Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
La redazione ha discusso dell'articolo di Tony Cliff "Omosessualità e comunismo".
Poiché la rivista non possiede un punto di vista univoco e inoppugnabile su molte delle questioni che animano nonostante tutto il lavoro di ricerca e di militanza cui ci dedichiamo, pubblichiamo le riflessioni della redazione in forma dialogica.
Marco Maurizi e Noemi Callea
Conversando su Cliff


M: L'articolo di Cliff può oggi apparire scontato ma, certo, quando è stato scritto (1978) era sicuramente un testo "estremo". Comunque fatico ancora oggi a pensare che questa frase grandiosa possa apparire ovvia a molti sedicenti marxisti: "dovremmo augurarci che il primo leader del consiglio operaio di Londra sia una donna nera, gay e diciannovenne".

N: L'idea è apprezzabile, tranne per la visione verticistica che, pur criticandola, continua a sottintendere.

M: Beh quella di Cliff è sicuramente una delle versioni più "movimentiste" e meno "verticistiche" del marxismo che esiste (almeno di quello "ortodosso"). Altre realtà del marxismo occidentale, magari più aperte ai movimenti di liberazione e di contestazione, come la Scuola di Francoforte che tanto ha fatto perché il '68 fosse possibile, non hanno mai tentato di mettere in pratica la loro critica al dominio e si sono limitate ad una (pur fondamentale) critica teorica. Il problema dal punto di vista dei movimenti sembra essere: come può realizzarsi una prassi trasformativa dell'esistente senza cadere nelle braccia del nemico? Si può demolire una gerarchia con un movimento non strutturato e dunque che non sia, in una qualche misura o solo "temporaneamente", anche gerarchizzato?

N: Struttura e gerarchia non sono necessariamente la stessa cosa. Il movimento di opposizione – anche se preferirei definirlo "sovversivo" perché secondo me tale deve essere, avendo lo scopo di rovesciare lo status quo – deve imporre il completo rifiuto al suo interno delle logiche e dei meccanismi che condanna. Un sistema gerarchico genera, a prescindere dal contesto in cui è inserito, dominio e oppressione, è inevitabile. Non è, quindi, accettabile. Altra cosa è, invece, darsi una struttura, cioè organizzarsi in un sistema flessibile, non statico, basato sulla collegialità decisionale. Mi rendo conto che, se questa via è più facilmente praticabile quando si tratta di piccoli gruppi, diventa più difficile da gestire davanti ai grandi numeri. Malgrado ciò, credo che sia l'unica via che abbia senso praticare.

M: Concordo.

N: Se il problema è che i grandi numeri determinano automaticamente la necessità di una struttura gerarchica e di controllo, la soluzione dovrebbe essere quella di evitare i grandi numeri, il che significa organizzare il movimento – e in prospettiva la "nuova" società che ne potrebbe emergere – non per grandi masse ma per gruppi piccoli o medi dislocati sul territorio, autonomi ma interconnessi. Le primarie del centrosinistra – di là dalla finalità che nella fattispecie hanno avuto e del contesto politico in cui si sono svolte – sono state un interessante esempio di partecipazione collegiale attraverso un sistema strutturato non gerarchizzato. Senza troppo sforzo mi inducono ad ipotizzare che qualcosa di simile, almeno per quello che riguarda i grandi temi e le scelte fondamentali, possa essere usato per governare, se non stati – ma la mia immaginazione si spinge ben oltre -, almeno regioni. Riconducendo tutto ciò al movimento rivoluzionario, credo che l'unica sua vera forza possa essere l'interconnessione di piccoli e medi gruppi ben organizzati localmente.

