Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel volume T. Curtis - R. Dellar - E. Leslie - B. Watson (ed.), Mad Pride. A Celebration of Mad Culture, Spare Change Books, London 2000, col titolo "Mad Pride and Prejudice". Il Mad Pride, di cui Esther Leslie è membro, vorrebbe essere per tutti coloro che il sistema etichetta come "malati di mente" ciò che il Gay Pride è per gli omosessuali: non solo la rivendicazione orgogliosa della propria diversità e la richiesta di diritti, ma un luogo dove riflettere criticamente sulla nozione stessa di "sanità mentale" e sui meccanismi di repressione sociale che si basano su di essa.

Traduzione di Marco Maurizi.
Testo originale
Esther Leslie
La malattia mentale: orgoglio e pregiudizio

La divisione della pazzia

Solitamente si parla di pazzia come se si trattasse di una grandezza nota, fissata per l'eternità. Ma non è così. La forma della pazzia cambia nel tempo e, parimenti, slitta il modo in cui essa viene compresa e "trattata".
In Europa, ad esempio, la comprensione di essa cambia quando le vecchie strutture feudali vengono sbalzate in quelle nuove del capitalismo. Duecento anni fa, mentre la borghesia eruopea in ascesa combatteva per stabilire nuove forme economiche e politiche, la follia venne ri-definita in accordo alla rivalutazione del concetto di "ragione": la malattia mentale è la perdita della ragione. La cura significa la reintroduzione di questa ragione assente e i dottori e i filosofi dell'epoca credono che essa possa essere reintrodotta attraverso occupazioni utili e l'interiorizzazione dell'ordine.
Questo segnò una rottura con ciò che accadeva in tempi ancora feudali. Al matto veniva assegnato un posto nella società feudale: era protetto e incorporato nella famiglia, nel villaggio o nella comunità. Nuovi aggiustamenti economici durante il XVII e il XVIII secolo spostarono invece i malati di mente dentro le case-lavoro, nelle prigioni e negli ospizi per poveri. Essi divennero parte di una crescente classe di diseredati e non furono adeguatamente distinti da altre categorie di "fuorilegge" -- poveri, vagabondi, criminali -- per vedersi garantite istituzioni speciali. Tuttavia, verso la fine del XVIII secolo, furono intrapresi tentativi di riforma. I pazzi vennero rimossi dalla vita ordinaria, vennero separati dagli altri devianti e posti in apposite case, aventi per finalità la loro guarigione e reintegrazione nella società. Si introdussero dottori in queste case di cura per la malattia mentale, case che erano spesso costruite lontano dai centri cittadini in modo da garantire un maggiore isolamento e occultamento di coloro che erano stati ufficialmente dichiarati "pazzi". Se nel medioevo e nel rinascimento la follia era un'esperienza capace di esprimere verità essenziali sul mondo, nel periodo dell'illuminismo essa fu messa a tacere, perché non poteva esserci verità in quei regni dove la ragione non regnava. L'intermento del pazzo nelle istituzioni terapeutiche fu il risultato di un ripensamento circale cause della follia e la possibilità dicurarla.

La ragione e i dolori del giovane borghese

Prima del 1600 la discussione ufficiale sulla melanconia e sulla mania si muoveva ancora all'interno della teoria dei quattro umori e delle qualità che dominano quando gli umori non si trovano in equilibrio. Questa nozione di causalità legata alle "sostanze" venne però progressivamente sostituita dal concetto di movimento di qualità. L'attenzione cioè non si concentrò più sul corpo, la cui produzione di bile e di liquidi era fino ad allora ritenuta essere la causa della perdita di controllo. Piuttosto, si disse, è l'anima che deve essere esaminata minuziosamente. Non erano quindi più in questione le sostanze fisiche degli umori: ci si doveva occupare di idee. La patologia prese il posto della fisiologia. Il mito degli umori scomparve e nel nuovo paradigma si parlava solo di qualità ordinate e regolari, interpretate in termini psicologici. Per esempio quelle che erano state precedentemente interpretate come tensioni caldo-fibrose mutarono nell'idea di un'esagerata vivezza delle impressioni interne, un'eccessiva rapidità nell'associazione di idee e nella distrazione dal mondo esterno. Molto importante in questo nuovo scenario della follia è l'idea di ragione – poiché l'idea cardine dell'illuminismo è che ogni uomo possiede la ragione, altrimenti non è pienamente un uomo.
C'erano poche teorie medico-scientifiche sulla malattia nervosa. L'idea dominante era che "le passioni" fossero la causa di tutti i disturbi. La pazzia è originata da un eccesso di passione, una passione che è UNBRILLED dalla ragione e probabilmente scatenata da un amore infelice. La pazzia e la melanconia affascinarono perciò i letterati tedeschi nel XVII secolo. Visite a ospedali, prigioni e ricoveri per alienati appartenevano all'itinerario delle persone colte che soggiornavano in una città straniera.
Tutto un filone letterario sulla pazzia cominciò ad essere prodotto ed esso rifletteva le idee dominanti del tempo. Il suicidio era giudicato principalmente una conseguenza di una "malattia dell'anima" e come tale era il risultato di una relazione disturbata con delle forze psichiche che la ragione non riusciva più a governare. Il fatto che la ragione era assente presupponeva, in un certo senso, l'incurabilità di tale "malattia", poiché come poteva mai la ragione assente tornare indietro e inserirsi di nuovo in modo da recidere quelle passioni? Era ovvio che tali manifestazioni di eccesso sentimentale dovessero risultare necessariamente in una "malattia mortale".
Johann Wolfgang Goethe espresse tutto ciò, come noto, nel suo romanzo epistolare di amore non corrisposto, alienazione e suicidio I dolori del giovane Werther, pubblicato nel 1774 (con una seconda edizione nel 1787):

