauta, e a proposito dell'abitudine di mangiar carne dice: «Sono convinta che una persona che si occupa di comunicazione non potrà mai accettare questa cosa [essere carnivori, N.d.R.]: non esiste, infatti, nessuna forma vivente commestibile sulla terra che non riesca a suscitare almeno un po' di empatia in ciascuno di noi»[21].
Molto diversi da questo modo fantastico di comunicare sono i tentativi di lanciare messaggi davvero effettuati, tecnologici e logici. Li racconta Giannina Poletto nell'enciclopedia Astronomia. Alla scoperta del cielo, ed. Curcio 1983, voce "La vita nell'universo", vol. III, pp. 938 e segg. In questo caso, ovviamente, la comunicazione è rivolta a esseri lontani, nel tempo e nello spazio, manca il rapporto, la vicinanza, che rende possibile uno scambio come nel libro di fantascienza. Mi piace però contrapporre queste due modalità, come estremi delle varie gradazioni del comunicare, dal più sensoriale-empatico al più freddo, razionale e privo di ogni contatto. Il primo è in un romanzo, dunque nella fantasia, mentre il secondo è scientifico e reale. Ma in pratica i risultati verso i marziani o i venusiani sono gli stessi, mentre verso gli "altri" esseri intelligenti già presenti sul nostro pianeta - gli animali - il primo funziona meglio del secondo. Nel 1972 alla sonda Pioneer 10, che andava verso Giove, «Si aggiunse una specie di cartolina spaziale, il cui contenuto fu frettolosamente studiato», racconta la Poletto. Nella "cartolina" - una placca di alluminio dorata - si vedono un uomo e una donna, nudi (dai tratti occidentali e senza difetti fisici), rappresentati realisticamente, e altri segni di meno immediata lettura. Li descrive la Poletto: «L'altezza della donna è ricavabile moltiplicando la lunghezza d'onda emessa dall'atomo di idrogeno durante la transizione illustrata in alto nella figura, per 8: tale valore è scritto, sempre in codice binario, tra le due barrette orizzontali che delimitano, sulla destra, la figura femminile. La posizione del sistema solare è ricavabile dalla "raggiera" sulla sinistra del disegno, che raffigura la posizione di 14 pulsar». Insomma, un messaggio che puntava "alto". L'ipotesi era che: «La scienza possa essere un terreno comune a qualsiasi civiltà tecnologica». Nel 1977 furono i Voyager a far da «messaggeri della nostra civiltà: Dopo essere passati vicino a Saturno, a Urano e Nettuno, verso il 2000 le sonde lasceranno per sempre il sistema solare portando a bordo un disco con segnali convertibili sia in immagini che in suoni». In questo caso il messaggio era artistico, il disco conteneva musiche (di Bach, Beethoven e Stravinsky, nonché folcloristiche), «attribuendo alla musica un analogo (alla scienza) carattere di universalità» commenta Poletto.
   Anche la Poletto fa il confronto tra altre civiltà extraterrestri e altre specie (un topos della fantascienza) e scrive che nei confronti di esseri con un'intelligenza diversa e difficile persino da immaginare «potremmo trovarci nella situazione di un animale inferiore che debba figurarsi la complessità delle psiche umana». L'esempio riportato è quello dei delfini (Tursiops truncatus), mammiferi marini il cui grado di intelligenza, noto anche al grande pubblico[22] «è tuttora non ben definito, ma si pensa che possa essere confrontabile con quello umano [...]. Delle loro caratteristiche quelle che qui ci interessano sono la complessità e il peso del cervello, fattori che sono associati, sia pure grossolanamente, al grado di intelligenza». Comunque, anche la Poletto si accorge che è necessario superare la mentalità antropocentrica per cui si è inclini a considerare come inferiore quanto non corrisponde a manifestazioni tipiche dell'uomo.

