Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Massimo Filippi
Colpisci e terrorizza

Io manderò davanti a te il mio terrore e metterò in rotta ogni popolo presso il quale arriverai. (Esodo XXIII, 27)

La nuova guerra all'Iraq è iniziata e, in questo momento, stiamo assistendo alla fase denominata "colpisci e terrorizza". Questo slogan riassume, forse involontariamente, le caratteristiche principali della guerra postmoderna, caratteristiche che sarà bene elencare ed analizzare per cercare di capire se la cosiddetta guerra postmoderna sia realmente un'inedita novità storica o non trovi piuttosto la sua ispirazione e la sua apologetica in qualcosa di già sperimentato:

  • La guerra postmoderna è innanzitutto preventiva. Le guerre moderne avevano una causa precisa che temporalmente precedeva l'azione bellica. L'evento scatenante poteva anche essere banale o pretestuoso, ma doveva necessariamente avere delle caratteristiche di realtà e fattualità. La guerra postmoderna, invece, precede temporalmente le cause reali che avrebbero potuto scatenarla, è un ritorno al futuro.

  • La guerra postmoderna, in quanto preventiva, è pianificata. Quando era necessario un nesso di causa-effetto per innescare un evento bellico, proprio la natura di tale nesso, non permetteva di lasciar passare un tempo indefinito tra l'evento scatenante ed il conflitto. Ora, non è più così. Poiché il nemico non esiste, ma va costruito, la macchina bellica ha necessità di un lungo periodo di "carburazione". E' mesi che si sa che prima o poi sarebbe iniziata la seconda guerra all'Iraq, che, tra l'altro, ha avuto una lunga gestazione nei dodici anni intercorsi tra oggi e la prima guerra del Golfo. La guerra postmoderna pianificata ed annunciata con grande anticipo, da un lato, ci rende perversamente tutti complici (basta comprare un pacchetto di sigarette, fare un pieno di benzina o bere una bibita per contribuire al finanziamento delle operazioni belliche) e, dall'altro, è espressione di un pensiero inequivocabilmente razionale. La guerra postmoderna è tutto tranne che esplosione di irrazionalità.

  • La guerra postmoderna è infinita. Siccome nasce per prevenire qualcosa che ancora non c'è, cercando di far sì che questo non accada (in altre parole, agisce sul futuro per modificare il passato), la guerra postmoderna non viene dichiarata, può essere condotta al di fuori delle regole internazionali e, ovviamente, non essendo formalmente mai iniziata e dovendo sempre prevenire qualcosa che sta sempre nell'orizzonte del futuro, è anche interminabile, infinita.

  • La guerra postmoderna non ha un nemico definito, potenzialmente è una guerra contro tutti, è una guerra totale per il dominio dell'intero pianeta. Scopo della guerra preventiva è eliminare il nemico prima che questo diventi tale, è pertanto una guerra contro un nemico in potenza. Il nemico attuale è solo un pretesto per il vero nemico che per definizione è sempre un po' più in là, è un alieno del futuro. Poiché tutto ciò che è può "inverarsi" nella figura del nemico, la guerra postmoderna è, per sua stessa natura, una guerra contro tutto.

  • La guerra postmoderna è una guerra asimmetrica, uno solo colpisce senza essere colpito ed uno solo viene colpito senza potere, a sua volta, colpire. Nella guerra moderna, che riconosceva una sua precisa origine in un evento reale del passato e che si combatteva nel presente contro un nemico ben definito, i due contendenti, anche se in condizione di notevole disparità di forze, avevano, comunque, entrambi la possibilità di colpire e di essere colpiti. Questa non è più la situazione attuale dove uno dei due avversari, in quanto nemico inesistente, è necessariamente incapace di compiere atti reali. Questo, più che la sproporzione tecnologica, rende la guerra postmoderna, asimmetrica. Questo spiega perché Osama bin Laden e il Mullah Omar sono irrintracciabili e rende improbabile la cattura di Saddam Hussein o il ritrovamento delle tanto micidiali quanto fantomatiche armi di distruzione di massa irachene. La guerra postmoderna non è un con-flitto, ma piuttosto un in-flitto.

