Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Massimo Filippi
Penso di sì
Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?


1. Note introduttive. Innanzitutto, voglio anch’io esprimere la mia gratitudine a Stefano Cagno per aver letto e commentato con attenzione il mio saggio intitolato L’insostenibile leggerezza dell’antivivisezionismo scientifico, pubblicato su «Liberazioni.org». Spero inoltre che l’urbanità del dialogo che stiamo conducendo possa allargarsi a tutto il movimento animalista che, come frequentemente accade nell’ambito di movimenti emancipazionisti, assume spesso i caratteri di una contrapposizione personale che scade rapidamente nella rissa. In questo senso, penso che quanto ho scritto non debba essere interpretato come un «attacco», ma piuttosto come un tentativo di analizzare criticamente alcuni aspetti del movimento animalista che, in quanto di lungo corso, vengono dati per acquisiti e tendenzialmente considerati come indiscutibili. L’intento, quindi, del mio saggio non era quello di «bollare» l’AVS o di riconoscerne il «peccato originale» ma, molto più semplicemente e modestamente, di provare a verificare assieme se le strategie argomentative che utilizziamo per difendere gli interessi degli altri animali siano coerenti con i fini che ci proponiamo. Ritengo, pertanto, che il dialogo che abbiamo avviato non solo non danneggi il movimento animalista in genere e quello antivivisezionista in particolare, ma piuttosto che li rafforzi e questo per due ordini di ragioni:

  • Un movimento capace di mettersi in discussione con serenità è un movimento maturo, forte e certo della sostenibilità delle proprie posizioni. Tale “sicurezza interna” non può che tradursi in un messaggio convincente e rassicurante anche verso l’“esterno”;
  • È certamente meglio testare la solidità dei nostri argomenti all’interno del movimento e, sulla base di tali valutazioni, scegliere con quali retoriche argomentative presentarsi all’esterno, prima di incappare in critiche non considerate precedentemente che, ponendoci in difficoltà in pubblico, possano mettere a repentaglio le capacità di convincimento dell’intero impianto antispecista.

Sempre nell’ottica di mantenere la discussione su un piano intellettuale, utilizzando gli strumenti della razionalità e della logica, mi esimerò dal considerare aspetti personali, anche se ringrazio Stefano di aver riconosciuto le mie credenziali antispeciste.

2. Per sgombrare il campo dagli equivoci. La mia posizione sulla sperimentazione animale è rigorosamente abolizionista per motivi etici all’interno di una visione del mondo decisamente antispecista. Per essere ancora più chiari, penso che la sperimentazione animale sia equiparabile a quanto in ambito intraspecifico definiamo con il termine di tortura. A questo punto, per prevenire l’accusa di “estremismo” e per mostrare come dovrebbe svilupparsi un’argomentazione logica e razionale, invito tutti ad aprire un qualunque dizionario, dove sarà facile trovare una definizione di cosa il termine “tortura” significhi, che suonerà pressappoco così: «Tortura: procedimento mirante ad ottenere informazioni da un individuo tramite la deliberata inflizione di dolore». Ora, immagino che in pochi possano sostenere che la sperimentazione animale non sia una procedura dove, per ottenere informazioni, si ricorra all’uso deliberato della forza. So anche che, in ambito intraspecifico, la tortura, almeno sulla carta, è stata abolita pressoché dovunque tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. So inoltre che gli altri animali hanno un interesse del tutto identico al nostro a non soffrire. Pertanto, sono del tutto convinto che tortura e sperimentazione animale vadano entrambe abolite e che la tortura intraspecifica, ancorché rifiutata nei vari trattati, è tuttora praticata proprio perché è ancora accettato che essa possa essere inflitta agli altri animali o a quelli che a loro vengono equiparati.
Mi sembra che l’AVS svolga un ragionamento per certi versi differente: esso si concentra più sul fatto che la tortura possa non fornire informazioni utili a chi la pratica (il genere umano) piuttosto che su quello che la tortura è un male in sé per chi la subisce (gli altri animali). Per essere ancora più chiaro, sono certo che esistono situazioni in cui la tortura intraspecifica possa fornire delle informazioni utili, ad es., per sventare un attentato, ma questo argomento non è sufficiente a non far sì che continui ad oppormi ad essa anche in questi casi.
Nonostante la mia netta posizione abolizionista e nonostante le argomentazioni che Stefano presenta nel suo articolo, continuo a pensare che l’AVS sia «controproducente», per i motivi che ho già esposto e per quelli che presenterò di seguito. Chiaramente, questo non fa di me una sorta di “sostenitore di ritorno” della sperimentazione animale. Dico questo perché Marina Berati nel suo intervento dal titolo Antivivisezionismo scientifico vs. antivivisezionismo etico in contrapposizione alle tesi di chi evidenzia i limiti dell’AVS afferma quanto segue: «[…] andare controcorrente all'interno di un movimento che è già di suo controcorrente, finisce, semplicemente, per sostenere lo status quo». Ho riportato questa affermazione non solo per chiarire la mia posizione, ma anche per mostrare come una simile argomentazione sia totalmente infondata. Accettare questa affermazione equivarrebbe a pensare, per fare solo due esempi, che Malcom X fosse a favore della discriminazione dei neri perché “eretico” rispetto alle posizioni allora “eretiche” di Martin Luther King, oppure che non si debba sostenere il veganesimo in quanto “eretico” rispetto alle posizioni già “eretiche” del vegetarianesimo. Anche tralasciando aspetti di logica formale – se A è diverso da B e B è diverso da C, non posso concludere che, allora, C = A – per concentrarci sulle possibili conseguenze indesiderate – e, quindi, potenzialmente funzionali al mantenimento dello status quo – di determinate scelte considerate come “eccessivamente eretiche”, chi, da antispecista, se la sentirebbe di sottoscrivere che, per il momento, sarebbe meglio non sostenere il veganesimo in quanto critico verso il vegetarianesimo? Chiaramente, affermazioni come quella riportata, che forse potrebbero rivelarsi utili in situazioni di forte emotività, quando non si ha tempo o voglia di soffermarsi a soppesare la fondatezza di quanto si afferma – ad es., in un comizio o in campagna elettorale –, sarebbero assolutamente da evitare in contesti scientifici per scongiurare il pericolo di mettere a repentaglio la “bontà” delle tesi che si intendono sostenere.
Sono certo che Stefano concorderà con me su questo, ma mi premeva mostrare con un esempio che essere critici verso l’AVS non significa essere necessariamente a favore della sperimentazione animale e, più in generale, che una sana “infusione” di razionalità possa contribuire al raggiungimento dei fini che ci accomunano. Detto altrimenti, qui non si discute della bontà dei fini del movimento antivivisezionista, ma della bontà dei mezzi utilizzati per raggiungere tali fini, ovvero che è necessario rispondere ad una domanda ineludibile: «Le strategie argomentative che stiamo utilizzando si conformano ai fini che ci stiamo prefiggendo?».