10) Conclusioni
Ho parlato degli universali della comunicazione tra esseri umani e animali che considero necessari, i "bio-universali", le basi biologiche che rendono possibile la comunicazione. Questo non vuol dire che escludo gli apporti della cultura e in particolare della cultura istituzionalizzata. Non vuol neanche dire che l'empatia sia sufficiente a capire gli animali, ci vogliono anche studio e conoscenza scientifica. Penso sia necessario però un sapere che non neghi le sue radici, la sua origine e, al contempo, non si appiattisca sul quotidiano, sulla mera sopravvivenza biologica. Ciò che si intende normalmente con sapere, e soprattutto con sapere scientifico, si può rappresentare come qualcosa di elevato, che punta verso eteree altitudini, senza contatti con la terra, senza linee curve, non turbato dal corpo. Chiameremo questo il sapere maschile (sto schematizzando). Dall'altra parte, ci sono le quotidiane e noiose cure femminili, claustrofiliche, ripetitive e circolari, risucchianti verso il basso. Come via di uscita (fosse così facile!) propongo di nuovo l'immagine della spirale, qualcosa di circolare ma che si eleva, guardando avanti e indietro, senza dimenticare le radici, ma senza farcisi ancorare (anche nella spirale però non c'è il corpo, ma almeno ci sono le curve).
Scrive Luisa Muraro in un libro del 1981 già citato (Maglia e uncinetto, pp. 70 e 73):

Ci interessa trovare una strada per un sapere che renda conto, nella sua stessa forma, di quella realtà materiale che ci muove e qualche volta ci agita, quasi a nostra insaputa. Se c'è un modo di attivare la produttività simbolica del nostro essere corpo, donna, uomo, del nostro avere certi piaceri e certi interessi, di trovarci qui o là a fare questo o quello. [...]. Perché i corpi, i piaceri, i gesti, le pulsioni non possono valere per se stessi come principio di sapere e intelligenza?
 
Il mio vorrebbe anche essere un tentativo di creare una mitologia femminile. A questo fine strumentalizzo un po' gli animali, scegliendoli come "terza via" tra l'accudimento casalingo e le grandi imprese. Come qualcosa di generale, nel senso di non particolare, ma nello stesso tempo molto vicino. Nella cura degli animali (si pensi per esempio a un orfanotrofio per piccoli elefanti in Africa, a una stazione di reintroduzione degli oranghi in Borneo e così via) immagino unite avventura e affetto, paesaggi esotici e maternage, altruismo e piacere, ecc.
Gli uomini hanno infinite mitologie: la guerra, la scienza, la civiltà, la conquista, persino la pisciata in comune. Grandi e belle cose, certo, ma intrecciate di dolore, violenza, meschinità, sangue e calzini sporchi. Questo "lato oscuro" però di solito non viene esplicitato.
Non intendo neanche dire che le donne siano migliori o più buone degli uomini. In molte specie non umane le femmine sono più intelligenti, perché devono far sopravvivere ed educare i piccoli; il salto culturale della specie umana ha però cambiato questa situazione. Inoltre, la capacità empatica va coltivata, mentre di solito viene repressa con l'accusa di emotività o limitata alle persone con cui si hanno geni in comune (famiglia). I grandi etologi (Lorenz, Tinbergen, Lehyausen, Schaller) sono maschi (anche perché le donne hanno sempre avuto e continuano ad avere difficoltà, che qui non è il caso di ricordare, a ottenere riconoscimenti sociali in tutti i campi). Ma per questi etologi, oltre allo studio e alla ricerca scientifica, c'era la familiarità con gli animali. La teoria non basta[23]. Essi vivevano con gli animali, li allevavano, se li portavano in casa, ci giocavano e così via. La comprensione e la comunicazione avevano insomma altri canali, oltre a quelli codificati dalla comunità scientifica[24]. L'etologo Enrico Alleva racconta (1990) come fin da ragazzo accogliesse in casa rospi, ramarri, ratti e pipistrelli e ringrazia sua madre per la pazienza con cui ha sopportato tutti questi ospiti. Secondo Alleva, inoltre, gli studiosi di comportamento animale stanno rivalutando e sottoponendo a indagini scientifiche l'empatia[25].