...parliamo di malattia mortale quando la natura è così severamente attaccata e la sua forza talmente esausta, incapace di fare alcunché, che non è in grado di riprendersi e, non importa quale lieto cambiamento possa aver luogo, essa è incapace di ripristinare il corso normale della vita...Osserva un uomo nella sua naturale condizione di isolamento; considera come le idee abbiano effetto su di lui e come le impressioni lo affettino, fino a che una violenta passione prende possesso di lui, distrugge tutte le sue capacità di riflettere con calma e lo rovina completamente. [1]

La natura umana può "...sopportare un certo grado di gioia, dolore e sofferenza, ma collassa non appena questo viene superato" [2]. Il suicidio è una malattia e, naturalmente, una malattia fatale: "La natura non può trovare una via d'uscita dal labirinto della confusione e della contraddizione e perciò la persona è destinata a morire". [3] Il libro di Goethe racconta infatti la storia di un giovane che soffre di un amore non corrisposto fino alle ultime conseguenze, togliendosi la vita. Il libro fu un best-seller e divenne famoso, dando occasione alle donne alla moda di leggere, lasciarsi trasportare dall'empatia e piangere. La "febbre di Werther" spazzò la Germania e un discreto numero di giovanotti vestiti in costume wertheriano (panciotto giallo e soprabito blu) si facevano, come lui, saltare le cervella.
Sulla sensibilità (1755) di Moses Mendelssohn afferma che una persona razionale non ha alcuna scusa per commettere il suicidio. La persona che permette all'anima di venire oscurata dalla passione deve essere ritenuta responsabile per la sofferenza e il dolore che prova. Spiess nel suo racconto di amanti alienati, sedotti e abbandonati ( Biografia di un pazzo ), definisce il miserabile "l'autore della propria infelicità". [4]
Allo stesso modo, anche l'eroe dal cuore infranto di Goethe insiste sul fatto che non è il mondo ad essere responsabile per la sua sofferenza e a spingerlo verso il suicidio ma lui stesso:

Mi sento fin troppo bene a sapere che tutta la colpa sta in me...in me si nasconde la radice di ogni miseria. [5]

Comunque, pur riconoscendo che la spinta al suicidio è interna, il libro di Goethe -- in contrasto con l'attitudine prevalente del tempo -- non condanna il suicidio in modo moralistico. Il suicidio è associato a gesti eroici, con l'affermazione dell'autonomia. [6] Il suicidio -- causato dalla depressione -- è in contraddizione con la fede illuminista nella perfettibilità umana e nell'organizzazione razionale della società. Ma si tratta di una battaglia sulle forme stesse di razionalità e ragione. Werther oppone un principio-di-vita soggettivo all'ordine borghese. Il ritmo della vita è il ritmo delle stagioni; la vera razionalità si trova all'interno della natura, non all'interno della giostra e degli affari disumani della società borghese. Attraverso Werther, Goethe mette in questione l'ideale borghese della "ragione" o "razionalità" e investiga le contraddizioni della libertà individuale e della conformità all'ordine sociale. Illustra la natura sensuale degli uomini che si erge contro le categorie imposte dall'ordine sociale. Il suicidio di Werther è inevitabile e coatto e tuttavia, togliendosi sua vita, riafferma anche il proprio "autocontrollo" e la propria autonomia – entrambi ideali illuministici. Insiste sui suoi diritti mentre muore con un'autarchica autocoscienza e una comprensione della situazione. La consapevolezza dell'autodeterminazione lo consola: "...per quanto possa sentirsi isolato preserva ancora nel cuore il dolce sentimento della libertà e sa che può lasciare questo carcere quando vuole". [7] Il suonatore di arpa, in un'altra successiva opera di Goethe, L'apprendistato di Whilem Meister (1796), porta con sé del veleno per assicurarsi la stessa libertà di scelta.
Lo studio di Goethe sulla melanconia era un prodotto della filosofia orientata antropologicamente del tardo diciottesimo secolo, in cui gli intellettuali progressisti si impegnarono in un intimo studio della nozione di umanità. Per taluni settori dell'intellighenzia, l'illuminismo era visto come una rivoluzione interna alla persona. In Germania la particolare coloritura di questa ricerca dell'anima era un prodotto della distanza effettiva degli intellettuali da qualsiasi potere politico reale. Goethe era stato parte del movimento dello Sturm und Drung , un gruppo di "giovani arrabbiati" che furono coinvolti in questioni di psicologia individuale. Il "Giornale di psicologia sperimentale" di Moritz (1783-93, Berlino) conteneva una collezione di rapporti di viaggi nel "profondo" dell'uomo, per osservare insoliti fenomeni psichici. Dottori, insegnanti, predicatori e altri "amici della verità" presentarono innumerevoli casi patologici o psichiatrici di nevrosi, depressione e così via. I disturbi mentali erano poi spesso messi in relazione con cause psicologiche e le cure suggerite si muovevano nel regno del trattamento psicologico e della "amministrazione morale". Anche qui si può percepire lo slittamento dal trattamento corporeo all'approccio mentale, psichico. Goethe si mostrava parte di questa tendenza generale quando ricercava le cause interne della melanconia di Werther.
L'intellettuale borghese tedesco del diciottesimo secolo, cui era negata ogni egemonia da un regime oppressivo e autocratico, cade in una melanconia che lo distoglie da un mondo che è ancora in possesso della nobiltà. I rifugiati della melanconia borghese si estraniano dalla società per poter godere della propria "solitudine". Le cause della melanconia vengono di conseguenza situate dentro l'individuo. La tragedia di questa melanconia è il condotto sempre più stretto verso l'interno, la cui sola destinazione è l'assoluta rimozione dall'ordine oppressivo. Il viaggio dentro l'io lavora sull'io: l'ego crolla, il sé si disperde alla scoperta di frammenti, impulsi, sogni, fantasie, con il fine di realizzare l'assenza dell'io dal mondo della quotidianità. Questa perdita della razionalità può anche avere le proprie compensazioni, assicurando la rimozione del fardello dell'attualità. Heinrich, il folle del villaggio che Werther incontra, è più felice quando completamente al di fuori della ragione, oltre se stesso:

Dio del cielo! È questo il destino dell'uomo? Essere felice solo prima di aver acquisito la ragione e dopo averla persa! [8]

