Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Noemi Callea
Dal personale al politico
Considerazioni sull'intervista a Sca*


L’intervista a Sca, un’attivista per la liberazione animale, esprime in maniera esaustiva la complessità del contesto in cui gli animalisti si ritrovano ad agire. Da un lato, la società col suo insieme di comportamenti abitudinari, regole non esplicitate, ordinamenti e istituzioni che organizzano ogni aspetto dell’esistenza, determinando una sorta di de-individualizzazione e conseguente omologazione. In tal senso, le sensibilità specifiche sono soppresse e reindirizzate per essere informate alla sensibilità (pensiero, comportamento) collettiva. Dall’altro, un movimento animalista, costituito da una molteplicità di gruppi eterogenei per metodi e obiettivi, alla ricerca di una propria dimensione teorica e pratica che permetta alla sensibilità antispecista di invadere lo spazio del confronto sociale. In effetti, gli attivisti, spinti da una emotività istintiva, e supportati quasi esclusivamente dalla propria determinazione, si ritrovano a dover affrontare una realtà composita, burocratizzata e sistematizzata. Una realtà in cui la preminenza dei modelli di tipo autoritario/gerarchico/oppressivo, istituzionalizzati ad unici modelli possibili e sistematizzati in senso sociale, politico ed economico, impedisce e strozza l’emergere e l’affermarsi di quelle sensibilità che, invece, situano l’esistenza preminentemente nella sfera etica e morale. La questione allora, come in passato si è assistito per il femminismo, da personale diventa politica. Non si tratta di dirimere una disputa tra le componenti sociali o di trovare un compromesso tra gli interessi e le esigenze di categorie diverse; non è un problema di ordinaria amministrazione e consenso, ma è una questione inerente la struttura stessa della società. Si tratta, cioè, di modificare le fondamenta dell’impianto sociale.
Il passaggio dal soggettivo al politico diventa allora fondamentale perché l’animalismo, col suo portato di esperienze personali, incentrate sull’empatia e l’istinto, possa assumere un proprio peso specifico nella di lotta di liberazione dall’ideologia del dominio, che investe tragicamente sia l’esistenza animale sia quella umana. Tale necessità storica e politica abita le sensibilità degli attivisti, che ad un certo punto intuiscono di poter trasformare le vicende del proprio vissuto personale in strategie politiche. Assistiamo al nascere di una consapevolezza intuitiva che, pur infrangendo le barriere del personale, deve ancora essere masticata e digerita in seno al movimento animalista. Attuare questa svolta, cambiare prospettiva strategica, passare cioè al piano politico, significa volgere uno sguardo più attento e rinnovato all’organizzazione del movimento animalista, all’elaborazione degli obiettivi a breve e lungo termine, e alla individuazione degli ambiti e delle modalità di lotta.
Quali piani di azione emergono dall’esperienza dei militanti e quale portata possono avere nel senso dello spostamento della prospettiva dal personale al politico?

Comunicazione
Il coinvolgimento emotivo e compassionevole è un fattore decisivo che determina la misura dell’efficacia di una certa proposta comunicativa.
L’immedesimazione entra in gioco quando si riconosce l’alterità come un soggetto. È possibile, cioè, solo dopo che il cambiamento di prospettiva è iniziato. Un carnivoro non riconosce l’animale come un individuo, quindi l’immedesimazione potrà avvenire più difficilmente. È più probabile, invece, che una sorta di identificazione avvenga con la persona che già ha effettuato questo cambio di prospettiva. Identificazione che richiede il riconoscimento del soggetto come “simile” e “conforme” (al modello sociale e culturale predominante), come “uno di noi”. In tal senso Sca ci dice:

<<il fatto che una persona sia disposta a mettere a rischio la propria libertà per la vita di un animale, penso abbia un forte valore dal punto di vista del messaggio dell'antispecimo, che purtroppo spesso non viene recepito perché la concentrazione si focalizza sull'illegalità del gesto e sul volto del liberatore coperto da un passamontagna. Il fatto che io abbia agito in pieno giorno, esponendomi più direttamente al rischio e rivendicando personalmente la cosa, credo possa dare modo di concentrarsi di più sulla vera natura del gesto e che comunque gli dia una valenza più comunicativa>>.
 
