Liberazioni Associazione Culturale Antispecista
   
 
Stefano Cagno è medico chirurgo, psichiatra, autore di testi di bioetica, membro del Comitato Equivita e dell'Associazione Medici Internazionali.
Stefano Cagno
L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?

La sperimentazione animale, che d’ora in poi preferirò chiamare vivisezione, è uno degli argomenti più dibattuti tra i tanti riguardanti il rapporto tra gli esseri umani e gli animali.
Rispetto alla quasi totalità degli altri, ad esempio la caccia, gli zoo, i circhi, i maltrattamenti in generale degli animali, gli allevamenti intensivi per le pellicce e, in parte, per l’alimentazione, la vivisezione presenta una caratteristica particolare, ossia può essere analizzata sia da un punto di vista scientifico, sia etico.
Così, fino ad ora, gli antivivisezionisti si sono divisi in due gruppi: quelli che ritenevano l’impiego degli animali nella ricerca un metodo privo di valore scientifico e quelli che ritenevano eticamente inaccettabile far soffrire, e spesso morire, gli animali, poiché sono esseri viventi e senzienti e quindi aventi il diritto alla vita e al benessere. In ogni caso, tutti e due puntano all’abolizione della vivisezione.
L’appartenenza ad un gruppo non ha mai escluso l’adesione alle tesi dell’altro e quindi, spesso, gli antivivisezionisti si oppongono alla vivisezione sia per motivi etici sia scientifici.
Fino ad un recentissimo passato queste due impostazioni, molto più lontane di quanto non si possa ritenere ad una valutazione superficiale, pur partendo da presupposti teorici differenti, se non antitetici, e pur muovendosi attraverso vie spesso parallele, hanno sempre convissuto senza contrasti, poiché hanno lo stesso obiettivo finale.
L’intervento di Massimo Filippi, intitolato L’insostenibile leggerezza dell’antivivisezionismo scientifico pubblicato su «Liberazioni.org», ha rotto questo “idillio”, presentando in maniera netta il “peccato originale”, ossia la profonda differenza che esiste tra antivivisezionismo etico (AVE) e scientifico (AVS), ma soprattutto bollando quest’ultimo come «controproducente» rispetto al risultato finale desiderato, ossia l’abolizione della vivisezione.
Poiché sono 26 anni che mi impegno in questo campo, riconoscendomi nell’AVS, non nego di essere rimasto molto colpito e, inizialmente, amareggiato, nell’apprendere che, non solo con il mio impegno non raggiungerò mai il mio obiettivo, ossia l’abolizione della vivisezione, ma che, peggio ancora, contribuisco io stesso a non raggiungerlo. Tuttavia, conoscendo personalmente da tempo Filippi, avendolo sempre stimato e conoscendo le sue forti motivazioni riguardo all’impegno a favore degli animali, mi sono chiesto se non era il rifiuto della sua tesi, un’istintiva, e quindi per nulla motivata e ponderata, difesa dei miei stessi comportamenti. Ho così ripensato a quanto accaduto nell’ultimo quarto di secolo all’interno del movimento antivivisezionista nel tentativo di trovare una risposta equilibrata rispetto ad un attacco così apparentemente forte. Nel percorso che presenterò si intrecceranno aspetti storici e personali.

Il passato
Filippi, nel suo intervento ha in realtà parlato di tre posizioni antivivisezioniste che ha chiamato sentimentale (AVSe), etica e scientifica. La prima si rifà a «valutazioni squisitamente affettive» che nascono da una sensibilità personale. In essa possiamo anche includere la posizione kantiana, secondo cui è ingiusto fare soffrire gli animali perché ciò predispone ad analoghi comportamenti sui nostri simili. L’AVSe quindi non riconosce alcun diritto agli animali, tuttavia per motivi affettivi personali, o antropocentricamente etici, ritiene che non si debbano usare gli animali nella ricerca. Tale posizione è stata dominante fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando alcuni filosofi, come ad es. Tom Regan, hanno posto la questione non più sul piano personale o sentimentale o antropocentrico, ma del diritto, in questo caso proprio degli animali. Essendo questi ultimi esseri viventi e senzienti, possiedono diritti come quelli alla vita, al benessere e ad un equo trattamento che tenga in considerazione le loro caratteristiche etologiche. Pertanto la vivisezione per questi filosofi deve essere abolita poiché viola tutti i diritti degli animali: da questa posizione nasce l’AVE che, a sua volta, è la base teorica su cui poggia l’animalismo.