Se la sola strategia di resistenza all'alienazione è l'auto-isolamento e il viaggio all'interno della propria anima, tuttavia anche dentro questi sepolcri di pietra potevano albergare le cause e la possibilità di una cura. I filosofi tedeschi e i dottori filosofici caratterizzarono la pazzia come una forma di malattia dove le facoltà "mentali" di una persona malata cadevano in confusione e portavano all'ossessione con un' idée fixe , ad allucinazioni o a un'intensa tristezza. La più diffusa teoria della pazzia faceva riferimento alla concezione della persona sviluppata negli scritti antropologici del filosofo tedesco Immanuel Kant. Kant affermava che la persona era un "essere libero d'agire" o un "essere auto-determinantesi dotato di ragione". Kant postulava che solo il soggetto stesso – affermando la propria ragione – può curare la propria pazzia e liberarsi dalla "immaturità mentale". Solo il soggetto può salvare se stesso, e tuttavia, allo stesso tempo solo il soggetto (o si suoi consanguinei) lo hanno messo in una tale posizione.
Per Kant non ci sono cause della malattia mentale. La pazzia è innata ed ereditaria, non provocata da fattori esterni, sociali. È la disposizione di una persona, come nel caso di Werther e di un altro personaggio di Goethe, Lila la pazza, che sta "sempre troppo poco sulla terra coi suoi pensieri". [9]
Nel 1798 Kant scrisse:

Si afferma spesso la natura casuale di questa malattia, in modo da pensarla non come ereditata ma acquisita, come se tutta la colpa dovesse ricadere sull'infelice. "È diventato matto attraverso l'amore"... Ma innamorarsi di una persona inadeguata, nei confronti della quale ogni pensiero di matrimonio sarebbe la più grande follia, non è la causa ma l'effetto della follia. [10]

La causa è interna; la follia, per Kant, è "un disturbo ereditario della mente" e "l'esplosione di un disposizione squilibrata" ( verrückt ). La "immaturità mentale" significa una "intelletto" caratterizzato da "debolezza rispetto alla capacità di esercizio". La ragione è assente. Queste debolezze si trovano nelle donne, nei bambini e nei pazzi. La follia esclude quindi la possibilità di raggiungere la "maturità mentale":

È inutile tentare qualsiasi azione perché si tratta di poteri del soggetto su cui non è possibile intervenire (a differenza dei casi di malattia fisica) e perché solo l'auto-esercizio della ragione può raggiungere il suo scopo, ogni altro metodo di cura è destinato ad essere infruttuoso a questo riguardo. [11]

Questa è veramente una malattia che accompagna il soggetto fino alla morte. Kant continua così la sua esposizione della follia:

La tendenza al volgersi a proprio sé assieme alle conseguenti illusioni dei sensi interni può essere ricondotta all'ordine solo riconducendo la persona nel mondo esterno e con ciò nell'ordine di cose che si trova di fronte ai sensi esterni. [11]

Una volta che l'esercizio del senso comune si interrompe, il soggetto non è più una persona o un ente morale. Tutto ciò presuppone infatti la sua capacità di integrazione in una comunità.

L'unica caratteristica generale della follia è la perdita del senso comune ( sensus communis) e del suo necessario correlato: il senso individuale ( sensus privatus), come ad es. quando alla chiara luce del giorno una persona vede una luce fiammeggiare sul suo tavolo che non può essere vista da nessun'altra persona presente, oppure sente una voce che nessun altro può sentire. Si tratta infatti di un test necessario per valutare la correttezza de nostri giudizi così come la sanità del nostro intelletto che noi li condividiamo con altri e non restiamo isolati con i nostri ma che al tempo stesso giudichiamo pubblicamente sulla base delle nostre idee private. [12]

Ora la falla nella psichiatria di Kant diventa evidente. Kant postula che il soggetto stesso, in una perdita di "senso comune", produca la follia, che consiste nel dipingersi il soggettivo come oggettivo. Questa è la "volontaria immaturità mentale", un'espressione che implica colpa e immoralità. Ma l'origine della pazzia è anche vista come l'effetto di una "natura particolare", ereditata o innata. Questo dovrebbe precludere ogni critica morale. Ma in qualche modo Kant sostiene che l'irragionevolezza è sia prodotta dal soggetto sia una natura innata del soggetto -- è, cioè, una "colpa incolpevole".
Il filosofo Georg Lukács ipotizza che il dilemma di Kant sia una conseguenza della struttura della società borghese. Qui, dove i legami "naturali" sono stati fatti esplodere (attraverso la rottura del fisso ordine agricolo-feudale) e scambiati con rigidi legami ugualmente "naturali" [ self-generated ndt.] -- ovvero la personalità borghese fissata sull'accumulazione e sull'ordine. In quanto la violenza contro di esso lo necessita, il soggetto borghese è ancora un soggetto non libero. La violenza della razionalità contro se stessa - l'imposizione kantiana della non libertà nell'atto di esercitare la ragione -- è comparabile allo status del malato di mente che è soggetto alla regola di una idée fixe. Il manicomio è l'operazione esteriorizzata della "ragione". Invece dell'auto-amministrazione, qui essa implica l'"essere guidati dalla ragione altrui". Dentro e fuori il manicomio è la violenza della ragione a governare.

Dottori mesmerizzanti

Fino alla fine del diciottesimo secolo, il mondo del folle era popolato solo dall'astratto, impersonale potere che dirigeva l'isolamento. All'interno di questi confini tutto ciò che non era follia veniva escluso. Poi William Tuke, un quacchero filantropo, stabilì un elemento di mediazione tra i guardiani e i pazienti, tra ragione e follia, facendo costruire una casa di cura a York nel 1796. Un trattamento morale compassionevole era il fine dichiarato. Lo spazio isolato del manicomio che prima era riservato alla follia fu invaso dal prestigio dell'autorità confinante e dal vigore della ragione giudicante. Si cominciò a premiare l'autocontrollo e ad incoraggiare le occupazioni utili. Il custode ora poteva intervenire, senza violenza, strumenti di tortura e trattamenti da ciarlatano: senza ciò che nell'opera di Goethe Lila viene sintetizzato come "dissezione, siringhe, elettricità". [13] L'opera racconta la storia della baronessa Lila, la quale viene curata dalla malattia mentale. Dopo essere stata erroneamente informata della morte del marito è incapace di ricoscere chiunque. Quando il marito ritorna non riesce a riconoscere nemmeno nemmeno lui. Il dottor Verazio scopre che ella crede che suo marito è stato imprigionato da spiriti malvagi. Questi spiriti stanno cercando anche lei e lei deve trovare un modo di liberare il marito. Lila è stata sottoposta a misure brutali senza successo.