M: Le primarie?! Io starei attento alle "apparenze". La scelta dei candidati è comunque caduta sui partiti i quali hanno poi mobilitato i loro iscritti per far trionfare Prodi. I DS sono bravissimi in questo...Sono l'unico partito (a parte la chiesa...) che ha ancora una struttura sul territorio tipo vecchio PCI (anzi, è la stessa): quando scatta l'ordine dall'alto tutta la base si mette in movimento.
Ora, a parte lo squallore para-staliniano della dirigenza diesse e, in generale, l'atteggiamento passivizzato della sua base, sarei d'accordo con te che una capacità organizzativa e una mobilitazione "dal basso" di questo tipo non configurano di per sé una gerarchia. Gerarchia è quando chi sta sotto non ha potere decisionale o ce l'ha solo per finta (e se guardiamo agli oggettivi rapporti di potere è quello che effettivamente accade con le realtà parlamentari, sindacali e istituzionali nostrane). Ma se la struttura funziona in modo democratico e non gerarchico-burocratico, allora, una volta prese le decisioni operative, ci deve essere il modo di farle eseguire in modo quanto più possibile capillare...Insomma la questione del soggetto rivoluzionario è anche la questione di come si "agisce". Il problema che talvolta si pone allora è: il soggetto rivoluzionario che intende dissolvere/distruggere il soggetto specista-sessista-razzista-borghese di che natura deve essere? Se il problema è una realtà totalitaria e identitaria (capitalismo come ultimo esito di una civiltà gerarchica e repressiva) questo soggetto dovrebbe essere non-totalitario e non-identitario. Ma, si dice, sarà ancora un soggetto? E se non è un soggetto che dissolve/distrugge attivamente il sistema di dominio forse che questo si dissolverà da solo, spontaneamente?

N: Forse non sarà un soggetto ma una molteplicità di soggetti. Per scardinare il sistema attuale, secondo me, è necessario intervenire sui meccanismi su cui si basa. Per farlo, però, è necessario mettere in atto processi fondati sui nuovi principi che si vogliono affermare, evitando, quanto più possibile, di cadere negli stessi meccanismi che si vogliono smantellare.

M: Questa è stata la grande lezione dell'ecologismo radicale degli anni 70-80 e dell'antispecismo vegan oggi. Con essi si è andati verso una concezione della contestazione che è esistenziale in primo luogo e che ha spregio delle questioni organizzative (della serie: agisco in prima persona, qui e ora, io, e il cambiamento verrà quando saremo in tanti...), però è ormai evidente che questo non basta. La sovversione non può essere solo diffusiva, deve poter anche essere concentrata, avere obiettivi specifici. Bisogna poter sferrare dei colpi decisivi anche in modo organizzato.

N: La sovversione non può che manifestarsi in forma collettiva, poiché in forma individuale al massimo viene categorizzata in "disadattamento" e "delinquenza", e nel migliore dei casi è fine a se stessa. Solo un'organizzazione collettiva può sperare di avere un peso politico rivoluzionario e di contrastare le manovre capitalistiche. Il capitalismo, infatti, come sistema di dominio è un soggetto con grandi capacità di adattamento. Genera continuamente al suo interno cambiamenti, anche strutturali, in modo da ritessere le maglie del proprio sistema di controllo, infittendole quando necessario in modo da togliere spazio a qualunque opposizione. Muta i propri elementi di debolezza, senza alterare quelli di forza, in modo da permettere la propria sopravvivenza. È impossibile che arrivi ad auto-dissolversi. Esclusa tale ipotesi, è necessario, quindi, che si venga a formare un soggetto politico che elabori nuove strategie sociali, non-identitarie non-totalitarie non-oppressive, che mirino ad abbattere qualunque sistema gerarchizzato, facendo leva, dove possibile, sui punti deboli del sistema stesso. Il problema è che la formazione di un soggetto di questo tipo, che si ponga fini rivoluzionari – quindi di cambiare l'esistente attraverso una presa di coscienza e un'azione collettiva – ha difficoltà ad avvenire all'interno del sistema attuale e attraverso le regole che lo governano. Ovviamente non potrebbe essere altrimenti: sarebbe insensato pensare che il sistema crei al suo interno i presupposti per il proprio stravolgimento. Le leggi hanno lo scopo di mantenere lo status quo e, attraverso la loro applicazione quotidiana, definiscono modelli comportamentali che plasmano pensieri e coscienze. È un meccanismo proprio delle società fortemente identitarie, in cui l'omologazione presuppone l'imposizione di un pensiero unico che per mantenersi integro non può ammettere nessuna forma di critica e opposizione.

M: Oppure ammette forme di critica e opposizione nella misura in cui non intaccano realmente delle relazioni di potere e, dunque, rimangono del tutto interne e strumentali al mantenimento del sistema di dominio.