3. Il nocciolo della questione. Nonostante Stefano individui con acume alcuni punti per lui discutibili della mia argomentazione, non considera, o lo fa solo marginalmente, la mia critica principale all’AVS, svolta nella prima parte del mio intervento. Lì ho cercato di mostrare come una serie di fenomeni apparentemente slegati tra loro (lo sfruttamento animale, la condizione dei lavoratori nella società industriale e la camera a gas) non solo giungono a maturazione nello stesso breve periodo storico, ma trovano una loro radice comune nell’antropocentrismo che pervade la nostra visione del mondo fondata su una netta ed invalicabile linea di confine tra l’umano e l’animale. A questo punto, allora, diventa necessario stabilire qual è il fine del movimento animalista: abolire la sperimentazione animale lasciando immodificato il resto del paradigma antropocentrico oppure revocare in toto tale paradigma? Da un punto di vista strettamente teorico, se il fine fosse il primo, Stefano potrebbe aver ragione: mostriamo che la sperimentazione animale è dannosa per l’uomo e molto probabilmente stiamo muovendo i primi passi nella direzione auspicata – ovvero le strategie argomentative che sto utilizzando si conformano ai fini che mi auspico di realizzare. Ma se il fine è il secondo, è difficile comprendere come una posizione che Stefano stesso definisce «antropocentrica» possa ottenere come risultato finale proprio la presa di congedo dall’antropocentrismo – ovvero le strategie argomentative che sto utilizzando non si conformano al fine che voglio ottenere.
Per spiegarmi meglio ricorrerò all’analisi di una situazione intraspecifica per molti versi analoga a quella che stiamo qui discutendo e, cioè, ai motivi che possono essere utilizzati per sostenere il diritto dei migranti a vivere in Paesi diversi da quello d’origine. C’è chi afferma che il sistema attuale è fondamentalmente sbagliato per motivi squisitamente etici, poiché ognuno ha il diritto di attraversare liberamente le frontiere statali indipendentemente dal luogo di nascita – chiameremo questa posizione anti-discriminazionismo etico (ADE). C’è chi invece condiziona la permanenza dei migranti nei Paesi ospitanti sulla base delle esigenze lavorative di questi ultimi: abbiamo bisogno di badanti e, in genere, di chi sia impiegato in lavori che non vogliamo più svolgere e, quindi, accettiamo di aprire le nostre frontiere ad alcuni di loro – chiameremo questa posizione anti-discriminazionismo economico-scientifico (ADES). Ora, anche se entrambe le posizioni possono avere come possibile risultato il miglioramento della vita di alcuni migranti, l’ADE critica a fondo la nozione di una divisione netta tra “noi” e “loro”, mentre l’ADES si limita ad “ammorbidire” tale linea di confine, lasciandone tuttavia inalterata l’essenza. Nonostante all’apparenza possa sembrare che ADE e ADES non differiscano in maniera così sostanziale e nonostante sia certo che esistano tra i ranghi dei sostenitori dell’ADES individui in assoluta buona fede che pensano che questa sia la strada giusta per abolire la discriminazione tra autoctoni e migranti, chi sostiene l’ADE ricorre a pratiche argomentative che si conformano al fine prepostosi, mentre è difficile pensare che questo sia vero anche per l’ADES, una volta ammesso che il fine sia quello di non discriminare alcune persone rispetto ad altre sulla base della loro nazionalità. Alla luce di un’analisi razionale, chi sostiene l’ADES, che pure può accordare un qualche vantaggio immediato a qualche migrante, difficilmente potrà continuare a pensare di mettere in scacco l’ideologia che sostiene l’attuale politica di governance dei flussi migratori. E, in effetti, la maggioranza dei sostenitori dell’ADES non sostiene una tesi così contraddittoria come quella di pensare di poter costruire una futura società dove ognuno potrà muoversi liberamente da un Paese all’altro per mezzo di una politica di progressiva “accumulazione” di badanti. E, inoltre, anche se non mi riconosco nell’utilitarismo, quanti migranti dovranno soffrire in futuro per i miseri vantaggi che oggi accordiamo ad alcuni di loro?
Tornando all’AVS, mi risulta difficile pensare che il pensiero e la pratica anti-antropocentrica possano avvalersi di dottrine che ribadiscono, o quanto meno non rigettano, l’antropocentrismo e mi chiedo – me lo chiedo veramente e mi aspetto una risposta altrettanto intellettualmente onesta – quanti animali dovranno soffrire in futuro per il vantaggio che oggi accordiamo ad alcuni (pochissimi) di loro?

4. Aspetti storici. Stefano sostiene che AVS e AVE si sono sviluppati assieme e fino ad oggi si sono mossi all’unisono, tanto che l’«idillio» tra i due sarebbe stato da me interrotto. Anche se sono grato a Stefano di aver sopravvalutato l’importanza storica del mio intervento, mi permetto di dissentire dalla sua valutazione per una serie di motivi:

  • Come ho mostrato nel mio saggio, l’AVS è pressoché coevo alla nascita della sperimentazione animale moderna, mentre l’AVE, così come lo conosciamo, nasce tra la metà degli anni ’70 e i primi anni ’80 del secolo scorso ad opera delle argomentazioni filosofiche di Peter Singer e Tom Regan.
  • Testimonianza di questo è anche il fatto che il movimento animalista fin dalle sue origini si è diviso tra società che sostenevano il veganesimo e società antivivisezioniste (per una ricostruzione dettagliata di questo percorso storico, si rimanda a Sabrina Tonutti, Diritti animali: storia e antropologia di un movimento, Forum 2007) e che, per quanto ne so – ma sono pronto a ricredermi se mi si mostrerà il contrario –, nessuna società antivivisezionista ha mai ritenuto, fino ad anni molto recenti, che veganesimo e AVS fossero parti integranti e indissociabili di una medesima visione del mondo. Tanto per fare un esempio, quante società antivivisezioniste, la cui stragrande maggioranza si appoggia principalmente, anche se non esclusivamente, sulle tesi dell’AVS, hanno uno statuto che preveda che i membri dei loro consigli direttivi debbano essere vegani? Credo che, se come afferma Stefano, l’AVS avesse da sempre preso in considerazione le argomentazioni etiche, la risposta a questa domanda dovrebbe essere «Tutte!». Purtroppo, però, temo che i dati empirici difficilmente possano sostenere tale entusiastica affermazione.
  • Il dibattito tra AVS e AVE è molto attivo nel mondo, soprattutto in quello anglosassone, da svariati anni. Come esempio, basti ricordare che Hans Ruesch non ha esitato ad accusare Peter Singer, in quanto esponente dell’AVE, di essere al soldo delle case farmaceutiche, venendo da quest’ultimo denunciato per diffamazione, accusa poi confermata in sede processuale.
  • Anche in Italia, però, non posso fregiarmi di alcun primato. Tesi simili alle mie erano già presenti in nuce all’interno di alcune aree del movimento animalista italiano da ben prima che contribuissi a formalizzarle. Testimonianza di ciò è che, in un breve torno di tempo – dal 2004 al 2008 –, sono apparsi vari articoli ora a sostegno dell’AVS, ora a sostegno dell’AVE. Per quanto ne so, i primi articoli al riguardo sono apparsi sul sito di «Rinascita animalista», dove anch’io, dopo che altri tre articoli sulla stessa tematica erano già stati pubblicati, ho presentato, con lo pseudonimo di Ciro Spitama, una prima versione del saggio poi apparso su «Liberazioni.org». Nello stesso periodo, Agnese Pignataro ha pubblicato su «Liberazioni.org» un articolo in due parti dal titolo Per una società senza cavie e Berati sul sito di «Agire Ora» l’intervento citato in precedenza (2 luglio 2007). Da tutta questa storia che, almeno in parte, mi precede, posso dire che solo quest’ultimo articolo si basa su un «attacco» ad hominem, laddove i sostenitori dell’AVE sono definiti «personaggi» «dannosi», che sostengono le proprie tesi «per semplice ignoranza e per volontà di andare “controcorrente”». Ora, sono certo che Stefano non condivide queste affermazioni, ma anche la storia vuole la sua parte!