  • La guerra postmoderna è una guerra impietosa. Nella guerra moderna, il corpo-a-corpo dei combattenti poteva generare pietà. Anche quando, dopo la prima guerra mondiale, la guerra è diventata sempre più un attacco contro le popolazioni civili, la possibilità di vedere/esser visto dal volto dell'altro faceva sì che, in genere, almeno "vecchi, donne e bambini" fossero mantenuti al di fuori dello status di nemico. Ora la guerra al futuro, intelligente, tecnologica ed impersonale, non può più fare di queste sottigliezze e raggruppa tutte le sue vittime (inclusi "vecchi, donne e bambini") nella categoria farmacologica (e quindi asettica) degli "effetti collaterali".

  • La guerra postmoderna è anche pubblicitaria, nel senso che ci viene raccontata nella forma edulcorata della pubblicità televisiva. Non è più, insomma, il tempo dei resoconti drammatici dei grandi quotidiani del passato o di Radio Londra. Se il nemico non esiste se non nello stato potenziale, non può ovviamente morire o essere ferito e, quindi, non è possibile mostrarne il sangue, la sofferenza, il dolore e la morte. I racconti della guerra postmoderna sono pertanto i talk-show con i clown e le ballerine, le "belle" immagini (secondo la definizione autocompiaciuta della Rai) ottenute grazie ai mezzi della più avanzata tecnologia della comunicazione, i cieli verdi solcati dai razzi che fanno tanto festa di Capodanno e notte di San Lorenzo, la pubblicità gratuita per i fabbricanti di armi.

  • La guerra postmoderna ha infine una nuance umanitaria. Umanitaria lo può essere da subito (come nel caso della ex-Yugoslavia) o diventarlo col tempo (come nel caso dell'inflitto in corso). Una volta che il nemico potenziale e futuro viene magicamente trasformato dal potere del tritolo in essere sofferente presente (le bombe sono il materializzarsi nella realtà delle tante macchine del tempo della fantascienza) può ricevere l'aiuto della interessata (in termini economici) carovana ricostruttivo-umanitaria che segue il belligerante postmoderno. Questi, a sua volta, per far spazio all'elemento umanitario si sposta un po' più in là per continuare altrove l'onnivora conquista del pianeta, la sua incessante opera di trasformazione del nemico futuro in umanità dolente attuale.

Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete terrore a tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi sarà di cibo. (Genesi IX, 1-5)

Riassumendo, la guerra postmoderna è preventiva, pianificata, totale, impietosa, asimmetrica, pubblicitaria ed umanitaria. Tutto questo sembra avere una certa qual aria di famiglia; ci ricorda qualcosa che continuamente rimuoviamo e che, proprio per questo dovremmo conoscere molto bene. Esiste, infatti, un' istituzione della modernità che è descrivibile con gli stessi sette aggettivi che definiscono la natura della guerra postmoderna. Questa istituzione è il mattatoio industriale. Le considerazioni che seguono vogliono render conto di questo 'oscuro' parallelismo, al fine di mostrare quanto la guerra postmoderna è concettualmente (e fattualmente) contigua al mattatoio moderno. Evidenziando l'inquietante vicinanza di questi due fenomeni non si intende, chiaramente, ridurre le responsabilità personali dei belligeranti, ma inserirle in un più ampio Zeitgeist , che vede nella Chicago del primo grande mattatoio industriale della storia (lo Union Stock Yards ) uno snodo storico decisivo. Analizziamo, quindi, le caratteristiche fondamentali del mattatoio industriale:
  • Il mattatoio industriale è preventivo. Il mattatoio moderno è il risultato della cultura della dispensa. L'uomo raccoglitore, saprofago al seguito dei grandi carnivori o (perfino) cacciatore viveva alla giornata. La fame presente lo induceva a muoversi ed a ricercare una quantità di cibo proporzionale alla causa-fame. Il mattatoio moderno nasce con la possibilità di conservare il cibo. Il mattatio industriale trasforma esseri viventi in carne in eccesso che servirà a saziare una fame futura, potenziale. Come nella guerra postmoderna la causa e l'effetto subiscono un'inversione temporale: "prima la guerra e poi il nemico" corrisponde a "prima il cibo e poi la fame".