La comunicazione, in questo senso, è veicolata da uno spiazzamento determinato dal fatto che si assiste ad un comportamento che ha un significato intrinseco (cioè non riconducibile ad un interesse strumentale del soggetto che lo mette in atto), che penetra la sfera della sensibilità individuale:

«In quei tre giorni di astensione dal cibo passati in piazza duomo di Milano, ho avuto la sensazione che le persone ci guardassero con occhi diversi e si approcciassero a noi in un modo nuovo. Non avevano più quell'atteggiamento chiuso di difesa di chi si sente semplicemente accusato, ma una maggiore disponibilità all'ascolto, data forse anche dalla curiosità di capire cosa avesse portato due persone ad essere disposte a rinunciare al cibo e perché».
 
La situazione particolare, fuori dalla normalità, suscita curiosità. Ovviamente c’è da considerare che tale tipo di comunicazione, in un mondo abituato alla sofferenza e educato all’indifferenza, può risultare assolutamente inefficace, dipendendo dalla sensibilità individuale, soggetta per altro alla transitorietà. Gli stati emotivi cambiano velocemente in base agli stimoli che ricevono, e se non si riesce ad avviare al contempo un processo di acquisizione di consapevolezza, si disperdono rendendo vana l’opera di sensibilizzazione.
Inoltre, l’effetto comunicativo può essere inficiato nel momento in cui non si riconosce la validità delle motivazioni specifiche o non gli si attribuisce la corrispondente priorità. Nella scala di valori specista, la vita di un animale non è equiparabile a quella umana, di conseguenza la compassione verso la sofferenza animale sarà meno coinvolgente e più facilmente ignorabile.
La comunicazione, quindi, può avere una notevole portata soggettiva quando riesce a solleticare le specificità individuali quali emotività, empatia, compassione; ma è meno efficace quando insiste sulla scala di valori individuali, se prima il sistema di valori non è stato incrinato da un attento lavoro teorico e informativo. Cioè a dire, la comunicazione può attecchire su una sensibilità già predisposta all’ascolto poiché fornita degli strumenti per ascoltare.
In una prospettiva politica, invece, la comunicazione non agisce sul piano della sensibilità, ma su quello della credibilità. Nella società borghese del mercato imperante e della cultura tubocatodica, l’apparire “puliti” e “per bene” è la conditio sine qua non perché la propria immagine sia vendibile e assicuri il consenso, non in termini qualitativi ma riduttivamente quantitativi, necessario al mantenimento della propria sfera di influenza e potere. L’apparire prevale sull’essere. L’apparenza pervade lo spazio dell’immaginario collettivo e individuale fino a sostituire la realtà. La facciata diventa tutto, il dietro e il dentro non contano più, svaniscono – come la memoria – fagocitati dalle mode transitorie del tempo consumistico. Il mantenimento di un’immagine esclusivamente pubblicitaria, che rimanda ad un contenuto sostanzialmente inesistente, diviene il piano su cui si giocano i destini non solo dei settori economici ma anche di quelli culturali della società. Come le aziende della grande produzione non vendono più oggetti “che servono a”, ma l’immaginario illusionistico e paradisiaco, il senso traslato che intorno a tali oggetti è appositamente costruito, così il mercato della cultura non “vende” più pensieri e saperi, ma immagini fugaci e approssimative di un altrove suggestivo e irreale. Il confronto sulla realtà è sostituito dalla abilità di accaparrarsi mediaticamente, ricorrendo ad una rappresentazione coreografica accattivante, l’interesse, lo stupore e il divertimento effimeri delle menti acritiche.

«In un'iniziativa della campagna "offensiva all'Uninsubria", una befana antivivisezionista si è presentata in piazza a distribuire caramelle e volantini, riservando al sindaco di Busto Arsizio (responsabile dello stanziamento di soldi pubblici alla ricerca con animali) un sacchetto pieno di carbone.
Un'altra volta, durante uno sciopero della fame volto ad ottenere il patrocinio per una conferenza pubblica contro la vivisezione, una "cameriera animalista" ha fatto visita al ristorante del primo cittadino, mentre stava mangiando, per consegnargli un piatto vuoto in cui era scritto "e la conferenza?", col taccuino delle ordinazioni pronto per segnare una data. Questo episodio si è rivelato decisivo per l'ottemperamento della nostra richiesta».
 

