Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Massimo Filippi
Naturalmente "contro natura"

L’ultimo libro di Filippo Trasatti, Contro natura. Omosessualità, Chiesa e biopolitiche, recentemente pubblicato per i tipi di elèuthera, non può che essere salutato come una ventata di aria fresca nel panorama culturale nostrano sia per la sua sana verve polemica sia per la fecondità delle considerazioni filosofiche che individuano nella “questione omosessuale” uno dei possibili osservatori privilegiati da cui studiare le pratiche di controllo sociale esercitate dalla biopolitica. La tesi di Trasatti parte dalla constatazione inconfutabile delle pericolose derive oppressive imboccate dalla nostra società – in Italia aggravate dalla gretta provincialità e dall’ossequio untuoso, trasversale e ininterrotto alle gerarchie vaticane –, per individuare una sorta di denominatore comune dei meccanismi discriminatori nella duplice mossa, solo in apparenza paradossale, che fa della natura la “misura standard universale” con cui giudicare i comportamenti umani, nel momento stesso in cui la svaluta a oggetto da normalizzare.
Ma andiamo con ordine. La prima parte del libro, che ha il carattere del pamphlet e che descrive la situazione degli omosessuali in Italia – ben riassunta dalla recente e rovinosa storia di transustanziazione dei PACS in DICO, di questi in CUS e dei CUS in un assurdo non luogo a procedere –, ha il ruolo di far focalizzare l’attenzione sulla definizione dell’omosessualità come attitudine esistenziale e pratica sessuale “contro natura”, definizione che, proprio perché ripetuta ad nauseam, rischia di far passare inosservate le sue origini e le sue conseguenze assiologiche e materiali.
Le origini e le conseguenze del concetto “contro natura” vengono analizzate nella seconda parte del libro che è la più densamente filosofica e la più interessante ed innovativa, in quanto, pur rimanendo ancorata alla “questione omosessuale”, si impegna nel tentativo di offrirci una “teoria unificante” dell’ideologia del dominio. Preso atto di quanto sia complesso e ambiguo il termine “natura”, Trasatti ci mostra come la nozione di natura sia diventata quello che potremmo definire il “prodotto di scarto” del gesto arcaico e violento con cui dalla stessa ci siamo alienati, “prodotto di scarto” che, però, la nostra cultura ha saputo “riciclare” in maniera estremamente efficiente per normalizzarsi e normalizzare, cioè per restituirci con naturalezza un quadro dove la struttura della nostra società è giusta ed immodificabile proprio in quanto naturale. Detto altrimenti, la natura non esiste dopo che da essa ci siamo assisi alla destra del Padre, ormai di natura non si può che parlare come di natura della natura, cioè come di qualcosa di squisitamente culturale. E, la natura della natura, da un lato, viene declinata come “stato di natura” – l’indifferenziato e il debordante, ciò che non è (ri)produttivo e che quindi deve essere soggiogato e reso docile affinché assecondi i piani di salvezza divini – e, dall’altro, una volta che tale processo di naturalizzazione è avvenuto, come “libro della natura” – quel libro di galileiana memoria che non può che ripetere ecolalicamente il linguaggio dell’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Questa è la duplice mossa apparentemente paradossale di cui si diceva: la ferita che l’umano traccia nel corpo della natura ne permette il sezionamento in due parti, una “bassa” da addomesticare, controllare e bonificare e un’altra “alta” che è tale perché di fatto non è più natura, ma sfondo paesaggistico su cui proiettare ciò che l’umano descrive come scala degli esseri, dove le infinite differenze fenomeniche del vivente vengono trasformate in dispositivi gerarchici.
Trasatti individua lo snodo centrale di questo processo di smembramento della natura in quella che definisce, con un termine dal vago sapore psicanalitico, rimozione dell’animale; rimozione dall’umano che trasforma l’animale interno ed esterno in strumento formativo sul e con il quale apprendere l’esercizio delle pratiche di dominio basate sul controllo assoluto delle funzioni biologiche – il sogno della moderna biopolitica – e in referente negativo a cui assimilare quei gruppi umani che, troppo vicini alla natura non redenta, nella più benigna delle ipotesi, devono essere riabilitati/addomesticati e, nella peggiore, semplicemente eliminati. A sostegno di queste tesi esiste ormai un’enorme mole di letteratura antropologica che individua proprio nell’addomesticamento degli animali, avvenuto a cavallo tra il Paleolitico e il Neolitico, lo spartiacque tra società essenzialmente egualitarie e società gerarchiche. In altri termini, la svalutazione dell’animale con il conseguente soggiogamento agli interessi umani è ciò che ha reso disponibile quel surplus di energia – materiale e giustificazionista – da cui sono potute sorgere le prime “città-stato”, con il loro carico di guerre, oppressione sociale e discriminazione dell’altro, “città-stato” che hanno profondamente configurato il mondo che ancora abitiamo. Ovviamente, l’amore omosessuale poiché compie un reato di lesa maestà nel porre chi dovrebbe dominare in condizione di passività e per il fatto che è, per definizione, non procreativo, cioè non in grado di fornire le braccia necessarie per (ri)produrre l’ordine sociale dominante nella forma di soldati e lavoratori, è a tutti gli effetti parte di quell’animalità contronaturale che va estirpata. In questo cortocircuito illuminante che Trasatti instaura tra omosessualità e animalità risiede uno degli aspetti di maggior novità di questo saggio per il nostro Paese. Infatti, mentre nella letteratura anglosassone abbondano testi che hanno individuato e documentato i parallelismi profondi tra condizione animale, quella delle donne (Adams e Donovan), delle classi subalterne (Noske e Nibert), degli schiavi (Spiegel) e degli ebrei durante la barbarie nazista (Patterson e Davis), nulla di tutto questo è mai avvenuto da noi e, pertanto, è certamente meritevole che Trasatti abbia aggiunto un “tassello” importante – e non importato – alla cartografia del dominio.