Devo anche specificare quale è la mia "regione", il campo di sapere in cui ho cercato il logos. Non è la veterinaria, non è la zoologia. È (vorrebbe essere) la zooantropologia, lo studio del rapporto tra esseri umani e animali. Una disciplina che sembra inesistente, in Italia, ma che è coltivata in molti altri paesi (USA, Francia, Austria ecc.), con pubblicazioni, corsi universitari, convegni, libri, ecc.[26]. Lo studio del legame tra uomo e animale è indispensabile, perché non può esistere l'oggettività nel parlare di animali; l'uomo interferisce sempre, in qualche modo, con gli animali di cui si sta occupando o con il loro ambiente[27].
Non voglio nemmeno attaccare o distruggere la scientificità, ma far notare che non si può ridurre tutto il rapporto con gli animali alla zoologia o alla veterinaria (senza per questo togliere valore, nei loro ambiti, alla zoologia o alla veterinaria). Come dice Hans Jonas, (1990, pp. 90-91):

In fondo quel che vogliamo dire è solo che la scienza naturale non ci dice tutto sulla natura. Di questo è indizio da ogni parte riconosciuto la sua incapacità di rendere conto, partendo dalle sue premesse, della coscienza e anche soltanto delle forme più elementari del sentire.
 
Ovvero, di nuovo, il riduzionismo metodologico è un ottimo strumento, mentre il riduzionismo ontologico è una iattura. Le cose che dico non sono molto originali, molti psicologi, antropologi, neurofisiologi, eticisti ecc. riconoscono, per esempio, la differenza dei generi maschile e femminile, l'importanza cognitiva dei sentimenti, l'empatia ecc. Ma quando si parla di animali tutto questo viene cancellato e gli animali vengono imprigionati nell'ideologia scientista.
  In certi momenti uso un concetto di comunicazione così allargato che quasi finisce per confondersi con quello di rapporto. Si ha comunicazione quando c'è rapporto, ma non sono sicura che ogni rapporto porti alla comunicazione. La comunicazione non porta necessariamente al rispetto e all'etica; molto spesso la comprensione è servita agli uomini per uccidere, sfruttare o almeno far lavorare gli animali. Comunque, per tutti, anche per chi non se ne accorge, il rapporto più o meno comunicativo con gli animali è inevitabile. A tavola, con la bistecca o il prosciutto nel piatto (prima di arrivare a quella pietanza ci sono secoli di comunicazione con le mucche e con i maiali); quando ci si mette una crema sul viso o quando si prende una medicina (tutti i prodotti che si usano sono sperimentati su animali). Il rapporto con gli animali, dunque, anche se occultato, è inevitabile e inevitabili sono i conflitti da esso suscitati[28]. Non è possibile tirarsi fuori, neanche diventando vegetariani, perché anche nella coltivazione dei vegetali c'è conflitto con alcuni animali, l'agricoltura che mangia le foreste è la peggiore nemica delle specie selvatiche, i pesticidi uccidono molte specie e, nel piccolo, si pensi agli spaventapasseri[29].