La spettacolarizzazione diventa allora il piano – ma pericolosamente anche il fine – su cui impostare il confronto/scontro sociale. In tale contesto l’azione di pressione rivolta alle categorie che basano la loro appetibilità sociale sull’apparenza può essere efficace nel momento in cui la loro immagine è messa in discussione o può essere compromessa. In tal senso, maggiore è la risonanza mediatica più efficace sarà la comunicazione. Mantenere un alto livello di pressione mediatica, però, è molto dispendioso e si corre il rischio che, smontatosi il polverone, spente le telecamere, ci si ritrovi al punto di partenza. Quando poi l’azione di pressione non conduce ad un confronto che coinvolga anche l’opinione pubblica, ma avviene a porte chiuse tra gli animalisti e i loro antagonisti in una logica lobbistica di accordi e compromessi, tale azione risulterà indebolita e i risultati maggiormente soggetti a facili ripensamenti.

Consapevolezza
Abbiamo visto che l’emotività e la predisposizione alla compassione non sono sufficienti ad innescare un percorso di consapevolezza. Attenuatasi la reazione emotiva, il sistema di valori può risultare non essere stato intaccato. È possibile invece il contrario? Ridefinire la scala di valori, può innescare un processo di trasformazione della sensibilità individuale e sociale? Cerchiamo di rispondere partendo da alcune considerazioni generiche sul piano giuridico, che in qualche modo si presta ad essere il punto di incontro/scontro tra le sensibilità emergenti e la società. Dal racconto di Sca emerge come, malgrado esistano leggi contro il maltrattamento degli animali, difficilmente esse vengono applicate; di certo tali leggi non sono espressione di un’esigenza della popolazione e ne hanno modificato la sensibilità in misura molto modesta, se non nulla:


«Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto. […] Due persone, mentre scelgono le patatine fritte nello scaffale vicino al vostro, guardano la scena come fosse la cosa più normale del mondo. Tutti intorno a voi si comportano come se lo fosse. […] La legge italiana vieta di tenere i crostacei vivi sul ghiaccio, così abbiamo chiamato i vigili per denunciare la cosa. Ho aspettato un'intera giornata davanti al supermercato, richiamando ogni ora per sollecitare l'intervento, che non ha mai avuto luogo».
 
Leggere indifferenza e/o crudeltà in tale comportamento è possibile solo se si attribuisce soggettività all’oggetto. Un comportamento di questo tipo, nei confronti di un soggetto, sarebbe ritenuto criminale e sottoposto ad intervento giudiziario per tortura, sfruttamento, mancato soccorso.
L’ordinamento giuridico è, però, espressione del sentire comune della società, che si poggia sulla tradizione culturale e sulle abitudini, rinforzate da una struttura sociale e istituzionale autoconservativa. Se, allora, l’universo cognitivo umano è specista, difficilmente sarà possibile che la legge venga scritta o interpretata in senso antispecista.

«Come già fatto nelle scorse udienze, continuerò a rivendicare il mio gesto come non solo legittimo ma doveroso, contestando per altro le accuse che mi vengono rivolte (rapina e furto), facendo leva su una contraddizione della legge, che da una parte "regolamenta il maltrattamento" animale (quindi in qualche modo riconosce gli animali come individui e soggetti di diritti), mentre dall'altra li considera proprietà privata (quindi oggetti), fino al punto di poter definire "furto" o "rapina" una restituzione della libertà».
 
La contraddizione evidenziata da Sca può emergere solo in una prospettiva antispecista e, direi in maniera più ampia, in una prospettiva contraria alle logiche del dominio, per le quali è l’ordinamento giuridico a definire la giustizia, e non il contrario. Il sistema giudiziario, cioè, non ambisce a fare giustizia, ma a far rispettare le regole, indipendentemente dal fatto che siano giuste o sbagliate.
 In una visione specista, il maltrattamento dell’animale può essere equiparato al danneggiamento della cosa pubblica o privata e il suo status giuridico del tutto assimilabile a quello di una panchina di un giardinetto pubblico o di un’automobile: è sì vincolato a norme che ne tutelano l’integrità, ma queste non ne riconoscono la soggettività, che invece viene ricondotta al vero titolare di diritto, cioè il proprietario, il quale al massimo è tenuto a far fronte a degli adempimenti obbligatori. È evidente che, in tal senso, i diritti legati al benessere degli animali (in termini di miglioramento delle condizioni di vita), nulla o poco intervengono nel riconoscimento della loro soggettività (il diritto alla libertà e all’autonomia).
La legge, in definitiva, non può intervenire sulle coscienze, e non sicuramente nella direzione opposta a quella delineata dall’ordinamento sociale. Agire sul piano giuridico, se prima non si è operato quel cambiamento di prospettiva in senso antispecista necessario al riconoscimento della soggettività animale, potrebbe risultare inefficace, soprattutto se l’azione si poggia su singoli isolati casi. In tal senso, è necessario avviare un profondo lavoro di critica alla gabbia socio-culturale che impedisce alle sensibilità individuali di emerge e invadere lo spazio della collettività..