5. Intermezzo: idee sulla scienza. A proposito della disputa scientifica tra tolemaici e copernicani, gli uni geocentrici e gli altri eliocentrici, Stefano afferma: «Un giorno qualcuno criticò questa posizione [il geocentrismo] e fu considerato un eretico, ma la storia dimostrò che aveva ragione». Questa affermazione, che apparentemente potrebbe sembrare così ovvia da non meritare di essere discussa, è in realtà ampiamente criticabile in quanto basata su una visione secondo cui la scienza procederebbe per balzi improvvisi grazie ad intuizioni originali di individui geniali e sul presupposto che le acquisizioni scientifiche siano indipendenti dalla congerie costituita da idee metafisiche, evoluzione culturale, realtà sociale e politica del mondo in cui queste si vengono formando.
Cominciamo dal primo punto, chiedendoci se la scienza proceda a balzi. Anche se, come ha mostrato Kuhn, ci sono momenti in cui repentinamente si sviluppano vere e proprie rivoluzioni del paradigma scientifico, questi sono momenti eccezionali. In genere, l’impresa scientifica procede molto lentamente tramite l’accumulazione progressiva di dati che, una volta raggiunta una “massa critica”, possono favorire quelle rivoluzioni di cui si è appena parlato. Per rimanere nell’ambito della disputa tra tolemaici e copernicani, immagino che l’«eretico» a cui Stefano si riferisce sia Galileo Galilei. Ma possiamo davvero pensare che Galilei sarebbe mai potuto esistere (scientificamente, si intende) senza che prima di lui teorie eliocentriche fossero già in circolazione – pensiamo, ad es., a Aristarco che nel 300 a.C. propose un abbozzo di modello eliocentrico – e senza le osservazioni sperimentali di Tycho Brahe e il lavoro di Copernico, cattolico devoto e aristotelico, il cui intento non era tanto quello di criticare l’ortodossia tolemaica, ma piuttosto quello di rafforzarla, dopo che i dati empirici avevano mostrato che i pianeti si muovono su epicicli i cui centri ruotano attorno a punti che non corrispondono al centro della terra. E possiamo pensare che tale teoria rivoluzionaria potesse affermarsi in un periodo di tempo così breve senza la formalizzazione matematica successiva di Keplero e Newton e le continue conferme empiriche della sua giustezza? E ancora: davvero pensiamo che le idee di Galilei avrebbero potuto raggiungere un tale successo senza le concomitanti rivoluzioni culturali (ad. es., Martin Lutero e Calvino), politiche (passaggio dal sistema feudale a quello borghese) ed economiche (ad es., quelle sostenute dai nuovi interessi commerciali derivati dalla “scoperta” dell’America con la conseguente necessità di calcolare rotte precise per i nuovi traffici mercantili)? Detto altrimenti, le tesi di Galileo, che spostavano la terra, e quindi l’uomo, dal centro dell’universo, hanno potuto sorgere nel momento in cui una congerie culturale complessa, che metteva in dubbio l’aristotelismo e le dottrine della Chiesa, aveva reso possibile l’accettazione di un tale paradigma rivoluzionario. L’antropocentrismo delle posizioni di derivazione ebraico-cristiana poteva essere messo in discussione così rapidamente da Galilei e dai suoi successori solo perché questo aveva già perso o stava perdendo terreno anche in altri campi: se così non fosse stato si sarebbe continuata la linea che prevedeva “riforme” parziali della teoria tolemaica e non il suo completo rifiuto. Ovviamente, poi, le tesi di Galilei hanno favorito l’ulteriore arretramento delle posizioni antropocentriche retroagendo positivamente sul pensiero “metafisico” e sulle acquisizioni in altri campi, in una sorta di spirale che ci ha portato qui dove siamo: su un minuscolo e periferico pianeta che ruota attorno ad una stella periferica parte di una galassia periferica di un universo in continua espansione. E questo mi porta al secondo punto di questa digressione e, cioè, che le acquisizioni scientifiche non sono “immuni” dal clima culturale in cui vengono acquisite: sembra essere infatti una prerogativa dell’umano quella di cercare di adattare le osservazioni empiriche alla visione del mondo dominante prima di usare tali osservazioni per “minare” i propri assunti metafisici, il principale dei quali è il posto privilegiato che la nostra tradizione ha da sempre assegnato all’uomo all’interno della natura.
Che cosa ha a che fare questa lunga digressione con la questione che qui stiamo dibattendo? Penso che almeno possa servire a porci delle domande del tipo:

  • Data la predominanza del modello antropocentrico nella società attuale, l’avanzamento di posizioni anti-antropocentriche, quali quelle sostenute dall’AVE, facilitano o intralciano l’affermazione delle tesi dell’AVS? (ovviamente, qui, tralascio, perché ininfluente in questa fase della discussione, se le tesi dell’AVS siano giuste o sbagliate);
  • Senza un avanzamento preliminare delle tesi dell’antispecismo (eminentemente di natura etica) possiamo davvero pensare di giungere all’abolizione completa della sperimentazione animale su basi scientifiche e non piuttosto ad una sua semplice “riforma” del tipo di quella delle tre “R” (Riduzione del numero di animali utilizzati, Rimpiazzo di parte degli esperimenti attuali con metodi alternativi, Raffinamento delle procedure sperimentali) tanto cara agli ambienti protezionisti?
  • Perché se le tesi dell’AVS sono così solide non hanno trovato un rapido consenso nella comunità scientifica come è successo per una rivoluzione di più ampia portata come quella galileiana? (so che Stefano potrebbe rispondere a questa domanda, affermando che questo non è ancora accaduto non tanto per i limiti intrinseci dell’AVS, ma per il forte retaggio culturale antropocentrico che ancora sostiene la sperimentazione animale. Ma, così facendo, concorderebbe con me che è «controproducente» rafforzare tale retaggio. Qui vale la pena sottolineare che anche una risposta basata sulla forza economica dell’establishment a favore della sperimentazione animale ci riporterebbe di nuovo alla necessità di indebolire il paradigma antropocentrico, in quanto quella è secondaria all’attuale impatto culturale di questo).