N: Le ammette e le crea appositamente. È un gioco delle parti in cui il potere cambia vesti per auto-legittimarsi.
Il fatto è che questi modelli comportamentali entrano così prepotentemente nell'immaginario individuale e collettivo da diventare abitudini, e l'abitudine è la strada per la normalizzazione. Come dire, la società, attraverso il suo sistema di regole e modelli, utilizza con i suoi membri carota e bastone per addomesticarli a comportamenti "innaturali". Allora, forse, è questo uno dei meccanismi che il soggetto politico non-specista/capitalista/ecc. dovrebbe iniziare a scardinare: l'abitudinarietà nei processi individuali e collettivi. La ripetitività del fare, in qualche modo, comporta una ripetitività dei processi mentali ed emotivi. La schematizzazione delle vite degli uomini in tempi, luoghi e ritmi uniformati, ad esempio, ha di certo lo scopo di aumentare la produttività globale del sistema – la cui reale necessità è infondata e il cui beneficio non è evidentemente a vantaggio di tutti -, e contemporaneamente limita profondamente la possibilità di relazioni sociali, intra ed anche extra generazionali. Ciò provoca una riduzione notevole della circolazione e della mescolanza delle idee, limitando profondamente, insieme all'aggregazione extra-lavorativa ed extra-classe, la possibilità della formazione di una coscienza collettiva fondata su rapporti diretti di tipo solidale: le categorie soccombono quando si entra in relazione diretta con i pensieri dell'altro. Ciò, in un sistema di dominio, è assolutamente da impedire. La frammentazione dei processi produttivi in momenti isolati e altamente specializzati è un riflesso della forma della società, essa stessa – secondo me anche a causa di quelli – stratificata e divisa in gruppi omogenei, i quali, poiché fortemente separati e differenziati, non possono che costituirsi in minoranze relative, non numeriche ma sociali. Ciò è possibile anche perché intervengono processi di frammentazione e separazione delle categorie a cui gli individui appartengono o "sentono" (grazie all'imposizione di modelli precostituiti) di appartenere.


M: In questo senso però l'esigenza posta da Cliff sull'unitarietà delle lotte non è da sottovalutare.

N: A me ha colpito di più la frase "Il sistema governa dividendoci". Come dire che è nel meccanismo stesso del sistema sociale la logica dell'oppressione e la creazione di gruppi in contrapposizione. Non esiste, nella realtà, la categoria dell'oppresso antitetica a quella dell'oppressore, tanto che trovo alquanto impraticabile attuare un movimento che unisca tutti i tipi di oppressione sotto un'unica bandiera. Verrebbe da chiedersi: se tutti gli oppressi si trovassero dallo stesso lato delle barricate, chi rimarrebbe dall'altro lato?

M: Attenzione! Capisco cosa vuoi dire ma, secondo me, va articolato con cautela. Qualcuno altrimenti potrebbe concluderne che non esiste l'oppressione e non esiste il dominio (cfr., ad es., certa filosofia post-moderna). Io penso che è vero che non esiste la categoria dell'oppressore ma perché non è il singolo che opprime bensì il sistema nella sua totalità. Il singolo è parte di questo sistema ed è a un tempo effetto e causa di esso, poiché col suo comportamento aiuta a riprodurre il tutto di cui è parte: non a caso Marx in una prefazione del Capitale dice che non considera affatto i singoli capitalisti "cause" dell'oppressione o "responsabili" del sistema, poiché sono attori di un dramma che non hanno scritto loro.

N: Sì, infatti il mio incipit è stato: "è nel meccanismo stesso del sistema sociale la logica dell'oppressione e la creazione di gruppi in contrapposizione". Il capitalismo, così come ogni altro sistema gerarchizzato e autoritario, si alimenta di contrapposizioni, che sono sempre tra oppressi. E' un po' come il gioco dei due litiganti: c'è sempre un terzo che ne gode. Chi di volta in volta sa assumere la posizione del terzo ne esce vittorioso, e sarà suo interesse continuare ad alimentare tale contrapposizione o, ancora meglio, crearla per trarne vantaggio. Quello che volevo dire è che non è possibile determinare quali categorie sono definibili oppresse, poiché lo sono tutte in quanto all'interno di un sistema che sui meccanismi di dominio e oppressione basa la propria esistenza. Quindi il pensiero di Marx è assolutamente condivisibile. Il fatto è che non riesco ad individuare una categoria dei capitalisti completamente avulsa dalle altre, poiché per me l'operaio contribuisce al sistema di oppressione tanto quanto l'imprenditore o l'impiegato statale. Al massimo posso considerare unici veri oppressi i bambini e i cosiddetti "malati mentali", che hanno evidenti difficoltà a difendersi autonomamente.