Analisi teorica
Parlare di gabbia culturale significa prendere atto del fatto che il sistema di pensiero radicato nella quotidianità della vita sociale è chiuso in se stesso, restio al confronto e al cambiamento. L’ordinamento della società è qualcosa di dato, e ogni istituto sociale parte da esso e ad esso si riconduce; nasce cioè all’interno della gabbia di riferimento e secondo i modelli previsti dall’ordinamento sociale, e solo all’interno di questo ambito snoda il proprio percorso sociale. L’istituto della “buona alimentazione” specista, ad esempio, fa della coscia di pollo esclusivamente una fonte di proteine, riducendo la soggettività dell’animale pollo a oggetto funzionale all’atto del cibarsi; soggettivazione che invece riconosciamo guardando la nostra coscia o quella del nostro vicino o la coscia del cane da compagnia, al quale è assegnato uno status giuridico migliore, in senso protezionistico, ma solo in virtù della funzione che ricopre nella soddisfazione delle esigenze edonistiche del proprietario.
L’educazione ad essere persona sociale informa fin dalla nascita le possibilità percettive dell’individuo e i suoi processi cognitivi; li circoscrive, li definisce, ne determina la portata e la gittata, nel senso di priorità nella scala di valori e di visuale nell’orizzonte cognitivo. L’uomo sociale è a tutti gli effetti un clone, una copia del modello di essere umano stabilito dal sistema socio-culturale. Pensieri, azioni e reazioni sono socialmente programmate; agiamo come automi:

«Centinaia di persone si muovono intorno a voi. Vi guardano, ma sembrano non vedervi, prese a saltare da uno scaffale all'altro, come tutte spinte da uno stesso impulso perverso a voi sconosciuto».
 
Quando il meccanismo interiorizzato di riproduzione del modello sociale “autorizzato” manifesta “pericolose” incrinature, deve essere ripristinato sottoponendo la persona a rieducazione, quasi fosse portatore di un virus che potrebbe infettare l’intera società.
La rieducazione, attuata attraverso il sistema carcerario o modalità correttive alternative, ha lo scopo di riattivare gli automatismi e di ristabilire la scala di valori e priorità necessaria a rinsaldare la gabbia dei processi cognitivi e percettivi “leciti”. È a tutti gli effetti un atto di forza, strutturato e sistematizzato, che la società compie per stabilire con chiarezza i confini entro cui l’individuo può muoversi e che non vanno superati, se non a rischio di incorrere in spiacevoli o gravi conseguenze. Seguendo la stessa logica della kubrickiana “terapia Ludovico”, la rieducazione alla socialità mira a rimodellare o a ricondurre nei limiti del consentito, la personalità e il comportamento del soggetto “deviante”.
Indagare la sovrastruttura ideologica che informa e legittima le società speciste, comprendere quali sono i meccanismi che permettono il mantenimento dei modelli oppressivi, è fondamentale perché un’azione diretta al loro abbattimento possa essere efficace. Indagare l’ideologia del dominio significa, appunto, elaborare quegli strumenti cognitivi che possono permettere di guardare da una prospettiva diversa la realtà del modello antropocentrico, attuando al contempo un percorso di liberazione della sensibilità individuale, se tale analisi avviene a livello introspettivo, e della sensibilità collettiva, se avviene coinvolgendo in una riflessione approfondita e autocritica tutti i settori della società.
Su questo fronte, quindi, il passaggio dalla sfera personale a quella politica si può attuare affiancando alla riflessione critica rivolta al proprio agire individuale (modificare i propri comportamenti in senso antispecista, antisessista, antirazzista, antiautoritario, ecc.) un’analisi critica attenta e severa dei principi, dei valori e dei meccanismi relazionali intraspecifici ed extraspecifici, in pratica dell’intero impianto sociale.
Tale operazione di critica ambivalente, sul piano individuale e sociale, dovrebbe essere effettuata anche all’interno del movimento antispecista, perché esso stesso, nel tentativo istintivo di liberarsi dalla gabbia ideologica specista, non finisca per riprodurre i meccanismi e le logiche che avversa.