6. Pre-darwinismo. La digressione precedente ci aiuta anche a rispondere a due punti del mio precedente saggio su cui chiaramente Stefano non concorda: quella secondo cui «la nozione di specie dell’AVS sembra ancora connotata da un’ascendenza dal forte sapore pre-darwiniano» (corsivi aggiunti) e quella secondo cui gran parte dell’impresa scientifica si basa su «verifiche a posteriori».
Cominciamo dalla prima, rimandando la discussione della seconda al paragrafo successivo. Non vi è dubbio che una delle tesi fondamentali del darwinismo è quella che rigetta l’idea della fissità delle specie. Le specie, sostiene Darwin, sono solo un artificio classificatorio privo di validità scientifica. Contro il paradigma precedente che prevedeva che le specie fossero state create da Dio e che da allora in poi non si fossero più modificate, Darwin contrappose l’idea di un’evoluzione governata dal caso e dalla selezione naturale. Caso e selezione naturale fanno sì che una “specie” possa evolversi da una “specie” precedente e che tutte le “specie” oggi esistenti abbiano dei progenitori in comune, più o meno lontani nel tempo. Il che significa che la presunta “incomunicabilità” tra le specie sostenuta dalla tesi dominante ai tempi di Darwin si è trasformata in un imponente “continuum comunicativo”. Se le cose stanno così, è difficile pensare che nessun esperimento fatto sugli animali possa mai avere una qualche utilità per l’uomo. E, ripeto, finché permane una rigida visione antropocentrica del mondo (a cui l’AVS contribuisce, anche secondo Stefano), basta che solo pochissimi esperimenti possano avere una qualche utilità per l’uomo affinché l’intero sistema possa continuare a perpetuarsi. Tuttavia, anche accettando, per amor di discussione, quanto sembra essere sostenuto dall’AVS, sorge un altro problema di non poco conto e, cioè, come ci si possa opporre, da un punto di vista scientifico, alla sperimentazione animale in campo veterinario. Cosa può rispondere, infatti, l’AVS al fatto che si sperimenti su cani, gatti, ecc. per trovare farmaci utili per curare cani, gatti, ecc. da compagnia? Una possibile risposta potrebbe essere quella che gli animali usati negli esperimenti di medicina veterinaria non sono “rappresentativi” dei loro consimili in libertà. Ma la stessa “discrepanza” varrebbe anche per gli umani arruolati in sperimentazioni cliniche che non necessariamente possono essere rappresentativi della popolazione generale. A questo punto, i sostenitori dell’AVS si trovano di fronte ad una difficile scelta: o rigettano il loro impianto generale, o si dichiarano non completamente abolizionisti (si abolisce tutta la sperimentazione animale ad eccezione di quella effettuata in campo veterinario), o devono ammettere che anche la sperimentazione clinica non è accettabile, di fatto escludendo la possibilità di individuare nuovi farmaci per malattie ancora incurabili – il che, credo, risulterà poco appetibile al pubblico generale a cui ritengono di rivolgersi con argomentazioni più efficaci e convincenti di quelle dell’AVE.
A queste considerazioni Stefano risponde con degli argomenti insostenibili. Secondo Stefano una prima obiezione da muovere al mio ragionamento è che, secondo me, «gli antivivisezionisti scientifici sposerebbero la tesi creazionista», il che essendo palesemente errato, inficerebbe il mio ragionamento. Io, però, non ho mai affermato, perché non sono così naïf da pensarlo, che essere pre-darwiniani significhi necessariamente essere creazionisti. In effetti, Darwin – che, per inciso, era un convinto credente – non parte da un’opposizione al creazionismo; al contrario, l’anticreazionismo è un corollario della tesi principale di un’evoluzione governata dal caso e dalla selezione naturale. In effetti, Darwin decise di pubblicare L’origine delle specie dopo una serie di ripensamenti durati diversi anni – quindi, nonostante si possa affermare che Darwin fosse “indirettamente” sul “libro paga” della Chiesa, egli non ha rinunciato a far avanzare la scienza lungo direttive contrarie ai suoi “datori di lavoro”. Esiste poi un lungo elenco di filosofi e scienziati che, pur essendo pre-darwiniani (storicamente e scientificamente), non erano creazionisti (ad es., i materialisti greci tipo Democrito o quelli latini tipo Lucrezio, o molti degli illuministi francesi). Credo che a questo punto, Stefano possa accettare che la mia visione non è così ingenua come poteva apparire ad un primo sguardo e possa ritirare la sua prima obiezione.
La seconda obiezione si fonda sul fatto che «in biologia e in medicina gli aspetti quantitativi hanno un’enorme importanza», ovvero come diceva Darwin, che le differenze tra specie sono di grado e non di genere. E chi nega questo? Non certamente chi scrive, come penso si possa facilmente evincere dalla presente discussione e da quella del saggio precedente, dove il paradigma darwiniano è accettato senza riserve. Ma, a meno di pensare che tutti i ricercatori siano o stupidi o in mala fede, dubito che la comunità scientifica pensi che, poiché è stato osservato che la frequenza cardiaca del criceto è, in media, pari a 450 battiti al minuto, applichi tale osservazione all’umano senza le dovute correzioni.
Stefano prosegue affermando: «Ammetto che da esperimenti di vivisezione in passato, probabilmente, si siano ottenuti risultati riguardanti la conoscenza del funzionamento degli esseri umani, ma solo quando si studiavano i concetti generali e quindi non influenzati in maniera significativa da variabili di grado». Ora, se capisco bene il ragionamento, Stefano sostiene che la sperimentazione animale possa essere servita in passato per comprendere, ad es., come funziona il cuore, ma non può servire oggi per capire come funzionano le cellule cardiache o i loro organelli subcellulari. Se accettiamo il paradigma darwiniano, credo che dovremmo arrivare a conclusioni diametralmente opposte: è più probabile che la sperimentazione animale dia risultati poco validi sul «funzionamento generale» del nostro organismo – che è il risultato delle modifiche che l’evoluzione ha apportato ad una infinità di componenti allontanando sempre più i “prodotti finali” tra loro (nel caso presente il cuore umano e quello dei criceti) – che per organelli subcellulari, come, ad es., i mitocondri (contenuti anche nelle cellule cardiache), che sono variati pochissimo negli ultimi tre miliardi di anni – per inciso, i mitocondri come altre strutture e meccanismi subcellulari hanno mantenuto una notevole stabilità inter-specifica, perché essenziali alla vita delle cellule stesse indipendentemente dalla loro specie di appartenenza. Facciamo un altro esempio. Nonostante non esista alcun dubbio che il nostro cervello discenda da quello delle scimmie, credo, che sia difficile immaginarsi che esperimenti di psichiatria sugli animali possano fornire risultati validi per comprendere il «funzionamento generale» del cervello umano “schizofrenico” o “paranoide”, mentre è possibile immaginarsi che esperimenti condotti per comprendere come funzionino singole cellule neuronali o gli scambi ionici attraverso la loro membrana cellulare al fine di generare i potenziali d’azione (cioè, la corrente elettrica che percorre le connessioni nervose nostre e degli altri animali) possano dare delle informazioni utili in neurologia. È questo il «sapore» pre-darwiniano che mi «sembra» di avvertire nelle posizioni dell’AVS e sul quale, temo, Stefano non mi abbia risposto o, se mi ha risposto, non lo ha fatto in modo convincente e supportato da considerazioni incontrovertibili.