Si diceva della sfumatura psicanalitica del termine usato per indicare il legame ancora largamente impensato tra oppressione intra- ed inter-specifica: «rimozione dell’animale» dice, infatti, quello che dicono termini come «distinzione dall’animale» (Horkheimer e Adorno) o «disconoscimento dell’animale» (Derrida), con in più la sottolineatura di quell’aspetto di automatismo mentale che, indipendentemente dalle posizioni filosofiche e dagli orientamenti politici di ciascuno, fa scattare una serie di riflessi acritici ogniqualvolta ci troviamo di fronte a qualcosa da stigmatizzare: una delle espressioni più frequenti è, infatti, quella che definisce “bestiale” non quanto le bestie fanno, ma quanto di riprovevole viene compiuto da parte degli umani. Ad esempio, nonostante il libro della natura non abbia mai descritto episodi di genocidio perpetrati da animali, tutti i massacri etnici che drammaticamente continuano a ripetersi vengono senza eccezione classificati come “bestiali”. Oppure, simmetricamente, seppur l’etologia ci ha insegnato che l’omosessualità è tutt’altro che infrequente “in natura”, essa continua a essere vista come pratica “contro natura”.
La terza parte del libro è dedicata ad allargare ulteriormente il valore euristico della condizione omosessuale come chiave di accesso alla comprensione dei meccanismi della biopolitica. La biopolitica è espressione foucaultiana che indica quella serie di pratiche volte al controllo totale dei corpi (cioè della residuale componente animale che necessariamente alberghiamo in noi) tramite il “miglioramento anestetizzante” dei loro bisogni – in questo senso la biopolitica può essere vista come una sorta di secolarizzazione della prassi di dominio precedente, più rozza e più violenta, realizzata tramite il ricorso a sistemi di contenzione della corporalità che giungevano fino all’estremo della eliminazione fisica. Per parafrasare Marcuse, la società capitalista avanzata soddisfa così bene le esigenze che essa stessa ha pervicacemente interiorizzato nelle classi dominate, che queste stesse classi pur rimanendo «in-sé» il soggetto rivoluzionario, non lo sono più «per-sé»; detto altrimenti, il soggetto politico della liberazione non coincide più con quello che materialmente subisce l’oppressione (guarda caso, ancora una volta, qualcosa che chi si occupa di “diritti animali” conosce molto bene).
La biopolitica con le sue misure di immunizzazione (l’incontro con l’altro è potenziale fonte di malattia) e sterilizzazione (il riconoscimento dell’altro in noi è un fattore di rischio) – misure che con la “vicenda AIDS” hanno investito direttamente il mondo omosessuale –, ha intrapreso l’opera di completa “normalizzazione” del corpo che Trasatti, riprendendo un’espressione di Simone Weil intende come l’«impersonale», cioè come quella «carne-del-mondo» che circola in tutti i corpi, ciò che li rende – i nostri e quelli degli animali – enti naturalmente anfibi, che debordano, mischiandoli e confondendoli, i confini dettati dalla miopia asfittica della cultura dominante. Non a caso, quindi, l’incedere della biopolitica ha messo al centro dell’agenda sociale la definizione dei mezzi atti a regolare il potere desiderante dei corpi, per dare dei confini all’esuberante surplus di vita che è costitutivo di ogni vivente, per confinarlo e metterlo al lavoro, rendendolo così (ri)produttivo. Il controllo della sfera sessuale rientra in questa politica di progressiva riduzione della “biodiversità”, che continua ostinatamente ad opporsi alla totale standardizzazione dell’esistente. Parte di questa politica della sessualità prevede l’“addomesticamento” dell’omosessuale, addomesticamento che è avvertito come fatto irrinunciabile in quanto l’omosessualità si pone su quell’importante crocevia dove la biopolitica può esercitare il proprio controllo sia sulla vita dei singoli individui (i mostruosi corpi “contro natura”) che sulla vita della popolazione (gestione della nascita, della salute e della morte secondo “natura”).
Se, nell’epoca della biopolitica, il controllo della sessualità è parte del delirio identitario che ci avvolge, per Trasatti l’omosessualità con la sua capacità di scompaginare i ruoli, è allora chiamata, sulle orme di Foucault, a prendere congedo dalla rivendicazione orgogliosa della propria identità a favore di strategie di liberazione che accettino la condizione condivisa di «soggetti finalmente riportati alla carne del mondo, in cui ritroviamo la comunità tra la specie umana e quella animale, […] per ritornare a sentire con le proprie orecchie qualcosa che non sia stato ancora udito, a toccare con le proprie mani qualcosa che non sia stato ancora toccato». Il che significa che «una politica della sessualità non può limitarsi a costruire solo la possibilità di vivere dentro un’etichetta sanzionata giuridicamente. Essere sessualmente liberi oggi significa invece problematizzare il sesso in modo differente, non cercando in esso la verità che ci de-finisce, ma semmai un luogo di transito, una soglia».