M: La classe operaia ha certamente subito nel '900, anche grazie all'opera passivizzante dei partiti riformisti e stalinisti, un processo di integrazione e omologazione. Le nuove figure del lavoro, a partire dagli anni '70, sono però radicalmente precarizzate e atomizzate. In questo nomadismo forzato del lavoro vedo invece un potenziale critico che ancora attende una piena presa di coscienza di sé e del suo ruolo come forza antisistema (nella misura in cui si oppone ad una dipendenza dal sistema che impedisce ogni forma di progettualità della propria esistenza al di fuori delle logiche di mercato).

N: Nell'epoca post-moderna, caratterizzata da un'estrema frammentazione dell'identità individuale – o forse, sarebbe meglio dire, un moltiplicarsi delle identità – il pensiero e l'azione individuali sono diventati, inevitabilmente, dispersivi e incoerenti. Ciò è possibile perché sono elaborati all'interno di un sistema sociale che procede per contrapposizioni: la categoria della donna madre, ad esempio, si contrappone a quella della donna manager che si contrappone a quella della donna comunista a sua volta contrapposta a quella della donna religiosa, ecc. Non si vede all'orizzonte una possibile riconciliazione. Non è solo un problema legato ai tempi e ai modi del fare, imposti dalla società. È soprattutto in relazione all'essere: i frammenti di tali identità sono come calamite che si respingono. È impossibile pensarsi come un individuo unico, poiché il conflitto interno è insito nella sua stessa formazione culturale. Il percorso di crescita delle persone è vissuto come un continuo proiettarsi fuori, un riconoscersi in altro da sé, in categorie predefinite e omologate. In tale marasma è impensabile che un individuo (socialista oppure no), citando Cliff, possa "essere in grado di identificarsi con tutte le lotte dei gruppi oppressi". E ciò è ancora più evidente se si pensa in scala globale.

M: Sì questo è vero. Ma, come detto prima, per me rimane centrale l'idea che una conciliazione tra le varie lotte deve essere possibile e quindi, certo, non sarà possibile a me o a te (cioè a degli individui) identificarsi con tutti gli altri gruppi...ma è ben possibile pensare che le nostre lotte conducano tutte (in un modo che noi ancora non riusciamo a chiarire sufficientemente) verso l'abolizione dell'oppressione e del dominio in ogni sua forma. E noi dobbiamo lottare (con le armi del pensiero, in primo luogo) perché questo sia possibile...il problema è che le lotte tendono ad ossidarsi, a trasformarsi in slogan privi di contenuto, in identità di comodo, "nicchie" politiche come abbiamo scritto nell'home di Liberazioni. Anche contro queste identità rassicuranti (e non meno omologanti) dobbiamo lottare, fermo restando che il tutto non ha un senso post-moderno (di salotto filosofico, di speculazione accademica, di relativismo di valori etc.) ma di trasformazione dell'esistente e di lotta all'oppressione reale (se non ci fosse la sofferenza reale non ci sarebbe pensiero critico). Ritengo che quello che dica Cliff possa essere mantenuto se lo si intende come un'aspirazione, un ideale limite cui bisogna tendere se si crede davvero che la fine delle oppressioni possa avere luogo.
Mi pare comunque di capire che sei scettica rispetto alla possibilità di creare un'organizzazione rivoluzionaria in grado di legare i destini di donne, lavoratori, "malati di mente", bambini e.animali. D'altronde anche Costanzo Preve se la ride di tentativi di questo tipo: lui preferisce fare i campi antimperialisti con gli ex-fascisti!

N: La posizione di Preve è complessa e parecchio articolata. Trovo molto interessanti le sue considerazioni sulle identità e le dicotomie idielogiche – direi in generale sulla categorizzazione del pensiero – di cui auspica un superamento.