7. Verifica a posteriori. Anche la questione della “verifica a posteriori” mi sembra che faccia riferimento ad una visione ancora rigidamente “newtoniana” della scienza. Sembra, infatti, che per Stefano, il processo di validazione di un metodo scientifico sia una questione del tipo “tutto o nulla”: un metodo o è completamente valido subito o non lo sarà mai e, comunque, per lui la validazione non può essere mai parziale. Dato per scontato, come Stefano denuncia, che la pratica scientifica quotidiana non sia scevra da un certo “apriorismo” – che si evidenzia, ad es., nella riproposizione di sperimentazioni sulla base di modelli la cui validità è riconosciuta più che altro per rispetto di una presunta tradizione o per l’accettazione di un “accademismo fossilizzato”– chiediamoci, tuttavia, se questo è realmente il modo di procedere che l’attuale impresa scientifica si è idealmente autoassegnata? Certamente sì, se ci si riferisce alla fisica classica. Se vedendo cadere una mela ipotizzo che questo fenomeno possa essere dovuto alla forza di gravità, la mia legge è valida solo se vedo cadere allo stesso modo anche pere, castagne, banane e umani (almeno nelle condizioni asettiche di un esperimento che preveda che il tutto accada nel vuoto). Ma spostiamoci dalla fisica classica alle scienze della vita, dove irrompono la storia, le influenze ambientali e la causalità, e chiediamoci se è ancora sostenibile un approccio basato sul “tutto o nulla”? Direi di no e, per sostenere questa mia tesi, faccio un solo esempio anche se ce ne sarebbero infiniti. È risaputo che chi ha subito violenze nell’infanzia, in media, tenderà a ripetere, a ruoli invertiti, tale violenza sulla propria prole. Questo, però e per fortuna, non capita nel 100% dei casi, ad es., perché al potenziale violentatore è capitato un giorno di comprare su una bancarella dei libri usati un testo di un qualche filosofo morale, che l’ha convinto che accanirsi sui più deboli è un’azione immorale o perché una serie di incontri casuali con persone “normali” lo ha convinto che non è bene violentare i propri figli. Se anche in questo caso accettassimo le leggi della fisica classica, dovremmo sbarazzarci di innumerevoli osservazioni empiriche e affermare che la legge generale, non essendo validata nel 100% dei casi, è falsa. Il che sarebbe palesemente un grave errore.
Detto questo, torniamo alla sperimentazione animale. Nessun ricercatore, credo, pensa che quanto ha osservato su un roditore sia immediatamente trasferibile all’uomo, come accade nel caso della legge di gravità nel vuoto, ma procederà in un “andirivieni” continuo tra le varie specie al fine di affinare le sue osservazioni in modo che siano parzialmente valide anche per l’uomo. Ricorre, cioè, ad una serie di “verifiche a posteriori” che potranno portarlo a “migliorare” il suo modello sperimentale, ad es., tramite l’inserimento di geni umani nei roditori, il che a sua volta lo indurrà a condurre altre prove di validazione in una spirale potenzialmente infinita. In altri termini, gli argomenti dell’AVS, così come sono stati svolti, si pongono al di fuori del paradigma delle attuali scienze biologiche e molto probabilmente continueranno ad avere scarsa presa sui ricercatori.
Inoltre, nonostante tutti gli sforzi, le osservazioni scientifiche nell’ambito della biologia, comprese quelle derivate dalla ricerca che non ricorre alla sperimentazione animale, saranno sempre e solo parzialmente valide, proprio perché la storia, gli effetti ambientali e la casualità, che sono intrinseche alla biologia, sono variabili non controllabili o, al più, lo sono solo in maniera incompleta. Come è il caso, tra l’altro, di tutta la scienza moderna. Nel saggio precedente, ho già fatto degli esempi al proposito, che Stefano condivide solo se sottoposti ad una analisi «superficiale», ma che non considera in dettaglio. Aggiungo solo un altro esempio d’attualità per esplicitare meglio quanto detto. Al momento, presso il CERN di Ginevra si sta cercando di “replicare” il Big Bang e, in particolar modo, di “vedere” i fantomatici bosoni di Higgs, la cui esistenza è stata prevista dal modello standard della fisica delle particelle – la teoria oggi più accreditata per spiegare l’origine e le caratteristiche dell’universo –, ma che ancora non sono stati osservati sperimentalmente. Adesso, immaginiamoci che tale particella non venga vista neppure questa volta. Come interpretiamo l’insuccesso di questo esperimento? Decidiamo che la fisica delle particelle vada rifiutata in toto, perché non “validata” completamente? Oppure, al contrario, immaginiamoci che questo esperimento permetta di osservare i bosoni di Higgs. Tenendo conto che abbiamo “ricostruito” l’origine dell’universo all’interno dell’universo stesso, chi se la sentirebbe di affermare che a questo punto la teoria è “completamente validata”? Potremo mai pensare che oggi una parte del tutto possa spiegare il tutto, così come l’origine di questo, avvenuta circa 15 miliardi di anni fa?
Un altro punto che qui vale la pena di discutere è quello circa la validazione dei metodi scientifici che non prevedono l’uso di animali. Premesso che chi scrive è assolutamente a favore di un tale approccio, non dobbiamo, però, neppure nasconderci dietro un dito e pensare che tali metodi saranno un giorno “validi e validati” nel modo che Stefano sostiene. Più modestamente, invece, dovremmo accettare che anch’essi potranno portare alla commercializzazione di farmaci nocivi per l’uomo, che anch’essi dovranno basarsi su quell’“andirivieni” di “verifiche a posteriori” di cui si diceva e che anch’essi non sono del tutto “innocenti”. Qual è, infatti, l’origine di questi metodi? Non è, forse, anche qui la sperimentazione animale? Pensiamo, ad es., alle tecniche di neuroimaging che stanno così efficacemente erodendo spazio alla sperimentazione animale: chi pensiamo che sia entrato per la prima volta in una TAC o in una risonanza magnetica? Un uomo, una donna o un altro animale? Stefano, allora, dovrebbe chiarirci un punto: se, almeno alcuni, dei metodi sostitutivi derivano dalla sperimentazione animale e se questa è sempre e comunque “falsa scienza”, come sostiene l’AVS, perché ci dovremmo fidare così tanto della loro “bontà”?