Parallelamente a questa posizione se ne sviluppava un’altra che partiva da altre premesse. Ogni specie animale possiede propri caratteri biologici non confrontabili, pertanto sperimentare su una specie differente dalla nostra rappresenta un azzardo scientifico, poiché non sapremo mai a priori se quanto osservato negli animali corrisponde a quanto accade nella nostra specie. Già all’inizio del XX secolo vi furono medici che proposero questo approccio che chiamiamo AVS; ma è soltanto negli ultimi anni, grazie anche allo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate che questo filone ha incontrato sempre maggiori favori anche all’interno della comunità scientifica, tanto che dal 2004 alcune riviste prestigiose come Nature e il British Medical Journal hanno pubblicato ricerche che criticano la vivisezione da un punto di vista metodologico, come per primo in Italia aveva proposto ancora negli anni ’80 il professor Pietro Croce.
Negli ultimi trenta anni, quindi, le due posizioni più dibattute e accettate riguardo l’impiego degli animali nella ricerca sono diventate quella etica e quella scientifica.
Quando, nel 1982, ebbi la fortuna di conoscere Kim Buti e Rosetta Gastaldo della LEAL (allora «Lega Antivivisezionista Lombarda», ora «Lega Antivivisezionista») di fatto esisteva la posizione sentimentale, mentre quella etica e scientifica erano ancora allo stadio embrionale. In Italia si poteva leggere il libro Imperatrice Nuda di Hans Ruesch che poneva le basi per l’AVS, mentre se si voleva leggere qualcosa sull’AVE bisognava conoscere l’inglese e farsi spedire dagli USA i libri di Tom Regan. Allora “animalismo” era un termine sconosciuto e chiunque si occupava di questioni riguardanti il benessere degli animali era per l’opinione pubblica uno zoofilo. Oggi, spesso, succede il contrario e molti che sono solo zoofili vengono chiamati animalisti.
Fu proprio Kim Buti, sempre nel 1982, a regalarmi una copia di Imperatrice Nuda che un pomeriggio lessi tutta d’un fiato, fino a terminarla a notte inoltrata. Da ciò mi rimase un forte senso di amarezza e di rabbia per la dimostrazione inoppugnabile delle infamie che il genere umano era stato capace di compiere su esseri viventi e indifesi come sono gli animali; ma più di tutto mi amareggiò constatare che quanti avevano compiuto tali atti appartenevano proprio a quella comunità scientifica di cui pensavo che dopo alcuni anni avrei fatto parte, come in realtà poi avvenne. Onestamente devo riconoscere che all’epoca non sapevo se Ruesch avesse ragione o torto nel ritenere gli esprimenti con gli animali privi di valore scientifico, tuttavia io li ritenevo sicuramente inaccettabili da un punto di vista etico. Ero sicuro che il genere umano non poteva accettare azioni tanto criminali nemmeno se da esse poteva ricavarne qualche vantaggio. Quindi non feci partire il mio impegno contro la vivisezione da un punto di vista scientifico, ma etico.
Con il passare degli anni sia l’AVS che l’AVE si sono rafforzati e hanno incontrato sempre più proseliti. Sempre più filosofi si sono interessati al tema e un gran numero di libri sono stati scritti a difesa dei diritti degli animali. Questo argomento è così entrato lentamente anche negli atenei e oggi quando si studia filosofia morale è impensabile non trattare anche il tema dei diritti degli animali e della valutazione dei comportamenti che abbiamo verso le altre specie da un punto di vista morale.
Parallelamente, anche se molto più lentamente, anche la comunità scientifica ha iniziato a muoversi e la validità degli esperimenti sugli animali non è risultata più così scontata e dogmaticamente accettata. Così, come ricordato prima, negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni articoli che criticano la vivisezione strutturalmente e non in base ad alcune sue particolari applicazioni.
Durante tutto questo percorso storico lungo un quarto di secolo, il mio impegno contro la vivisezione è risultato costante, ma è andato modificandosi rispetto all’inizio. Grazie alle competenze mediche che avevo acquisito con gli studi universitari, mi convinsi che gli antivivisezionisti scientifici avevano ragione e che gli esperimenti sugli animali erano indifendibili, non solo da un punto di vista etico, ma anche scientifico. Ho quindi tralasciato l’aspetto etico, almeno a livello pubblico, per privilegiare un approccio, appunto quello scientifico, che può essere accolto da tutti, anche da chi non è animalista, ma soprattutto verso il quale avevo competenze specifiche.