Tremo quando penso alle cure che sono state provate su di lei e rabbrividisco a pensare alle crudeltà a cui sarei stato costretto e quasi sono stato costretto per andare avanti con lei. [14]

Con la transizione alla nuova organizzazione "razionale" della società, si entra in un regno che opera a livello del linguaggio e dell'osservazione. La follia è considerata caratteristica di un essere squilibrato, "spostato"; ciò risulta evidente nella parola tedesca che indica la pazzia, Verrücktheit -- che letteralmente implica un tale spostamento. Se qualcosa o qualcuno è stato spostato, gli è stato fatto perdere l'equilibrio, allora quell'individuo o quella cosa posso essere raddrizzati di nuovo. Il folle può essere riportato indietro sotto la guida di una figura che è stata giudicata razionale. Così nella storia di Goethe è l'idea del Dottor Verazio che riporta Lila indietro nel mondo. La cura qui significa riportare la figura indietro dal punto in cui avevano deviato, in modo da provocare, infine, la desiderata auto-amministrazione.
Il dottor Verazio è la figura dell'autorità razionale. "Con la sua sottigliezza" [15] lavora senza tortura o stregoneria, usando solo la sua potente personalità. Appare uno psicoterapista ante litteram , un patriarca persuasivo che sa cautamente "dirigere l'anima". Questa è l'epoca scientifica dell'osservazione, della "dissezione dell'anima" di Moritz, e della scoperta delle condizioni individuali che permettono penetrare all'interno e di realizzare un percorso propriamente individuale per la cura:

"il dottore morale deve studiare queste malattie rispetto al modo in cui compaiono, alle cause e ai risultati, se intende curarle". [16]

E tuttavia l'aspetto violento rimane anche se latente. Il dottor Verazio vi fa ricorso quando sembra necessario. Persino nell'epoca della dichiarata umanizzazione della cura si infliggevano elettroshock. Questi vengono inflitti, ad es., quando i sogni di Lila appaiono troppo refrattari e resistenti alla ragione. La paura dissolve la fantasia con la sua concreta brutalità e il dottore pensa ai tipi di violenza e ingiustizia che potrebbero essere usati contro Lila per scuoterla dalla sua illusione. [17] Lo spauracchio di una terapia che può sempre trasformarsi in crudeltà non è mai lontana.
È significativo il fatto che il dottor Verazio sia un Magus . Michel Foucault illustra il nuovo ruolo del dottore dentro il sanatorio in questo periodo:

L'intervento del dottore nel manicomio non è condotta in virtù di un'abilità o di un potere medico che egli possiede in se stesso e che sarebbe giustificato da un corpo di conoscenze oggettive. Non è come scienziato che l' homo medicus ha l'autorità nel manicomio ma come un uomo saggio. [18]

La professione medica è qui richiesta come una garanzia morale e giuridica, piuttosto che come emissaria della scienza. Pinel scrisse:

Questa deve essere una legge inviolabile nell'amministrazione di ogni istituzione per la pazzia: ...garantire al malato di mente la libertà che permette la sicurezza della sua persona e degli altri, mettere in proporzione la repressione cui è sottoposto con la maggiore o minore serietà di pericolo rappresentato dalla sua deviazione...raccogliere tutti i fatti che possono servire ad illuminare il medico durante il trattamento, studiare con cura le particolari varietà di comportamento e temperamento e, in accordo con ciò, ad usare gentilezza o fermezza, termini conciliatori o il tono dell'autorità e di un'inflessibile severità. [19]

L'idea di una personalità forte che esercita la sua influenza su un altro soggetto era molto popolare nel pensiero medico, al tempo in cui Goethe scrisse Lila. A Vienna nel 1777, Mesmer guarì, almeno temporaneamente, il pianista cieco Marie Paradies. Questo fatto rese il "mesmerizzatore" famoso in tutta Europa. La donna era già stata soggetta a salassi, elettrificazione e simili. La teoria di Mesmer era basata su influenze psichiche più raffinate -- guadagnare la fiducia del paziente e dei parenti, l'uso terapeutico della musica, attraverso uno strumento chiamato armonica di vetro. Il magnetico Mesmer si considerava come il mediatore della guarigione in quanto riteneva che la propria terapia dipendesse dagli influssi benevoli di poteri cosmici. Il magnetismo -- il suo strumento di guarigione -- era considerato una materia sottile, simile alla luce (materia luminosa) che veniva irradiata sul sistema nervoso, guarendo la mente e il corpo. Questa è una combinazione di moderno pensiero psicoterapeutico, dove una forte figura patriarcale rinforza l'autorità attraverso la propria aura ("la tua parola, la tua voce mi attrae" [20]) e di credenze metafisiche in un potere cosmico e negli effetti curativi della natura. Tale potere ha un effetto direttamente sull'anima e sul corpo, sul fisico e sullo psichico, che in questo residuo di pensiero "scientifico" non-razionale vengono ancora considerati come non separati. Tutto ciò ricorda da vicino la concezione della cura che Goehte descrive in Lila. Goethe presenta la follia, in parte, come la possessione dell'anima da parte di qualcosa di misterioso; uno spirito maligno, strani poteri. La battaglia è tra divinità amiche e il "demonico" mostruoso. Ma in parte la follia di Lila è -- più convenzionalmente, più modernamente -- un difetto della sua incapacità di comprensione razionale, dovuta alle violente passioni scatenate da un amore tragico.
A partire dall'idea settecentesca secondo cui le emozioni sono "malattie della mente, al cui apparire la ragione non ha più il controllo dei poteri dell'anima", Goethe mostra come l'equilibrio delle facoltà interiori di Lila è disturbato e come, di conseguenza, "apparenza" e "realtà" non possano più essere distinti. La cura cui Lila è sottoposta implica "l'uso vocale" della ragione. La sua libertà consiste nel riconoscimento e nel lavoro -- la concreta comprensione della realtà e l'appropriazione consapevole del reale e del sé. Alla fine fantasia e realtà coincideranno. Quando Lila stringe il marito nelle braccia dopo averlo salvato, o piuttosto credendo di averlo salvato dai demoni [21], la sua sarà un'azione individuale.