8. Domande specifiche. Stefano mi pone anche delle domande specifiche, a cui non intendo sottrarmi. Eccole: «Filippi, quindi, sbaglia quanto ritiene che le differenze di grado non siano sufficienti per rendere i modelli animali inadeguati per la ricerca umana, altrimenti come interpretare che il 52% dei farmaci commercializzati negli USA e considerati sicuri negli animali, ha provocato gravi reazioni avverse nella nostra specie? Come spiegare che solo meno di 300 sostanze sono considerate terapeutiche e indispensabili secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rispetto alle circa 20.000 in commercio e, verosimilmente, dimostratesi terapeutiche negli animali da esperimento?». Sulla questione delle differenze di grado, credo, di aver già risposto; pertanto mi soffermo sulla questione “ritiro farmaci commercializzati” e “pletora di sostanze terapeutiche prodotte”.
Iniziamo dalla prima domanda, come spiegare che il 52% dei farmaci ritenuti sicuri dopo la sperimentazione animale – ma bisognerebbe aggiungere anche dopo quella umana – e quindi commercializzati, vengono poi ritirati dal commercio perché causa di morte o grave invalidità? Io penso, innanzitutto, per un motivo molto semplice, che si riallaccia a quanto detto sopra e, cioè, che la ricerca biologica odierna non è quella della fisica classica. Stefano, non sembra considerarlo, ma anche la fase post-marketing di un farmaco è parte della sua “validazione” progressiva e sempre incompleta. Al contrario, la comunità scientifica è ben conscia di ciò, altrimenti non si capirebbe perché poi questi farmaci verrebbero ritirati. E, lo ripeto, la commercializzazione di un farmaco avviene dopo che si sono fatti studi anche sugli umani dal che, accettate le argomentazioni dell’AVS, dovremmo dedurre che anche la sperimentazione clinica è “falsa scienza”.
C’è poi un altro motivo ancora più sottile che andrebbe considerato e, cioè, quali sono le probabilità a priori che una qualunque sostanza – o un insieme di sostanze – sia efficace terapeuticamente e priva di effetti indesiderati? Probabilmente molto poche, se dobbiamo dare ragione ai greci che con il termine pharmakon intendevano sia veleno che medicina. Ma, per capirci meglio, proviamo a fare delle stime. Assumiamo che al mondo esistano 1000 sostanze e che solo 100 di queste possano rispondere ai criteri per essere considerate dei farmaci “ragionevoli” e, cioè, che siano “ragionevolmente” efficaci e “ragionevolmente” poco dannose. Se scegliessi tali sostanze a caso, avrei una probabilità a priori del 10% di trovarne una “terapeutica” e che, pertanto, resista alla “prova delle commercializzazione”. Oggi, secondo quanto ci dice Stefano, ci troviamo nella condizione di individuarne il 48%. Che cosa significa questo? O che le sostanze potenzialmente terapeutiche in natura sono più del 10% del totale oppure che il percorso che ci ha permesso di passare dall’ipotetico 10% all’attuale 48% non è così facilmente dismissibile come “falsa scienza” o “errore metodologico”. Per dare risposta a questo dilemma, teniamo presente che la stima secondo cui il 10% delle sostanze che si trovano in natura o che siamo in grado di produrre sia “terapeutico” per l’uomo è molto verosimilmente una stima in eccesso. Ho fatto questo esempio, non solo per rispondere a Stefano, ma anche per mostrare in concreto come certi argomenti dell’AVS che, a prima vista, sembrano ragionevoli, in realtà ad un esame razionale e scientifico sono facilmente “smontabili” e che, ancora una volta, è bene che certi argomenti li affrontiamo tra di noi, prima che ci vengano presentati in pubblico.
Il secondo quesito pone invece l’accento sulla discrepanza esistente tra principi attivi commercializzati e quelli “approvati” dall’OMS. Tralascio la questione che parte di questa discrepanza è dovuta al fatto che i 300 farmaci selezionati dall’OMS non sono solo ritenuti efficaci, ma anche indispensabili – certamente un farmaco che “cura” il mal di testa non è “salva-vita” – e tralascio anche il fatto che i 300 farmaci dell’OMS sono stati tutti “sperimentati” per cui, seguendo Stefano, anche questi dovrebbero essere guardati con sospetto. Ma il punto qui è un altro e su questo, credo, che io e Stefano concordiamo completamente. Non vi è dubbio, infatti, che tale discrepanza discenda dal fatto, come argomentavo prima, che l’impresa scientifica non è avulsa dal contesto sociale in cui opera. In una società, dove l’imperativo categorico è quello di una produzione infinita a favore di un non meglio precisabile progresso, è ovvio che anche per i farmaci succeda quanto accade per qualsiasi altro prodotto (dalle automobili alle scarpe da tennis) e, cioè, la continua “innovazione” al fine di alimentare il funzionamento della società capitalistica che si basa su produzione incessante, iper-consumo, individualismo e competitività sfrenata. Anche l’impresa scientifica in generale e quella biomedica in particolare rispondono a questi canoni e partecipano del disastro etico, sociale e ambientale a cui ogni giorno assistiamo. Ma a dove dovrebbero condurci queste osservazioni su cui è difficile non concordare? Alla messa in scacco del pensiero scientifico in sé oppure a cercare di favorire le istanze potenzialmente anti-sistema della scienza, quali la critica del principio di autorità e il suo sistema decisionale, almeno nei principi razionale, laico e democratico?
Che quanto detto abbia un qualche fondamento di realtà è mostrato, oltre che dalla casistica “eretica” presente in tutta la storia della scienza e a cui si è accennato sopra, anche dagli articoli che Stefano cita nel suo articolo che, pur criticando il modo in cui attualmente viene condotta la sperimentazione animale, sono stati pubblicati proprio da quelle stesse riviste scientifiche che quotidianamente accolgono decine di lavori basati sulla stessa. In altri termini, esistono nel sistema scientifico processi autocorrettivi, difficilmente riscontrabili in altri ambiti, che dovrebbero essere sostenuti.
A tale proposito, vorrei anche segnalare che dei tre articoli “antivivisezionisti” citati da Stefano, uno (A. Abbott, More than a cosmetic change, «Nature» 2005; 438: 144-146) non è un saggio scientifico ma il punto di vista dell’autore riportato nelle pagine “culturali” della rivista e gli altri due (P. Pound et al., Where is the evidence that animal research benefits humans, «BMJ» 2006; 328: 514-517 e P. Perel et al., Comparison of tretament effects between animal experiments and clinical trias: systematic review, «BMJ» 2007; 334: 197-202) non sostengono affatto l’abolizione della sperimentazione animale, ma semplicemente una sua riforma. Gli autori del primo articolo considerano, infatti, il principio delle “tre R” il «cornerstone» (la pietra angolare) della sperimentazione animale (p. 516) e quelli del secondo concludono così la loro analisi: «That there is a gap between clinical research and clinical practice is well established. Our work highlights another gap – specifically the lack of communication between those involved in animal research and clinical trialists. Syetematic reviews of animal experiments could promote closer collaboration between the research communities and encourage an iterative approach to improving the relevance of animal models to clinical trial design. When models do not represent the clinical context they could be adapted accordingly. Furthermore, as it is the case for human research, systematic reviews could help identify and improve deficiencies in the conduct and reporting of animal research». Il che, tradotto, suona così: «La discrepanza tra la ricerca e la pratica clinica è un fatto ben assodato. Il nostro studio evidenzia un’ulteriore discrepanza e, specificatamente, la mancanza di comunicazione tra chi svolge sperimentazione animale e chi conduce studi clinici. Revisioni sistematiche degli esperimenti con animali potrebbero promuovere una più stretta collaborazione tra le due comunità di ricerca e favorire un approccio interattivo al fine di incrementare la rilevanza dei modelli animali nella progettazione delle sperimentazioni clinico-terapeutiche. Quando tali modelli non sono rappresentativi del contesto clinico, dovrebbero essere modificati per tener conto di ciò. Inoltre, e questo è valido anche per la ricerca sull’uomo, le revisioni sistematiche potrebbero contribuire ad identificare e migliorare i limiti nella conduzione della sperimentazione animale e nella descrizione dei suoi risultati». Detto in maniera ancora più semplice, quello che ci si propone qui è tutto fuorché l’abolizione della sperimentazione animale. Siamo allora proprio sicuri che l’utilizzo di questi articoli in ambito animalista sia in linea con il fine che tutti ci proponiamo? E ancora: davvero pensiamo che leggendo questi articoli un pubblico generale di “non addetti ai lavori”, ma attento e critico, concluderà che la sperimentazione animale a scopi terapeutici debba essere abolita?