L’AVS oggi
Ora, se accettassi l’opinione di Filippi, mi troverei in una posizione un po’ schizofrenica, secondo la quale vorrei abolire la vivisezione da un punto di vista etico, ma portando avanti l’aspetto che maggiormente mi si addice, ossia quello scientifico, contribuisco in maniera significativa alla mia stessa sconfitta. Prima di esprimere un mio giudizio complessivo sulla posizione di Filippi, voglio discutere alcuni aspetti della sua analisi dell’antivivisezionismo scientifico.
Innanzitutto, Filippi ritiene che «la nozione di specie dell’AVS sembra ancora connotata da un’ascendenza dal forte sapore pre-darwiniano. La dottrina darwiniana dell’evoluzione tramite selezione naturale “destabilizza” infatti i classici confini di specie, invalidando così anche da un punto di vista scientifico l’implacabile linea di confine tra “noi” e “loro”, che da sempre ha costituito il fondamento dello sfruttamento animale. Se si accetta il darwinismo (e non si vede come si possa fare altrimenti rimanendo nell’ambito di una razionalità laica), darwinismo che parla chiaramente di differenze di grado e non di genere, non si possono poi surrettiziamente reinserire delle barriere “naturalmente” invalicabili tra una specie e l’altra».
In altre parole, secondo Filippi, tutto il costrutto teorico dell’AVS partirebbe da una premessa sbagliata, ossia da una posizione pre-darwiniana secondo la quale il funzionamento di specie differenti non può essere paragonato, poiché non esiste un continuum tra una specie e l’altra. Quindi, secondo Filippi gli antivivisezionisti scientifici sposerebbero la tesi creazionista, secondo la quale ogni specie sarebbe stata creata in maniera a sé stante e non nascerebbe dal processo evolutivo, come ritiene, al contrario, Darwin.
Non mi sento di parlare a nome di tutti gli antivivisezionisti scientifici, tuttavia non mi sembra che questa sia la nostra posizione, almeno quella maggioritaria, comunque non è assolutamente la mia. Credo nell’evoluzione e non nella creazione, credo che vi sia un collegamento biologico tra ogni specie, credo che tra una specie e l’altra esistano differenze di grado, ma non di genere, tuttavia credo altrettanto fermamente che le basi teoriche su cui poggia la vivisezione siano sbagliate.
Analizziamo un paio di esempi concreti. Il cuore di un criceto, di un gatto e di un essere umano svolgono la stessa funzione, ma in maniera differente. Se il mio cuore battesse con la frequenza di quello di un gatto, sarei stabilmente tachicardico, ossia avrei una frequenza costantemente intorno ai 150 battiti al minuto e, quindi, mi troverei in una condizione patologica per la nostra specie. Se invece avessi il cuore di un criceto, avrei una frequenza cardiaca di 450 battiti al minuto, condizione che rende impossibile la sopravvivenza di un essere umano.
Se analizzassimo la condizione di tre persone che hanno tre valori differenti di glicemia, ossia di zuccheri nel sangue, per esempio di 40, 80 e 440, non potremmo negare che le tre persone abbiano un’affinità di genere, poiché appartengono alla stessa specie. Tuttavia assistiamo ad una differenza di grado che pone la prima in una condizione di ipoglicemia con pericolo di coma per scarsità di zuccheri, la seconda in un condizione di normalità e la terza in una condizione di iperglicemia con rischio di coma iperglicemico. Se prendessimo come modello della normalità umana il primo o il terzo soggetto, otterremmo dei dati completamente sbagliati che ci porterebbero a mettere in atto interventi dannosi nel secondo soggetto che, al contrario, rappresenta la norma per la nostra specie.
Quando sperimentiamo sugli animali ci troviamo in una condizione analoga: ogni specie potrebbe essere adeguata per compiere ricerche riguardanti la nostra specie, se considerassimo solo gli aspetti qualitativi, ma poiché in biologia e in medicina anche gli aspetti quantitativi hanno un’enorme importanza, studiare il funzionamento degli esseri umani sugli animali porta a risultati spesso altamente dannosi per la nostra specie.