  A proposito della continuità evolutiva: non intendo dire che gli esseri umani siano "come" gli animali o animali come gli altri. Ogni specie ha le sue caratteristiche, compresa quella umana, che, indiscutibilmente, ha delle capacità culturali, tecnologiche e di potere superiori a quelle di tutti gli altri animali. Si tratta però di prospettiva. Se pensiamo agli ultimi cento o duecento anni della nostra storia, la differenza tra noi e gli animali è abissale. Se pensiamo a diecimila anni fa, la differenza è grande. Ma l'Homo sapiens si dice abbia solo duecentomila anni e a quei tempi probabilmente la differenza con gli animali sfuma parecchio. Se ci poniamo da un punto di vista ancora più lontano, milioni di anni, la differenza tra gli esseri umani (allora scimmioni) e gli animali si stempera fino a svanire. Si pensi, inoltre, agli uomini cosiddetti primitivi, ai "selvaggi", della cui appartenenza alla specie umana si discusse con serietà ancora nel secolo scorso. Subentra allora un altro problema: la definizione di essere umano. È comodo contrapporre ad "animale", anzi, ad animalità, la razionalità, la logica, il linguaggio, la scrittura, i razzi spaziali, l'energia atomica e il riscaldamento (per me, quest'ultimo, una delle più grandi conquiste dell'umanità). Queste sono caratteristiche che la specie umana ha da poco tempo (in termini evolutivi) e non in tutto il globo; il singolo essere umano non le possiede in tutti i momenti e non in tutta la vita. La rappresentazione dell'uomo adulto, razionale, maschio, sano, magari bianco, limita la varietà dei tipi e della vita umana. Nell'inconscio e non solo. Nei momenti cruciali della vita - nascita, infanzia, accoppiamento/riproduzione, vecchiaia, morte - la razionalità lascia il posto a sentimenti, emozioni, necessità, che abbiamo in comune con molti animali.


Note
1. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel libro collettivo Logos dell’essere, logos della norma, a cura di Luigi Lombardi Vallauri, Adriatica Editrice 1999.
Ci trovavamo a Firenze, nelle antiche e belle stanze del vecchio Dipartimento di Teoria e Storia del Diritto (poi è stato trasferito), ogni due-tre mesi, dal 1993 al 1996. L’idea, grandiosa e temeraria, di Luigi Lombardi Vallauri era indagare (cito dalle prime righe della sua introduzione, intitolata Dio o Logos? La grande visione d’insieme alla prova): “Se c’è del necessario intelligibile, del ‘che sta così e non potrebbe stare altrimenti’, in tutti i dominii della protologia, della natura e della cultura”. Eravamo una quarantina di persone, non tutte sempre presenti, studiosi di varie e diverse discipline, mossi dal desiderio di capire e discutere, e riuniti dall’autorevolezza carismatica del prof. Lombardi Vallauri. È stata una grande esperienza non solo intellettuale, ma anche esistenziale e spirituale. Ne è nato un volume collettivo di 1287 pagine, con 38 contributi. Ringrazio ancora Luigi Lombardi Vallauri per avermi coinvolta.
Nel mio saggio sono partita dalle descrizioni classiche e note della comunicazione con gli animali, cercando poi di smontare la retorica razionalista autoproclamatasi scientifica degli etologi ufficiali, quelli che vogliono far parlare gli animali come loro. Pian piano mi sono avventurata e piacevolmente avviluppata in tanti tipi di comunicazione non verbale, apparentemente non razionali ma molto ragionevoli e indispensabili alla vita, empatici e spesso di tipo “femminil-materno”. È stato un bel viaggio. Sono passati quasi quindici anni dalla stesura dello schema fondamentale della mia ricerca, dopo la pubblicazione, per esempio, ho conosciuto Franz de Waal e Marc Bekoff. E sono stati scoperti i neuroni specchio, una vera rivoluzione culturale. Ovviamente ora riscriverei questo testo in modo molto diverso, correggerei delle cose, ne aggiungerei tante altre, cambierei molte citazioni, eliminerei gli etologi italiani e così via. Dunque, lascio tutto com’era.
2. Gli scienziati preferiscono il termine "empatia" perché non ha le connotazioni ambigue che "simpatia" ha nel discorso comune. Numerosi filosofi hanno parlato di simpatia. Hume (Treatise of Human Nature, 1738, II, 1, 11) scrive: «Nessuna qualità della natura umana è più importante, sia in se stessa sia nelle sue conseguenze, della propensione che abbiamo a simpatizzare con gli altri, a ricevere per comunicazione le loro inclinazioni e i loro sentimenti per quanto diversi siano dai nostri o anche contrari». Per Hume, simpatia non implica alcuna identità di emozione o fusione emotiva. Adam Smith riprende l'idea di Hume e pone la simpatia a fondamento della vita morale, intendendo per simpatia «la facoltà di partecipare le emozioni degli altri, quali che siano» (Theory of Moral Sentiments, 1759, I, 1, 3). L'etologo Frans de Waal, in Naturalmente buoni propone un'interpretazione interessante: oggetto dell'empatia è la comprensione, mentre oggetto della simpatia è il benessere dell'altra persona.