9. Argomenti utili, argomenti controproducenti e “non argomenti”. Sinceramente ritengo che l’AVS abbia portato all’attenzione argomenti utili alla causa animalista. Uno è certamente quello indicato sopra e, cioè, che la comunità scientifica non è immune da influenze extra-scientifiche. Prima tra queste è quella economica, che Stefano mette chiaramente in luce e su cui concordo pienamente: ad es., la “medicalizzazione” di quasi ogni aspetto della vita (la senilità, l’“irrequietezza infantile”, l’ansia sociale, ecc.) non risponde certamente ad interessi scientifici ma ad interessi economici che intendono trasformare situazioni fisiologiche o para-fisiologiche in vantaggi economici per l’industria farmaceutica. Ma se è così – e abbiamo mostrato con qualche esempio che mai l’impresa scientifica, anche quando ha raggiunto risultati che ci “piacciono”,  è stata impermeabile a influenze metafisiche, culturali, sociali, politiche, ecc. – dobbiamo agire al fine di aumentare la “sponda sociale” favorevole alle modifiche che ci auspichiamo avvenire nella comunità scientifica con argomenti che, visto quanto sosteniamo, non possono che essere volti ad erodere l’antropocentrismo.
Esiste, però, la possibilità che una serie di argomenti dell’AVS, come spero di aver mostrato, siano irrilevanti o controproducenti al fine antispecista. Se accettiamo che questa possibilità sia reale, allora tutti dovremmo impegnarci con serenità ad individuare e a cancellare dalle nostre agende tali argomenti. Di quelli controproducenti (in primis, il rafforzamento delle posizioni antropocentriche, il sapore “pre-darwiniano” e la questione della “verifica a posteriori”) ho già parlato a sufficienza, pertanto vorrei concentrarmi, come esempio, su un solo “non-argomento”, quello secondo cui, come ribadisce Stefano, la ricerca scientifica è viziata dal fatto che «i ricercatori e i cosiddetti opinion leader risultano direttamente o indirettamente sul libro paga dei principali sponsor della vivisezione». Ora, abbiamo già concordato sul fatto che l’establishment farmaceutico influenza massicciamente la ricerca biomedica, ma il passaggio che qui Stefano opera, ripetendo un refrain tanto caro al mondo antivivisezionista, mi sembra in parte inesatto e in parte un “non argomento”. Inesatto, perché la stragrande maggioranza dei ricercatori, compresi quelli dediti alla sperimentazione animale, è costituita, come ci mostrano anche le agitazioni universitarie di questi giorni, o da precari sottopagati o da studenti volontari e non pagati. Dato questo per assodato e, cioè, che gran parte della ricerca biomedica si sostiene su chi non ha evidenti interessi economici – e, verosimilmente non è neppure sadico –, ma su persone che, “obnubilate” da migliaia d’anni di pensiero antropocentrico, pensa – sbagliando, ma in buona fede – che il proprio lavoro sia eticamente accettabile, forse varrebbe la pena chiederci: è più utile avvicinare queste persone con argomenti etici, renderceli alleati e creare così un’opposizione alla sperimentazione animale interna al sistema universitario o è più utile far ricorso ad argomenti palesemente irritanti per chi percepisce 800/1000 euro al mese in situazione di perenne precarietà fino all’età di 40 anni e oltre? Ma, per amor di discussione, accettiamo pure la tesi che qualunque ricercatore è «direttamente o indirettamente sul libro paga dei principali sponsor della vivisezione» e chiediamoci se questa argomentazione abbia un qualche valore o sia semplicemente un “non argomento”. Cosa rispondiamo a questa domanda dopo aver considerato i “casi esemplificativi” di Copernico e Darwin e dopo aver preso atto che anche alcuni degli estensori degli articoli sul «BMJ» citati da Stefano dichiarano, nei paragrafi intitolati «Competing interests» (rispettivamente alle pp. 517 e 201), di aver ricevuto fondi da alcune delle principali case farmaceutiche?

10. Altri punti da chiarire. Stefano sostiene che una delle mie argomentazione «sia poco comprensibile», laddove affermo: «Il nocciolo argomentativo dell’AVS è infatti così riassumibile: “Poiché le varie specie differiscono per caratteristiche anatomiche, fisiologiche e biochimiche, la sperimentazione animale non produrrà mai risultati trasferibili con adeguata fondatezza scientifica alla specie Homo sapiens e pertanto va bandita, indipendentemente da considerazioni etiche, poiché inutile o dannosa per la salute dell’uomo”. Mossa necessariamente perdente perché è difficile immaginarsi che con simili parole d’ordine si possa pensare di estendere la considerazione morale egualitaria al di là dell’angusto confine della nostra specie». A me sembra, invece, che Stefano abbia perfettamente compreso la questione, dal momento che poche righe dopo, afferma: «Innanzitutto non mi risulta che l’obiettivo principale dell’AVS sia quello di estendere la considerazione morale egualitaria al di là dell’angusto confine della nostra specie», sostenendo quanto da me affermato e, cioè, che è proprio la mancanza di un “fondamento anti-antropocentrico” il principale problema dell’AVS. Purtroppo, però, poi Stefano avanza degli argomenti su cui mi trovo in profondo contrasto.
Egli scrive: «Inoltre attualmente, purtroppo, credo che non esistano parole d’ordine in grado di portare a risultati complessivamente positivi, ossia in grado di portare in prima battuta all’abolizione della vivisezione». Questa affermazione suona molto come una petitio principii non suffragata da dati empirici. Penso, infatti, che le parole d’ordine dell’AVE, tra le quali antispecismo e uguaglianza, siano strumenti di grande impatto e tuttora scarsamente o per nulla utilizzati. E inoltre aggiunge: «Non credo che nel 2008, in cui i diritti di eguaglianza degli esseri umani sono in gran parte del mondo solo scritti sulle carte, e a volte nemmeno scritti, si possa pensare di abolire gli esperimenti sugli animali soltanto facendo leva sull’argomento etico». Argomento questo che suona molto vicino a quello di coloro che incessantemente ci ripetono che finché non si risolvono i problemi dell’umanità è inutile che ci si affanni a inseguire quelli che affliggono gli animali. In molti – e tra questi coloro che collaborano a «Liberazioni» – ormai pensano che questo sia un argomento fallace perché ritengono che lo sfruttamento animale stia alla base e serva da modello allo sfruttamento umano e che, quindi, entrambi siano indissociabili sia sul piano dell’analisi teorica che su quello della pratica. Se così stanno le cose e se con questa argomentazione rigettiamo le critiche dell’“uomo della strada”, correttezza vorrebbe che si facesse altrettanto con l’assunto del pensiero dell’AVS secondo cui l’AVE è necessario, ma non sufficiente.
Un altro punto che merita di essere chiarito è quello dove Stefano afferma: «Come possono esserci antivivisezionisti scientifici che non condividono le posizioni etiche, possono esserci antivivisezionisti etici che non condividono le posizioni scientifiche e questa sembra essere la posizione di Filippi. Ciononostante da qui ad arrivare a ritenere la posizione che non si condivide addirittura controproducente c’è molta strada da fare». Ammesso che possano esistere antivivisezionisti esclusivamente scientifici che non condividano le nostre posizioni etiche, chiediamoci però se il percorso di queste persone coincide con quello del movimento animalista. E, se sì, fino a quando e fin dove possiamo spingere questa alleanza? E, infine, accordiamoci sul fatto che l’accettare o meno le posizioni dell’AVS o dell’AVE non è una questione di “gusto personale” – come Stefano sembra suggerire –, ma che tale “scelta” dovrebbe essere supportata da dati scientifici (che non sembrano così univoci come l’AVS sostiene) e da un’argomentazione di tipo razionale. Poiché credo di aver seguito questo tipo di approccio nelle mie argomentazioni, penso di aver percorso, almeno parte di quella «molta strada» di cui Stefano parla.