La persona si aiuta nel modo migliore. Deve girare per trovare la propria felicità, deve allungare la mano e prendersela. [22]

La particolarità del metodo del dott. Verazio consiste perciò nel fatto che "si permette alla follia di entrare in modo da guarire la follia". I medici al tempo di Goethe tendevano a sottolineare il fatto che i pazienti dovessero essere distratti dalle loro illusioni fisse. Alcuni avevano comunque raccomandato la pratica di lasciar manifestare temporaneamente il delirio del paziente (Johann Christian Reil, Philippe Pinel, Jean-Baptiste Pussin). Reil affermava che talvolta, quando la causa della follia non è stata ancora compresa, è "meglio non contraddire, bensì mostrare di credere alle storie [del paziente]". [23] L'idea dello psicodramma (entrare nella finzione) è però una procedura straordinaria. In termini convenzionali la rappresentazione teatrale è una tecnica che si oppone al risveglio del paziente attraverso il lento lavoro pedagogico della ragione o l'imposizione attraverso l'autorità. Il patto stipulato qui è una complicità dell'irreale con se stesso. L'immagine è costretta a giocare il proprio gioco, curare paradossalmente se stessa, proprio perché non è all'opera una dialettica visibile ("se potessimo curare la fantasia con la fantasia". [24]) Se l'illusione può apparire reale allora la percezione può riempire il sogno, riempire i suoi vuoti e integrare l'irrealtà dell'immagine nella verità percepita senza che quest'ultima sembri contraddire la prima. Il ruolo del magus , il maestro di cerimonie, è continuare il discorso della follia con lo stesso linguaggio, portandolo al parossismo e alla crisi, laddove il dilemma si confronta con se stesso ed è costretto ad argomentare contro le richieste della propria verità. Il magus è costretto a rimanere all'interno dei limiti dell'illusione di Lila. È casuale che lei rinunci a credere che il marito sia morto e offra la possibilità di un confronto drammatico, inventando il suo imprigionamento da parte dell'orco.
Se Martin Lutero ha teorizzato lo psicodramma, è stato Reil che ne fece un metodo pratico, considerevolmente più brutale di come Goethe l'abbia descritto. All'arrivo al manicomio il paziente doveva affrontare scene terrificanti, ritmi percussivi, un colpo di cannone, il fulmine. Tutto questo per innalzarlo dallo "sprofondamento nell'apparenza" e incitarlo "all'attenzione". Durante il trattamento vengono inscenate situazioni drammatiche finché il paziente non passa dall'osservazione passiva delle scene alla partecipazione attiva, alla "auto-attività" -- l'esortazione illuminista. Le sceneggiate si svolgono in uno scioccante mondo teatrale in cui il paziente deve mostrare -- in quanto soggetto attivo -- un desiderio di combattere con animali selvaggi o demoni. Il paziente è continuamente incoraggiato a fare nuovi sforzi. Reil chiedeva una grandiosa riorganizzazione della terapia e dei manicomi e voleva che la psichiatria fosse una disciplina accademica. Poneva il dottore nel punto in cui la natura combatte le distorsioni dell' innaturale. Lo psicoterapeuta è il mezzo della natura nei confronti dell'anima "non intonata". Il suo compito è quello di "riaccordare". L'influente Trattato sulla follia (1758) di Battie concepì il programma di "amministrazione morale" o irrigimentazione della follia. Si trattava di un modo di guidare il malato di mente in base al vecchio principio del regimen sanitatis, il quale necessitava di una intima relazione tra dottore e paziente. Il ruolo mediatore dello psicoterapista è creativo, le sue caratteristiche sono quelle dell'artista, affermava Reil. Ciò assume un significato diverso e nuovo se si considera che Goethe recitò la parte del dott. Verazio quando Lila fu rappresentata nel 1777.

L'apprendistato di Wilhelm Meister e il ritorno all'ordine


Nel quinto libro de L'apprendistato di Wilhelm Meister, un prete di campagna descrive il "metodo di assimilazione" nel trattamento della follia. Afferma di trovare i metodi di cura della pazzia molto semplici:

Sono precisamente gli stessi attraverso cui si evita che la gente sana diventi matta. Se si eccita la loro iniziativa spontanea, se li si abitua ad obbedire e se si da loro il pensiero che condividono la propria vita con così tante altre persone e che un talento straordinario, la più grande felicità e le più intense sventure sono solo piccole deviazioni da ciò che è normale, allora nessuna pazzia può insinuarsi e se mai ciò accadesse sparirebbe gradualmente. Ho dato a quel vecchio una tabella con degli orari. Insegna l'arpa ad alcuni bambini. Da' una mano con il lavoro di giardinaggio ed è già molto più di buon umore. Gli piace mangiare il cavolo che ha piantato lui stesso...Come uomo di chiesa, provo a dirgli solo poche cose a proposito dei suoi strani scrupoli, ma una vita attiva porta con sé così tanti eventi che sentirà presto come solo l'attività possa cancellare ogni dubbio. [25]

L'uomo di chiesa vuole cancellare l'abito e la barba dal vecchio in modo da renderlo uguale agli altri. Il conformismo è la cura.
Verso la fine del diciottesimo secolo ci fu un'indignazione generale per la pratica di incarcerazione dei malati di mente. Reil parlò di derelitti "gettati come criminali di stato in segrete dove l'occhio dell'umanità non penetra mai". Un nuovo umanitarismo cominciò a chiedere di spostare i pazienti in un ambiente rurale dove l'ordinato ciclo del lavoro giornaliero e dei cambi di stagione avrebbe restaurato la ragione.
L'origine della follia del suonatore d'arpa del Wilhelm Meister è un amore infelice, una storia d'amore incestuosa che sprigiona un conflitto nella coscienza. A un certo livello diventa pazzo perché il suo richiedere il diritto all'amore in una società che condanna l'incesto come immorale è inconcepibile. Ad un altro livello interiorizza la colpa che gli vien fatta provare per la sua trasgressione.