Istinto, spontaneità, azione diretta
Acquisire consapevolezza della realtà brutale e sistematica in cui la specie umana ha sprofondato se stessa e l’alterità non umana, produce inevitabilmente una modificazione, a volte radicale, della sfera soggettiva. Si iniziano col mettere in discussione le certezze intorno alle quali si è costruito il proprio universo percettivo, e si comincia ad osservare la realtà con occhi diversi. Contemporaneamente si recupera un rapporto intimo con la propria sensibilità, che si risveglia dal torpore meccanicistico in cui la cultura antropocentrica l’ha relegata. Si attua in qualche modo un processo di riscoperta di se stessi e della propria individualità (in termini di unicità, diversità intellettiva e espertiva), che riattiva un collegamento, quasi primordiale, tra i processi razionali e quelli istintivi. Non si tratta semplicemente di una disposizione a diverse emotività o ad un allargamento delle stesse, ma è qualcosa di molto più profondo che investe ontologicamente l’individuo.

«Quando ho deciso di liberarli ho seguito, più che l'impulso, l'istinto di porre fine a quella tortura, a cui ho pensato di dover dare ascolto. Dopo aver visto quegli animali ho sentito una responsabilità nei loro confronti, la responsabilità della scelta fra lasciarli in balìa del loro destino di piatto prelibato, o rischiare per cercare di restituirgli la vita di cui erano stati derubati».
 
Pensiero e istinto si sovrappongono, sincronicamente, come il ricambiare ad un sorriso inaspettato. È l’emergere di qualcosa che è stata sepolta nelle profondità della nostra umanità, che si svela nella spontaneità dei gesti e delle parole.
La modificazione del sistema di valori comporta un mutamento delle priorità e dei comportamenti. Mettersi in gioco e rischiare in prima persona diventa uno strumento di affermazione della propria sensibilità riscoperta, il riappropriarsi della realtà e dei propri spazi esistenziali:

«Anche alla luce di come sono andate le cose, credo sia valsa la pena di correre questo rischio, così come potrebbe valere la pena di seguire l'istinto di buttarsi in mezzo alla strada per impedire che un cane venga investito».
 
L’animalismo sta attraversando proprio questa fase. Il vegetarismo, il veganismo, come il salutismo, l’ecologismo, l’anticonformismo in genere, sono espressionein misura diversadella ribellione individuale alla realtà artificiosa della cultura antropocentrica, col suo portato di fideismo, dogmatismo, scientismo e autoritarismo. In effetti, le modalità di lotta cui gli animalisti ricorrono, si concentrano proprio sul processo di consapevolezza individuale. Da un lato si lavora sulla sensibilizzazione delle coscienze attraverso una stimolazione emotiva e, in minor parte, informativa; dall’altro si persegue il raggiungimento di obiettivi immediati – cioè alla portata dei singoli – che, senza intaccare profondamente la struttura dell’ordinamento specista, permettono, però, di dare sollievo alle coscienze esasperate degli attivisti.
In tal senso le azioni dirette, individuali o di gruppo, pubbliche o private, poiché occupano lo spazio del vissuto quotidiano, permettono al singolo di riconfigurare, riappropriandosene, il proprio rapporto con la realtà. Attraverso l’azione diretta l’individuo proclama con forza: “il mio agire è il mio essere”. Liberandosi delle maschere, dei ruoli, degli schemi, l’individuo afferma la propria autenticità. Cosicché, senza soluzione di continuità, il pensiero e l’azione sono sospinti da un bisogno profondo di libertà. Reclamare la libertà per gli animali è reclamare la propria.

Note
* in «Liberazioni.org» http://www.liberazioni.org/articoli/Sca-01.htm.