M: Sì la mia era una battuta. Su Preve, che non si può negare – anche quando si dissente da lui ­- che dica cose serissime, bisognerebbe aprire però un discorso a parte.

N: Riguardo alla creazione di un'unica organizzazione rivoluzionaria, pur condividendone la necessità teorica, almeno per quel che riguarda un'intesa sugli obiettivi comuni, al momento non credo ci siano le condizioni perché una convergenza, sul piano pratico, possa realizzarsi. Ritengo più attuabile un incontro delle compagini sociali su problematiche specifiche e/o contingenti. Anche perché le forme di oppressione spesso si incrociano, si accavallano e si contrappongono. Come nel caso del femminismo dei decenni trascorsi che ha cercato di individuare una categoria delle donne, assoggettando al problema di genere ogni altro aspetto dell'oppressione sociale (razziale, di classe, sessuale, territoriale, ecc.), così oggi può risultare altrettanto limitativo racchiudere sotto un'unica categoria tutte le forme di oppressione. Si verrebbero ad uniformare, nella teoria, le problematiche inerenti ai singoli aspetti dei vari tipi di oppressione, finendo per elaborare, nella pratica, strategie di azione inefficaci e per provocare, conseguentemente, una disaffezione alle cause e l'accrescersi di un individualismo già di per sé, almeno al momento, esasperato.

M: Penso che sia molto difficile trovare l'unificazione delle lotte e tuttavia è necessario tentare: perché è solo attraverso la categoria di totalità che appare l'oppressione (la società come un tutto che però produce divisioni e si alimenta di esse). E qui per rispondere alla difficoltà che poni tu, farei una distinzione tra teoria e prassi. Per poter giungere "praticamente" all'unità occorre una teoria in grado di mostrare le connessioni reali (cioè storiche, culturali, sociali, economiche) tra le varie forme di oppressione (sempre che questo sia possibile...io penso di sì ma, ovviamente, è un lavoro ancora in larga parte da fare) e iscrivere poi nell'agenda politica le priorità della lotta e le strategie adeguate.

N: Sono perfettamente d'accordo. Una teoria che voglia essere unificante deve anche indagare le differenze per comprendere le connessioni. Ho fatto l'esempio del femminismo poiché mi sembrava emblematico di un modo di procedere che, sebbene abbia prodotto fondamentali risultati in passato, nella realtà storica attuale, forse, non è più conveniente adoperare. Il femminismo dei decenni passati, quello cosiddetto della prima e della seconda ondata, che è stato anzitutto un femminismo "bianco" e "borghese", ha elaborato la teoria dell'oppressione della donna occidentale e, essenzialmente, del ceto medio, elevandola a categoria generale di donna oppressa. Sono stati trascurati – ma forse in quel momento era l'unica strada – aspetti e differenze importanti tra i diversi tipi di oppressione a cui le donne sono sottoposte – di classe, geografiche, culturali – che hanno causato, probabilmente, una perdita di coesione, fino allo sfinimento, del movimento che si era creato: risolte le grandi questioni (aborto e divorzio) che premevano in particolare in quel momento sulle donne occidentali del ceto medio, è sembrato esaurito il suo compito, come se il movimento di emancipazione femminile fosse disgiunto dai movimenti d'emancipazione di classe o etnica. È stato più un movimento per la legalizzazione di uno stato di fatto (gli aborti clandestini erano diffusamente praticati) che non l'affermazione di principi d'emancipazione che dovevano essere comuni a tutti.

M: È per questo che una vittoria particolare ha paradossalmente sancito la sconfitta e l'oblio della prospettiva universale di liberazione femminile. Questo mostra quanto il raggiungimento di un obiettivo assuma un significato strutturale solo all'interno di una strategia rivoluzionaria di lungo periodo ben chiara e definita. Altrimenti, come dici tu, esso può assumere adirittura una funzione e un significato "controrivoluzionari", se mi passi il termine. Penso che le conquiste economiche del riformismo operaio così come le acquisizioni civili dei neri americani abbiano mostrato, nel lungo periodo, la stessa funzione regressiva, intorpidente. E lo stesso potrebbe dirsi del welfarismo animalista e, oggi, del buonismo e della falsa tolleranza con cui la questione gay (e, in prospettiva, si può prevedere: le tematiche transgender) viene inserita e neutralizzata come fenomeno di costume nella società dello spettacolo. Senza con questo voler dire, per carità, che è meglio morire di stenti o accettare di buon grado la repressione in attesa che la disperazione inneschi un'esplosione irrazionale di rabbia. Voglio semplicemente dire che le battaglie politiche si vincono e sono produttive per i movimenti solo se si continua la guerra.