3. Sull'intenzionalità o meno della "voce" o del linguaggio degli animali, si può vedere Latratus canis in «Micromega», n. 2, 1987, uno scherzo intellettuale di Umberto Eco che ricostruisce il dibattito antico su questo tema.
4. Questo affollamento mi ricorda sempre quello del Giudizio universale.
5. «La cavità orale dei primati non umani è meno duttile di quella umana in quanto il pavimento è meno mobile e la mandibola è più massiccia. Inoltre la cavità faringea dell'uomo è più adatta alla fonazione essendo più lunga di quella degli altri primati e finisce ad angolo retto nella cavità buccale; tale conformazione è una conseguenza della stazione eretta [...]. Dal punto di vista della fonazione, il cervello umano presenta uno sviluppo che altri primati non hanno». Dalla voce "Linguaggio" del Dizionario di etologia, op. cit.
6. A proposito di attaccamento e distacco scientifico negli uomini e nelle donne, mi sembra indispensabile il libro di Evelyn Fox Keller Sul genere e la scienza (Garzanti, 1987; ed. or., 1985). Non parla esplicitamente di animali, ma è come se ne parlasse, basta ogni tanto sostituire, col pensiero, "animale" a "oggetto di conoscenza scientifica".
7. Sulla scienza e in particolare sulla primatologia al femminile, cfr. Donna Haraway, 1989, Primate Visions. Gender, Race and Nature in the World of Modern science; Routledge, New York, London; Meredith F. Small (Ed.), 1984, Female Primates: Studies by Women Primatologists. Monographs in Primatology, vol. 4, New York. Su femmine, umane e non, ed evoluzione, cgr. Sarah Blaffer Hrdy, 1985, ed. or., 1981, La donna che non si è evoluta, Franco Angeli.
8. Gli animali hanno molto in comune con le donne. Fondamentale per entrambi è essere quasi sempre ridotti a simboli di altro. Oggetti su cui il Soggetto scrive e legge quel che desidera.
9. Intervento al convegno "Noi e gli altri animali", organizzato da varie associazioni animaliste, Firenze 1987.
10. Si pensi al vocabolo stesso: prendere e comprendere, in italiano; capio in latino; ergreifen e begreifen in tedesco.
11. Lorenz parla di Helen Keller, la bambina cieca e sorda educata da Anne M. Sullivan alla fine dell'Ottocento, a proposito della esistenza di forme espressive geneticamente definite nella nostra specie. Lorenz mette in evidenza la mancanza di scientificità dell'educatrice, commentando che ciò fu una fortuna, perché furono proprio la non preparazione scientifica e la partecipazione affettiva, simpatetica della Sullivan a contribuire al "miracolo". Nel resoconto di Lorenz, noto che la bambina cerca di comunicare la prima parola imparata scrivendola sulla zampa del suo "amato" cagnolino e un altro passaggio importante della sua crescita si ha quando trova i piccoli appena nati della sua cagna. Anche in questo caso sembra chi i pet abbiano una significativa funzione di comunicazione affettiva. Numerose ricerche hanno proprio usato cani e gatti per instaurare una comunicazione con bambini autistici.
12. Il filosofo americano Tom Regan ne I diritti animali (Garzanti, 1990, ed. or. 1983) considera gli animali come «punti di vista sul mondo» e, in quanto tali, dotati di valore inerente e dunque di diritti.
13. Elisabeth Marshall Thomas, ne La vita segreta dei cani, libro che ha avuto un grande successo di pubblico, scrive: «Il nostro mondo è il loro habitat naturale». Si riferisce ai cani, ma questo giudizio è ormai valido per molte altre specie.