  • Il mattatoio industriale è pianificato. È indubbio che l'uccisione sistematica di decine di miliardi di animali all'anno a scopo alimentare è un'azione che deve necessariamente prevedere un alto grado di pianificazione, organizzazione ed automazione. Un alto grado di razionalità, proprio come la guerra postmoderna. E, proprio come questa, ha quella caratteristica metastatica di corrompere diffusamente il sistema su cui si innesta. Quando è in corso un massacro, sono disponibili solo tre possibili categorie esistenziali, quella delle vittime, quella dei carnefici e quella degli osservatori. Il mattatoio con tutto quello che lo precede e lo segue, così come la guerra postmoderna, ha la perversa capacità di trasformare gli osservatori (indipendentemente dalla loro volontà) in carnefici. Infatti, ai milioni di persone, che partecipano professionalmente al massacro degli animali dobbiamo aggiungere l'altrettanto enorme mole di persone legate "indirettamente" al sistema-mattatoio solo perché passacarte indifferenti delle miriadi di lettere commerciali, fax ed e-mail che inevitabilmente devono scorrere a fiumi per rendere possibile l'allevamento, il trasporto e l'uccisione degli animali necessari per l'alimentazione umana. Al sistema-mattatoio, purtroppo, non sfugge nemmeno chi, rigorosamente vegano, è costretto a sovvenzionare con le tasse questo mattatoio sconfinato, che, pur basato sul profitto, versa in una incredibile quanto perenne crisi economica.

  • Il mattatoio industriale è totale. Se il mattatoio moderno nasce per soddisfare bisogni futuri e se il futuro è il regno della potenzialità, tutte le possibili richieste alimentari sono da soddisfarsi a priori. Il mattatoio industriale non si ferma di fronte ad alcun tipo di animale e ha la vocazione al dominio su tutto l'esistente. Tutto è cibo in potenza e a questo tutto va sacrificato: non solo la vita ed il benessere animale, ma anche la salute umana, l'ambiente, le riserve energetiche, quelle idriche, lo strato di ozono, la vita di chi muore perché questo pianeta non ha la capacità di sfamare sei miliardi di carnivori, ecc. Come la guerra postmoderna, anche il mattatoio industriale prevede una guerra contro tutto sostanzialmente infinita.

  • Il mattatoio industriale è asimmetrico. In nessun posto come nel mattatoio moderno il ruolo del colpitore e del colpito sono maggiormente e più chiaramente separati. Nel mattatoio non si rappresenta un conflitto, ma l'apoteosi dell'inflitto. C'erano più probabilità per l'Afghanistan e ci sono più probabilità per l'Iraq di non essere completamente devastati dall'inflitto postmoderno che per un vitello o un maiale di uscire indenni da un mattatoio.

  • Il mattatoio industriale è impietoso. Le bombe postmoderne più che intelligenti sono neutre. A differenza del soldato moderno che uccideva guardando la sua vittima, queste colpiscono e basta. Non c'è più zona franca neppure per i deboli ed i malati. Lo stesso vale per l'impersonalità del mattatoio moderno che non risparmia vitelli da latte, maiali neonati, polli di poche settimane esauriti dalla produzione intensiva di uova, mucche e scrofe incinte, animali anziani che non possono più essere usati per lavori di fatica e, perfino, animali malati.

  • Il mattatoio industriale è pubblicitario. Nella guerra postmoderna televisiva non si vedono morti e feriti. Eppure ce ne devono essere vista la potenza degli ordigni usati e la frequenza con cui vengono sganciati. Anche la carne che mangiamo passa attraverso fasi di produzione sanguinarie e cruente. Eppure guardate la pubblicità dei prodotti alimentari dove animali felici scorazzano su colline verdi quanto il cielo sopra Baghdad ed allegramente passano sui banconi delle macellerie. L'animale merce non può soffrire e morire perché in quanto merce è non vivente, come non lo sono i nemici che vengono dal futuro.