Non ho mai visto una mente in uno stato così insolito. Per molti anni non ha mostrato la più piccola risposta a nulla di ciò che lo circondava, anzi a nulla in assoluto; si limitava a ripiegarsi su se stesso, contemplando il proprio vuoto, un vuoto sé che gli sembrava un incolmabile abisso. [26]

La follia del suonatore d'arpa lascia solo il senso di colpa.

Non rimane nessuna emozione ad eccezione del sentimento della mia colpa, che nonostante tutto può solo essere visto in retrospettiva come un fantasma remoto, amorfo. [27]

La colpa provata dal suonatore d'arpa discende dalla strenua difesa di un tabù, quello dell'incesto, che ignora il desiderio individuale. La scissione tra i bisogni vitali e la rinuncia è insopportabile per Agustin. La consapevolezza della colpa è essenzialmente la causa del disordine mentale. Anche Sperata è folle a causa della colpa che il prete suscita in lei.

Non appena il bambino era stato svezzato, non appena lui credette che il suo corpo fosse abbastanza forte da sopportare il più pauroso tormento della mente, cominciò a dipingerle la trasgressione in toni terribili, la trasgressione di essersi concessa a un prete, cosa che lui considerava una sorta di peccato contro natura, una forma di incesto. Poiché lui aveva la strana idea di farle provare un rimorso pari a quello che avrebbe sentito se avesse conosciuto la verità a proposito del suo misfatto. [28]

Goethe domostra come il suonatore d'arpa è restituito alla "realtà" da una terapia che richiede un'attività autonoma grazie alla quale viene evocato nel paziente il desiderio di ordine e conformità a una realtà essa stessa ordinata. Il prete di campagna esprime la sua credenza nel conformismo come una componente essenziale della reintegrazione del pazzo:

Poiché nulla ci porta più vicini alla follia del fatto di renderci diversi dagli altri e nulla salva la nostra ragione quanto il vivere universalmente in accordo con le altre persone. [29]

La cura è un risospingere il pazzo nella morale universale borghese. Certo, in Goethe non manca qualche critica alla realtà sociale dell'epoca, come il rimprovero alla chiesa per la pratica di incoraggiare i sensi di colpa -- tanto il suonatore d'arpa quanto Sperata hanno una naturale tendenza religiosa -- e il riconoscimento progressista dei fattori sociali che determinano la follia -- il fatto cioè che tanto l'educazione quanto le istituzioni possano avere un ruolo nel sorgere della follia stessa. [30]Ciò che non viene detto è che la normalità borghese -- un sistema economico che istituzionalizza il commercio degli schiavi, produce guerra e imperialismo condannando le sue popolazioni ad una lavoro ingrato e senz'anima -- possa essa stessa essere folle.

Quando tratta la follia, l'approccio classicista moderno vede idealmente il caos dissolto nel cosmo, il carattere sensibile-empirico e quello intelligibile di una persona condotti dalla ragione in un ordine gerarchico, dove l'irrazionalità è cacciata fuori dall'interiorizzazione della razionalità. All'inizio del diciannovesimo secolo, idee riguardanti "l'adempimento del dovere" cominciarono a guadagnare un certo credo nella professione medica. Il metodo pedagogico prussiano di cura implicava l'amministrazione della ragione e del dovere etico, mossi da intenti liberali. Lo scopo era una "interiorizzazione della costrizione". La cura si sposta quindi da una concezione medievale meccanico-fisica (un colpo in testa) a una fisico-morale (una regola in testa). Benché Goethe liquidò la colpa come una reazione repressiva da parte del clero, concepisce ancora la follia non come derivante da un'esteriorità somatica o, in ultima analisi, sociale, quanto dall'interno della natura individuale del soggetto. La cura a cui ci si sottopone deve risultare in un cambiamento nella costituzione dell'individuo che ritorna -- attraverso l'adeguamento -- al mondo dell'ordine e dell'universalità. Il suonatore d'arpa è spedito in una casa di cura dove viene tenuto sotto il guardingo occhio della pedagogia del buon senso, della verità e della morale.
Foucault identifica gli ospizi terapeutici di questo periodo come milieux in cui il paziente è tenuto in un perpetuo stato di paura e ansietà, incessantemente e direttamente minacciato come individuo dalla legge e dalla sanzione contro la trasgressione. Viene imposta l'angoscia soffocante della responsabilità e attraverso il lavoro il paziente è restituito all'ordine dei comandamenti divini. L'assenza di costrizione fisica era così parte integrante di un sistema il cui elemento essenziale era la costituzione dell'auto-costrizione, resa evidente dalla sottomissione al lavoro. Il ricovero di Pinel era basato sul potere morale della consolazione e su una docile fedeltà alla natura. Aspirava a riesumare l'impresa morale della religione -- un tempo esclusiva della bibbia -- al livello della virtù, del lavoro e della vita sociale. L'idea sottintesa è che, accanto al fenomeno della pazzia, la natura sociale delle virtù essenziale non è infranta. Nel suo ricovero Pinel compiva delle sintesi morali per garantire la continuità etica tra i mondi della follia e della ragione. Costruì un ambiente che garantiva alla morale borghese un'universalità di fatto. A proposito di Saragoza scriveva che era stata stabilita