N: Tanto è vero che oggi – a parte il fatto che le nuove generazioni di donne hanno difficoltà a riconoscersi in quel movimento, appunto per la mancanza di obiettivi comuni che il femminismo non è stato in grado di rendere riconoscibili nel tempo -, l'oppressione sessuale si manifesta con notevole evidenza nell'impossibilità da parte delle donne di raggiungere posti di potere, con la conseguente impossibilità di intervenire direttamente e incisivamente sull'elaborazione delle regole sociali. Quello che è accaduto in parlamento nei giorni passati riguardo l'emendamento per le "quote rosa", bocciato trasversalmente da sinistra e destra, ne è un esempio. Più che l'emendamento è stata bocciata – dal parlamento rappresentate la società – la volontà di affrontare il problema e di riconoscerlo come tale.
Un movimento di liberazione, che voglia affermare una nuova etica sociale, deve gioco forza fare i conti e tenere in conto le differenze e le contrapposizioni presenti al suo interno e nella società, pena il suo fallimento.


M: La questione delle priorità è anch'essa delicata. Molti pensano ancora che siccome l'oppressione sessista e specista è più antica di quella razzista e di quella capitalista ci si debba occupare direttamente di quelle, perché essendo forme di lotta più "radicali" (vanno "alla radice" del dominio) "includerebbero" la lotta al razzismo e al capitale. Penso che questo sia un pensiero molto ingenuo. E' vero esattamente il contrario! Proprio perché quelle forme di oppressione sono più recenti è più facile estirparle, cominciare da qui il lavoro di demolizione del sistema dell'oppressione (insomma: sì, sarebbe bello poter tagliare il nodo e farla finita subito, ma forse è più plausibile mettersi a districare la matassa...). Ma deve essere il primo di una lunga serie di passi. Ovvio, infatti, che se non pensi contestualmente la necessità di eliminare fino alla radice ogni rapporto di dominio (e dunque anche il sessismo e lo specismo) non si produrrà alcun cambiamento reale e la fine dell'attuale ordine sociale e politico subirà ulteriori e forse anche peggiori storture (vedi i limiti che hanno condotto il movimento operaio del secolo scorso nell'impasse dello stalinismo e del riformismo "progressista"). Ma che per poter spazzar via il sessismo e lo specismo si debba prima instaurare un ordine economico equo, razionale, solidale e internazionalista credo che non ci piova.

N: Il fatto che tutti gli uomini abbiano un ugual numero di cammelli per comprare le donne per i loro harem, non credo possa giovare al cambiamento che auspichiamo. Questa è ovviamente un'esagerazione, ma l'emancipazione degli uomini dai loro stati di oppressione (economico e razziale), secondo me, provocherebbe semplicemente un aumento dell'oppressione nei confronti delle donne e, di certo, non eliminerebbe lo sfruttamento animale. Perché un ordine economico sia equo, ad esempio, deve necessariamente tenere in conto le problematiche femministe: è anche nella differenza di reddito tra uomini e donne che si manifesta il sessismo. La povertà femminile è una forma di dominio patriarcale.

M: Ma certo! Non potrebbe essere chiamato giusto e razionale un ordine economico che sfruttasse le donne realizzando una uguaglianza tra gli uomini. Non riesco neppure a immaginarmi come ciò potrebbe essere possibile.