11. La persuasività “popolare” dell’AVS. Stefano è convinto che le tesi scientifiche sostenute da lui e da altri «possano iniziare ad erodere consensi ai vivisettori» in quanto queste «possono essere accolte da tutti, anche da chi non è animalista». Io penso invece esattamente il contrario: mentre i dati scientifici a cui Stefano si appella richiedono spesso – come qui si è cercato di dimostrare – delle competenze scientifiche che sfuggono all’“uomo della strada”, le argomentazioni etiche, a cui tutti prima o poi devono ricorrere in ogni aspetto della propria vita, sono potenzialmente più facilmente comprensibili da tutti. Capisco che se parla un medico a favore dell’AVS “l’uomo della strada”, proprio perché ignorante su questioni scientifiche, possa immediatamente accogliere le sue argomentazioni. Ma qui si nascondono due problemi: a) ci si avvale del principio d’autorità che dovrebbe essere rigorosamente evitato da chi si definisce copernicano e darwinista e b) chiediamoci cosa potrebbe succedere qualora le argomentazioni dell’AVS venissero confutate da altri “esperti”– fatto che come qui si cerca di mostrare non va escluso a priori? Certamente, l’approccio etico è più laborioso e paziente, proprio perché basato sulla discussione e non sul principio d’autorità, ma una volta accettato, le sue conclusioni sono molto più facilmente comprensibili e molto più difficilmente confutabili, nonché utili per opporsi allo sfruttamento animale in toto e non per presunti “settori di competenza”. Dico questo anche considerando il percorso con cui le persone giungono ad abbracciare le istanze del movimento animalista e, qui, la storia di Stefano mi sembra paradigmatica. Il primo approccio all’animalismo è, per quanto ne so, fondamentalmente di natura etica e suscitato in molti umani dalla riprovazione morale della violenza istituzionalizzata perpetrata a spese degli altri animali. Solo in un secondo tempo possono associarsi altre questioni che potremmo definire “collaterali” (ad es., AVS, questione ecologica, alterata distribuzione delle risorse, ecc.). Tutti noi che siamo “uomini e donne della strada” siamo stati convinti a diventare animalisti dall’inacettabilità dell’attuale condizione animale e, pertanto, non capisco come questo non possa valere anche per il futuro. E questo è particolarmente vero per una pratica tanto odiosa come quella della sperimentazione animale. Credo che esistano, infatti, pochi dubbi sul fatto che questa pratica esponga gli animali a sofferenze maggiori, sia qualitativamente che quantitativamente, di quelle associate a molte delle altre pratiche di sfruttamento. Con in più l’aggravante della “premeditazione” – la sperimentazione animale è infatti pianificata a tavolino in maniera fredda e “razionale”. Perché questi argomenti non dovrebbero far presa o farne di meno di qualche argomento scientifico? Ma ancora di più: certe tesi dell’AVS fanno leva, in buona fede s’intende, sull’afflato etico presente in ciascuno di noi, ma cosa succede a tale afflato etico quando scopriamo che queste tesi non sono così inattaccabili come ci era stato fatto intendere? Non rischiamo così facendo di perdere consenso invece che di aumentarlo?

12. Analisi tecnica o strategia? Alla fine del suo intervento, Stefano introduce un coup de théâtre, allorquando non chiarisce se secondo lui l’AVS vada considerato come «un’analisi tecnica» o come una «strategia conveniente». In entrambi i casi, al di là di quella che sarà la posizione finale di Stefano su questo aspetto, l’AVS non mi pare che debba continuare a mantenere il ruolo prioritario, che di fatto ha in questa fase storica, all’interno del movimento animalista. Se si tratta, infatti, di un’«analisi tecnica», per quanto detto, essa dovrebbe essere sviluppata e raffinata da scienziati in ambito scientifico. Se invece si trattasse di una «strategia» argomentativa, sempre per i motivi detti, a me pare tutto meno che una «strategia conveniente», sia per i suoi limiti intrinseci sia per la “bontà” degli argomenti etici di cui disponiamo.

13. Per concludere. Per chiarezza, voglio ribadire alcuni punti:

  • Sono grato a Stefano per aver accettato questa “sfida intellettuale”, per averla condotta in maniera così civile – cosa che spero di aver fatto anch’io – e per avermi indotto a riflettere sulle mie posizioni, permettendomi di affinarle e di chiarirle.
  • Sono un antispecista senza riserve e, quindi, rigorosamente abolizionista per quel che concerne la sperimentazione animale.
  • Penso che molte, anche se non tutte, le posizioni dell’AVS siano controproducenti e spero che questo mio cri de doléance possa servire non a sminuire il ruolo dell’AVS, ma a renderlo più efficace e a consegnarlo all’ambito che più gli compete e, cioè, la comunità scientifica e non il movimento animalista.

E, infine, voglio aggiungere che ho scritto sia il saggio originale che questa risposta a Stefano con il cuore e le mani tremanti proprio perché sono convinto, come Stefano, che qui «non stiamo scegliendo per noi, ma per altri che subiscono le conseguenze delle nostre decisioni». Per chi sostiene, come chi scrive, delle posizioni etiche, tale iperbole della responsabilità non può che risultare in una continua esitazione e nella volontà di ascoltare con attenzione e rispetto chi la pensa diversamente con l’onestà intellettuale di continuare a rimettersi in gioco, ma senza tralasciare quel rigore che l’onestà intellettuale pure richiede.

Ringraziamenti. Tutti i componenti della redazione di «Liberazioni» hanno letto questo articolo e concordano con quanto qui discusso. Sono grato in particolar modo ad Aldo Sottofattori, Alessandra Galbiati, Filippo Trasatti e Noemi Callea per aver commentato criticamente questo testo, per aver individuato molti punti non chiari e per aver attirato la mia attenzione su aspetti che non avevo considerato nella prima stesura di questa risposta a Stefano Cagno. Resta evidente che gli errori ancora presenti sono da attribuirsi esclusivamente a chi scrive.