  • Il mattatoio industriale è umanitario. Ci spiegano sempre che i mattatoi moderni, a differenza delle pre-moderne macellazioni fai-da-te, sono regolati da procedimenti "umanitari" (sic). L'animale non è più sgozzato quando è cosciente ma, per nostra tranquillità, prima viene stordito (o almeno così dovrebbe essere). Non si discute mai sull'infamia di uccidere esseri senzienti, ma su quale mezzo sia meglio usare per ridurne la sofferenza, su come migliorare qualche dettaglio secondario della loro infernale condizione di vita negli allevamenti intensivi, sul numero di soste che si possono concedere negli interminabili trasporti verso il luogo di macellazione, ecc. Anche qui, come nella guerra postmoderna, un farisaico umanitarismo rende il processo meno traumatico per carnefici ed osservatori (non certo per le vittime), rendendone più facile la prosecuzione ad infinitum .

Coloro che hanno voluto e promosso questa guerra ignobile hanno responsabilità enormi, tuttavia, non sono loro gli ideologi della guerra postmoderna. Hanno semplicemente trasposto su scala intra-umana, quello che da almeno un secolo gli uomini fanno tutti i giorni al resto del mondo sensibile. Già in passato, forse per pudore, si preferiva attribuire l'invenzione della catena di montaggio a Ford e non a Swift e Armour, gli ideologi del primo mattatoio industriale di Chicago. In realtà, Ford aveva semplicemente copiato la loro "catena di smontaggio". Anche ora, da un punto di vista concettuale, l'amministrazione statunitense ha semplicemente apportato variazioni al tema di Swift e Armour. Certamente poi anche Swift e Armour non sono che un anello intermedio di una catena che riconosce snodi più originari e fondamentali nella Bibbia, in Aristotele, Paolo di Tarso, Tommaso d'Aquino e Cartesio, in tutti coloro, cioè, che hanno contribuito a trasformare il variegato, fragile e bellissimo scorrere degli enti in cose prima ed in merci poi. Questa è la parte 'oscura' dell'occidente, quella che ha sempre utilizzato il concetto di animalità per costruire barriere oltre le quali sospendere diritto e giustizia e oltre le quali mettervi nemici reali prima e virtuali poi. In questo senso, vale la pena di riprendere la versione inglese che definisce questa fase della guerra in atto, la quale recita testualmente "shock and awe" e che forse, nella concitazione dei tempi di guerra, è stata tradotta troppo frettolosamente con "colpisci e terrorizza". Il dizionario Webster ci informa infatti che "awe" significa "a mixed feeling of reverence, fear and wonder, caused by something majestic, sublime, sacred", cioè un sentimento misto di reverenza, paura, meraviglia che si prova per qualcosa di maestoso, sublime, sacro". Analogamente, dal Collins si apprende che "awe" significa "overwhelming wonder, admiration, respect, or dread; power to inspire fear or reverence" e cioè, "meraviglia, ammirazione, rispetto o terrore schiaccianti (opprimenti); potere di indurre paura o reverenza". Forse, con "awe", si sta parlando di quel numinoso terrore sacro e di quel corrispondente sentimento di "soave fragranza" (Genesi VI, II, 21) che qualcuno riesce a provare di fronte ai vari altari eretti dalla storia per giustificare, attraverso il sacrificio, la supremazia umana sul resto del mondo vivente e di alcuni uomini sul resto dell'umanità. Forse una traduzione più corretta suonerebbe: "Colpisci e meraviglia tramite il rito del sacrificio". In piena modernità, von Clausewitz affermava: "La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi". Oggi noi dovremmo iniziare a capire che: "La guerra postmoderna è la prosecuzione del sacrificio religioso e del mattatoio industriale con altri mezzi e sulla specie umana".