Filippi, quindi, sbaglia quanto ritiene che le differenze di grado non siano sufficienti per rendere i modelli animali inadeguati per la ricerca umana, altrimenti come interpretare che il 52% dei farmaci commercializzati negli USA e considerati sicuri negli animali, ha provocato gravi reazioni avverse nella nostra specie? Come spiegare che solo meno di 300 sostanze sono considerate terapeutiche e indispensabili secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rispetto alle circa 20.000 in commercio e, verosimilmente, dimostratesi terapeutiche negli animali da esperimento?
Gli animali hanno la capacità di soffrire come noi (uguaglianza di genere), ma con intensità differente (diversità di grado), quindi per la prima constatazione, possiedono il diritto di non soffrire, come afferma l’AVE, e per la seconda, non sono un valido modello sperimentale, come afferma l’AVS.
Ammetto che da esperimenti di vivisezione in passato, probabilmente, si siano ottenuti dei risultati riguardanti la conoscenza del funzionamento degli esseri umani, ma solo quando si studiavano i concetti generali e quindi non influenzati in maniera significativa da variabili di grado. Nel 2008, o ammettiamo che la scienza non ha capito nulla o quasi nulla sul funzionamento dei sistemi biologici complessi, come sono gli animali, e allora accettiamo che le ricerche sugli animali possano essere uno strumento valido, oppure, se decantiamo gli straordinari successi ottenuti, dobbiamo anche ammettere che non possiamo continuare ad affidarci ad un modello sperimentale che non tiene in alcun conto le differenze di grado che esistono tra la nostra specie e tutte le altre, scimpanzè compresi. 
Un’altra importante critica che Filippi muove agli antivivisezionisti scientifici riguarda l’argomento “verifica a posteriori”.
Noi affermiamo che gli esperimenti sugli animali non possiedono valore scientifico perché la loro validità deve essere verificata a posteriori, Filippi afferma che questa è la condizione di tutta la ricerca. Ad una prima e superficiale analisi ha ragione, tuttavia dopo che ho condotto un esperimento verifico la sua validità e in base ai risultati posso dire se il modello che ho utilizzato è affidabile o meno. A questo punto non ho più bisogno della verifica a posteriori, poiché da quel momento applico il modello e giudico a priori affidabili i risultati. Per quanto riguarda i modelli animali, invece, non è mai stata dimostrata la loro validità proprio perché i risultati che forniscono sono talmente variabili che si rende sempre necessario un ulteriore esperimento sulla nostra specie. Se prendessimo ad esempio i modelli animali nella tossicologia, ci accorgeremmo che la sovrapposizione dei risultati non supera, nel migliore dei casi, il 25%. Con tale dato non solo non possiamo validare il modello, ma abbiamo dimostrato la sua inaffidabilità.
La dimostrazione della bontà della mia tesi la forniscono proprio i vivisettori, ai quali si può proporre tutto, anche se poi non accolgono nulla, ma non si può nemmeno proporre di avviare procedure di validazione dei loro modelli, poiché si infuriano e dicono che questi sono stati validati dal tempo. La stessa tesi l’avevano portata avanti per secoli gli astronomi che consideravano la terra ferma e il sole in movimento intorno ad essa in base alla considerazione che sempre si era pensato così. Un giorno qualcuno criticò questa posizione e fu considerato un eretico, ma la storia dimostrò che aveva ragione.
Eppure se i vivisettori fossero proprio così sicuri delle loro tesi, avrebbero tutto l’interesse ad avviare procedure di validazione dei loro modelli che, se dimostrati validi, potrebbero mettere a tacere gli antivivisezionisti scientifici per sempre.
Secondo Filippi: «Il nocciolo argomentativo dell’AVS è infatti così riassumibile: “Poiché le varie specie differiscono per caratteristiche anatomiche, fisiologiche e biochimiche, la sperimentazione animale non produrrà mai risultati trasferibili con adeguata fondatezza scientifica alla specie Homo sapiens e pertanto va bandita, indipendentemente da considerazioni etiche, poiché inutile o dannosa per la salute dell’uomo”. Mossa necessariamente perdente perché è difficile immaginarsi che con simili parole d’ordine si possa pensare di estendere la considerazione morale egualitaria al di là dell’angusto confine della nostra specie».