N: Lo sfruttamento potrebbe essere mascherato. Non è, infatti, solo un problema economico, risolvibile con l'equiparare il reddito dei due generi. Leggevo qualche giorno fa di una statistica Istat del 2004 dalla quale risulta che i padri italiani dedicano alle cure famigliari in media meno di 2 ore al giorno, rivolte sostanzialmente solo ai figli. In pratica tutto il peso delle cure famigliari (compresi, quindi, anche anziani e malati) è a carico delle donne. Ora, se anche le donne avessero un reddito pari agli uomini tale da poter affidare le cure parentali ad altri, questi altri sarebbero inevitabilmente altre donne, ovviamente appartenenti a classi o etnie svantaggiate. Il fenomeno delle badanti, evidente forma di oppressione contemporaneamente sessista etnica e classista, finirebbe per accentuarsi. Le varie problematiche sono così fortemente collegate tra di loro che agire su una trascurando l'altra non sarebbe efficace.

M: Quindi cosa proporresti?

N: Invece di un unico movimento che si muove per priorità, immagino tanti movimenti connessi tra loro, uniti da una base teorica comune, che si muovono su tutti i fronti contemporaneamente, sostenendosi a vicenda. Quindi, prima è necessario elaborare una teoria che supporti poi le varie strategie per agire simultaneamente su tutti i piani. Il movimento no-global, inizialmente, era molto interessante poiché seguiva più o meno questa logica: gruppi differenziati che si occupavano di tematiche diverse. Infatti si parlava di "movimento dei movimenti". Quando ha voluto presentarsi come movimento unico, ha dovuto fare i conti con le diversità evidenti che lo caratterizzavano al suo interno, contrastanti al tal punto da provocarne spaccature irrisolvibili. In queste lotte intestine, le diversità si sono radicalizzate provocando un antiproducente rafforzamento delle ideologie. Prima ancora di presentarsi in battaglia muniti di falci, martelli, bandiere e crocifissi, si sarebbe dovuto lavorare per intessere un filo comune di pensiero. Alla fine, purtroppo, invece di costruire l'altro mondo possibile come gli slogan proclamavano, ci si è "limitati" a contestare quello esistente. La spinta oppositrice è stata per la maggior parte dei casi, purtroppo, solo di tipo emotivo e i pochi che hanno cercato di elaborare un'analisi teorica generale si trovano nuovamente abbandonati a se stessi.

M: In questo contesto penso che la questione animale, per quanto ancora marginale e viziata da pesanti ambiguità (anche, ma non solo, politiche), possa avere una funzione propulsiva e aggregante.

N: Sì. Vorrei che il movimento antispecista riuscisse a creare dei meccanismi di critica della società funzionanti su tutti i piani e in relazione a tutte le tematiche. Così generali e consistenti da essere validi anche per una reale auto-critica.

M: Penso sia proprio la capacità di auto-critica, dunque di auto-correzione, a configurare una realtà antagonista in termini di soggetto rivoluzionario. È un "soggetto" quello che si muove in modo consapevole, cosciente di sé e dell'ambiente in cui agisce. Altrimenti hai solo un coacervo impazzito di spinte e controspinte, una meccanica di forze cieche.

N: Quello che mi chiedo: è possibile dare un primato alle idee, abbandonando ogni categorizzazione?

M: Le categorizzazioni le crea il sistema a suo uso e consumo. Le idee rivoluzionarie sono il grimaldello che scardina l'ordine concettuale creato dal sistema. La luce che sprigiona dalla dissoluzione concettuale del sistema dovrebbe illuminare la via alla prassi trasformatrice. O, almeno, questo è quello che spero.

N: Lo spero anch'io. Penso, però, che sia possibile e valida anche la strada inversa. E cioè, partendo da una prassi rivoluzionaria, ovviamente sempre frutto di un'idea, è possibile scardinare i meccanismi del sistema, rilevando la falsità della struttura concettuale che lo sostiene. Penso che questo tipo di meccanismo sia più adatto alla mentalità diffusa del "vedere per credere". Una scelta etica non sempre è frutto di una elaborazione concettuale, la quale spesso non ha luogo non solo perché non ci sono gli strumenti intellettuali per avviarla, ma il più delle volte perché non c'è la volontà e non si "crede" nella validità sul piano pratico di quella teoria. Come dire, non basta dimostrare che un sistema concettuale è sbagliato – cosa, tra l'altro, spesso non sufficiente a fare cessare la prassi che ne deriva -, è necessario dimostrare che il sistema opposto o alternativo è valido e applicabile.