14. Anche Regan, op. cit., inizia la sua dimostrazione dei diritti animali con una confutazione di Cartesio.
15. Sulla domesticazione, consiglio, invece dei tanti testi scientifici, il breve racconto di Rudyard Kipling "Il gatto che se ne andava da solo" (in Storie proprio così, ed. or., 1902).
16. Per una critica all'antropomorfismo, cfr. M. Midgley, Perché gli animali? già più volte citato. Il capitolo 11 è intitolato proprio "Che cos'è l‘antropomorfismo?". La Midgley descrive la costruzione di questo concetto, affermando che tutte le idee dell'uomo «sono costituite da elementi umani e sono espresse nel linguaggio umano»; ma soprattutto spiega perché, per parlare di animali, gli zoologi - e soprattutto i comportamentismi - hanno utilizzato termini diversi da quelli che si usano per l'uomo (per esempio, allarme invece di paura, zampe invece di piedi o mani, muso invece di viso ecc., e non solo nella lingua italiana). Commenta la Midgley: «Il disagio che queste parole suscitano non ha una motivazione scientifica, ma metafisica. È una terminologia sospetta, non perché sia inutilizzabile, ma perché ci impegna nei confronti di una posizione filosofica che non intendiamo accettare» (p. 142).
17. Le teorie di Darwin giocarono un ruolo importante sulle scoperte psicoanalitiche di Freud. Su questo, cfr. Lucille Ritvo, Darwin e Freud, Il pensiero scientifico editore, 1992; ed. or. 1990.
18. A proposito della presenza degli animali, scrive Giuliana Lanata nella premessa a Filosofi e animali nel mondo antico (Centro di bioetica di Genova, Edizioni Ets 1994): «Quale che sia l'importanza che filosofi e moralisti antichi sono disposti a riconoscere e ad attribuire a essi, gli animali si aggirano nelle loro pagine con una frequenza proporzionale a quella che era la loro visibilità nel mondo antico, sia agreste che urbano» (p. 9) e prosegue con un lungo elenco delle presenze animali, anche nell'ambito del sacro. La Lanata cita Liliane Bodson (una degli altri coautori di questo libro) quando dice «ma per vedere gli animali occorre volerli e saperli vedere; e per saperli vedere occorrono, quanto meno, affetto e simpatia» e continua: «Affermazione, questa, che può bastare da sola a farsi dare da molti da signora col cagnolino, come proclamarsi storica delle donne può bastare da solo a farsi dare da menade; e in entrambi i casi, quello delle studiose degli animali e quello delle studiose delle donne può bastare per vedersi contestata la "scientificità" delle proprie ricerche» (p. 10). Ritrovo qui l'analogia tra donne e animali e la simpatia contro la "scientificità".Sulla presenza di animali da compagnia in varie culture, cfr. James Serpell In the company of animals, Basil Blackwell, Oxford - New York, 1986; sulla fondamentale importanza degli animali domestici (nel senso di animali da reddito) nella nostra civiltà, cfr. A. W. Crosby, Imperialismo ecologico, Laterza, 1988, ed. or. 1987. Ancora sulla presenza degli animali nella storia, cfr. Robert Delort, L'uomo e gli animali dall'età della pietra a oggi, Laterza, 1987, ed. or. 1986 e Morus (Richard Lewinsohn), Gli animali nella storia della civiltà, Einaudi, Torino, 1956, ed. or., Hamburg, (senza la data). Sulla presenza degli animali nella giurisprudenza antica, cfr. Carlo D'Addosio Bestie delinquenti, Flavio Pagano editore, 1992, ed. or., Luigi Pierro, 1892.