Trovo che questa argomentazione sia poco comprensibile e comunque determini, anche se accettata, un risultato finale non controproducente al fine di ottenere l’abolizione della vivisezione. Innanzitutto non mi risulta che l’obiettivo principale dell’AVS sia quello di estendere la considerazione morale egualitaria al di là dell’angusto confine della nostra specie, poiché questo è proprio l’obiettivo dell’AVE. Inoltre attualmente, purtroppo, credo che non esistano parole d’ordine in grado di portare a risultati complessivamente positivi, ossia in grado di portare in prima battuta all’abolizione della vivisezione.
Non credo che nel 2008, in cui i diritti di eguaglianza degli esseri umani sono in gran parte del mondo solo scritti sulle carte, e a volte nemmeno scritti, si possa pensare di abolire gli esperimenti sugli animali soltanto facendo leva sull’argomento etico.
Credo, invece, che le tesi scientifiche possano iniziare ad erodere consensi ai vivisettori e a salvare subito, o in tempi abbastanza rapidi, molti animali (e molti esseri umani!). Ammetto che probabilmente i soli argomenti scientifici non potranno portare all’abolizione di tutti gli esperimenti, non per mancanza di fondatezze delle tesi, ma proprio per la potenza economica dei nostri avversari in grado di condizionare pesantemente i mass media e soprattutto proprio l’ambiente scientifico e della ricerca in particolare. Non dimentichiamo che proprio le industrie chimico-farmaceutiche, responsabili della maggioranza degli esperimenti sugli animali, sono anche i principali sponsor della ricerca non solo privata, ma anche universitaria. Così i ricercatori e i cosiddetti opinion leader risultano direttamente o indirettamente sul libro paga proprio dei principali sponsor della vivisezione.
Tuttavia è proprio qui che entra in gioco la parte etica. Quando la vivisezione sarà diventata una parte marginale della ricerca scientifica e l’etica degli esseri umani nei confronti degli altri animali avrà fatto complessivamente maggiori passi avanti rispetto ad ora, l’AVE sarà in grado di fare ottenere il risultato finale tanto atteso da tutti, indipendentemente dai presupposti teorici dai quali si parte, ossia l’abolizione totale della vivisezione.

Il futuro
Concludendo, potrei dire che non sono d’accordo con Filippi, ma che ha ragione.
Non sono d’accordo nel considerare l’AVS come controproducente, perché non condivido la sua analisi sui difetti strutturali del costrutto logico su cui poggiano le tesi dell’AVS. Come possono esserci antivivisezionisti scientifici che non condividono le posizioni etiche, possono esserci antivivisezionisti etici che non condividono le posizioni scientifiche, e questa sembra essere la posizione di Filippi. Ciononostante da qui ad arrivare a ritenere la posizione che non si condivide addirittura controproducente c’è molta strada da fare.
Inoltre, pur partendo da posizioni antropocentriche, ritengo che nel 2008 l’AVS sia l’unica strategia in grado di portare a casa qualche piccolo risultato concreto e non capisco come ciò possa ostacolare il cammino etico che, in ogni caso e per fortuna, sta procedendo e crescendo parallelamente e autonomamente. Inoltre non disprezzerei una strategia che riesce comunque a salvare qualche vita, considerando che non stiamo scegliendo per noi, ma per altri che subiscono le conseguenze delle nostre decisioni.
Tuttavia Filippi ha assolutamente ragione nel ricordare in maniera forte la questione etica, dalla quale anche una parte del movimento scientifico antivivisezionista nasce. Personalmente l’articolo di Filippi mi ha fatto tornare alle mie origini, mi ha fatto accorgere che io stesso stavo perdendo e dimenticando quelle origini e ora mi stimola ad avere ancora il coraggio di affermare che, anche se la vivisezione avesse un valore scientifico, io rimarrei comunque abolizionista.
Esiste, però, concettualmente una questione ancora più importante: l’AVE si basa su un valore o forse, meglio ancora, su più valori: quelli del rispetto, della giustizia, dell’equità, della compassione, della solidarietà e della non-violenza; mentre l’AVS si basa su un’analisi tecnica, o forse anche su una strategia, che risulta conveniente per la nostra specie e per tutte le altre. Un valore, però, è sempre, comunque e immensamente più importante di una strategia o ancora di più di una convenienza, anche se utili per il raggiungimento dello stesso valore.
E di questo forte richiamo al valore etico dell’antivivisezionismo sono profondamente grato a Massimo Filippi.