una specie di opposizione alle stravaganze della mente grazie all'attrazione e al fascino ispirato dalla coltivazione dei campi, dall'istinto naturale che conduce l'uomo a seminare la terra e con ciò a soddisfare i propri bisogni attraverso il frutto del proprio lavoro. A partire dal mattino li puoi vedere...partire felici per le varie parti di un grande enclosure che appartiene all'ospedale, dividendosi -- con una specie di emulazione -- i compiti appropriati alla stagione, coltivando grano, verdure...il modo più sicuro ed efficace per riportare l'uomo alla ragione. [31]

visione secentesca della pazzia come prodotto dell'animalità umana -- una scoppio della natura primitiva interiore -- ad una comprensione della rottura con la natura causata dall'irrazionalità. Questa natura, mediata dalla moralità, è percepita come la vera giustificazione e riflessione ontologica dell'ordine borghese. La libertà all'interno dei ricoveri è messa al livello delle leggi di natura. Il rafforzamento della ragione proprio del ricovero comporta una percezione della follia diversa da quella del dott. Verazio. La follia è illusione e come tale è curata attraverso la soppressione del teatro e dell'artificialità attraverso il ritorno ad un mondo del lavoro scevro da ogni illusione. La vita nella casa di cura è essenzialmente un microcosmo delle strutture della società borghese e dei suoi valori.

Nel Wilhelm Meisters Lehrjahre è la stessa psicologia ad essere messa in questione. Wilhelm deve imparare le trappole dell'introspezione, dell'auto-analisi e del tenere un diario. Il viaggio, il movimento esterno è il "vero" modo di scoprire il Sé, attraverso l'interazione sociale. L'eroismo del suicidio di Werther non è più rilevante. Lo è invece la spinta all'adeguamento, l'accettazione della necessità e il controllo delle coincidenze. Wilhelm è istruito a pensare che

il testo di questo mondo è fatto di necessità e caso; la ragione dell'uomo si trova nel mezzo e deve dominare questi estremi. Tratta la necessità come la base dell'esistenza e può guidare, condurre e fare uso dei fattori aleatori. Solo quando sta ritto, fermo e inamovibile l'uomo merita di essere chiamato un dio della terra. Infelice è colui che dalla prima età si abitua a cercar di trovare qualcosa di arbitrario in ciò che è necessario, che vorrebbe attribuire ad elementi casuali una specie di ragione, seguire la quale sarebbe in effetti essa stessa materia di religione. [32]

L'imperativo categorico kantiano include una serie di limiti all'impulso verso la libertà.

Una persona non è felice finché il suo desiderio illimitato non determina esso stesso i propri limiti. [33]

La debolezza dei personaggi del Wilhelm Meisters Lehrjahre (il suonatore d'arpa, Mignon, Sperata, la contessa e Aurelie) risiede nel fatto che essi non si sono integrati con successo nel mondo oggettivo imponendo certi limiti alle proprie soggettive percezioni della realtà. Si ritirano nell'interiorità delle fantasie allucinatorie. L'illusoria convinzione del suonatore d'arpa che egli ferirà e sarà a sua volta ferito da un giovane ragazzo è alla fine più potente della natura curativa delle attività ordinate. Nulla può far svanire la premonizione del conte sulla propria morte, né la convinzione della contessa che l'immagine sul medaglione di suo marito le abbia causato il cancro. Queste fissazioni sorgono, da un lato, a causa di una natura predisposta fin dal principio all'effusione e al rapimento, così come, dall'altro, da una mancanza di attività e di distrazione nel mondo esterno. Il dottore nel Wilhelm Meisters Lehrjahre dice:

È una disgrazia per tutti avere nella propria mente una fissazione per qualche idea che non ha influenza sulla vita attiva o che, addirittura, spinga a ritirarsi dalla vita attiva. [34]

Questo motivo della mancanza di attività come causa dell'instabilità mentale è ripresa nel più tardo Wilhelm Meisters Wandering Years (1821). Leandro è ossessionato dal ricordo di una scena, "di un'immagine che emergeva davanti alla mia anima ogni volta che ero solo, ogni volta che non avevo occupazioni. Era un'impressione indistruttibile che poteva essere messa in ombra da altre immagini e simpatie ma che non poteva essere completamente eliminata".
In questo contesto è rilevante notare il successivo giudizio di Goethe sulle psicosi di Werther nella sua autobiografia Poesia e Verità.

Il suicidio è un epifenomeno della natura umana che richiede l'attenzione di tutti e ha bisogno di un riesame in ogni epoca, non importa quanto possa essere stato già discusso e trattato. Montesquieu garantisce ai propri eroi e grandi uomini il diritto di togliersi la vita a piacere, dicendo che ognuno deve essere libero di concludere il quinto atto della propria tragedia quando lo desidera. Per di più, il mio soggetto qui non tratta di quelli che hanno condotto una vita significativa e attiva, che hanno dedicato i propri giorni a qualche grande regno o alla causa della libertà. Quando l'idea che ha ispirato gente simile è svanita dalla terra noi concediamo loro volentieri il desiderio di portarla nell'altro mondo. Qui abbiamo a che fare con quelli che in realtà giungono a provare disgusto per la vita perché -- a partire da una certa mancanza di azione -- si sono fatti carico di richieste esagerate nella più pacifica situazione immaginabile. [35]

La melanconia e il suicidio di Werther vengono considerati come conseguenze di una mancanza di occupazione e un errore giovanile. Questi sono i pensieri di un uomo vecchio e compiaciuto che ha trovato un posto nel nuovo mondo borghese -- ora è un burocrate prussiano ed è stato ammesso nei ranghi dell'aristocrazia -- e cui la ribellione è divenuta incomprensibile. La sintesi armonica che Wilhelm Meister deve perseguire è delineata nelle Maximen und Reflexionen.