19. Walter Maioli, Il suono e la musica, Jaca Book, 1990.
20. Questa osservazione mi è stata comunicata dall'ornitologo Guido de Filippo della Lega Abolizione Caccia.
21. A proposito di fantascienza, animali e empatia, non posso non citare il film "Blade Runner" di Ridley Scott (1982). Il libro da cui è stato tratto questo film è di Philip K. Dick e si intitola Do androids dream of electric sheep? Nel film manca, come nel titolo italiano del romanzo (Cacciatore di androidi, Editrice Nord, 1986) quello che nel libro è una tematica costante e fondamentale, il valore degli animali.La guerra e l'inquinamento hanno ucciso quasi tutti gli animali. Molti umani sono emigrati su altri pianeti con gli androidi (robot altamente perfezionati) come schiavi. Per i pochi sopravvissuti la cosa che più ha valore, economico e affettivo, sono gli animali. Per distinguere gli uomini dagli androidi, questione molto difficile, c'è un test, che viene continuamente perfezionato, in parallelo al perfezionamento degli androidi. Il test misura le capacità di empatia, di partecipazione emotiva, con gli altri esseri viventi. Potrebbe sembrare la prova per entrare in un'associazione animalista, il test per scoprire gli androidi. Cita tartarughe e borse di pelle e misura la conseguente reazione emotiva. Chi ce l'ha è un umano, chi no, è un androide. Tutti gli animali sono preziosi e sono gli unici esseri con cui gli uomini - gli animali umani - possono avere una comunicazione e non il freddo senso di morte degli androidi.
22. Per provare l'intelligenza dei delfini sono stati eseguiti su di loro molti esperimenti, anche crudeli. Sembra che per noi la conoscenza sia sempre effrazione.
23. A proposito della teoria come rottura dell'antica simpatia tra uomo e animale, indispensabile è il libro di Mario Vegetti, Il coltello e lo stilo, Il Saggiatore, 1979.
24. Anche molti studi etologici portano disagio o sofferenza agli animali (gli animalisti parlerebbero di vivisezione), sia sul campo che in laboratorio. Anche per dimostrare l'intelligenza o la coscienza animale si fanno esperimenti crudeli. Lo si legge in molti trattati etologici, ma in particolare cfr. Donald R. Griffin, Cosa pensano gli animali (Laterza, 1986), uno dei pochi assertori della coscienza animale che comunque riporta esperimenti di questo tipo senza criticarli. Quando si tratta di animali, dai dati di fatto non vengono tratte implicazioni morali. Su questo, vedi James Rachels, Creati dagli animali. Le implicazioni morali del darwinismo, Comunità 1996 (ed. or., 1990).
25. Comunicazione personale.
26. Negli USA, per esempio, esiste la Delta Society, che pubblica la rivista «Anthrozoös».
27. Tra gli altri, cfr. Hans Jonas (op. cit.), Bill Mc Kibben, La fine della natura, Bompiani, 1989. Sulla inevitabilità della relazione in generale, cfr. anche la voce "Comunicazione" dell'Enciclopedia Einaudi.
28. Una parte importante della tradizione "animalista" si rifà, più o meno coscientemente, a filoni culturali pitagorici o neoplatonici. Schematizzando, rispetto per gli animali significa allora vegetarismo, ascesi, astensione ed elevazione dalla carne (nei due sensi) e dal mondo materiale. Questo può anche diventare allontanamento dalla "natura" (con tutte le ambiguità e difficoltà di questo termine). Sempre schematizzando, in certo modo più aristotelica è invece la tradizione naturalistica, quella del sapere di allevatori, cacciatori e vivisettori. La tradizione neoplatonica appare più affascinante, pura e spirituale. Ma è con i prodotti ottenuti dall'altra tradizione che curiamo gli animali e con questo sapere che cerchiamo di salvare la natura. Qui subentra anche il complicato rapporto tra conoscenza e azione e, entrando più nello specifico, tra conoscenza e protezione delle specie animali e vegetali.
29. I conflitti sono inevitabili e dunque vanno gestiti, anche con le norme giuridiche. Le diverse norme di legge regolano - con più o meno giustizia ed efficacia - la diversità dei rapporti con gi animali.