I botanici hanno un tipo di pianta che chiamano incompletae; si può anche dire che ci sono persone incomplete, non finite. Sono coloro il cui desiderio e sforzo non si trova in proporzione con la loro attività e i risultati raggiunti. [36]

Conclusione. La riorganizzazione della follia

Nel medioevo la follia era associata alla conoscenza proibita della caduta e con la follia divina della redenzione di Cristo. Durante il periodo dell'illuminismo classico venne percepita come una violazione delle ordinate e razionali leggi di natura. È indicativo che barboni e criminali non venissero visti come trasgressori della ragione, quanto piuttosto di norme codificate della società e potessero perciò venire immediatamente -- e con profitto -- reintegrati nel mercato del lavoro. Il bisogno di un ampio bacino da cui prelevare la forza lavoro permetteva il reintegro sociale dei diseredati -- il povero era costretto a lavorare. Ma il folle, non potendo lavorare in quanto privo di "ragione", doveva essere nascosto. Doveva essere ricondotto al lavoro. Una stigmatizzazione morale veniva inflitta al pazzo, punito per non la propria non conformità alle ordinate leggi di natura.

Foucault ha avuto grande risonanza nel suo tentativo di delineare le forme della pazzia nell'ultimo mezzo millennio. Egli individua tre stadi del trattamento punitivo della devianza nello sviluppo della civiltà occidentale: in primo luogo, lo stadio "monarchico" in cui la punizione è "tecnica", cioè è un attacco visibile al corpo attraverso la tortura; in secondo luogo, la "legge dei giuristi riformatori", una pratica "correttiva" dove, in termini hegeliani [37], il criminale o il pazzo viene ri-qualificato come soggetto giuridico attraverso la punizione auto-inflitta; in terzo luogo, lo stadio "disciplinale", che implica la normalizzazione degli individui, da intendersi come esercizio e dominio del corpo, la reintegrazione nella moralità borghese, attraverso la disciplina e il rendersi consapevoli della colpa individuale.
Goethe, un vero intellettuale onnisciente, affascinato dalla biologia e dall'antropologia, ebbe contatti per tutta la vita con teorici e praticanti della medicina. Molte delle conoscenze mediche di Goethe, incluso il suo medico pietista-alchemico J. E. Metz, avevano studiato ad Halle, dove era sorta una tradizione di "psichiatria universitaria" a partire dalla premessa della superiorità dell'anima come fattore determinante di una buona o cattiva salute. Pare che Goethe sia stato anche coinvolto in discussioni sulla follia, sulla sua apparente composizione e delle cause supposte. La comprensione tradizionale della follia basata sugli effetti dei quattro umori era in subbuglio e soggetta a revisione e dibattito durante quest'epoca. Di tanto in tanto negli scritti di Goethe compare una persona cui è stata diagnosticata una malattia mentale, segno di un certo atteggiamento da parte dell'autore nei confronti della pazzia. La comprensione goethiana della follia e della possibilità di cura cambia se seguendo le modificazioni del dibattito sulla malattia mentale in un epoca di cambiamento. Nella sua opera è avvertibile uno slittamento da un iniziale supporto alla follia intesa come emancipazione ad un crescente tentativo di gravare il lunatico con la pena e la costrizione morale. La follia viene espulsa dal cosmo armonico, alzando la testa forse solo come simbolo dell'intossicazione artistica, non una vera follia, quindi, ma il simbolo della manifestazione geniale, che costringe a creare. La follia e la melanconia sono per il Goethe maturo manifestazioni di un Sé inattivo e l'inattività è un comportamento inaccettabile nella società borghese. La follia diventa perciò un affronto e un'opposizione dialettica all'ordine borghese come tale.


Note
1. Die Leiden des Jungen Werthers , Reclam, Stuttgart, 1985, p. 54.
2. Werther , p. 54
3. Werther , p. 56.
4. C.H. Spiess, Biographien der Wahnsinnigen , Sammlung Luchterhand, Darmstadt und Neuwied 1976 p. 7.
5. Werther , p. 99.
6. Werther , p. 53.
7. Werther , p. 13.
8. Werther , p. 106.
9. Lila : in G. Diener, Goethe's Lila: Heilung eines Wahnsinns durch psychische Kur , Athenaum, Frankfurt/Main 1971 (contiene la terza edizione di Lila ), 1. 35, p. 234.
10. I. Kant, Anthropologie in Pragmatischer Hinsicht , Werke Band 12, Suhrkamp, Frankfurt/Main 1964, p. 533.
11. I. Kant, Anthropologie in Pragmatischer Hinsicht , pp. 457-458.
12. I. Kant, Anthropologie in Pragmatischer Hinsicht , p. 535.
13. Lila , 1. 6, p. 232.
14. Lila , 11. 35-40, p. 232.
15. Lila , 1. 4, p. 230.
16. G. Diener, Goethe's Lila: Heilung eines Wahnsinns durch psychische Kur , Athenaum, Frankfurt/Main 1971 p. 164.
17. Lila 22-23, p. 248.
18. M. Foucault, Madness and Civilisation , Tavistock Publications, London 1971 p. 270.
19. P. Pinel, citato in M. Foucault, Madness and Civilisation , pp. 270-271.
20. Lila , 1. 30, p. 239.
21. Lila , 11. 22-25, p. 237.
22. Lila , 1. 19, p. 244.
23. Reil citato in G. Diener, Goethe's Lila: Heilung eines Wahnsinns durch psychische Kur , Athenaum, Frankfurt/Main 1971 p. 180.
24. Lila , 1. 24, p. 236.
25. Wilhelm Meisters Lehrjahre , Hamburger Ausgabe, BK7, 1959, pp. 346-347.
26. W.M.L., p. 436.
27. W.M.L., p. 436.
28. W.M.L., p. 586.
29. W.M.L., p. 347.
30. W.M.L., p. 347.
31. P. Pinel, citato in M. Foucault, Madness and Civilisation , pp. 196-197.
32. W.M.L., p. 71.
33. W.M.L., p. 553.
34. W.M.L., p. 348.
35. Hamburger .Ausgabe Ed 9, p. 583. (book 13)
36. Hamburger Ausgabe Ed 12, p. 532.
37. c.f. la sua Filosofia del Diritto , paragrafo 100